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N°9 Pagine Marxiste - Agosto-Ottobre 2005
La tormentata questione palestinese


Il ritiro dei coloni e dell’esercito israeliano dalla striscia di Gaza ha riattirato l’attenzione sulla irrisolta questione palestinese, in cui generazioni di comunisti sono stati emotivamente e politicamente coinvolti. Ad ogni nuovo episodio della vicenda vanno smascherate le ideologie strumentali agli interessi di volta in volta delle borghesie arabe, della borghesia israeliana o degli imperialismi, per i quali i palestinesi o meglio i loro dirigenti sono stati spesso un investimento di riserva per garantirsi comunque un interlocutore, al di là di possibili rivolgimenti politici, in un’area vitale sul piano delle risorse (petrolio) ma anche della geopolitica (il Medio Oriente come crocevia fra Asia, Africa ed Europa).

Questione palestinese e politica imperialista

La questione palestinese nasce fra ’800 e ’900, man mano che ondate di ebrei provenienti dall’Est europeo emigrano in Palestina, allora parte dell’Impero turco ottomano. Ma esplode come contrasto interetnico negli anni Trenta quando gli inglesi incoraggiano questa immigrazione (gli ebrei passano dall’11% della popolazione nel 1914 al 30% nel ’36) e la frazione ebraica sionista teorizza che nelle fattorie ebraiche non si deve dar lavoro ai braccianti arabi. Gli inglesi mirano con la loro politica a porsi come ago della bilancia fra le due comunità per giustificare il loro mandato sulla Palestina. Ma alla fine della II guerra mondiale, è interesse comune a Urss e Usa di ridurre l’influenza europea sul petrolio mediorientale. Per questo sia Usa che Urss appoggiano la nascita in Palestina di uno Stato di Israele accanto a uno Stato Palestinese, due Stati relativamente deboli e in continua lotta fra loro che diano alle due superpotenze pretesti per un continuo intervento. La spartizione è sancita da un voto Onu il 27 novembre del ’47. Gli ebrei che fino a quel momento occupavano il 6% del territorio se ne vedono assegnare il 56%. Libano, Transgiordania e Siria, guidati dall’Egitto, attaccano Israele il giorno successivo alla sua proclamazione come Stato (15 maggio ’48), ma vengono battuti dall’eterogeneo esercito israeliano, l’Haganah, armato dai russi. L’armistizio firmato nel febbraio ’49 non sarà mai seguito da una pace.
Nel ’48 si ha di fatto una spartizione fra gli Stati arabi dei territori che avrebbero dovuto costituire lo Stato palestinese: l’Egitto occupa la striscia di Gaza, la Giordania la Cisgiordania e la parte est di Gerusalemme (mentre Israele occupa il 78% del territorio palestinese). E’ anche per l’intervento dei paesi arabi “amici” che quindi non si forma lo Stato palestinese; e se mai esso sarà comunque più ridotto dello Stato che i palestinesi avrebbero ottenuto nel ’47 (22% invece che 44% della Palestina).

La bieca strumentalizzazione dei profughi

Inizia l’odissea dei profughi palestinesi. Braccianti e piccoli contadini arabi fuggono dai territori israeliani in cui imperversano le bande dell’Irgun, guidate da Begin (poi premio Nobel “per la pace”). Un episodio per tutti. Scrisse con orgoglio Begin che “il massacro dei 250 abitanti del villaggio di Deir Yassin fu sufficiente per indurre la popolazione araba ad abbandonare case e campi”. Mentre Israele accolse come cittadini i profughi sefarditi, cioè i 600 mila ebrei che abitavano il Nord Africa e ne furono cacciati nel ’48, negli Stati arabi in cui si rifugiarono i palestinesi furono considerati (e sono tuttora) esiliati apolidi e come tali vennero sistemati nei campi. Solo la Giordania offrì loro la cittadinanza e il diritto al lavoro. In Libano, Siria ed Egitto non venne loro riconosciuto nemmeno il diritto di frequentare le scuole pubbliche, di possedere case o terra.
Per alleviare le sofferenze dei rifugiati, le Nazioni Unite costituirono l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees) con il compito di provvedere alla loro sistemazione, ma evitando di fatto di promuoverne l’assimilazione. D’altro canto i governi arabi non desiderano una soluzione al problema profughi perché ciò eliminerebbe il pretesto dello scontro con Israele. Dai campi profughi traggono manodopera a buon mercato (in conseguenza di questa politica endemica di discriminazione i rifugiati si piegano ad ogni tipo di lavoro, a cominciare da quello minorile) e in seguito carne da macello delle azioni terroriste. Ogni Stato arabo ha finanziato una propria organizzazione o frazione di organizzazione palestinese, di fatto ostaggio di chi li finanzia. Dentro l’OLP, nata nel ’64, la frazione dominate è Al Fatah di ispirazione nasseriana, ma esistono anche frazioni filo-siriane, filo-yemenite, filo-irachene e filo-libiche. Tutti sapevano e sanno oggi che degli aiuti dell’Onu, dei paesi europei, degli Usa solo il 10% è arrivato ed arriva ai profughi che vivono in condizioni miserabili nei campi. Per tacito accordo il resto era consegnato alle dirigenze palestinesi (principalmente l’OLP), utilizzato per armi e per mantenere i guerriglieri. Come ha recentemente denunciato Mubarak anche i gruppi terroristi islamici “godono della cordiale ospitalità dei paesi occidentali e del Giappone”, così come gli aiuti dei governi europei russi o americani, motivati con la solidarietà ai profughi, sono sempre stati la pelosa copertura dei loro affari in Medio Oriente.

Anche se nel secondo dopoguerra si è teso a interpretare gli avvenimenti in Medio Oriente nell’ottica della guerra fredda e del bipolarismo, in realtà in MO i giochi sono stati fin dall’inizio multipolari perché, fin dall’inizio, sia pure con alterne vicende al tavolo da gioco erano seduti non solo gli Usa e l’Urss, ma anche la Germania, il Giappone, la Francia, la Gran Bretagna e persino l’Italia. La novità dagli anni ’80 è stato l’intervento dell’Iran khomeinista (dopo il ’79 sarà il principale finanziatore di Hamas e della Jihad islamica, nei territori, e di Hezbollah in Libano, talvolta in condominio con la Siria). In Medio Oriente nel secondo dopoguerra sono scoppiate più guerre che da qualsiasi altra parte. Gli imperialismi hanno applicato dappertutto il “divide et impera”, usando un paese contro l’altro, un’etnia o un clan o un gruppo religioso contro l’altro, nella guerra Iran-Irak come in Afghanistan e in Libano, dentro i Curdi o dentro l’OLP, offrendo appoggi a chi poteva garantire il controllo di un pozzo o di un oleodotto. Ma a questo si sono intrecciate le spinte nazionalistiche delle borghesie arabe. La presenza di tante potenze e di tante borghesie nazionali non ha reso possibile in MO un equilibrio stabile, ma solo tregue. Dal ’48 la borghesia egiziana, impugnando la parola d’ordine della distruzione di Israele, ha tentato di assumere l’egemonia dello schieramento arabo, ma nonostante altre tre guerre arabo-israeliane (nel ’56 , nel ’67 e nel ’73) non c’è riuscita. Successivamente si sono presentati altri aspiranti leader del mondo arabo, come l’Irak, la Siria o l’Iran, in concorrenza fra di loro.
Di volta in volta i leader di questi paesi (da Nasser a Hussein di Giordania, da Saddam Hussein ad Assad di Siria) sono stati presentati sia dalla stampa padronale italiana che dai gruppi della sinistra parlamentare come “socialisti”, capofila della “eroica lotta del popolo palestinese” o peggio come la lotta antimperialista dei “popoli arabi” contro l’imperialismo statunitense e il suo manutengolo Israele. Nessuno ricordava che Nasser imprigionava e torturava i propri operai organizzati sindacalmente o che Saddam massacrava i curdi e gli sciiti. Generazioni di giovani sono stati condotti da un lato, in nome delle sofferenze del popolo palestinese, ad appoggiare le borghesie arabe corrotte, parassitarie, sfruttatrici e i regimi assolutisti che esprimevano erano accreditati come fronte antimperialista, anche se hanno massacrato più palestinesi della stessa borghesia israeliana (basti pensare a Settembre nero nel ’70 o agli avvenimenti libanesi). In questo modo l’opportunismo PCI appoggiava la politica “mediterranea” del proprio imperialismo impegnato a ritagliarsi la sua parte di affari petroliferi.

La guerra dei sei giorni e l’elemento palestinese come destabilizzatore del MO

La guerra arabo israeliana del 1967, la cosiddetta “Guerra dei sei giorni”, produce l’attuale assetto territoriale, con un deciso allargamento del territorio di Israele, che occupa Sharm el Sheikh, tutto il Sinai, Gaza (sottratti all’Egitto), Gerusalemme Est, la Cisgiordania (tolti alla Giordania), l’alta Galilea e le alture del Golan, togliendole alla Siria.
Una seconda ondata di profughi lascia i territori occupati; con loro si spostano le milizie armate palestinesi, che in Giordania tenderanno a costituire uno Stato nello Stato ma soprattutto a saldarsi con il proletariato urbano. Il risultato sarà nel 1970 Settembre Nero (20 mila palestinesi massacrati per ordine di Hussein di Giordania, la cacciata di tutti i guerriglieri e delle loro famiglie). Buona parte dei guerriglieri si riverserà allora in Libano, portandosi dietro una parte dei profughi. Qui scombinano il difficile equilibrio etnico religioso esistente; essi diventano il pretesto per una resa dei conti fra la ricca minoranza cristiano maronita e i gruppi mussulmani, sia sciiti che sunniti. Scoppia nel ’75 una guerra civile che fornirà il pretesto all’intervento armato di Siria e Israele (Israele si ritirerà definitivamente nel 2000; la Siria solo nell’estate 2005), nel cui quadro si colloca il massacro di Sabra e Chatila. Nel 1982 Arafat e la dirigenza dell’OLP vengono cacciati dal Libano e si rifugiano a Tunisi dove restano fino agli accordi di Oslo del 1993. La popolazione civile dei campi di Sabra e Chatila era sotto la “protezione” di 600 bersaglieri italiani, ma questi si ritirarono lasciando il campo agli israeliani – i quali assistettero, senza batter ciglio, al massacro di circa duemila donne e bambini palestinesi ad opera dei cristiano-maroniti.

La prima Intifada

Fra il ’67 e l’80, sia pure in condizione di sfruttamento economico e di assoluta oppressione politica, i palestinesi dei territori occupati si integrano nella vita economica di Israele: un terzo di tutta la forza lavoro palestinese trovava impiego in Israele; altri trovarono lavoro nei paesi arabi produttori di petrolio. Ma negli anni ’80 la situazione peggiora nettamente. Il calo drastico del prezzo del petrolio comporta che parte dei lavoratori palestinesi vengono rimandati indietro, calano le loro rimesse, ma anche i contributi dei governi arabi. La “guerra demografica” teorizzata dai leaders palestinesi (è patriottico far figli – la natalità per donna passa da 4,2 a 7,6 figli) aumenta l’affollamento nei campi profughi.
I governi israeliani intensificano la creazione di colonie israeliane nei territori occupati. Le colonie esasperano i palestinesi, giorno dopo giorno rosicchiano le loro terre. La loro «protezione» giustifica la presenza di migliaia di soldati israeliani, di molteplici «check points» - estremamente umilianti per i palestinesi - e la costruzione di «strade di aggiramento» riservate ai coloni. Il movimento colonizzatore è sostenuto dall’esercito (non va dimenticato che la maggior parte dei premier israeliani viene dall’esercito) ma soprattutto dai partiti religiosi. Essi reclutano candidati alle colonie fra i nuovi immigrati, i diseredati, usati col consenso dei governi (non importa se del Likud o laburisti) per diventare l’avamposto dell’espansione, i primi a morire nello scontro diretto, oggi sacrificati, obbligati a lasciare tutto quello per cui hanno duramente lavorato, se non servono più come pedine (è questo che dimostra il ritiro da Gaza).
In questo contesto di aumento delle contraddizioni nell’87 Hamas, il gruppo islamico nato dalla Fratellanza islamica di Gaza, di ispirazione egiziana e inizialmente protetto da Israele nell’intento di ridimensionare l’OLP, organizza un grande sciopero dei palestinesi dei territori occupati per ottenere uguaglianza giuridica, politica, salariale. E’ l’inizio della prima Intifada. Le aspirazioni di classe del proletariato palestinese sono così incanalate verso ideologie interclassiste e reazionarie, mascherate dal radicalismo delle parole d’ordine e dall’uso dell’arma terroristica.

Il due agosto ’90 le truppe di Saddam Hussein invadono il Kuwait. Arafat, a nome dell'OLP, lo appoggia. I numerosi palestinesi che vivono in Kuwait (circa 450 mila), Arabia Saudita (200 mila) Emirati (70 mila) e Qatar (20 mila) sono ricacciati in patria. I governi di questi paesi interrompono le generose sovvenzioni ad Arafat, che resta isolato anche politicamente.
Gli americani lo ritengono il momento adatto a un negoziato. Col trattato di Oslo (settembre ’93) l’OLP riconosce lo Stato di Israele e Israele concede l’autonomia a Gaza e Gerico, riconosce l’OLP come unica Autorità per il futuro Stato Palestinese previsto per il ’98.
Con Arafat tornano dunque in Palestina i “tunisini”, gli Abu Ala e Abu Mazen, gli ultracinquantenni che nel lungo esilio ad Amman come a Beirut e Tunisi hanno creato un impero economico grazie alle donazioni dell’Onu, degli imperialismi occidentali e dei petrodollari; sono manager abituati a gestire alberghi, casinò, centri commerciali, imprese edili, società telefoniche; a comprare linee aeree e piantagioni in Africa, appartamenti e terreni in Europa, banche in Libano e Giordania. A loro si contrappongono i giovani leader usciti dalla prima Intifada (citiamo solo Dahlan e Barghouti), privi di statura internazionale ma radicati nei territori, pronti a denunciare la “corruzione” della vecchia “elite di Oslo” ma ansiosi di partecipare alla gestione del malloppo. Arafat usa i fondi a sua disposizione per aumentare a dismisura i dipendenti pubblici (in tutto 70 mila) dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP); moltiplica le polizie (spesso addestrate dalla CIA). Questo garantisce sì la soddisfazione di tutte le famiglie storiche della diaspora, ma provoca un costante deficit nelle finanze dell’ANP stessa.
Ma Oslo manca di presupposti stabili. Un estremista sefardita assassina nel ’96 il premier israeliano Rabin. Le colonie israeliane, fra il ’93 e il 2000, aumentano del 52% (e i coloni del 72%, principalmente in Cisgiordania). Arafat d’altro canto non riesce a tener sotto controllo né i gruppi islamici, né i giovani falchi di Fatah, la sua frazione dentro l’OLP. Per porre fine all’attività dei gruppi terroristici Israele dovrebbe stipulare una pace durevole con la Siria, analoga a quella firmata con l’Egitto nel ’79 con cui si era restituito all’Egitto il Sinai. Ma gli interessi israeliani nel Golan sono troppo forti per pensare a una restituzione: il Golan è vitale per il rifornimento idrico della Galilea, i suoi insediamenti ebraici (per il 36% ebrei russi) sono fitti di imprese agricole e industriali che lavorano per l’export. La stessa stretta alleanza economico militare fra Israele e Turchia, operativa dal 1997, strangola la Siria.
Fallisce nel ’99 il tentativo di Barak di firmare la pace offrendo la restituzione del 41% dei territori della Cisgiordania. Arafat impone due condizioni inaccettabili per Barak: la restituzione di Gerusalemme Est, ma anche la garanzia del rientro di tutti i profughi palestinesi. La sua linea di condotta sembra suggerita dalla Francia, ansiosa di avere parte nelle trattative. Nell’intento di strappare più concessioni, prendendo a pretesto la passeggiata di Sharon sulla spianata delle Moschee, di fatto Arafat dà il via alla Seconda Intifada.

Nelle elezioni israeliane del 2001 vince Sharon, che adotta una linea di contrapposizione frontale: assassinii mirati dei capi politici palestinesi considerati terroristi (il più famoso è quello dello sceicco Yassin nel marzo 2004), occupazione violenta delle città della Cisgiordania, cui per lunghi periodi vengono tagliati acqua, elettricità, gas e imposto lo stato d’assedio. Jenin è attaccata con razzi e missili, interi isolati sono abbattuti dalle ruspe. Arafat è assediato a Ramallah. Nell’agosto 2003 i morti palestinesi sono 2736, quelli israeliani 1011. Nel frattempo Sharon progetta un muro-reticolato che isoli Israele e le colonie israeliane dalla Cisgiordania palestinese, che è ridotta a 55 enclaves isolate le une dalle altre e da Gaza, aumentando a dismisura i costi di trasporto delle merci e degli uomini, visto che i tunnel e i ponti di collegamento non sono ancora costruiti. Come il Golan la Cisgiordania è vitale per Israele sia per i suoi insediamenti produttivi, sia ancora una volta per l’acqua: il 40% del consumo idrico di Israele è coperto utilizzando le riserve di acque sotterranee della Cisgiordania, dove 203 mila coloni israeliani consumano tanta acqua quanto più di un milione di palestinesi.

L’occupazione americana dell’Irak ridà forza ai leader palestinesi più moderati, Abu Mazen e Abu Ala, a cui toccherà di gestire il dopo Arafat (dichiarato ufficialmente morto il 12 novembre 2004, a Parigi, dopo un’indecorosa battaglia per dividersene le spoglie finanziarie).
In questo contesto Sharon annuncia nel febbraio 2004 il ritiro da Gaza dei 7500 coloni che a Goush Qatif occupano un quarto delle terre di Gaza e il 40% delle fascia costiera. L’esercito egiziano viene impegnato a sorvegliare il perimetro esterno di Gaza che diventa area smilitarizzata. Il ritiro avviene in anticipo sui tempi previsti nell’agosto 2005. Il ritiro da Gaza, (unilaterale, non negoziato con l’ANP) non è né un cedimento rispetto alla linea dura, né un atto di “buona volontà”; significa potersi concentrare sugli insediamenti in Cisgiordania, più grandi, più facili da difendere; significa, separare da Israele gli 1,2 milioni di palestinesi di Gaza, portare il rapporto arabi/israeliani da 4,2/5,3 milioni a 3/5,3, allontanando la data in cui gli arabi sorpasseranno di numero gli israeliani; significa, infine, nonostante il ricco risarcimento pagato ai coloni, un risparmio netto di spese militari (occorre un soldato per ogni colono infatti per garantirne la sicurezza).
Abu Ala e Abu Mazen a Gaza devono gestire la complessa convivenza con Hamas (che si è astenuta alle presidenziali, ma ha ottenuto lusinghieri successi nelle elezioni municipali di gennaio 2005), fare i conti con le indisciplinate milizie palestinesi e con una massa di giovani istruiti, spesso disoccupati e insofferenti (metà della popolazione ha meno di 20 anni).
Il reddito medio dei territori si è quasi dimezzato in seguito alla seconda Intifada, passando in Cisgiordania dai 1750 $ annui nel ’99 ai 1040 del 2003; i palestinesi che lavoravano in Israele o nelle colonie si sono ridotti a soli 50 mila. La sopravvivenza economica dei territori dipenderà per buona parte dagli aiuti internazionali (le promesse sono di 6-8 miliardi di $ nei prossimi 5 anni se ci sarà la pace). Essi resteranno ostaggio dei giochi interimperialisti.

Devono per questo i comunisti essere indifferenti alla questione palestinese?

Nei primi anni ’70 piccoli gruppi marxisti, sia israeliani che palestinesi, avevano sostenuto la via dell’unione del proletariato israeliano e palestinese con la parità di diritti in un unico Stato. Quelle tendenze comuniste sono state sconfitte, strette dalla morsa degli imperialismi, stritolate dal terrorismo di Stato di Israele da un lato e il terrorismo per bande, islamico e non, alimentato dagli Stati borghesi dell’area. Non sta a chi scrive dall’esterno di questa situazione raccomandare ricette miracolistiche o dottrinarie.
Ci preme però sottolineare che mentre la situazione di chi si trovava in Palestina era ed è comprensibilmente molto difficile, non ci sono giustificazioni per chi in Occidente ha volutamente evitato di distinguere fra proletariato e borghesia dei due fronti, ha descritto lo scontro in atto come una questione di “arabi contro ebrei”, ha sottaciuto le responsabilità dell’Urss, degli imperialismi europei, americano o giapponese, oppure ha impugnato la shoah per giustificare la violenza israeliana.
Un israeliano, uomo o donna che sia, passa anni della sua vita in guerra o a prepararsi alla guerra. La guerra assorbe cifre enormi, giustifica l’oppressione anche sui lavoratori israeliani, che sono spesso stati coartati nei loro diritti in nome della patria. In Israele ci sono 2 milioni di lavoratori dipendenti, cioè l’86,2% di tutti gli occupati, una percentuale più alta di quella italiana. Essi anche lo scorso anno hanno condotto forti lotte di difesa contro tagli salariali e occupazionali soprattutto nel settore pubblico. L’agricoltura occupa solo l’1,8% del totale: le colonie non hanno una motivazione occupazionale, ma solo politica.
Anche la società palestinese si presenta con una stratificazione sociale moderna: nei territori nel 2004 l’agricoltura occupa solo il 15,7% degli addetti, 343 mila lavoratori, pari al 57,8% degli occupati sono salariati, anche se il dato è di 10 punti percentuali inferiore al 1999 per l’espulsione di manodopera palestinese da Israele che ha costretto molti a ripiegare su lavori autonomi. La forza lavoro ha un livello di istruzione confrontabile con quella italiana.
In Israele come in Palestina il proletariato è la maggioranza della popolazione, sfruttato dalla propria borghesia. Ma il conflitto etnico serve a far passare in secondo piano l’oppressione di classe.
I governi di Israele hanno sottratto terra e risorse, hanno distrutto case, arrestato torturato e ucciso. Questa violenza ha compattato il proletariato palestinese dietro la sua borghesia, tanto che inevitabilmente l’autonomia dello Stato palestinese assorbe tutte le aspettative, diventa l’obiettivo che sembra contenere in sé tutte le soluzioni. Le contraddizioni di classe del fronte palestinese sono mascherate dall’oppressione dello Stato israeliano, che a sua volta ha potuto usare lo scontro coi palestinesi con la stessa funzione, perché il lavoratore israeliano cui salta in aria il figlio che va a scuola in autobus tende a vedere nello Stato l’amico che lo difende.
Per questo anche se il futuro Stato palestinese non avrà probabilmente nulla di progressivo, anche se la sua dirigenza è o corrotta o manutengola, l’autodeterminazione dei palestinesi è un passaggio obbligato perché il proletariato di tutta l’area possa porsi gli obiettivi storici della sua classe e abbattere, insieme agli Stati della borghesia, i loro confini nella lotta per il socialismo.






A.M.

Pubblicato su: 2006-02-12 (2065 letture)

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