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N9 Pagine Marxiste - Agosto-Ottobre 2005
Il capitalismo cinese a caccia di petrolio


Nel 1980 la Cina aveva poco più del 3% del PIL mondiale; nel 2004 oltre il 13%. Dietro questo dato c’è l’aumento di oltre 10 volte della produzione cinese nel corso di una generazione. Esso è il frutto di un grande processo di proletarizzazione e di una imponente accumulazione di capitali accelerata dall’afflusso di capitali esteri; ma solo una crescente disponibilità di fonti di energia ha materialmente potuto permettere questa crescita. Il consumo di energia è raddoppiato, quello di elettricità è triplicato in soli 14 anni (a oltre tre volte quello della Germania e il doppio del Giappone); quello di petrolio è quadruplicato, per effetto soprattutto dell’enorme aumento dei trasporti su strada. Mentre gran parte dell’elettricità è prodotta da fonti interne (carbone ed energia idrica), per il petrolio la Cina ha un crescente bisogno di importazioni. Tra il 1980 e il 2004 l’aumento dei consumi cinesi di petrolio ha assorbito il 26% dell’aumento della produzione mondiale (passando da 1,8 a 6,7 milioni di barili al giorno). Dal 1992 le importazioni hanno superato l’export assumendo un’importanza crescente, e raggiungendo quasi la metà (il 47%) dei consumi petroliferi cinesi nel 2004.
La Cina è entrata con forza nella battaglia per la spartizione delle fonti di energia. Una battaglia condotta per ora dalla Cina con mezzi prevalentemente economici e politici, ma che in varie parti del mondo – Irak in testa – vede l’intervento militare delle maggiori potenze.

Seconda potenza energetica

Nel 1974 la Cina era il quarto consumatore mondiale di energia, dietro USA, Giappone e Germania, già nel 1980 era seconda, davanti a Giappone e Germania. passando dal 5,5 al 6,4% fino a raggiungere il 13,6% nel 2004. Dei 1386 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio consumate dalla Cina nel 2004 come energia primaria, 957 provenivano da carbone (69%), 309 da petrolio (22%), 74 da energia idroelettrica (5%), 35 da gas (3%) ed 11 da fonti nucleari (<1%). Nello stesso anno la Francia copriva meno del 5% con carbone, il 38% col nucleare ed il 36% col petrolio, gli USA rispettivamente 24%, 8%, 40%.
Come si può notare la Cina utilizza in maggior parte il carbone come fonte primaria di energia, superando nettamente in percentuale sia il valore mondiale che quello dell’Asia del Pacifico.
Uno fra i principali utilizzi del carbone è la produzione di energia elettrica, che costituisce un indice del livello di industrializzazione di un paese. Dal 1990 ad oggi la Cina l’ha incrementata del 350% (da 621 a 2187 TWh)1 portandosi dal quarto posto dietro USA, Russia e Giappone al secondo posto mondiale dopo gli USA. Nel solo 2004 la potenza installata cinese è aumentata di 50,55 milioni di kW, pari ai tre quinti della capacità installata totale italiana del 2004; per l’anno in corso è previsto un aumento simile: in meno di due anni la Cina aggiunge l’equivalente di più di tutte le centrali italiane! Nonostante questi enormi investimenti, la domanda, trainata dall’espansione della produzione industriale, ha una crescita ancora maggiore e in diverse regioni vi sono frequenti black-out e le imprese si trovano costrette a spostare la produzione nei periodi di minor domanda quali i week-end e le notti.
La Cina possiede enormi riserve di carbone (nell’estrazione del quale ogni anno muoiono migliaia di minatori cinesi – oltre 6 mila morti nel 2004), per il quale è autosufficiente (ne produce 990 a fronte di un consumo di 957 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio). Ha viceversa una crescente necessità di approvvigionamento petrolifero, che non può soddisfare con le scarse risorse interne. Il petrolio è una fonte energetica vitale soprattutto per il settore dei trasporti in forte espansione e, insieme al gas, per la chimica.
Dal punto di vista della domanda petrolifera nel 2003 la Cina ha sorpassato il Giappone nella classifica dei consumatori raggiungendo il secondo posto con 6,4 milioni di barili giornalieri (b/g), posizionandosi dopo gli Stati Uniti che con 21 milioni di b/g utilizzano un quarto della produzione globale.
Fra il 1999 e il 2004 la produzione mondiale petrolifera è aumentata del 10% (da 72 ad 80 milioni di b/g). Di questo aumento di 8 milioni di barili ben il 31% è stato assorbito dall’aumento delle importazioni cinesi salite da 1,2 milioni di b/g nel 1999, meno della metà rispetto alle importazioni tedesche (di 2,8 milioni di b/g in quell’anno) a 3,2 milioni di b/g nel 2004 (Germania: 2,6 milioni). La crescita della domanda cinese a ritmi molto superiori a quelli della produzione mondiale è una concausa della crescente tensione sul mercato petrolifero che ha fatto più che raddoppiare i prezzi negli ultimi 3 anni a circa 60$ al barile nel momento in cui scriviamo.

Safari cinese

Le società petrolifere cinesi si sono trovate a competere nel mercato mondiale, con i pesi massimi del settore, vedendosi costrette a infilarsi nei varchi lasciati sguarniti dalle grandi.
Un esempio è il Sudan, che rappresenta per la Cina il più grande progetto petrolifero estero; guardando dalla prospettiva opposta la Cina per il Sudan è il maggiore fornitore di armi. La Cina ha approfittato del relativo isolamento del governo sudanese rispetto alle potenze occidentali, per ottenere concessioni petrolifere in cambio di appoggio politico, anche rispetto alle guerre civili interne, contro le pressioni delle potenze europee e americana che impugnavano la repressione nel Darfur. In Sudan le compagnie cinesi hanno investito 15 miliardi di dollari e controllano, tramite la China National Petroleum Company, il 40% della Greater Nile Petroleum Operating Co, che è la maggiore società petrolifera operante in Sudan e garantisce il 10% delle importazioni petrolifere totali cinesi.
La società cinese CNPC ha inoltre finanziato con 300 milioni di dollari il 50% dell’espansione della raffineria di Khartoum e la costruzione di 750 km di oleodotto che collegano l’oleodotto del sud Sudan con le raffinerie di Port Sudan. Motivandolo con un’amicizia di antica data Cina e Sudan stringono sempre più il loro sodalizio politico economico e militare. A soli 5 giorni dalla risoluzione 1590 dell’ONU che decretava l’invio di truppe “di pace” nel sud Sudan, la Cina annunciava l’invio di una sua “forza di pace” comprendente 275 ingegneri con lo scopo di ricostruire le infrastrutture.
Sempre in Africa la compagnia cinese China Petroleum & Chemical Corp. (SINOPEC) nel dicembre 2004 ha firmato un accordo con la Nigeria per l’estrazione di petrolio in acque profonde nel delta del Niger. In Angola un gruppo cinese ha offerto 2 miliardi di dollari per aggiudicarsi lo sviluppo del 50% dell’area 18 in concessione della Shell, a fronte di una precedente offerta di 620 milioni fatta dal gruppo indiano Oil and Natural Gas Corporation Limited.

Partite in Asia

Contemporaneamente la Cina si sta dirigendo su altri fronti: Iran e Kazakistan. SINOPEC ha firmato con l’Iran lo scorso anno un grosso accordo da 70 miliardi di dollari per la fornitura di 250 milioni di tonnellate di gas liquefatto in 30 anni, e per lo sviluppo dell’enorme giacimento petrolifero di Yadavaran, da cui riceverà 150 mila barili al giorno per 25 anni. Nel 2003 l’Iran era il primo fornitore di petrolio alla Cina con il 13% delle importazioni cinesi. Da parte del governo cinese quest’accordo è stato contraccambiato opponendosi al deferimento dell’Iran al Consiglio di Sicurezza ONU per la proliferazione nucleare.
Nel Medio Oriente la guerra ha vanificato un accordo tra la Cina e l’Irak per una partecipazione allo sfruttamento di un giacimento; la Cina sta però stringendo rapporti con l’Arabia Saudita: SINOPEC ha ottenuto una licenza di esplorazione su un’area di 40.000 kmq nel bacino di Rub al-Khali, mentre società saudite potrebbero ampliare una raffineria nel Fujian.
In Kazakistan, paese confinante con la Cina, nel maggio del 2004 la CNPC ha acquisito il 60% della kazaka Aktobemunaigaz (gas) con la promessa di investimenti per i prossimi 20 anni e la costruzione di un gasdotto da Atasu nel Kazakistan centrale allo Xinjiang per 700 milioni di dollari. A maggio, a meno di due settimane dal massacro di centinaia di manifestanti da parte delle truppe uzbeke, il presidente uzbeko Karimov veniva accolto a Pechino con onori, e con la firma di accordi per l’accesso a 23 campi uzbeki da parte della CNPC.
Negli ultimi mesi la società cinese CNOOC (China National Oil Offshore Corp) ha cercato di realizzare la più grossa acquisizione all’estero, tramite un’offerta di 18,5 miliardi di dollari per la californiana Unocal, per ottenerne i giacimenti di gas nel sud-est asiatico. Nonostante l’offerta avesse incontrato il favore degli azionisti, la CNOOC ha poi dovuto ritirarsi per l’opposizione politica del Congresso che predicando liberismo a livello mondiale non esita ad usare il potere dello Stato per mantenere il controllo sulle risorse strategiche.
Dopo il fallimento nel tentativo di acquisizione della Unocal, la Cina ha aumentato la pressione in Kazakistan tramite un’offerta di 4,18 miliardi di dollari della CNPC, superiore ai 3,98 dell’indiana ONGC, per il 100% della PetroKazakhstan, società di diritto canadese ma con attività in Kazakistan, dove produce quasi 100 000 b/g di petrolio al giorno e possiede la più moderna raffineria dell’ex URSS nell’Asia centrale. Per superare le resistenze nazionalistiche kazake, la CNPC cederà un terzo di PetroKazakhstan e metà della raffineria alla statale KazMunaiGaz.
Con l’appoggio russo-cinese, il presidente kazako Karimov ha chiesto agli americani di lasciare la base K2 entro 6 mesi.
Altre direttrici della Cina sono quella verso i grandi giacimenti di petrolio e di gas della Siberia orientale, e quella verso il Mar Cinese Orientale, sotto il quale sono stati scoperti ingenti giacimenti di gas. Su entrambe queste direttrici la Cina si scontra con il Giappone. Nel primo caso da anni la Russia tiene da anni in sospeso Cina e Giappone, che hanno due tracciati alternativi per l’oleodotto. Dopo aver indicato la propensione per il tracciato giapponese (da Angarsk fino a Nakhodka, sul Pacifico), per il quale il Giappone offre 5 miliardi di dollari, l’ultimo pronunciamento russo (settembre 2005) è per dare la precedenza al tracciato cinese fino a Daqing in Manciuria per 20 milioni di tonnellate l’anno, senza escludere la successiva costruzione del ramo verso l’oceano, la cui progettazione è stata nel frattempo sospesa per “violazioni ecologiche”; nel frattempo verrebbero inviati a Nakhodka 10 milioni di tonnellate l’anno per ferrovia. Tra le motivazioni di Putin per l’opzione cinese è il fatto che la Cina coi suoi acquisti di armi tiene in vita l’industria bellica russa.
Nel Mar Cinese Orientale Cina e Giappone si contendono il controllo di un’area sottomarina ricca di gas. La Cina ha avviato lo sviluppo di un giacimento al limite dell’area economica esclusiva che il Giappone le riconosce, e ha inviato cinque navi militari a difesa della piattaforma; il Giappone ha concesso alla sua Teikoku Oil diritti di sfruttamento sullo stesso giacimento, in zona contesa, e minaccia di fare intervenire la sua flotta. Sono in corso anche trattative per lo sviluppo congiunto nell’area contesa, ma le tensioni politiche tra i due paesi non fanno presumere che un accordo sia vicino.
Sempre in Asia, la CNOOC è divenuta il maggior produttore di petrolio offshore in Indonesia, in partnership con la società nazionale Pertamina, con l’acquisto nel 2002 delle attività della spagnola Repsol-YPF per 585 milioni di $.

Venezuela e Canada

La Cina si è spinta anche nelle Americhe. Con il prezzo del petrolio da tempo sopra i 25$ al barile sono diventati interessanti anche i giacimenti di sabbie bituminose del Canada. I 174 miliardi di barili stimati sono secondi solo alle riserve dell’Arabia Saudita, ma hanno alti costi di estrazione, dovuti alla necessità di lavorazioni più complesse. Nell’aprile di quest’anno la cinese CNOOC ha firmato un accordo per acquisire il 17% della MEG, società con 4 miliardi di barili di riserve stimati nelle sabbie bituminose canadesi. Le società cinesi, nello stesso periodo hanno fatto ripetute visite in Canada per sostenere la costruzione di un oleodotto di 1200 km dalla regione di Alberta, dove si trovano i giacimenti, ai porti della British Columbia dai quali il petrolio potrà essere esportato in Cina.
La Cina ha approfittato infine della volontà del Venezuela di ridurre la propria dipendenza dal mercato USA, firmando alcuni accordi preliminari per lo sfruttamento di 15 giacimenti “maturi” nell’Est del paese, in aggiunta ai due che già la CNPC gestisce. Il Venezuela fornirà 120 mila b/g alla Cina, rispetto ai 69 mila attuali. I dirigenti cinesi osservano tuttavia che per motivi geografici gli Stati Uniti resteranno di gran lunga il primo cliente del Venezuela.
Nella sua sete di petrolio la Cina è oggettivamente in competizione con le altre maggiori potenze per la spartizione delle risorse petrolifere. Questa spartizione è oggi condotta con mezzi prevalentemente economici, ma questa competizione ha già dei forti risvolti politici e militari.



Note:

1. Terawatt/ora, 1 Terawatt = 1000 miliardi di watt




D.B.

Pubblicato su: 2006-02-12 (1683 letture)

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