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N°9 Pagine Marxiste - Agosto-Ottobre 2005
Una Grande Coalizione per il capitalismo tedesco


Il capitalismo tedesco, “digerita” la costosa unificazione nazionale del ’91, che ha comportato l’esborso di circa €1.280 miliardi, è tornato primo esportatore mondiale. 1
Questi successi sono stati ottenuti nonostante salari mediamente superiori del 38% a quelli delle metropoli concorrenti (ma inferiori nelle regioni orientali) grazie all’elevata qualificazione della manodopera, ma anche al prezzo di continue ristrutturazioni aziendali, attuate con il consenso del sindacato, a cospicui investimenti e delocalizzazioni all’estero, al peggioramento delle condizioni di lavoro, con orari di lavoro prolungati, e a riduzioni salariali, tagli occupazionali e al welfare; in breve sono stati pagati dai lavoratori.
Ma la grande borghesia tedesca, non ancora soddisfatta, chiede al più presto altre “riforme” che rafforzino la sua capacità di sostenere l’accresciuta concorrenza su un mercato mondiale caratterizzato dal veloce avanzare dei paesi industriali emergenti, Cina in testa. Non toccata dai problemi sociali che essa provoca, utilizza anzi la disoccupazione per strappare migliori condizioni di contrattazione della forza lavoro.
E in questo contesto che si sono collocate le elezioni tedesche. L’aspetto più importante in esse non è dato dagli spostamenti elettorali, ma dal sostanziale accordo dei due maggiori partiti - i socialdemocratici della SPD e l’Union (Unione democristiana CDU-CSU) - su questa linea del grande capitale, seppure in due varianti tattiche, la prima con una maggiore conservazione di protezioni sociali, la seconda un po’ più liberista.
E per sbloccare l’impasse delle riforme previste da Agenda 2010 di fronte al calo del consenso, che il cancelliere Schröder ha deciso di convocare elezioni anticipate. La “grande coalizione” tra socialdemocratici e democristiani è la formula governativa per continuare le politiche del grande capitale nonostante la perdita di consensi. Essa è stata infatti sollecitata, a elezioni avvenute, dai maggiori gruppi economici indipendentemente dalle preferenze espresse in campagna elettorale.
Che le posizioni dei due partiti di massa siano molto simili, lo dimostra il fatto che sono loro bastati pochi giorni dopo il battage elettorale per concordare posizioni comuni di governo. Non c’è da stupirsene se si ricorda che, nel luglio 2004, in seguito alle tre settimane di “dimostrazioni del lunedì” contro la riforma del mercato del lavoro, la Merkel ebbe a precisare che la Hartz IV non sarebbe potuta passare senza l’appoggio dell’Union, di cui garantì l’appoggio alle successive misure introdotte dal governo rosso-verde (come l’obbligo per i disoccupati di accettare qualsiasi lavoro, anche con una retribuzione inferiore fino al 30% a quella contrattuale, per avere diritto al sussidio di disoccupazione).
L’Union CDU-CSU chiede che le imprese possano derogare dai contratti collettivi di lavoro, e propone di estendere il “Kombilohn”, salario combinato, già in fase di sperimentazione in Germania con diversi modelli, vale a dire far pagare allo Stato una quota del salario indiretto o diretto per i lavoratori riassunti. Per quanto riguarda il fisco, in occasione del Vertice per il lavoro del marzo scorso SPD e Union concordarono un programma di riduzione delle imposte per le imprese dal 25 al 19%, e una serie di facilitazioni alle PMI, tra cui la riduzione o eliminazione dell’imposta comunale sugli affari. L’Union ha promesso in campagna elettorale e ribadito, a governo formato, il trasferimento di parte degli oneri sociali sull’IVA, ossia una redistribuzione di costi dalle imprese ai consumi. Sembra vi sia ora apertura al riguardo anche nella SPD.

Il voto dei grandi gruppi

La prima vittoria di Schröder nelle elezioni per il Bundestag del 1998 fu anche il risultato dell’appoggio espresso dai maggiori gruppi industriali. Lo testimoniano le dichiarazioni dell’allora presidente BDI, la Confindustria tedesca, Henkel, che riteneva Schröder “pragmatico, e filo-imprenditoriale”, e lo preferiva a Kohl, troppo “timido”, perché preoccupato del consenso sociale, nel portare avanti le riforme. Henkel chiedeva già allora la costituzione di una grande coalizione CDU-SPD; sorpreso poi dalla vittoria netta dei socialdemocratici e dei Verdi, ne apprezzò, in particolare dopo le dimissioni di Lafontaine da ministro delle Finanze, la politica di tagli al welfare e la riforma fiscale. Si può quindi affermare che la SPD era tornata al governo come partito del grande capitale, anche se con base elettorale tra i salariati.
Sette anni di tagli al welfare e di appoggio alle ristrutturazioni aziendali hanno logorato il consenso al partito di Schröder tra i salariati, spingendolo negli ultimi mesi a frenare sulle riforme.
Nell’ultima campagna elettorale diversi gruppi economici hanno preferito la linea della Merkel, più liberista, senza tuttavia tagliare i ponti con i socialdemocratici. Come ovunque, e anche in Italia, i grandi gruppi economici preferiscono non puntare su un solo partito politico, anche se possono favorire uno schieramento piuttosto di un altro tramite finanziamenti, l’utilizzo dei mass-media, e l’influenza sociale diretta sui propri dipendenti e le loro famiglie. Un esempio di come la grande borghesia punti sui due cavalli favoriti è quello di Heinrich von Pierer, ex capo Siemens, pronto a fare da capo consigliere nella squadra governativa della Merkel, dopo aver lodato, in un’intervista a Handelsblatt, come molto efficaci le iniziative di Schröder a favore dell’economia tedesca, soprattutto all’estero.
Gli industriali dell’auto hanno mantenuto anche per queste elezioni il proprio appoggio al cancelliere uscente. Il nomignolo affibbiato a Schröder al primo incarico di cancelliere fu “Autokanzler”, il trampolino di lancio era stata la Bassa Sassonia, il Land azionista di maggioranza di Vw, almeno fino a poche settimane fa, conquistato già nel 1990 da Schröder. A settembre 2005, in occasione della Fiera di Francoforte dell’auto, il Cancelliere Schröder, cercando di recuperare la fiducia degli industriali del settore, ha ricordato che circa il 70% della produzione automobilistica tedesca viene esportata e che nel corso del suo governo il numero degli addetti è aumentato di 65000 unità, giungendo a 780 000, uno sviluppo per il quale «sono state determinanti le riforme e la modernizzazione intrapresa dal governo federale», e la «politica contrattuale flessibile». Il presidente dell’associazione dei produttori automobilistici tedeschi, VDA, Bernd Gottschalk gli ha offerto una spalla: «L’Agenda 2010, un’iniziativa coraggiosa, dimostra la propria efficacia»; ha chiesto al nuovo governo, «non importa di quale colore», la continuazione delle riforme, la riduzione della burocrazia, e l’impegno a migliorare la competitività della Germania.
Oltre al settore auto, si sono dichiarate implicitamente pro Schröder l’associazione degli artigiani ZDH e quella dei commercianti al minuto HDE, contrarie alla flat tax (aliquota fiscale unica) di Kirchhof, l’esperto fiscale della Merkel. L’esigenza della SPD di recuperare il consenso rallentando le riforme ha invece fatto perdere a Schröder l’appoggio di Thumann, l’attuale presidente dell’associazione degli industriali tedeschi BDI e quello dei dirigenti di E.on, ThyssenKrupp e BASF. Il presidente di E.on Bernotat ha dichiarato in una conferenza dinanzi agli investitori che con un governo a guida CDU ci sarebbe stata la possibilità di prolungare l’attività delle centrali atomiche tedesche. Schröder non è riuscito a conservare l’appoggio di E.on nonostante l’impegno profuso dal suo governo a favore dei campioni nazionali tedeschi E.on e RWE contro il leader mondiale, la francese Electricité de France (EdF). Non è servito neppure l’accordo da €2 md. sottoscritto con Putin, l’8 settembre alla vigilia delle elezioni, sul gasdotto che bypassando l’Est Europa, rafforza il potere di contrattazione tedesco sull’energia e aumenta l’indipendenza della Germania dall’Europa. 2 Anche Klaus Zumwinkel, capo di Deutsche Post, leader mondiale per la logistica, assieme a Klaus Zimmermann, 3 ha proposto l’orario di lavoro flessibile e l’aumento dell’IVA al 20%, due punti presenti nel programma della Merkel.

In campagna elettorale è stato dedicato scarso spazio alla politica estera, diversamente dalle precedenti elezioni in cui Schröder aveva puntato sull’opposizione alla guerra americana in Irak. La Merkel ha espresso una linea più filo-atlantica, ma senza esprimere un esplicito appoggio agli USA sull’Irak. Ha anche criticato un rapporto troppo stretto con la Russia, a discapito dei rapporti con i paesi dell’Est Europa; in particolare il gasdotto del Baltico è teso a tagliar fuori Polonia ed Ucraina. CDU e CSU sono infine contro l’ammissione della Turchia a pieno titolo nella UE, a favore di una “associazione privilegiata”, riflettendo con questo anche le preoccupazioni delle Chiese cristiane.”
Ma la nomina a ministro degli Esteri del socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier, delfino ed eminenza grigia di Schröder, fa presumere che quale prezzo per la cessione del cancellierato la SPD abbia tra l’altro preteso di continuare a gestire la politica estera.

Il voto del disagio sociale

I grandi gruppi possono orientare il consenso, ma più problematico è il controllo della protesta sociale. La politica di riforme e tagli ha generato malcontento e un consistente calo dei consensi al governo rosso-verde. Di questo malessere fra le file socialdemocratiche si è fatto interprete Oskar Lafontaine, ex ministro delle Finanze nel primo governo Schröder che, estromesso nel ’98 dalla SPD, si è posto alla testa di WASG (Alternativa per il lavoro e la giustizia sociale) nel 2003 con esponenti sindacali e della sinistra SPD. WASG nel luglio di quest’anno si è poi accordata con la PDS (il nome assunto nel 1989 dalla SED, il partito stalinista della DDR) di Gregor Gysi per creare la coalizione elettorale della sinistra, Die Linke.PDS, che ha sottratto 1,3 milioni di voti alla SPD, anche per la sua influenza nei sindacati. Per la prima volta IG-Metall, il maggior sindacato tedesco, non ha fatto campagna per la SPD, diviso tra chi ancora la sostiene e chi è passato a Linke.PDS.
La coalizione Linke.PDS di Lafontaine e Gysi è un’organizzazione massimalista, che riprende l’ideologia dello Stato sociale, profondamente radicata anche nella classe operaia. Per conquistare le fasce di elettorato a forte disagio sociale, politicamente instabili, non rifugge da atteggiamenti xenofobi. Alla fine di giugno in un comizio a Chemniz, Lafontaine ha dichiarato che lo Stato ha l’obbligo «di impedire che padri e madri di famiglia finiscano disoccupati perchè i “Fremdarbeiter” 4 a basso salario portano loro via il posto di lavoro». Pochi nell’Est Germania ricorderanno che nel 1989-1990 l’occidentale Lafontaine cercò di opporsi alla riunificazione del paese. Proveniente da una regione come la Saar al confine con la Francia, è stato il più coerente esponente dell’asse franco-tedesco arrivando, in un suo libro (“Politik für alle - Streitschrift für eine gerechte Gesellschaft” – feb. 2005), 5 ad auspicare una federazione statale franco-tedesca che consenta all’Europa di «difendere i propri interessi in un mondo divenuto insicuro», e a mettere in guardia dall’immigrazione di musulmani, il cui alto tasso di natalità mette a rischio l’identità culturale dell’Europa, la stessa motivazione con la quale respinge l’adesione della Turchia alla UE. La sua ideologia populista “di sinistra” sfocia quindi in posizioni socialimperialiste.
Uno sguardo d’insieme alla cartina dei risultati delle elezioni del 18 settembre per il Bundestag tedesco mostra sostanzialmente la Germania divisa tra un Nord in rosso e un Sud in nero. I colori non sono mutati rispetto alle elezioni del 2002. Predominano i socialdemocratici nello Schleswig-Holstein e ad Amburgo, in Mecklemburgo-Pomerania, Bassa Sassonia e Brema, Brandeburgo e Berlino, Sassonia-Anhalt, Assia, Turingia, Nord-Reno-Wesfalia, dove hanno recuperato parte dei voti persi nel voto regionale di maggio, e Saar. Prevale l’Union CDU-CSU in Sassonia, Renania-Palatinato, Baden-Württemberg e Baviera. Si evidenzia anche una seconda suddivisione, quella tra “nuovi” e “vecchi” Land, esclusa la Saar. Nell’Est con ¼ dei voti il nuovo partito Die Linke risulta secondo dopo la SPD, mentre nei Land occidentali ha solo il 5%. È interessante osservare la cartina dei percettori di sussidi sociali (2002): le regioni che superano la media nazionale del 3,3% (3,6-4,5% e oltre, con i picchi negli agglomerati urbani: Brema 8,9% Berlino 7,4%, Amburgo 7%) coincidono con i Land dove la SPD predomina.
Le astensioni sono cresciute dal 20,9% del 2002 al 22,3 attuale, il livello più alto dal 1949. La maggiore percentuale di astensioni è stata con il 29% in Sassonia-Anhalt (qui come nel Brandeburgo, Linke.PDS ha incassato il 26,6%, +12,2 e +9,3% rispettivamente, mentre la SPD ha perso in entrambi i Land il 10,5%). Anche in Mecklemburgo-Pomerania l’astensione è stata del 28,6% (SPD - 9,9%; Linke.PDS +7,3%. Il maggior calo percentuale dei votanti si è però avuto nella Baviera a guida CSU, -3,4%.
I Land orientali rappresentano solo il 20% del totale dei voti; Der Spiegel valuta tuttavia che dal 1990, l'anno della riunificazione, le elezioni in Germania «si vincono all'Ovest ma si possono perdere all'Est». Anche l’ascesa e la caduta di Kohl sarebbero da ricondurre alle grandi speranze fatte nascere e poi demolite dalla realtà nell'ex Germania Est.
Nei Land orientali il disagio sociale per lo smantellamento del welfare state, su cui fa leva l’estrema sinistra, è sfruttato anche dall’estrema destra. La NPD, il partito neo-fascista, ha triplicato i propri consensi (746 000 voti, pari all’1,6%); nell’Est ha avuto il 3%, una media del 4,9% in Sassonia, con prevalenza delle aree rurali, davanti ai Verdi (4,6%). Nell’Ovest ha avuto il miglior risultato, come Die Linke, nella Saar. In totale i raggruppamenti neo-nazisti hanno incassato oltre 1 milione di voti, soprattutto ad Est e nelle regioni con alta disoccupazione, a fronte degli oltre 4 milioni della Linke.

Se confrontiamo i risultati dei due principali contendenti in termini assoluti rileviamo che nel 2002 la SPD ottenne solo 6027 voti di vantaggio sull’Union, mentre oggi l’Union vanta 436 544 nel secondo.
Considerando l’insieme degli aventi diritto i due partiti “popolari” hanno ricevuto circa il 53% dei consensi, poco più di un voto ogni due cittadini tedeschi, il peggior risultato dopo quello delle prime elezioni del 1949.
I risultati complessivi mostrano che gli spostamenti più rilevanti sono stati all’interno dei due campi, tra SPD, Verdi e Linke da una parte e tra Union e i liberali FDP dall’altra. I risultati del secondo voto fanno rilevare che su 299 circoscrizioni elettorali, in 24 la SPD è stata sostituita dalla CDU come primo partito, in 1 da Die Linke.
In totale i socialdemocratici hanno perso 2,5 milioni di voti rispetto alle elezioni di tre anni fa (-13,52%) e 4 milioni, rispetto alle elezioni per il Bundestag del 1998. A favore della Linke la SPD ha perso complessivamente oltre 1,3 milioni di voti (il 7,03% dei voti 2002); 528 000, pari al 2,85% degli ex elettori SPD, si sono astenuti. Nei Land orientali ha avuto una perdita media del 9,4%. Nel complesso 1/5 di coloro che scelsero la socialdemocrazia sette anni fa non la considera più una possibile soluzione dei propri problemi.

Anche nel campo CDU-CSU si presenta un quadro analogo. In totale l’Union ha perso all’incirca 1,8 milioni di voti (-9,73%), di cui 904 000 si sono spostati sulla FDP, 687 000, pari al 3,7% degli ex elettori dell’Union hanno preferito astenersi. Secondo i sondaggi Infas, il 41% di coloro che hanno votato FDP si è detto più vicino all’Union, ma temendo, come è accaduto, un risultato di quasi parità tra rosso-neri, per evitare un governo di grande coalizione ha cercato di rafforzare i liberaldemocratici. Già alla fine di maggio infatti, dopo la sconfitta elettorale nel Nord-Reno-Wesfalia, il segretario della SPD Müntefering suggeriva un’ampia coalizione con l’Union, contro il rischio di rimanere intrappolati tra verdi e i neo-comunisti. (Una larga coalizione è al governo in alcuni Land e città Stato: nel Brandeburgo, in Sassonia, a Brema, nello Schleswig-Holstein.)
La CSU ha perso da sola 800 000 voti rispetto al 2002. In Baviera, dove è al governo dal secondo dopoguerra, ha perso il 9,3%, pur mantenendo la maggioranza relativa del 49,3%, un risultato definito “catastrofico” dal giornale regionale Frankfurter Rundschau. Nella Baviera orientale le perdite hanno raggiunto il 14%, e a Monaco sono state contenute in un 7%. Una quota dei voti persi dalla CSU è andata alla SPD, con una tendenza ad uniformarsi al quadro nazionale.

I Grünen, Verdi, hanno perso 370 000 voti (-9,0%), di cui 240 000, pari al 5,8% dei suoi ex elettori, andati alla Linke.
La Linke.PDS ha raddoppiato i consensi ottenuti nel 2002 dalla sola PDS; in due circoscrizioni di Berlino esso ha raggiunto attorno al 35% dei voti. Die Linke dispone ora di 54 seggi parlamentari, contro i due precedenti della PDS. Nell’Ovest essa ha avuto buoni risultati (18,5%) nella Saar, governata in un periodo di “vacche grasse” e di sovvenzioni all’industria mineraria dall’attuale presidente del partito Oskar Lafontaine. Tanto nei Land orientali che occidentali è stato il partito di riferimento dei disoccupati, da cui ha ricevuto una quota elevata di consensi, il 42% ad Est e 14% ad Ovest, provenienti da entrambi gli schieramenti.
Il primo rilievo è un’ulteriore perdita di consensi tra i salariati del settore privato subita dalla SPD (-3,7 operai; -7,3% impiegati; -3,8 sindacalizzati), un calo consistente anche tra i disoccupati (-7,3), con un incremento (+2,2) tra i dipendenti pubblici che, essendo privi del diritto di sciopero, dipendono maggiormente dalle “concessioni” della controparte pubblica, e tra gli autonomi (+2).
L’Union acquista il 7,4% tra gli operai e il 10,7 tra gli autonomi, l’aumento tra i funzionari è uguale a quello SPD. Nel 2002 tra gli operai la SPD superava la CDU-CSU di oltre 18 punti, ora di soli 7: come è avvenuto in Gran Bretagna con la Thatcher, è andato indebolendosi il legame preferenziale della socialdemocrazia con il sindacato, e dunque il suo controllo elettorale sui lavoratori dipendenti.
Il dato più rilevante per i Verdi è la perdita del 4,1% tra i funzionari pubblici. Il maggior incremento della FDP è tra gli autonomi (+6,7), con un +2,7 tra i funzionari e i non sindacalizzati, +2,1 tra gli impiegati del settore privato.
La Linke aumenta notevolmente (+14,5) tra i disoccupati, e tra gli operai (+7,2), sindacalizzati (+6,9), ma cresce anche tra gli impiegati (+4,5) e i non sindacalizzati (+4,2).
Nelle aree più ricche, rurali e con minore disoccupazione ha prevalso il consenso per CDU-CSU e FDP. Quest’ultima ha avuto maggiori risultati tra gli strati meglio retribuiti e tra gli autonomi.
Dunque, con la seconda Grande Coalizione nella storia del secondo dopoguerra, 6 la borghesia tedesca avrà il suo nuovo governo. Non è dato ancora sapere se esso sarà in grado di realizzare il programma che si è prefissato. Tutto dipenderà dagli scontri interni, dalle lotte tra le frazioni della borghesia, ma anche da quale sarà l’opposizione che i lavoratori tedeschi, il più numeroso e organizzato reparto del proletariato europeo, saranno in grado di esprimere.



Note:

1. Dati Institut für Wirtschaftsforschung Halle (IWH).
2. I collegamenti di Schröder con il settore energetico risalgono al periodo del suo incarico come primo ministro della Bassa Sassonia (1990), dove VEBA e VIAG (dalla cui fusione nacque nel 2000 E.on) ne appoggiarono l’ascesa politica fornendogli come consigliere l’ex manager di VEBA Werner Müller, poi ministro dell’Economia nel suo primo gabinetto, che nel 2002 favorì l’acquisizione di Ruhrgas da parte di E.on.
3. Presidente DIW (l’Istituto tedesco per la ricerca economica di Berlino) e dell’Institut Zukunft der Arbeit (Istituto Futuro del Lavoro).
4. “Lavoratore straniero”, termine usato dal nazismo per designare i lavoratori stranieri sfruttati durante la Seconda guerra mondiale nelle fabbriche tedesche, e che nella RFT è stato sostituito da Gastarbeiter, cioè “lavoratore ospite”.
5. “Politica per tutti – Scritto polemico per una società giusta” (Berlin, ECON, Ullstein Buchverlage).
6. Di fronte a minori entrate fiscali, recessione e un forte NPD, il partito nazional-democratico, nel 1966 Union e SPD formarono il primo governo di Grande coalizione, Cancelliere Kurt Georg Kiesinger (CDU), ex membro del partito nazista; vicecancelliere e ministro degli Esteri Willy Brandt (SPD). La coalizione venne formata in seguito al fallimento del governo costituito nel settembre 1965, da Union e FDP, con cancelliere Ludwig Erhard nella prima crisi economica del secondo dopoguerra.




G.L.

Pubblicato su: 2006-02-12 (1814 letture)

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