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Volantini: Massacri di lavoratori in Irak - Due schieramenti reazionari
Articolo del 03.11.2005 postato da stradivari --> letture 2145

Quale “ordine” regna in Irak, sotto il tallone degli eserciti occupanti – 170 mila uomini armati di cui 3 mila italiani? Essi hanno solo scatenato terrorismo e guerra civile.

Da due anni e mezzo non passa giorno senza notizie di massacri di civili. Nelle ultime settimane, in corrispondenza dell’adozione della bozza di Costituzione, vi è stata un’escalation:
  • quasi mille morti tra gli sciiti su un ponte sul Tigri, schiacciati per il panico o caduti nel fiume dopo attacchi con mortai e voci di attentatori suicidi.
  • mercoledì 14 settembre un attentatore suicida fa esplodere un furgone tra la folla di operai edili che prima delle 6 del mattino aspettavano in piazza l’ingaggio al lavoro: 112 morti e circa 160 feriti. Oltre 170 i morti di quel mercoledì di sangue.
    La cosiddetta “resistenza” irachena è dominata da una borghesia arabo-sunnita ferocemente antioperaia, che più che contro gli imperialismi occupanti combatte per riaffermare il proprio dominio sulle popolazioni sciita e curda, e per il monopolio della rendita petrolifera.
  • Circa 150 morti nell’offensiva americana e governativa sulla città turcomanna e sunnita di Tal-Afar, oltre 200 mila abitanti, riconquistata ai ribelli tra distruzioni e massacri con l’uso di carri, elicotteri, missili, bombe dopo aver costretto il 90% degli abitanti all’evacuazione, ed aver distrutto numerosi edifici.
Ė questa la “democrazia” portata dagli eserciti degli imperialismi americano, britannico, italiano, giapponese e dal loro seguito?
La bozza di Costituzione, redatta dai rappresentanti della borghesia sciita e curda contro l’opposizione di quella sunnita, anziché risolvere le tensioni dell’Irak, le mette allo scoperto e le fa esplodere. Prefigura una forma di Stato a metà tra la democrazia del capitale occidentale e la repubblica islamica, in cui gli ayatollah potranno dettare legge al di sopra della presunta “sovranità popolare”, in cui la donna può essere di nuovo sottomessa alla Sharia.
Il consenso di curdi e sciiti del sud è stato ottenuto solo ammettendo la frantumazione dell’Irak in regioni autonome con proprie forze armate e un crescente controllo sulle risorse petrolifere.
Già la Turchia, imperialismo oppressore di circa 20 milioni di curdi, ha espresso la sua decisa opposizione all’autonomia politica, militare ed economica (petrolio) del Kurdistan iracheno, temendo che la formazione di una “patria curda” diventi polo di attrazione per la ripresa di un movimento di liberazione curdo. Il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che “l’unità dell’Irak è un obiettivo strategico”, e che “la Turchia è determinata al mantenimento dell’integrità territoriale dell’Irak” e a che “le risorse naturali dell’Irak (leggi: il petrolio) restino sotto il controllo del governo centrale”.
Da parte sua l’Iran degli ayatollah, mentre da un lato con al Sistani e la borghesia sciita delle città sante Najaf e Karbala collabora con il “Grande Satana” americano all’istituzione della nuova repubblica, con l’altra mano arma e finanzia partiti e milizie sciite (dall’organizzazione Badr dello SCIRI all’esercito del Mahdi di Muqtada al Sadr) per esercitare un’influenza extra-istituzionale.
La borghesia sunnita, che dirige la resistenza, come la Turchia vede un pericolo mortale nell’autonomia delle regioni, dato che il suo potere, prima sorretto dalle armi britanniche, poi dal terrore di Saddam, si è sempre basato sulla centralizzazione militare dello Stato e della rendita petrolifera. Una confederazione con ampie autonomie regionali priverebbe la borghesia sunnita di gran parte di questo flusso garantito di ricchezza, anche quando riuscisse a ritornare al potere a Baghdad. Per questo essa lancia un’offensiva del terrore contro la popolazione e i lavoratori di tradizione sciita. Un’offensiva altrettanto reazionaria della politica collaborazionista della borghesia sciita.
In questa situazione solo la libera autodeterminazione dei popoli dell’area mediorientale potrebbe disinnescare le bombe del groviglio etnico-religioso seminate dall’imperialismo, di cui l’Irak è un esempio.
In Italia è nostro compito di comunisti denunciare l’intervento dell’imperialismo italiano in Irak come in Afghanistan e nei Balcani, e far crescere tra i lavoratori e i giovani un movimento di opposizione alla guerra.
Solo una ferma e coerente battaglia contro l’imperialismo di casa nostra potrà permetterci di collegarci con forze proletarie che anche in Irak si battano contro l’occupazione imperialista e contro il dominio borghese, sciita, sunnita o curdo che sia, per la società senza classi che sola potrà unire i lavoratori di tutte le etnie e tradizioni.

 
Argomenti trattati:
  • Iraq
  • Terrorismo

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