Moduli
· Home
· Abbonati al giornale
· Archivio
· insiemecontroilrazzismo
· Volantini

Chi è Online
In questo momento ci sono, 0 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Languages


English French Italian

N°9 Pagine Marxiste - Agosto-Ottobre 2005
Insicurezza sociale
Welfare e business


E' da oltre un decennio che in Italia prosegue uno stillicidio di interventi sul sistema pensionistico.
Una campagna forsennata ha cercato di convincerci che l’invecchiamento della popolazione con il vecchio sistema pensionistico imponeva un onere insopportabile sulle nuove generazioni, per cui occorre aumentare l’età pensionabile e adottare il modello anglosassone in cui la pensione pubblica non basta per vivere e i lavoratori che possono si devono “fare” la loro pensione coi contributi ai fondi pensione. Qualche anno e uno sboom delle Borse più tardi quel “modello” è davanti a noi.
Negli Stati Uniti i fondi pensione aziendali scoprono “buchi” valutati tra i 165 e i 450 miliardi di dollari. Grandi gruppi come Delphi, il maggior produttore di componenti auto, e la stessa General Motors per tappare i buchi strappano ai sindacati concessioni su pensioni, sanità, licenziamenti, dietro minaccia di fallimento. In Gran Bretagna, dove le pensioni pubbliche sono state tagliate a livelli inferiori alla fame (86 sterline la settimana) il 70% dei fondi pensione a prestazione definita ha chiuso i battenti ai nuovi sottoscrittori, e una parte anche alla prosecuzione dei versamenti degli iscritti; con vari trucchi riducono gli importi delle pensioni corrisposte rispetto a quanto promesso. Basta con la prestazione definita, la nuova regola è: contribuzione definita, prestazione aleatoria, in balia dei mercati e dei masnadieri finanziari. Uno sa cosa mette nel fondo, e avrà come pensione ciò che le sanguisughe della finanza gli lasceranno. La “social security” diventa “social insecurity”. L’insicurezza che minaccia il lavoratore da quando entra nel mercato del lavoro non lo abbandonerà neanche dopo la sua uscita.

Occorre avere ben presenti queste esperienze mentre in Italia infuria nel sistema politico e tra le parti sociali, la battaglia per l’utilizzo del TFR, che sta spaccando anche il governo. La questione delle pensioni coinvolge tutti gli individui, le classi e le frazioni di classe, lo Stato in tutti i paesi. Perché i lavoratori salariati possano vedere chiaramente quali interessi premono sulle loro pensioni, per porre le basi concettuali della difesa del proletariato anche quando non serve più a produrre plusvalore, pensiamo sia utile innanzitutto fare chiarezza sulle ideologie fatte circolare sulle pensioni e sulla controriforma pensionistica, per ricondurre la questione alla sua vera natura sociale.

Le varie “riforme” pensionistiche in Italia come nella maggior parte dei paesi hanno portato al passaggio, per quanto graduale, dal sistema retributivo al sistema contributivo (nel sistema retributivo o a ripartizione la pensione è rapportata al periodo di contribuzione, o all’età, e al salario degli ultimi anni di lavoro; in quello contributivo o a capitalizzazione essa è rapportata ai contributi versati, e al loro “rendimento” finanziario). Una intensa e prolungata campagna, che si è avvalsa di tutti i mass media e della maggioranza dei partiti parlamentari, ha cercato di far passare anche tra i lavoratori la tesi che le varie “riforme”, se non a vantaggio degli attuali lavoratori dipendenti, andavano perlomeno a vantaggio dei loro figli e nipoti, oltre a corrispondere ai criteri di una sana e oculata amministrazione.
Ad introduzione di un lavoro di analisi della questione pensionistica vogliamo partire proprio da qui: è vero che il vecchio sistema a ripartizione era intrinsecamente scialacquatore e insostenibile? E vero che il sistema ad accumulazione assicura alle nuove generazioni una pensione che il vecchio sistema non avrebbe potuto garantire loro, senza gravare sulle generazioni che verranno? la nostra risposta a entrambe le domande è: non è vero.

Per cominciare occorre inquadrare la questione delle pensioni nella storia umana. E un dato biologico della nostra come delle altre specie che l’individuo ha una vita di durata più o meno limitata, e che nell’ultimo periodo della vita vi è una riduzione della capacità di riprodurre le condizioni della propria esistenza. Nella maggior parte delle specie il venir meno della capacità individuale di riprodurre le condizioni della propria esistenza (di procacciarsi gli alimenti e di difendersi dalle avversità e dalle minacce della natura e delle altre specie) comporta semplicemente la fine dell’esistenza dell’individuo, mentre la specie continua nelle nuove generazioni. Nelle comunità umane, a parte alcune comunità primitive in condizioni particolarmente sfavorevoli di scarsità di risorse (come tra i lapponi), l’individuo non più autosufficiente era mantenuto dalla comunità, dal clan familiare. Del resto non solo nelle società umane, ma anche in quelle di tutti i mammiferi l’appropriazione dei mezzi di sussistenza non è mai puramente individuale. L’allevamento dei piccoli comporta la socializzazione degli alimenti all’interno dell’unità riproduttiva. Lo stesso avviene nei confronti dei vecchi non più autosufficienti. In ogni società il “fondo di consumo” deve essere sufficiente a mantenere non solo i produttori diretti, ma anche la parte della popolazione che, per ragioni di età, o per malattia o handicap, o perché impegnata nella cura dei figli (facciamo qui astrazione dalla divisione in classi e dall’esistenza di strati parassitari) non è in grado di partecipare direttamente alla produzione.
La composizione e la forma sociale di questo fondo di consumo dipendono ovviamente dal modo di produzione in cui si costituisce. Nelle società primitive di cacciatori e raccoglitori i mezzi di sussistenza procacciati erano direttamente ripartiti tra tutti i membri del clan familiare o della tribù; le possibilità di conservazione e accumulo erano estremamente limitate. Con lo sviluppo dell’agricoltura e la formazione della famiglia (matriarcale, patriarcale e poi moderna) quale unità di produzione e riproduzione, il fondo di consumo sociale sarà ripartito tra le varie famiglie, e sarà al loro interno che avviene la redistribuzione ai membri non in grado di provvedere direttamente al proprio sostentamento. Verranno create delle istituzioni, perlopiù a carattere religioso e caritativo, per occuparsi degli anziani senza figli o parenti in grado di mantenerli, ma nella tipica famiglia contadina e artigiana precapitalistica è soprattutto il numero dei figli a garantire il mantenimento dei genitori in tarda età. La famiglia conserva il ruolo di cellula sia produttiva che riproduttiva, quindi ha in sé, nelle braccia dei più giovani e nel possesso dei mezzi di produzione (la terra, i pochi arnesi e il bestiame), tramandato dall’anziano capofamiglia, la capacità di produrre un fondo di consumo sufficiente al sostentamento degli anziani non più in grado di lavorare.
Pensioni di Stato

Come è noto, il primo sistema di assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità e la vecchiaia viene istituito dal cancelliere tedesco Otto von Bismarck nel 1889. Esso dava diritto ad una misera pensione (pari al 20% del salario medio) dopo i 70 anni, ed era finanziata con contributi dei lavoratori, dei datori di lavoro e dello Stato; per esplicita ammissione del cancelliere, la misura era intesa ad integrare la classe operaia tedesca nel sistema statale borghese e prevenire il rafforzamento delle tendenze rivoluzionarie. Una ragione non detta era che il sistema permetteva di creare un notevole fondo liquido a disposizione del governo.
Analoghe funzioni svolgerà in Italia l’istituzione della Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali nel 1898, con contribuzione su base volontaria, la quale arriva a 700 mila iscritti e 20 mila pensionati nel 1919, quando l’iscrizione viene resa obbligatoria per 12 milioni di lavoratori (rinominata INFPS, Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale nel 1933, e INPS dopo la caduta del fascismo. La CNAS-INFPS tra il 1920 e il 1939 accumula oltre 13 miliardi di lire di attività, un notevole polmone finanziario per il fascismo mentre le leve dei pensionati restano ridotte. La grande inflazione della guerra ridurrà le pensioni reali di operai e impiegati a un undicesimo rispetto a dieci anni prima. Tra gli anni ’50 e la fine degli anni ‘60 viene realizzato il passaggio dal sistema contributivo a quello a retributivo a ripartizione – pensioni pagate coi contributi dei lavoratori attivi, rapportate alla retribuzione degli ultimi anni. Le “riforme” Amato, Dini e Prodi (1992, 1995 e 1997) reintrodurranno il sistema contributivo oltre ad aumentare l’età pensionabile e ridurre gli importi e la rivalutazione delle pensioni.
Il problema si presenta con la diffusione dei rapporti di produzione capitalistici e l’espropriazione dei produttori. La famiglia dei lavoratori salariati rimane una unità riproduttiva, ma non è più una unità produttiva. Nella forma che essa eredita dalla famiglia patriarcale contadina, in cui il l’uomo da proprietario dell’azienda familiare ne diviene la principale fonte di reddito, mentre la donna è occupata prevalentemente nella riproduzione e nei lavori domestici, la famiglia salariata rimane unità di consumo, e fornisce i mezzi di sostentamento anche ai membri anziani, non più in grado di vendere la propria forza lavoro sul mercato. I mezzi di sostentamento acquistati con il salario del capofamiglia e dei figli in età di lavoro sono fruiti in comune. Ma in questa forma di famiglia i legami intergenerazionali non sono più determinati economicamente.
Il mutamento dei rapporti di produzione modifica anche i rapporti familiari. Le generazioni non sono più tenute insieme dal lavoro nella medesima azienda familiare. Spesso i figli lasciano la casa paterna e il luogo d’origine, spinti dalle vicissitudini del mercato del lavoro anarchico, caratterizzato da uno sviluppo ineguale sul territorio. Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione facilita gli spostamenti. La famiglia come unità di consumo si riduce alla famiglia composta dai genitori e dai figli fintantoché sono privi di una fonte propria di reddito; poi si riduce alla coppia. In molte famiglie, in cui la donna lavora, anche parte del reddito e dei consumi diviene individuale. L’esistenza degli anziani è quindi sempre meno garantita dal fondo di consumo familiare: è lungo questa tendenza, ben prima che essa si sia pienamente evoluta nel corso del XX secolo, che nascono i primi sistemi pensionistici. La prestazione pensionistica generalizzata è in genere fuori della portata delle società operaie di mutuo soccorso, che intervengono in caso di malattia, infortunio, e situazioni di particolare bisogno.
Con i sistemi pensionistici pubblici, che si diffonderanno in gran parte dei paesi capitalistici tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo (negli Stati Uniti la Social Security verrà istituita solo nel 1935, dopo 5 anni di depressione) il mantenimento degli anziani viene trasferito dalla famiglia alla società, da questione privata delle singole comunità familiari diviene questione sociale; il fondo di consumo per gli anziani viene socializzato e monetizzato. Conferendo una somma di denaro a coloro che non sono più in grado di vendere la propria forza lavoro essi acquisiscono il diritto a una quota della produzione sociale. In altri termini, una quota del fondo annuo di consumo viene riservata ogni anno agli anziani attraverso il sistema pensionistico. Questa è la sostanza del sistema pensionistico pubblico, indipendentemente dalla forma del finanziamento (contributi versati dal lavoratore, dalle imprese, dallo Stato) e dal rapporto tra il finanziamento e i diritti pensionistici.
Qual è la differenza tra un sistema a ripartizione e uno a capitalizzazione?
La differenza è solo nella forma che assume questa distribuzione di una parte del fondo di consumo. Nel sistema a ripartizione essa appare come effetto di un diritto, acquisito dopo tot anni di lavoro e di relativa contribuzione assicurativa, che è servita a “pagare” le pensioni agli anziani di allora. Lo stesso risultato sarebbe ottenuto se, invece di far pagare i contributi a lavoratori e imprese, lo Stato prelevasse ogni anno con le imposte una quota del prodotto pari al fondo annuo di consumo per gli anziani, una quota di denaro pari alla somma delle pensioni. Sparirebbe allora ogni illusione che siano i contributi versati in passato a garantire la pensione futura.
Per quanto riguarda le nuove pensioni pubbliche, la capitalizzazione è fittizia perché i capitali non sono investiti ma servono a pagare le pensioni correnti, e la rivalutazione avviene sulla base di un indice pari alla crescita del PIL italiano. La vera “riforma” consiste nel fatto che, nonostante i contributi per i lavoratori dipendenti siano pari a ben il 32,7% della retribuzione, la loro pensione sarà misera, meno della metà del salario, e li obbligherà o a rassegnarsi ad una vecchiaia di stenti, o a prelevare un’altra fetta di salario per dotarsi di una pensione complementare – a mettersi nelle mani della finanza, partecipando a qualche tipo di fondo pensionistico collettivo o privato.
A questo fine i fautori liberisti delle riforme pensionistiche, sostenitori della capitalizzazione affermano che il sistema a ripartizione è intrinsecamente squilibrato, perché con il prolungamento della vita media e la riduzione della natalità nei prossimi decenni un numero inferiore di lavoratori attivi dovrà sostenere un numero maggiore di pensionati. Quindi, secondo il loro ragionamento, i lavoratori di oggi non devono far conto sui lavoratori di domani per il proprio mantenimento al termine della vita lavorativa: ciascuno dovrebbe badare a se stesso, mettendo da parte il gruzzolo che, incrementato degli interessi, domani gli garantirà la pensione. La pensione non sarebbe il diritto a una parte, espressa in denaro, del fondo di consumo di domani, ma una data quantità individuale di denaro, che accumulandosi e valorizzandosi nel tempo, dovrà permettere l’acquisto dei beni necessari per il mantenimento in età avanzata. In questa visione scompare la socializzazione del fondo di consumo. La pensione diventa un fatto individuale, di possessori di denaro soggetti alle alee del denaro. Perché il contributo versato oggi possa diventare diritto a vivere decentemente in pensione occorre che esso entri nei meandri della finanza, in cui decine di intermediari ne faranno strumento per appropriarsi di lavoro altrui (plusvalore) lasciando a chi versa le briciole.

Se poi il lavoratore avrà saldata la pensione in un momento di boom delle Borse potrà sperare in una pensione decente, se le Borse saranno depresse lo sarà anche la sua vecchiaia... Una bisca, in cui il banco vince sempre, più che la “previdenza”.
Supponiamo che con un’elevata contribuzione al fondo integrativo e una dose di fortuna i nostri futuri pensionati riescano ad avere, come promesso, la stessa pensione prevista dalle vecchie regole “a ripartizione”: le classi demografiche numerose degli attuali 40-50enni riceveranno nel loro insieme una quota più grande di prodotto rispetto agli attuali, meno numerosi pensionati. Quindi i lavoratori di domani ne riceveranno una parte più piccola... Ma questo è esattamente quello che i nostri fautori del “contributivo” dicevano di voler evitare! Dicevano che bisogna risparmiare di più oggi per non gravare sulle spalle dei nostri figli domani. Essi risponderanno che i futuri pensionati non graveranno sui loro figli-lavoratori, perché la loro pensione sarà totalmente il frutto del denaro risparmiato nel tempo. Ma comunque si giri la frittata, della ricchezza prodotta dalla prossima generazione, una parte maggiore dovrà essere assegnata al mantenimento dei pensionati, quindi i lavoratori di domani nel loro insieme dovranno rinunciare ad una parte del prodotto rispetto a quanto ricevono i produttori di oggi, per cederla ai pensionati. I pochi “figli” dovranno comunque farsi carico dei molti “padri”, che si adotti il sistema a ripartizione o quello a capitalizzazione. Il sistema a capitalizzazione, presentato come la soluzione quasi miracolosa al problema della denatalità, non risolve quindi il problema del rapporto tra le generazioni; ne nega solo il carattere sociale, e pretende di trasformarlo in questione privata e di mercato. Esso pretende di fare del lavoratore salariato un capitalista, un proprietario del frutto del lavoro altrui, mentre in realtà punta a trasferire parte del salario dei lavoratori nelle mani dell’alta finanza (anche se c’è un sindacalista nel consiglio d’amministrazione) perché essa si possa arricchire col lavoro altrui.
Questa è la vera ragione di tutti questi passaggi, di queste metamorfosi del salario differito nelle mani degli intermediari finanziari, che succhiano plusvalore nella forma di interessi, dividendi, guadagni sul capitale. La conferma ce la dà un fondatore del secondo gruppo mondiale di fondi pensione e fondi d’investimento, il Vanguard Group (850 miliardi di dollari di fondi amministrati). Con l’intenzione di mettere in cattiva luce i gruppi rivali egli rivela che negli ultimi due decenni questi fondi hanno assorbito il 45% del rendimento dei capitali investiti! ai titolari del capitale investito è rimasta poco più della metà. Supponendo un rendimento lordo del 6% e netto del 3,3%, nell’arco di una vita lavorativa ciò significa trovarsi al momento della pensione con un capitale ridotto a meno di un quarto di quanto il lavoratore avrebbe avuto senza avvalersi dell’intermediazione dei fondi. Il grosso va agli intermediari e ai gruppi finanziari che controllano i fondi e ne prelevano i profitti. Ecco perché una lotta tanto accanita tra imprese, assicurazioni, banche e altri gruppi finanziari per mettere le mani sul TFR sottratto al controllo dei giovani lavoratori e che ora si vuole scippare anche ai lavoratori più anziani!
Uno scontro che sta spaccando anche il governo, con il ministro del welfare Maroni che accusa Berlusconi di farsi portavoce degli interessi delle compagnie di assicurazione (controlla tra l’altro la Mediolanum), mentre i vertici sindacali, aspiranti finanzieri nei fondi pensione di categoria, cui sono interessati anche gli industriali, appoggiano il ministro leghista per favorirli rispetto alle compagnie.
L’interesse dei lavoratori non è né con gli uni né con gli altri. Ogni lavoratore ha diritto ad un’esistenza decente dopo una vita di lavoro. In una società dove le crisi avvengono perché si producono troppe merci e troppi capitali il problema non può essere quello delle risorse, ma solo dei rapporti sociali.






R.L.

Pubblicato su: 2006-02-12 (1577 letture)

[ Indietro ]

 


You can syndicate our news using the file backend.php

   Get Firefox!