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N°8 Pagine Marxiste - Maggio-Luglio 2005
UN COMUNISTA DI MENO - Riflessioni a sessant’anni dall’omicidio del compagno Mario Acquaviva
Capitoli di storia militante

13 luglio 1945—13 luglio 2005

Casale Monferrato, 13 luglio 1945, ore 18 circa. Sul cavalcavia della stazione un impiegato, uscito dal lavoro dalla vicina azienda chimica Tazzetti diretto alla stazione per rientrare ad Asti, viene avvicinato da un uomo in bicicletta che, accertatosi della sua identità, gli spara sei colpi di pistola. Dileguandosi assieme ad un complice, lo sparatore grida “E’ un fascista! E’ un fascista!”. Trasportato moribondo in stazione, si scopre ben presto che il fascista in questione in realtà è Mario Acquaviva, comunista da sempre, dirigente del Partito Comunista Internazionalista.


Chi era Mario Acquaviva? Comunista dal ‘21, arrestato nel 1926 e condannato a 8 anni dal Tribunale Speciale, in quegli anni prese le distanze dalla degenerazione politica in atto nel partito. Nel gennaio 1943 aderì al PCInt, costituendo nuclei nell’astigiano che si distinsero nelle ondate di scioperi; attraversò la linea gotica fino a Piombino e Portoferraio, dove stabilì i contatti per la nascita delle locali sezioni di partito. Dall’estate del 1944 fu costretto alla clandestinità; in contemporanea il PCI cominciava le persecuzioni contro di lui accusandolo in un volantino di essere una spia dell’OVRA e della Ghestapo. Nel frattempo cresceva di intensità la campagna contro la sinistra. Le calunnie non si contavano. I “trotzkisti” vennero definiti provocatori, disgregatori, sabotatori, fascisti, delinquenti, manigoldi “tenitori di tabarins e di bische clandestine, speculatori del mercato nero ed eroi del brigantaggio notturno” 1, in un contesto di minacce ed episodi oscuri. In quei mesi l’azione degli stalinisti portò all’eliminazione di militanti comunisti di sinistra, direttamente (Vaccarella, Atti) o indirettamente (Mauro Venegoni).
Dopo la fine della guerra, l’azione controrivoluzionaria del PCI registrò uno degli gli aspetti più scabrosi, con il traghettamento nelle proprie file di ex fascisti ed ex repubblichini, fenomeno che si sarebbe ulteriormente ampliato nel 1946 con l’amnistia concessa da Togliatti ai criminali in camicia nera. Gli ex fascisti ricambiarono ovviamente il favore, distinguendosi fra coloro che si scagliavano contro la sinistra comunista. Il giorno prima dell’assassinio di Acquaviva un autore teatrale ex membro dei GUF (Gruppi Universitari Fascisti), accusò gli internazionalisti sulla prima pagina de L’Unità di essere gli autori dell’eccidio di Schio. 2
La serie di minacce ad Acquaviva da parte dei dirigenti locali del PCI culminò con l’omicidio politico di Casale. Nell’atto d’accusa lanciato dagli internazionalisti il 28 luglio 1945 il PCI venne indicato quale responsabile morale e politico dell’assassinio.
Come ricordare oggi, sessant’anni dopo, il sacrificio di Acquaviva? Riteniamo che si debba andare oltre una semplice rievocazione ― né basta limitarsi all’esecrazione ― traendone le dure quanto necessarie lezioni politiche.
Dopo l’omicidio, l’estrema marginalità dell’azione dei rivoluzionari internazionalisti fu direttamente proporzionale alla mancata reazione al piombo stalinista. Non si tratta — si badi bene — di rimpiangere il mancato verificarsi di uno scontro a fuoco frontale, i cui esiti sarebbero stati deleteri per i rivoluzionari, a tutto vantaggio degli stalinisti. Ma riteniamo ci fossero le condizioni per non limitarsi a reagire all’omicidio solo con sterili proteste, scritte o verbali che fossero. Se, da un lato, nessuno certo pensava che la giustizia borghese scovasse il colpevole di un delitto a tutt’oggi rimasto impunito (il PCI svolgeva troppo egregiamente il proprio ruolo di repressore delle istanze proletarie, e poi un comunista di meno, soprattutto del calibro di Acquaviva, faceva comodo a tutto lo schieramento della classe avversa), dall’altro la linea politica del PCI era talmente reazionaria che non pochi proletari, e fra questi numerosi ex partigiani, in quei mesi andavano ad ingrossare le fila del PCInt.
Ci si può quindi chiedere se non fosse il momento per trasformare l’atto d’accusa contro il PCI da una semplice lettera aperta a una denuncia vigorosa che coinvolgesse davvero fabbriche, rappresentanti dei lavoratori, punti di ritrovo proletari, in un’azione capillare che minasse la base stessa del partito staliniano, per estendere e consolidare le posizioni e l’organizzazione internazionalista, oltre ad azioni di autodifesa per porre un argine alla violenza stalinista contro i rivoluzionari.
Oggi, sessant’anni dopo, non possiamo aver la riprova di quanto sarebbe stato possibile fare allora; ma lavoriamo con le nostre esigue forze perché si faccia ciò che è possibile fare nelle condizioni del presente, per contribuire a ricostruire il partito rivoluzionario non chiusi fra quattro mura a studiare, bensì operando in mezzo alla classe, per strappare i lavoratori coscienti all’influenza dei social riformisti eredi politici degli assassini di Acquaviva, così come delle altre forze borghesi.
Anche in questo ci sentiamo in sintonia con le ultime parole pronunciate da Acquaviva prima di morire: “Lavorate, questo è il momento!”.



NOTE

1. Felice Platone, Vecchie e nuove vie della provocazione trotzkista, “Rinascita”, aprile 1945
2. Vito Pandolfi, Si fa luce sull’eccidio di Schio, “L’Unità”, 25.7.1945.
Nel carcere di Schio il 7 luglio 1945 una pattuglia partigiana aveva ucciso 54 detenuti, accusati di crimini fascisti.




A.P.

Pubblicato su: 2005-12-06 (2987 letture)

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