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N°10 Pagine Marxiste - Ottobre-Dicembre 2005
L’incendio delle banlieue francesi
Una rivolta del proletariato giovanile senza speranza


L’incendio delle banlieue francesi dello scorso novembre ha bruciato insieme a migliaia di automobili i miti di un capitalismo europeo dal volto umano, della economia sociale di mercato, del modello francese di coesione e inclusione sociale; ha annerito la cresta dello spocchioso gallo francese, di una borghesia che aveva creduto di poter irridere al suo potente rivale americano, quando l’uragano Katrina ha squarciato le viscere di New Orleans rivelandone la miseria materiale e sociale, violenti rancori razziali e di classe mai spenti sotto la cenere, inefficienza affaristica, cinismo spietato verso chi non ha denaro, l’avida ossessione per la difesa della proprietà privata pronta più a sopprimere che a salvare vite umane. Parigi come, peggio di New Orleans, hanno replicato gli Yankee, un’economia che non cresce perché appesantita dal welfare alimenta una “sottoclasse” e un’esplosiva disgregazione sociale, hanno gongolato – anche se qualcuno aveva ammesso che il problema della sua sottoclasse l’America lo “risolve” incarcerando oltre 2 milioni dei suoi membri.
Noi non abbiamo gongolato, non abbiamo esaltato una rivolta senza un fine, senza un’organizzazione, senza una coscienza, che ha messo a nudo la lontananza tra le organizzazioni che si richiamano al marxismo e gli strati profondi della classe di cui dovrebbero essere la punta avanzata. Dalla rivolta francese abbiamo tratto verifiche e insegnamenti. Il maggio ’68 non concede repliche, come del resto anche il meno noto ottobre 1961 (si veda il riquadro). Nessuna generazione ripercorre in maniera identica la strada dei genitori, perché ogni generazione cresce in condizioni diverse, determinate dal ciclo capitalistico. Per comprendere il comportamento di una generazione, occorre comprendere le condizioni che essa vive.

I fatti

Il 26 ottobre 2005 Sarkozy afferma che occorre spazzar via la racaille (feccia) e i voyous (balordi) che sono la cancrena delle strade di Francia. 27 ottobre: nel quartiere Clichy-sous-Bois della cintura parigina tre ragazzi inseguiti dalla polizia perché giocavano a pallone per strada scavalcano il muro di una installazione elettrica, e due di loro, 15 e 17 anni, muoiono carbonizzati, il terzo rimane gravemente ustionato. Perché i ragazzi sono fuggiti terrorizzati? E’ il risultato di una lunga storia di angherie della polizia francese, sempre impunita, nei confronti dei ragazzi di pelle scura, analoga a quello che succede negli Usa. Il 31 ottobre, dopo un funerale pacifico per le vittime, alla fine del digiuno del Ramadan, 400 tra poliziotti e CRS, inquadrati militarmente, giungono di corsa, visiere abbassate, scudi al braccio, con fucili caricati a pallottole di gomma e di plastica, marciando per le vie di Clichy-sous-Bois. Una chiara provocazione, sprezzante verso il dolore per i morti. Primi episodi di disordini. Il giorno seguente una moschea viene attaccata con candelotti lacrimogeni col pretesto che vi si potevano nascondere dei terroristi. Sarkozy rifiuta di scusarsi e le sue parole provocano un’estensione della rivolta, con oltre 500 auto bruciate nella sola regione parigina, assalti a una stazione di polizia, a un tribunale, una scuola, supermercati. Il fenomeno si estende a oltre 226 comuni francesi (in particolare Lione, Marsiglia, Strasburgo, Bordeaux, Tolosa, Amiens, Metz ma anche i dipartimenti del Nord, come Normandia e Pas-de-Calais, e dell’Est, come la Lorena, nel Sud, ed es. nelle Bocche del Rodano). L’incendio delle auto, che si propaga per imitazione, sembra divenire una tattica di guerriglia urbana da parte di bande scollegate, per attrarre e disperdere la polizia, per poi ingaggiare sassaiole contro gruppi ristretti. L’8 novembre il Primo Ministro Dominique de Villepin proclama lo stato d’emergenza (Sarkozy contrario), riesumando una legge del 1955.

Sul lato della produzione, l’attuale ciclo stagnante in Europa crea un ampliamento della disoccupazione, soprattutto giovanile. La borghesia con i tagli al welfare vuole aumentare la pressione di questo “esercito industriale di riserva”, usato come frusta sulla forza lavoro attiva, perché accetti un peggioramento delle condizioni. La precarizzazione del lavoro, soprattutto giovanile, fa parte di questa strategia. Tra i giovani con minore qualificazione si creano sacche che solo una fase di forte espansione potrebbe riassorbire organicamente.
Sul lato dei redditi e dei consumi, accanto a un aumento dei livelli medi sul lungo periodo (perché il capitalismo ha bisogno di smerciare l’aumento della produzione che è il risultato del processo di accumulazione e di aumento della produttività), l’attuale ciclo liberista ha prodotto un aumento delle ineguaglianze sociali e delle povertà relative in America come in Europa, nei paesi dell’Est come in Cina.
L’esistenza di sacche di povertà relativa può essere tenuta sotto controllo nella misura in cui vi è una mobilità sociale verso l’alto. Ma quando a lunghi periodi di ristagno economico consegue il ristagno sociale, l’ineguaglianza diviene esplosiva.
I giovani protagonisti della rivolta francese sono figli del proletariato, in gran parte figli e nipoti degli immigrati maghrebini e neri dell’Africa (ex) francese attratti in Francia negli anni ’50 e ’60 per alimentare la forte espansione industriale postbellica. I loro padri hanno trovato posto nelle fabbriche e nei servizi, nei lavori meno qualificati e meno pagati. Hanno trovato alloggi di fortuna, e poi hanno contribuito ad alimentare il boom edilizio degli anni ’60 e ’70 nelle cinture, le banlieue, di Parigi e delle città industriali, per dare una casa alle famiglie che avevano costituito. Acqua potabile, servizi igienici, elettricità e poi anche il telefono erano comunque un miglioramento rispetto alle condizioni da cui erano fuggiti. Hanno subito il dispotismo di fabbrica, imparando a rispondere con lo sciopero nelle fabbriche maggiori, ma molto spesso hanno dovuto subire soprusi d’ogni sorta, hanno ingoiato il dileggio per il loro accento arabo o africano, la diffidenza, il disprezzo o lo scherno per i loro costumi e, per la minoranza che l’ha conservata, per la loro fede islamica. Ma hanno infine ottenuto la cittadinanza francese – che nella loro speranza era il punto d’arrivo: la parità di diritti, la fine di soprusi e angherie. I loro figli sono nati francesi. Francesi che avrebbero potuto camminare a testa alta anche se con la pelle scura. Che avrebbero avuto una vita come quella dei loro coetanei dalla pelle chiara. Non è andata esattamente così.
Le banlieue che dovevano essere il luogo dell’integrazione sociale sono divenute il luogo della disgregazione e dell’emarginazione sociale.
Le statistiche non ci danno molto aiuto, perché l’ipocrisia statistica ufficiale francese, a differenza di quella americana, con la scusa che non vuole “discriminare” sulla base della provenienza familiare e del colore della pelle, evita di rilevare le disuguaglianze sociali che ne conseguono.

17 ottobre 1961

Lo stato di emergenza fu introdotto da una legge speciale del 3 aprile 1955 in Algeria, allora dipartimento d’Oltremare. Nello stato d’emergenza, a livello locale i prefetti possono imporre il coprifuoco, il divieto di assembramento (di assemblea), e la libertà di perquisizione anche delle abitazioni senza mandato. Il governo lo può imporre per 12 giorni. Il parlamento può prorogarlo per 3 mesi.
La legge di emergenza venne utilizzata a Parigi nell’ottobre 1961, nell’ultima fase della guerra d’Algeria in cui il FLN agiva anche sul territorio francese, organizzando gli immigrati algerini (uccisione di 22 poliziotti). Il coprifuoco vietava di uscire di casa dopo le 22 ai francesi, dopo le 20 agli immigrati. L’FLN organizzò una manifestazione di protesta il 17 ottobre, cui parteciparono 20 mila persone, uccidendo secondo la polizia circa 50 algerini, circa 400 secondo lo storico J.L. Einaudi che studiò i documenti cimiteriali. Risulta che a centinaia gli immigrati vennero gettati nella Senna dopo essere stati ridotti in fin di vita. Seguì una feroce repressione poliziesca, con pestaggi indiscriminati. Diecimila furono gli arrestati. Il prefetto Papon, che era a capo delle operazioni, durante la II guerra mondiale si era distinto nelle deportazioni di ebrei da Bordeaux.
La memoria di questo massacro si era quasi persa perché il PCF tenne vivo solo il ricordo dei 9 manifestanti uccisi nel febbraio 1962 durante una sua manifestazione per la pace in Algeria (non per l’indipendenza), passando nell’oblìo la strage del 17 ottobre 1961. Ora un sito internet documenta quelle vicende (http://17octobre1961.free.fr/index.htm).


Lo sradicamento dell’emigrazione, la vita in un ambiente estraneo e spesso ostile ha provocato diffuse situazioni di disgregazione familiare nelle banlieue, dove un terzo delle famiglie è senza il padre, un terzo in situazioni di rottura dei legami familiari; le abitazioni sono spesso fatiscenti.
Quei nuovi francesi dalla pelle scura sono certamente entrati nella scuola come tutti gli altri, ma anziché supplire a quanto le loro famiglie non potevano dare, la scuola ha riprodotto anzi amplificato il loro svantaggio culturale ed economico di partenza. I figli degli immigrati hanno alti tassi di abbandono scolastico, sono espulsi anziché formati come forza lavoro adeguata alle esigenze del capitale, quindi lasciati ai margini del mercato del lavoro. Se il tasso di disoccupazione medio in Francia è intorno al 10%, per le banlieue è intorno al 20%, e per i giovani delle banlieue arriva al 40-45%, contro il 23% medio dei giovani a livello nazionale. Che questo significhi disoccupazione di massa per i figli degli immigrati è quanto risulta dalle indagini dell’Institut Montaigne, secondo il quale la disoccupazione delle “minoranze visibili” (ossia con caratteri somatici extraeuropei) è quasi tre volte la media nazionale. Le domande di lavoro dei ragazzi con nomi arabi e africani vengono abitualmente cestinati senza lettura, tanto che Claude Bébéar, presidente dell’Institut Montaigne e del consiglio di sorveglianza del gruppo assicurativo Axa, ha proposto che i curriculum vitae siano anonimi (indice che il pregiudizio fa premio sulla meritocrazia, ma il “merito” in questa società è a sua volta in buona parte il riflesso delle condizioni sociali degli individui).
Ciò significa abiezione nel presente e insicurezza per il futuro. Anche per i giovani che trovano un lavoro, per l’80% dei contratti si tratta di lavori a termine, la metà dei quali dura meno di un mese; altri (più fortunati?) trovano nel lavoro nero, e nel supersfruttamento che esso comporta, l’unica strada per avere un reddito, per poter avere una propria indipendenza e accedere agli stessi consumi che i loro compagni d’età possono ostentare.
In queste condizioni, con quasi la metà dei giovani sulla strada senza una adeguata formazione culturale, sarebbe da stupirsi se non si formassero bande di giovani che vivono alla giornata trafficando al di fuori della legalità, alimentando una piccola delinquenza diffusa.
Le banlieue diventano ghetti, luoghi di segregazione sociale e razziale, dai quali chi può fugge, aziende incluse creando deserti occupazionali; la caduta dei valori immobiliari che ne risulta ne fa delle vere trappole per i poveri, che non possono permettersi affitti più elevati. Una spirale perversa condanna chi vi abita all’emarginazione. I giornali hanno riferito emblematici casi di giovani e donne che per trovare lavoro hanno dovuto dare il recapito di amici o parenti che abitano in luoghi più “rispettabili”.
Questo processo è spesso generato o amplificato dal ciclo stesso di ristrutturazione del capitale. Parte di queste banlieue si erano infatti formate come quartieri operai attorno ad aree industriali, meta dell’esodo rurale oltre che dell’immigrazione, negli anni ’50 e ’60, e sono state le prime vittime della ristrutturazione industriale in settori come il tessile, abbigliamento e calzature, giocattoli, ma anche elettronica e siderurgia.
Lo stesso governo francese è da tempo consapevole di questo fenomeno, avendo istituito per legge la categoria delle “Zone Urbane Sensibili” (ZUS), nella quale sono state inseriti 750 quartieri con circa 5 milioni di abitanti. In esse come si diceva il tasso di disoccupazione è doppio e il reddito annuo pro capite è del 40% inferiore alla media della Francia metropolitana; qui su 100 famiglie 57 non sono fiscalmente tassabili (contro la media francese di 40), un indice significativo del divario sociale, e solo 19 possiedono la casa. Sei milioni di persone ( il 10% del totale) vivono sotto la soglia di povertà – e non sono solo immigrati. Il taglio al welfare e la revoca dei sussidi per chi non accetta lavori a basso salario ha avuto pesanti ripercussioni in queste zone.
Le ZUS vengono privilegiate nelle politiche urbanistiche e occupazionali di enti locali e governo. Al loro interno sono state istituite 85 “Zone Franche Urbane” (44 nel 1996, altre 41 dal 2004) per attrarvi piccole aziende con l’esenzione fiscale e contributiva (sono pubblicizzate come “paradisi fiscali”), purché assumano almeno il 20% dei dipendenti tra i residenti. Questa azione di uno Stato tradizionalmente efficiente non è finora riuscita ad invertire significativamente la tendenza spontanea del mercato allo squilibrio sociale.

Musulmani gallicani e immigrati di prima scelta

Il governo francese ha cercato di affrontare con diverse misure le varie conseguenze delle diverse ondate di immigrazione. Una di queste è la forte presenza islamica.
Nonostante la Francia sia da un secolo un Paese costituzionalmente laico, con una netta separazione tra Chiesa e Stato, è chiaro che avendo in casa 5 milioni di musulmani si è posta il problema di come “francesizzare” l'Islam e come evitare il proselitismo e la radicalizzazione di certi movimenti.
È in questa ottica, dunque che è stato creato tre anni fa il Cfcm ( Consiglio francese del culto musulmano) che raccoglie sotto di sé le diverse “case” islamiche francesi ed è stata varata nel 2003 una legge che proibisce nelle scuole e nei luoghi pubblici i segni ostentatori religiosi (dalla croce al velo). Il Governo sta pensando di creare una scuola di formazione degli imam e di mettere a punto un meccanismo di finanziamento delle moschee.
Sul fronte dei flussi migratori, la linea Sarkozy è: “passare da un'immigrazione subita a una cosiddetta scelta. L'idea è quella di controllare i flussi…sulla base delle necessità del Paese. ...”
Fino al ’74 l’arrivo in Francia era vincolato solo a una visita medica, non c’erano limiti, causa il fabbisogno di nuova forza lavoro. Dopo il 1974 prevalgono gli arrivi dei familiari (nel 2003 per ogni immigrato per ragioni di lavoro ci sono 13 arrivi per ricongiungimento). E in discussione un progetto di legge per rendere più difficili i ricongiungimenti familiari, aumentando il numero di anni di convivenza necessari per acquisire la cittadinanza (da 3 a 4 e 6 a seconda che la famiglia sia in Francia o all’estero).
Sul fronte delle “zone urbane sensibili”: tra i provvedimenti presi dal governo o in discussione sono la creazione di 15 nuove “zone franche”; l’aumento da 30 a 100 mila del numero di borse di studio; l’offerta di 50 mila posti nel servizio civile quale sbocco per i giovani, la bonifica dei quartieri ghetto più fatiscenti e la costruzione di 500 mila alloggi popolari. Ma soprattutto De Villepin punta sulla riduzione dell’obbligo scolastico a 14 anni, per avviare i giovani che non proseguono gli studi all’apprendistato (si parla di salari intorno al 25% di quelli di un operaio). La Francia farebbe così un passo indietro nel livello di istruzione generale obbligatoria, ufficializzando l’esistenza di una categoria di cittadini di serie B, offrendo alle imprese forza lavoro giovanile a prezzo di liquidazione.


In questa situazione oggettiva di degrado sociale ha fatto da innesco l’azione provocatoria e repressiva dello Stato francese, il cosiddetto “effetto Sarkozy”, dal nome del ministro dell’Interno che dal 2002, per conquistare voti con l’ideologia della “legge e ordine”, ha accentuato la repressione poliziesca mirata sulle “minoranze visibili”. Una linea che secondo l’Economist altre metropoli hanno moderato perché controproducente proprio in termini di ordine pubblico: la violenza della polizia contro gli afro-caraibici nell’Inghilterra degli anni ’70 portò alla sommossa di Brixton (1981) e questo indusse il governo a rivedere i metodi della polizia; lo stesso è avvenuto dopo i moti di Los Angeles del 1992 (in seguito al pestaggio di un nero da parte della polizia, ripreso da una telecamera: quando il risentimento si è accumulato per anni, basta l’indignazione suscitata da un singolo episodio a far scoppiare la scintilla della rivolta).
In Francia dal 2002 la polizia adotta metodi persecutori nei confronti dei ragazzi di strada delle banlieue e nella loro percezione diviene ancor più la personificazione dell’oppressione sociale di cui sono vittime. Come se ciò non bastasse, Sarkozy ha pensato di aizzare i giovani di periferia con epiteti che lo pongono in chiara concorrenza con il razzista Le Pen, poi inscenando un corteo poliziesco in un quartiere dove si erano celebrati i funerali di due ragazzi morti fuggendo alla polizia (vedi I fatti). La rivolta delle banlieue è poi divenuta il terreno di scontro tra le diverse correnti nel governo francese. Contro il parere di Sarkozy, che voleva dimostrare che il suo pugno di ferro bastava senza leggi eccezionali, il primo ministro De Villepin ha riesumato lo stato di emergenza e il coprifuoco in 25 dipartimenti, e con esso il ricordo nei padri e nonni dei giovani in rivolta il ricordo della repressione dell’ottobre 1961 (vedi riquadro).

L’estensione della rivolta che segue, che investe oltre duecento città e quartieri periferici, e che porta all’arresto di 3.200 giovani, di cui solo 83 “stranieri”, indica la diffusione e l’intensità del malessere sociale vissuto in queste aree, il coinvolgimento di decine di migliaia di giovani nelle azioni di strada. I metodi di lotta utilizzati – principalmente l’incendio di automobili (a migliaia), di autobus, di edifici pubblici tra cui le scuole – quasi tutti negli stessi quartieri dove le bande abitano, danneggiando quindi famiglie che vivono condizioni sociali analoghe alla loro, indicano che al dì là della ricerca dello scontro con la polizia e della richiesta di dimissioni di Sarkozy, questi giovani non hanno nessuna consapevolezza politica, nessun coordinamento o piano di lotta, nessun obiettivo politico o sociale per cui lottare (la loro aspirazione si ferma agli oggetti e ai simboli dei consumi giovanili di massa), solo la rabbia da sfogare.
Ma un marxista non si può fermare alla critica di questo vuoto culturale e politico. Non si tratta di un sottoproletariato destinato a fungere da massa di manovra delle agitazioni reazionarie della borghesia. Sono figli di proletari, parte di essi già lavoratori per quanto precari, sono lo strato inferiore e più debole della nostra classe. Fare la morale alla classe non è un atteggiamento marxista. Questi giovani non hanno consapevolezza di classe perché non sono passati dalla scuola della fabbrica, e perché non hanno incontrato un’organizzazione marxista sulla loro strada, capace di parlare il linguaggio della loro esperienza. Molti di essi arriveranno col tempo ad inserirsi in un rapporto regolare di sfruttamento e potranno apprendere dalla vita e dai compagni di lavoro una coscienza di classe.
Anche in Italia, in ritardo come terra di immigrazione rispetto alle altre metropoli, sta crescendo ora la prima, numerosa “seconda generazione” di immigrati. E’ probabile che contraddizioni analoghe a quelle francesi si riprodurranno anche nelle nostre città e periferie. Anche qui è responsabilità dei marxisti fare in modo che essi trovino la spiegazione della loro condizione e la prospettiva per il futuro nel marxismo e non in ideologie religiose o terroriste – e che non si accontentino di ricercare l’integrazione nella società capitalistica.






C.M.

Pubblicato su: 2006-04-20 (2021 letture)

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