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N°9 Pagine Marxiste - Agosto-Ottobre 2005
Costituzione, regioni e petrolio in Irak


Con il voto sulla nuova Costituzione i problemi del futuro dell’Irak, più che risolti, sono stati esplicitamente posti. E non è detto che la Costituzione possa esserne la soluzione. Essa ha aumentato la spaccatura tra la minoranza sunnita, estromessa dal potere, e la maggioranza sciita alleata ai curdi, che già gestiscono la loro regione senza interferenze da parte di Baghdad. Sono ancora le armi, più che le schede, a decidere il futuro dell’Irak.
La resistenza sunnita non appare per nulla domata, e ha orientato i suoi attacchi in misura crescente contro la popolazione sciita, con massacri di centinaia di persone, spesso in risposta ad analoghi massacri e alla spietata repressione perpetrati dalle forze di sicurezza irachene, a comando sciita, coperte dalle truppe d’occupazione americane e alleate, e spesso avvalendosi di squadroni della morte forniti dalle organizzazioni fondamentaliste. La divisione per comunità religiose e gruppi etnici, compressa sotto il dominio militare sunnita, è stata fatta esplodere dall’abbattimento del regime di Saddam e si è colorata di patriottismo, da parte sunnita, in seguito all’occupazione imperialista.
La ricostituzione dell’esercito iracheno da parte del nuovo governo e delle potenze occupanti arranca. Il Pentagono all’inizio di ottobre ha affermato che dei 110 battaglioni di esercito e polizia iracheni (183 mila uomini) solo uno è in grado di operare in maniera indipendente. Un anno fa aveva dato per efficienti tre battaglioni. Il vecchio esercito iracheno era costituito da ufficiali sunniti e da truppe in maggioranza sciite (anche curde fino al 1990). Se si epurano i sunniti, occorrono anni per formare ufficiali sciiti; se vengono integrati gli ufficiali sunniti, si aprono conflitti con gli sciiti, e il rischio del loro passaggio alla resistenza. Il segretario alla Difesa americano Rumsfeld spinge per la loro reintegrazione, ma gli sciiti e i curdi al governo si oppongono.

Tal Azar e Bassora

Nel mese di settembre forze corazzate americane con 7 mila uomini e appoggio aereo hanno espugnato la città di Tal Afar, con bombardamenti e combattimenti strada per strada, uccidendo oltre 200 tra i resistenti e i civili, e distruggendo numerose abitazioni. Tal Afar, 200 mila abitanti vicino al confine siriano a nord, a maggioranza turcomanna e per il 70% sunnita, era ricaduta sotto il controllo della guerriglia sunnita dopo che, “liberata” dagli americani, era stata lasciata sotto il controllo di una forza militare (sciita) di 500 uomini. Le repressioni e vendette attuate dalla polizia sciita hanno provocato la radicalizzazione della gioventù sunnita, che ha alimentato la guerriglia. Ora una guarnigione americana è rimasta di stanza nella città, e sta cercando di mediare tra le parti, ma è chiaro che quando essa lasciasse, la minoranza sciita non sarebbe in grado di tenere testa alla più numerosa comunità sunnita, la cui borghesia è più ricca di mezzi dopo decenni al potere. Il controllo di altre città del “triangolo sunnita” è ancora più problematico.
Anche nel Sud si sono verificati importanti incidenti, che hanno coinvolto gli occupanti britannici. Gli sciiti del Sud erano stati traditi da Stati Uniti e alleati nel 1991, quando Bassora e altre città del Sud insorsero approfittando della disfatta dell’esercito irakeno in Kuwait, ma le truppe alleate avevano cinicamente lasciato che la guardia repubblicana di Saddam schiacciasse nel sangue i ribelli (si parla di 20 mila morti). Ora con l’abbattimento di Saddam la borghesia sciita in maggioranza sopporta i liberatori-occupanti, ma solo per il tempo necessario a consolidare il proprio potere. Essa non ha tuttavia un atteggiamento supino nei confronti degli occupanti, anche perché le organizzazioni della resistenza contro Saddam, religiose e politiche, hanno sviluppato stretti legami con la repubblica islamica d’Iran.
A metà settembre due agenti britannici vennero arrestati dalla polizia di Bassora, per aver sparato a due poliziotti, uno dei quali sarebbe morto. Le regole stabilite dagli occupanti prevedono che i militari delle forze di occupazione non possano essere detenuti dalle autorità locali, ma debbano essere consegnati alle forze d’occupazione. Di fronte al rifiuto della polizia di consegnare i due agenti arrestati, carri armati britannici hanno abbattuto il muro della prigione (con fuga di prigionieri) e hanno poi trovato i due prigionieri in un altro edificio sotto il controllo dell’“esercito del Mahdi” di Muqtada al Sadr. Ne è seguita una dimostrazione armata di protesta con circa 500 persone, tra cui numerosi in divisa della polizia, nella quale è stato incendiato un carro armato britannico e gli inglesi hanno ucciso 3 persone, ferendone altre 15. Dall’incidente è emerso che il 60% della polizia di Bassora, come in altre città del Sud, è composto dagli uomini delle tre milizie sciite del Mahdi, delle Brigate Sadr (del partito filo-iraniano SCIRI), e degli Hezbollah in Iraq, formazione cresciuta nelle paludi del Sud. Le nuove forze “dell’ordine” che le varie frazioni sciite vanno costituendo non sono certo sotto il controllo delle truppe d’occupazione. Se hanno un referente esterno è l’Iran che li ha ospitati e riforniti negli anni dell’esilio. E un altro problema per gli americani e i loro alleati, di cui la Costituzione non facilita la soluzione.

Una Costituzione separatista

La bozza della Costituzione è il risultato di una faticosa mediazione tra le frazioni della borghesia irachena, concordata alla fine tra le componenti sciite e curde e respinta dalla maggioranza delle frazioni sunnite.
Basta scorrere il testo della Costituzione per comprendere le ragioni dello scontro. Al di là delle ideologie contraddittorie di cui è permeata, si tratta di interessi molto concreti.
Il primo nodo riguarda il federalismo.
I curdi, dopo decenni di oppressione e repressione hanno riunito le tre province del Nord e costituto una propria regione autonoma, con di fatto un proprio esercito (l’esercito “nazionale” non ha mai messo piede sul loro territorio): essi sono disponibili a considerarsi parte della “nazione” irachena solo a patto di mantenere la forte autonomia ottenuta. Altrimenti avrebbero dichiarato l’indipendenza.
Le province del Sud chiedevano l’autonomia, per poter disporre dei ricchi giacimenti petroliferi del loro sottosuolo.
La Costituzione prevede che le province (o governatorati) possano aggregarsi e formare delle regioni autonome, mediante referendum. Queste regioni autonome, secondo una formula fortemente autonomistica, godranno di tutti i poteri che la Costituzione non riserva allo Stato federale. Allo Stato federale sono riservati i poteri relativi alla politica estera e alla difesa dei confini, la politica monetaria e fiscale, la regolamentazione delle telecomunicazioni e delle risorse idriche di origine esterna (Tigri ed Eufrate).
Le dogane, l’energia elettrica, la programmazione, l’ambiente, la sanità e l’istruzione saranno cogestite tra federazione e regioni/province.
Le regioni “esercitano potere esecutivo, legislativo e giudiziario” su tutti i campi che non sono riservati in via esclusiva alla federazione. Una disposizione prevede che, in caso di conflitto tra le leggi regionali e federali su questioni al di fuori delle competenze esclusive della federazione, le autorità regionali hanno il diritto di emendare l’applicazione della legislazione nazionale all’interno della regione. La Costituzione non può essere emendata nel senso di sottrarre alle regioni poteri che non siano già attribuiti in esclusiva alla federazione (a meno che la regione stessa sia d’accordo, e la sua popolazione lo accetti con referendum).
Non conosciamo Stato al mondo che disponga di poteri così deboli nei confronti delle entità che lo compongono. Di fatto i curdi potranno tenere la loro milizia di circa 70 mila uomini, e le altre province e regioni che si formeranno potranno disporre di proprie forze militari. E previsto il ritorno a Kirkuk della popolazione curda cacciata oltre vent’anni fa, e l’espulsione dei sunniti.
L’altra questione cruciale riguarda il petrolio.
I giacimenti di petrolio e gas sfruttati attualmente saranno gestiti in comune tra federazione e province/regioni in cui si trovano. I proventi saranno distribuiti tra le province in proporzione alla popolazione, ma una quota deve andare, per un periodo da definirsi, all’indennizzo delle regioni deprivate dal vecchio regime e di quelle “danneggiate in seguito”. Il silenzio sui giacimenti non ancora sfruttati implica che essi saranno sotto il controllo delle regioni o province, mentre il governo federale avrà la sola prerogativa di “formulare le strategie” per lo sviluppo del settore petrolio e gas “insieme alle regioni e province produttrici”.
Per la borghesia sunnita un assetto di questo genere significa sprofondare nel baratro. Essa per generazioni ha detenuto un potere statale centralizzato col pugno di ferro, schiacciando nel sangue le rivolte curde e sciite, spesso fomentate o favorite dall’Iran. Tramite il controllo dello Stato essa controllava la rendita petrolifera, che per gran parte veniva spartita tra i suoi clan. Ora non solo ha perso il potere statale a favore della maggioranza sciita, ma la forte autonomia regionale e il passaggio del controllo delle nuove risorse petrolifere alle province o regioni in cui i sunniti sono un’esigua minoranza, significa la perdita anche della principale fonte di ricchezza e di potere materiale.
La Costituzione contiene inoltre una clausola che prevede che la Commissione per la de-baathificazione continui il suo lavoro di epurazione dei membri del partito Baath dalle posizioni di responsabilità. Questa clausola, che potrebbe portare alla rimozione praticamente di tutta la dirigenza statale, è stata ammorbidita in extremis, anche su pressioni americane, per ottenere il consenso del Partito Islamico Iracheno delle frazioni sunnite che puntano alla mediazione, e che già si era presentato alle elezioni. Gli americani con l’ambasciatore Khalilzad da tempo cercano di confermare o reintegrare settori sunniti nelle posizioni direttive, sperando con ciò di togliere appoggi alla guerriglia, ma sciiti e curdi sono determinati ad occupare tutte le posizioni di potere, escludendone i loro oppressori di ieri.
Il compromesso in extremis ridimensiona inoltre la lingua curda, lingua ufficiale con pari dignità dell’arabo secondo la bozza, a lingua ufficiale nel solo Curdistan, e prevede una più agevole emendabilità della Costituzione stessa.

Democrazia islamica

Per il resto la Costituzione irachena è un contraddittorio compromesso tra l’integralismo islamico degli sciiti delle città sante, un atteggiamento laico dei curdi, di tradizione sciita o sunnita, e le declamazioni democratiche volute dagli americani per dimostrare di aver trapiantato la democrazia in Mesopotamia.
L’articolo 2 dichiara l’Islam “religione ufficiale dello Stato e fonte fondamentale della legge”. Esso prosegue affermando che non possono essere varate leggi che contraddicano l’Islam, i principi della democrazia, o i diritti e le libertà fondamentali. Rimarrà aperta la questione della posizione della donna nella famiglia e nella società, che i fondamentalisti islamici vogliono sottomettere alle regole islamiche, da cui si era emancipata da decenni in Irak. A Sadr City, controllata dal movimento di al Sadr, un tribunale islamico già impone il rispetto della Shariah.
Il potere esecutivo è in mano al Primo Ministro, eletto dalla Camera dei deputati (o Consiglio dei rappresentanti) il quale è anche capo delle forze armate. Tra gli organi del potere giudiziario c’è la Corte Suprema Federale, di cui faranno parte “giudici ed esperti in giurisprudenza islamica e giuristi”, che dirime conflitti tra i poteri federali e le cui decisioni “sono definitive e vincolanti per tutte le autorità” – una specie di Consiglio dei Guardiani iraniano, a forte connotazione religiosa, che dovrebbe fare da arbitro al di sopra delle istituzioni della democrazia borghese.
Tra le libertà borghesi viene garantita la proprietà privata, ma solo i cittadini iracheni possono possedere beni immobili, tranne le deroghe previste dalla legge. Questa clausola nazionalista mostra che il testo non è stato scritto sotto stretta dettatura americana.
Secondo la stampa filogovernativa americana Bush stesso si sarebbe esposto chiedendo al capo del partito islamico sciita Abdul-Aziz al-Hakim concessioni che permettessero l’accordo di parte dei sunniti, ma avrebbe ricevuto un rifiuto. Numerosi esponenti americani, anche repubblicani, hanno espresso preoccupazione per il ruolo attribuito all’Islam dalla Costituzione – che contraddice la tesi della guerra per la democrazia – e per l’accentuato decentramento regionale, che potrebbe portare alla disgregazione dell’unità statale sotto le spinte del separatismo etnico.

Avvertimenti turchi

Le implicazioni dell’autonomismo regionale non riguardano solo l’Irak, ma tutta l’area del grande Medio Oriente, dove la questione curda mantiene un forte potenziale deflagrante. Il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, con un intervento sul Wall Street Journal del 30 agosto, pochi giorni dopo la presentazione del progetto di Costituzione irachena ha fatto pesanti dichiarazioni:
“L’unità dell’Irak è un imperativo strategico” per la Turchia, che teme un Curdistan autonomo che diventi la base territoriale per la lotta di liberazione nazionale di tutti i curdi, gran parte dei quali sono in Turchia. La Turchia “è determinata al mantenimento dell’integrità territoriale dell’Irak… La Turchia è anche determinata a che le risorse naturali dell’Irak restino sotto il controllo del governo centrale”. La Turchia teme che con il controllo del petrolio di Kirkuk il Curdistan iracheno accresca la propria indipendenza anche politica e acquisisca mezzi da gettare nella causa curda. Non sono mancate minacce di intervento militare turco per impedire tale evenienza.
Anche per il referendum il voto ha registrato la spaccatura per comunità. La novità rispetto alle elezioni, boicottate in massa dai sunniti, è stata la loro mobilitazione per votare NO, che tuttavia non è stata seguita in alcune città, come Ramadi, sotto il controllo di tendenze più radicali. La conta dei voti è stata ritardata da denunce di brogli, ma secondo i risultati ufficiali i SÍ hanno raggiunto livelli tra il 95% e il 100% nelle zone sciite e curde, mentre i NO avrebbero raggiunto la quota dei due terzi in sole due province, a netta maggioranza sunnita: Anbar con il 96,96%, e Salahuddin (Tikrit) con l’81,8%; in una terza provincia, Ninevah, i NO hanno prevalso, ma con il 55%, al di sotto dei 2/3 necessari in tre province per respingere la Costituzione. A Dyala (Baquba) i NO hanno sfiorato il 50%, a Baghdad sono rimasti al 22%. E quindi la Costituzione sarebbe approvata. La minaccia di Muqtada al Sadr di far votare contro si è ancora una volta rivelata un’arma per la trattativa.

Negli Stati Uniti emergono preoccupazioni in diversi circoli, anche repubblicani. Leslie Gelb, del Council on Foreign Relations e annoverato tra i neocons, afferma che occorre una “strategia a guida sunnita”, non sciita, che implica stretti legami con l’Iran. Gelb non è preoccupato per un eccessivo svuotamento dei poteri federali; ritiene che gli Stati Uniti non abbiano interesse ad uno Stato centralizzato (in mano agli sciiti secondo i criteri della democrazia). Senza associare i sunniti al potere “non vi può essere stabilità”. A questo fine occorre fare agli arabi sunniti una “offerta che non possano rifiutare”: una “quota più che equa dei proventi petroliferi” e il diritto a decidere dei propri affari. La sua ricetta, sembra di capire, è il vecchio divide et impera. L’accentuato decentramento regionale servirebbe proprio a tenere aperta la divisione tra comunità, e gli Stati Uniti dovrebbero appoggiare gli attuali resistenti per bilanciare gli sciiti filoiraniani.
Il senatore repubblicano del Nebraska Chuck Hagel, pluridecorato del Vietnam e possibile futuro candidato presidenziale, ha chiesto una strategia d’uscita, e affermato che la linea dell’amministrazione ha fallito, come in Vietnam, avendo destabilizzato il Medio Oriente. Definisce “totale follia” l’“ipotesi peggiore” del Capo di Stato Maggiore Peter Schoomaker di mantenere in Irak più di 100 mila uomini per altri 4 anni.
Le manifestazioni estive contro la guerra negli Stati Uniti, che hanno ruotato intorno alla figura di Cindy Sheehan, madre di un soldato morto in Irak, sono culminate con la manifestazione di Washington del 24 settembre, ma il movimento non trova una risonanza sui mass media del genere dell’opposizione alla guerra del Vietnam.

Bande rentier

La situazione economica irachena rimane anch’essa fortemente condizionata dalla guerriglia. Le statistiche sono ancora molto incerte (le stime dei disoccupati vanno dal 10,5% al 70%, a seconda della fonte) ma secondo la Banca Centrale dopo un rimbalzo di circa il 50% del PIL nel 2004, la crescita nel 2005 sarà intorno al 3% anziché l’obiettivo del 17%. Le guerre Iran-Irak, la guerra del 1991, il duro embargo ONU e infine l’invasione e la guerra ancora in corso hanno provocato un forte arretramento delle condizioni di vita della popolazione irachena, che nei primi anni ’80 godeva di un relativo benessere rispetto agli altri paesi dell’area.
Circa tre quarti del PIL sono ancora costituiti dai proventi delle esportazioni petrolifere. La produzione petrolifera è rimasta sotto il livello precedente la guerra (intorno ai 2 milioni di barili al giorno rispetto a 2,5 milioni), a causa dei continui, sistematici sabotaggi agli oleodotti. Le entrate petrolifere si sono mantenute in linea con gli obiettivi solo grazie ai prezzi elevati del petrolio, dato che le esportazioni sono rimaste intorno agli 1,4 milioni di b/g anziché i previsti 2,1 milioni. Ma anche sul prezzo all’export c’è una curiosa anomalia irachena: nel primo trimestre del 2005 il petrolio esportato risulta venduto a un prezzo al barile inferiore di 13,4 dollari a quello internazionale. Il Fondo Monetario afferma che le autorità irachene non sono state in grado di spiegare tutto questo enorme divario. Non ci sarebbe da stupirsi se parte della differenza venisse intascata dagli apparati che controllano i flussi petroliferi – né più né meno di quanto facevano Saddam e accoliti con i traffici “oil for food”. D’altra parte l’ex ministro della Difesa del governo Allawi col suo entourage sono sotto processo per aver trafugato circa 1 miliardo di dollari tramite i traffici di armi nel breve periodo in cui sono stati al governo. La corruzione non fa grande differenza tra i regimi.
Vi è un’altra peculiarità relativa ai prodotti petroliferi, soprattutto la benzina: come ai tempi di Saddam vengono venduti a prezzi ultra sovvenzionati: poco più di un centesimo di euro al litro (sic!) per la benzina normale, 3 centesimi di dollaro per la super, e 0,7 centesimi per il diesel... Ovviamente non si tratta di un sostegno al reddito dei lavoratori o dei poveri, che non hanno l’automobile, ma alla piccola e media borghesia e ai funzionari pubblici. Questi sussidi nel 2004 hanno assorbito 7,8 miliardi di dollari, pari al 30% del prodotto lordo, e assorbiranno ancora di più quest’anno...
Con un tale prezzo la domanda supera la capacità interna di raffinazione, per cui il governo importa prodotti petroliferi a prezzo di mercato al ritmo di 3 miliardi di dollari l’anno per rivenderli a prezzo politico. Una parte di questa benzina viene poi contrabbandata verso l’Iran, la Giordania, la Turchia: vi sono quindi grossi interessi che ruotano attorno a questi sussidi, non sappiamo se delle stesse bande che si arricchivano con Saddam, o di nuove bande legate ai nuovi centri di potere, occupanti inclusi. Il raddoppio-triplicamento dei prezzi dei prodotti petroliferi deciso dal governo a fine ottobre non cambia sostanzialmente la situazione.
Le attività di ricostruzione e di investimenti infrastrutturali sono a loro volta ostacolate dalla guerriglia, per cui il grosso degli stanziamenti “per la ricostruzione” sono rimasti sulla carta, mentre dove i lavori vengono effettuati le spese per la sicurezza assorbono il 30-50% dei costi complessivi.

Mentre i profittatori di guerra d’ogni genere fanno affari d’oro, la classe operaia irachena è costretta a lottare per difendere le proprie misere condizioni di vita, con salari intorno ai 60 dollari al mese. Negli ultimi mesi ci sono stati numerosi scioperi, alcuni repressi dalle forze dell’ordine: uno sciopero dei lavoratori tessili a Kut, dei lavoratori elettrici e di un fabbrica di alluminio a Nassiriya, di lavoratori del cuoio e chimici a Baghdad, dei lavoratori di 300 aziende agricole in varie località. All’inizio di ottobre era ancora in corso uno sciopero di operai tessili a Baghdad, iniziato il 10 settembre per aumenti salariali.
E’ sul terreno della lotta di classe, nell’unione dei lavoratori al di là dell’origine etnica, dal loro collegamento con gli altri lavoratori arabi e curdi dell’area che può nascere una vera lotta di liberazione, contro gli imperialismi occupanti e contro le frazioni della loro borghesia in lotta per il predominio. Una battaglia politica in Italia nei luoghi di lavoro, nei sindacati e tra i giovani per azioni contro la guerra, per il ritiro delle truppe italiane è il maggior contributo che possiamo dare per dar forza ad un simile movimento.






C.M.

Pubblicato su: 2006-02-12 (1467 letture)

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