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N°9 Pagine Marxiste - Agosto-Ottobre 2005
Respiro di guerra dello Stato imperialista
La formazione economico-sociale americana


Qual è la funzione dello Stato in una società capitalistica matura, in un paese imperialista?
Il marxismo ha da tempo dato una risposta teorica a questo problema. Lo studio della dinamica del più grande tra gli Stati, espressa nei dollari della spesa pubblica lungo tre quarti di secolo, ci permette un’analisi storica concreta dell’effettivo ruolo giocato dallo Stato lungo diversi cicli economici e politici.
Espansione e contrazione dell’attività dello Stato sono in gran parte dettate non dalle ideologie più stataliste o più liberiste dei partiti in carica, ma dalle necessità dell’economia e soprattutto della lotta internazionale per la spartizione del mercato mondiale. Lo Stato è l’apparato collettivo della classe dominante – nella nostra epoca la borghesia – che ha la duplice funzione di garantire all’interno il dominio sulla classe dominata e di confrontarsi all’esterno con le borghesie concorrenti nella lotta per la spartizione del mondo. L’adempimento di queste funzioni richiede enormi apparati, composti da milioni di uomini (burocrazia centrale e locale, forze dell’ordine, militari, magistratura, insegnanti, ecc.), e dotati di ingenti risorse.
La borghesia ha la necessità di devolvere una quota importante del plusvalore che estrae dalla classe lavoratrice al mantenimento e rafforzamento di questo apparato. Ma allo stesso tempo, proprio perché si tratta di plusvalore in gran parte sottratto all’accumulazione e alla produzione di nuovo plusvalore, la borghesia cercherà di contenere la spesa pubblica nei limiti minimi indispensabili. Diverse frazioni della borghesia potranno avere idee diverse sul livello indispensabile della spesa pubblica, in base ai loro diversi interessi, e quindi si avranno battaglie politiche tra “liberisti” e “statalisti”; in generale possiamo tuttavia affermare che la quota del prodotto assorbita dalla spesa pubblica varia in funzione dell’intensità delle contraddizioni economiche, sociali e politiche che minacciano il regolare esercizio del dominio di classe e la partecipazione della borghesia nazionale alla ripartizione del plusvalore mondiale. La storia della spesa pubblica americana ne è una chiara dimostrazione.
Utilizziamo i dati forniti dal Bureau of Economic Analysis (BEA) riguardanti la ripartizione del Prodotto Interno Lordo (PIL). Secondo il BEA, tra il 1929 e il 2004 il PIL americano si è moltiplicato per 12,5 volte in termini reali (ai prezzi del 2000). Questo è il risultato combinato di un aumento di quasi 5 volte della forza lavoro salariata (da 27 a 131 milioni), e della produttività del suo lavoro. Le percentuali di PIL devolute al funzionamento degli apparati statali sono quindi calcolate su una massa fortemente crescente di ricchezza prodotta annualmente.

STATO INVESTITORE NELLA CRISI DEGLI ANNI TRENTA

Nel 1929 la spesa pubblica assorbiva il 9,1% del PIL USA. Nel 2004 ne ha assorbito il 18,6%, più del doppio. Dato che questa variazione avviene su un arco di tre quarti di secolo, possiamo parlare di trend secolare all’aumento della quota di prodotto assorbita dallo Stato. Se consideriamo il dato in termini assoluti, l’aumento è ben più imponente. Secondo il BEA, nel periodo considerato il PIL si è moltiplicato per oltre 11 volte in termini reali (ai prezzi del 1996). Questo significa che la spesa pubblica nel 2002 ha assorbito una massa di ricchezza di oltre 25 volte maggiore che nel 1929 (anche se la massa della spesa in termini reali risulta aumentata di “sole” 16 volte, perché l’efficienza della pubblica amministrazione è migliorata meno di quella generale del sistema). Sia che prendiamo l’uno o l’altro parametro, significa che le dimensioni dello Stato hanno avuto l’enorme incremento di 16-25 volte nel corso di tre generazioni. E’ un primo dato che ci dà l’idea del carattere mastodontico di questo Leviatano e della potenza che ha acquisito.
Ma questo incremento non ha seguito un andamento lineare. Già nel 1930 la quota della spesa pubblica sul PIL sale dal 9,1 all’11%, e continua a salire fino al 15,9% del 1934. E’ la conseguenza della crisi economica innescata dal crollo di Wall Street nell’ottobre del 1929. In 5 anni la spesa passa da meno di un decimo a quasi un sesto del PIL. Il PIL diminuisce di circa un quinto, ma la spesa pubblica aumenta di un quarto. E’ proprio il crollo della produzione a richiedere un aumento della spesa statale per sostenerla e risollevarla. Questo aumento della spesa pubblica si chiama New Deal, un colossale programma di lavori pubblici, che rappresentano un investimento collettivo di capitale per le frazioni dell’imperialismo americano. Qui lo Stato interviene come agente economico, rastrella capitali inutilizzati e li impiega per investimenti in infrastrutture (autostrade, opere idroelettriche come quelle costruite dalla Tennessee Valley Authority) che aumentano la capacità produttiva USA e suppliscono alla carenza di investimenti privati, crollati dal 15,9% del PIL nel 1929 al 2,2% nel 1932. Una borghesia come quella americana, con una tradizione e una ideologia di laissez faire, di fronte al precipitare dei propri affari e profitti diventa fautrice della “spesa sociale”. Negli stessi anni lo statalismo si rafforza anche in Europa, sia nelle forme politiche del fascismo e nazismo, che in quelle delle democrazie britannica e francese, e con il capitalismo di Stato della Russia staliniana. Negli anni Trenta lo Stato opera come “capitalista collettivo ideale”, secondo la definizione data da Engels nell’Antidühring, divenendo esso stesso agente dell’accumulazione di capitale sociale, generando esso stesso domanda di merci, onde impedire l’avvitamento dell’economia nel caso americano, onde spingere al massimo l’accumulazione forzata, comprimendo all’estremo i consumi di operai e contadini con l’uso della violenza nel caso russo.

METÀ NAZIONE LAVORA PER LA GUERRA

Il New Deal permette di evitare l’avvitamento, ma non genera di per sé il rilancio del ciclo. Ancora nel 1938 il PIL USA è di soli due punti percentuali sopra il livello del 1929. Sarà un altro, ben più poderoso intervento dello Stato a rilanciare l’economia americana nei primi anni Quaranta. Tra il 1935 e il 1940 la spesa pubblica era rimasta tra il 14% e il 16% del PIL. Tra l’8 e l’11 dicembre 1941 gli Stati Uniti dichiarano guerra al Giappone, alla Germania e all’Italia. I primi preparativi erano già cominciati. Nel 1941 la spesa pubblica era salita al 21% del PIL, nel 1942 balza al 38,8%, nel 1943 e ’44 è intorno al 48% : quasi metà del prodotto nazionale viene appropriato dallo Stato, e la quasi totalità (tra l’88 e il 90% nel ‘43-45) va alla spesa militare.
In termini reali, ai prezzi del 1937, nel giro di 4 anni la spesa pubblica complessiva cresce di 6,6 volte, quella federale di quasi 15 volte, quella militare di 36 volte. Avendo deciso di entrare con tutta la sua forza nella lotta per la spartizione del mondo – presentata da F.D. Roosevelt come la lotta per la libertà – la borghesia americana conferisce al suo Stato enormi poteri di centralizzazione. Nel giro di tre anni lo Stato si appropria di un terzo di tutta la ricchezza prodotta in più di quanto già si appropriava nel 1940. I consumi delle famiglie scendono da tre quarti a metà del PIL (dal 73% del PIL nel 1939 al 49,4% nel 1944); ma attenzione, gli americani non hanno dovuto scegliere tra burro e cannoni: le enormi commesse belliche rilanciarono la produzione su una scala mai vista, cosicché in 4 anni di guerra il PIL USA aumentò del 75%. Di conseguenza i consumi personali aumentarono di circa il 10% tra il 1940 e il ’44. La mobilitazione bellica azzerò la disoccupazione, mentre milioni di donne rimpiazzarono nelle fabbriche gli uomini mandati al fronte. Si spiega anche con questa tenuta del tenore di vita l’adesione di massa alla guerra della classe lavoratrice americana. Negli anni della guerra anche gli investimenti privati scesero a nuovi minimi (dal 13% al 3% del PIL), perché gli impianti esistenti, in parte inutilizzati, vennero riconvertiti e fatti girare giorno e notte per produrre armi anziché nuove macchine e fabbricati.
L’entità dello sforzo bellico, per il quale lo Stato arriva ad assorbire metà di tutta la ricchezza prodotta, dà un’idea della forza centralizzatrice dello Stato imperialista quando le maggiori frazioni della classe dominante convergono nella decisione di guerra per i loro interessi vitali. In tre anni lo Stato sestuplica il suo peso assoluto e triplica quello relativo, riorienta tutto l’apparato produttivo (menti comprese) in funzione dello sforzo bellico, per il quale non ci sono limiti di mercato: se non bastano i soldati americani ad usare tutte le armi prodotte, ci sono i britannici, gli indiani, i russi.
E’ la guerra – che richiede il massimo di statalismo – a far uscire l’economia americana dalle secche della stagnazione degli anni ’30.

GLI ALTI E BASSI DELLA SPESA MILITARE

A guerra finita la spesa statale americana ridiscende a circa il 15% del PIL, e al suo interno la spesa militare lascia spazio a quella civile, scendendo da quasi il 90% a poco più del 40% della spesa totale e al 6-7% del PIL. E’ comunque un livello molto elevato, se si confronta con quello degli anni ’30, quando era rimasta tra l’1% e l’1,6% del PIL. Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’imperialismo americano non rifluisce su posizioni isolazioniste come dopo la prima, e mantiene un apparato militare che gli permetta di conservare il predominio mondiale.
L’impegno militare vedrà nel cinquantennio successivo tre-quattro cicli di spesa :
1) nel 1952-53 con la guerra di Corea la spesa militare risale al 15% del PIL (uno sforzo pari a quasi un terzo di quello della Seconda Guerra Mondiale) portando la spesa complessiva a sfiorare il 24% del PIL nel 1953 ;
2) dopo la Guerra di Corea la spesa militare non scende sotto il 10% del PIL per tutto un decennio. E’ la corsa agli armamenti, atomica e missilistica, della “Guerra Fredda”. Gli Stati Uniti devono affermare la loro superiorità militare nei confronti dell’URSS, che finita la guerra continua a devolvere gran parte delle sue risorse all’economia di guerra.
3) A metà anni ’60 la spesa militare scende fino all’8,7% del PIL, ma risale subito oltre il 10% nel 1967 e 1968, per la Guerra del Vietnam. L’impegno per il Vietnam, in rapporto al PIL americano si allenta dopo il 1968. La spesa militare scende al 6-7% del PIL già prima della ritirata dal Vietnam a metà anni ’70, e sotto il 6% negli ultimi anni ’70. Si tratta della quota più bassa dalla Seconda G.M., ma non dimentichiamo che è riferita a un PIL cresciuto di due volte e mezza: nella “distensione” di fine anni ’70 la massa reale della spesa militare è superiore a quella della Guerra di Corea.
4) Il riarmo reaganiano degli anni ’80 riporta la spesa militare al 7,5% del PIL, sfiancando la Russia che, lanciatasi in una nuova contesa con l’invasione dell’Afghanistan (1980), cerca di tenere testa agli USA sul terreno militare nonostante la sua economia sia soltanto una frazione di quella USA.
Il conseguente crollo dell’URSS e la fine della Guerra Fredda lasciano gli USA senza più rivali sul terreno militare. Possono mantenere la superiorità assoluta, e non solo relativa, con un impiego relativamente ridotto delle risorse. Negli anni ’90 la spesa militare scende fin sotto il 4% del PIL.
5) La presidenza di George W. Bush avvia una ripresa della spesa militare per porsi in grado di stroncare sul nascere l’emergere di nuovi rivali militari (la dottrina della guerra preventiva) e nel frattempo ampliare e consolidare la sfera d’influenza americana (Afghanistan, Irak). Dal minimo storico post-1940 del 3,8% del PIL, la spesa militare è risalita fino al 4,7% del PIL nel 2004. Per il 2005 è previsto un ulteriore incremento, ma è ancora presto per valutare ampiezza e durata di questo nuovo ciclo riarmistico.
Se vogliamo valutare non lo sforzo bellico come rapporto tra spesa militare e PIL, ma la massa reale delle risorse materiali e tecniche mobilitate per l’industria del macello [Figura 2] noi abbiamo che :
- in termini reali la spesa militare aumenta di 95 (sic) volte tra il 1929 e il 1944, e si riduce a un settimo nel 1947 (quando resta 13 volte più grande che nel 1929). Posto il 1947 = 100, nella Guerra di Corea la spesa militare raggiunge il livello 282 e rimane a 220-230 negli anni Cinquanta, per risalire a 250 nel 1962 (pari a 32-33 volte il 1929). Posto il 1962 = 100, la spesa bellica raggiunge un massimo di 120 nel 1968 (Vietnam), ma negli anni ’70 scende fino a 80. Solo nei negli anni ’80 la spesa militare recupera e supera il livello reale del 1962, giungendo a 133 nel 1987. In termini di risorse reali utilizzate la spesa del 1987 rappresenta il massimo storico raggiunto nel dopoguerra. E’ tuttavia ancora solo pari al 59% del livello del 1944, nonostante il PIL sia aumentato di 3,5 volte.

Posto il 1987 = 100, tra il 1987 e il 1991 la spesa militare rimane su livelli elevati, poi scende rapidamente fino a 77 nel 1997, livello mantenuto fino al 2000. Nel 2002 era già risalita a 89.
Da questa analisi statistica possiamo rilevare come la spesa militare sia una funzione della contesa tra le potenze imperialiste. Più serrata è la contesa sul terreno militare, più alta la quota di prodotto devoluta alla spesa pubblica. Il declino della quota di spesa militare negli anni ’90 riflette una rafforzata superiorità relativa, che vede un forte distacco tra la capacità militare americana e quella di qualsiasi possibile rivale o coalizione di rivali. Ma il tentativo di opposizione da parte dell’asse franco-tedesco, appoggiato dalla Russia, alla guerra in Irak, e l’indisponibilità o riluttanza di altri grandi Stati ad inviare truppe di appoggio indica agli Stati Uniti che la tendenza al multipolarismo è operante e forte. Il Giappone alza il suo profilo militare, mentre l’ascesa economica di Cina e India ne fa due potenziali grandi potenze militari a partire dal prossimo decennio. Difficilmente l’imperialismo americano lascerà scendere di nuovo la spesa militare ai livelli di fine anni ’90.
I raffronti storici mostrano che margini di aumento non gli mancano. In fondo nel 2004, con 150 mila soldati impegnati in Iraq, la spesa militare assorbiva “solo” il 4,7% del PIL, valore toccato in discesa nel 1995, pari a metà del picco toccato con il riarmo reaganiano. L’imperialismo americano ha ancora molto fiato economico per le future corse riarmistiche. Ma anche i nuovi potenziali avversari, europei, asiatici e financo latino-americani hanno grossi margini per espandere lo sforzo militare. Prima o poi lo faranno.

CENTRALIZZAZIONE E DECENTRAMENTO

Come già negli anni Trenta, anche nel dopoguerra non è tuttavia la sola spesa militare a determinare l’andamento della spesa pubblica. Nel mezzo secolo seguito alla Guerra di Corea la spesa militare è diminuita di 10 punti, dal 14 al 4% del PIL. La spesa pubblica complessiva è però scesa solo di 5 punti, dal 23 al 18% del PIL. L’altra grande tendenza postbellica, che ha in parte compensato il calo relativo della spesa militare, è stato l’aumento della spesa locale e statale (negli Stati Uniti il termine “statale”, contrapposto a “federale”, si riferisce ai singoli Stati dell’Unione).
La ripartizione della spesa pubblica tra federale e statale-locale è un indicatore del grado di centralizzazione / decentramento dei poteri dello Stato.
Alla fine degli anni ’20, fino al 1930 la spesa locale e statale comprende oltre l’80% di tutta la spesa pubblica. Vinta la Grande Guerra, fatta la scelta del disimpegno isolazionista, il potere federale si ritira e lascia gran parte delle attività di pubblica amministrazione a Stati, contee, comuni. Ma con il New Deal il potere federale raddoppia il suo peso sulla spesa pubblica (40%). La risposta alla crisi non può essere lasciata alle autorità locali. La crisi determina centralizzazione federale dei poteri statali. La Seconda Guerra Mondiale impone il massimo di centralizzazione: oltre il 90% di tutta la spesa pubblica è federale (e quasi per intero militare). La spesa statale e locale, che era 4 volte quella federale nel 1931 e ancora una volta e mezza nel 1939, è solo un decimo di quella federale negli anni della guerra, con un calo anche in termini reali. Nel dopoguerra (esclusa la parentesi coreana) abbiamo una lenta ma continua espansione della spesa statale e locale rispetto a quella federale: nel 1970 la eguaglia, nel 2000 ne è il doppio. Il cinquantennio “pacifico” (si fa per dire) ha portato a una consistente erosione del potere federale da parte dei poteri locali e statali, e a un aumento della spesa locale e statale dal 7% del PIL nel 1950 al 12% nel 2000. I primi anni del nuovo secolo vedono una ripresa della spesa federale tutta dovuta alla risalita della spesa federale.
La borghesia delega il massimo di risorse e di potere al centro per far fronte alle crisi e alle guerre. Nei periodi di minori tensioni prevalgono in essa gli interessi locali ad avere ad esempio infrastrutture funzionanti e bacini di forza lavoro efficienti, ma è pronta di nuovo a centralizzare risorse per superare le nuove crisi e combattere le nuove guerre.
Le ideologie liberiste o stataliste, di volta in volta prevalenti, più che determinare l’entità della spesa e dell’intervento pubblico nell’economia, sono il riflesso del ciclo economico e politico-militare internazionale.






R.L.

Pubblicato su: 2006-02-12 (1841 letture)

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