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N°8 Pagine Marxiste - Maggio-Luglio 2005
Emigranti d’Italia

“Non sono i limiti delle forze produttive a creare una popolazione eccedente; è l’aumento delle forze di produzione che richiede una diminuzione della popolazione, e spinge via l’eccedente con le carestie e l’emigrazione. Non è la popolazione che spinge sulle forze produttive, ma le forze produttive che spingono sulla popolazione.”

Karl Marx – Scritti sull’Irlanda – 1853

Le nuove generazioni conoscono l’Italia come terra di immigrazione. Ma per oltre un secolo, a partire dall’unità d’Italia fino agli anni Settanta del secolo scorso, l’Italia è stata terra di emigrazione. Spinti dalla miseria e attratti dalla speranza di una vita migliore, milioni di emigranti che parlavano i vari dialetti italiani, negli Stati Uniti, in Sudamerica, e poi nell’Europa continentale hanno attraversato le stesse vicissitudini di marocchini e albanesi, romeni ed ecuadoregni, ucraini ed egiziani in questi anni in Italia, meno istruiti di questi, e come loro spesso guardati con sprezzo e sospetto dai residenti consolidati.
I lavoratori internazionalisti non devono dimenticarlo. In ogni immigrato non vediamo uno straniero, ma un compagno di classe.


L’Italia, dal completamento del processo di unificazione nazionale nel 1861, ha visto una continua emorragia di forza-lavoro verso l’estero, che ha caratterizzato la storia del paese, con flussi più intensi in certi periodi e più scarsi, fino quasi ad arrestare il movimento di uomini, in altri.

MOLTI FIGLI, POCO CAPITALE

Alla base di questo movimento di popolazione c’è nei decenni iniziali la sovrappopolazione relativa, generata dalla diminuzione della mortalità, che ha investito, in varia misura, tutta l’Europa dalla fine del XVIII secolo in poi, legata ai progressi della scienza, e della medicina in particolare, mentre la natalità è diminuita molto più lentamente e se ne sono visti gli effetti solo negli ultimi decenni; ad essa si è unita la disgregazione contadina che ha man mano spopolato le campagne, effetto dello sviluppo capitalistico, specie dopo l’unificazione del mercato nazionale, e della crescente meccanizzazione agricola a partire dal ‘900.
L’accumulazione interna di capitale industriale non era sufficiente ad assorbire tutta la forza lavoro aggiuntiva, generata dall’aumento demografico e ”liberata” dalla disgregazione contadina: quindi l’Italia si è trovata a fare da serbatoio di manodopera per gli altri paesi che, a ritmi sempre più intensi, stavano procedendo sulla strada dello sviluppo capitalistico. Nel corso di circa un secolo, dagli anni ’70 del XIX secolo agli anni ’70 del XX, milioni di persone hanno lasciato i loro luoghi d’origine per imbarcarsi su bastimenti o treni, varcare le frontiere e mettere le loro braccia a disposizione del capitale.

L’Italia, caratterizzata dallo storico dualismo territoriale fra Nord e Sud, ha sempre visto masse migranti dalle aree più arretrate verso quelle con maggiore accumulazione di capitali.
Il flusso delle migrazioni interne ha visto gli spostamenti soprattutto nelle seguenti direzioni:
-Aree rurali–centri urbani,
-Mezzogiorno–Centro-Nord (e in particolare verso il triangolo industriale TO, MI, GE),
-Veneto e Nord-Est – triangolo industriale.
Anche questi flussi interni, pur conoscendo periodi di rallentamento, non si sono esauriti, spostando oggi, dal Mezzogiorno verso le regioni del Nord, una nuova immigrazione a cui partecipano, con diverse motivazioni ed opportunità, sia lavoratori italiani che stranieri.
Ma è significativo che le migrazioni interne di massa abbiano fatto seguito dopo diversi decenni alle migrazioni esterne. La forza lavoro è una merce che come tutte le merci va dove viene richiesta sul mercato mondiale. La classe operaia è classe internazionale.

Gli italiani dall’unità d’Italia hanno lasciato il paese nel corso di due significative ondate migratorie: quella transoceanica fra ‘800 e ‘900 e quella verso i paesi europei del secondo dopoguerra; si calcola che l’emigrazione abbia portato all’estero, fra il 1876 e il 1988, circa 27 milioni di persone, pari all’intera popolazione italiana rilevata dal censimento nazionale del 1871. Calcolando anche gli oriundi, vivono all’estero circa 58 milioni di persone che hanno le loro radici in Italia, pari all’incirca all’attuale popolazione italiana.
All’interno di questo fenomeno demografico che ha coinvolto significativamente anche altri paesi europei, come l’Irlanda, la Germania e la Svezia nell’Ottocento o Grecia e Penisola Iberica nel Novecento, dalla metà secolo XX si notano in Italia sia la progressiva diminuzione dell'emigrazione extraeuropea che l'aumento di quella intereuropea, verso quei paesi che costituiranno la CEE e in altri, come la Svizzera.
Negli anni ’30 la Depressione chiude gli sbocchi nei paesi metropolitani come nelle città industriali italiane.
Il Fascismo cerca di contenere l’esodo agricolo e il processo di emigrazione rallenta. La migrazione intereuropea è significativa, soprattutto nel II dopoguerra, dopo la battuta d'arresto che coincide col Ventennio fascista, caratterizzata dalla chiusura autarchica.
Dopo la prima fase della ricostruzione postbellica, che vede un riaffermarsi delle mete extraeuropee, l’emigrazione in Europa riparte con maggiore intensità e coinvolge masse di entità significativa: 4,5 milioni verso l’Europa, contro 2,2 milioni verso altri continenti nel periodo 1946/1970.

FLUSSI DI RITORNO

Un aspetto poco sottolineato è il flusso di ritorno degli emigranti. Esso evidenzia un fatto importante: non si emigra per cambiare paese, ma soprattutto per il lavoro e, quando questo viene a mancare per le mutate esigenze del capitalismo che lo utilizza, o per limiti di età e salute, spesso si torna indietro, specie se la distanza non è oceanica.
Ad esempio, il bilancio fra Italia ed Europa negli anni dal 1946 al 1970, vede un movimento in uscita di 4,5 milioni di persone, contro un rimpatrio di 3 milioni di connazionali – quindi un saldo netto di 1,5 milioni in uscita; all’incirca, 2 su 3 emigranti sono poi rientrati nel paese di origine. E’ un segno che il movimento è correlato alle oscillazioni del mercato del lavoro; dalla Svizzera, destinazione nel periodo 1946/1957 del 45,2% della forza-lavoro italiana, è rientrata una media del 66% dei lavoratori, fino all’82% degli ultimi anni. Meno alta, ma significativa, è la percentuale di rimpatri nello stesso periodo, dalle direzioni transoceaniche: a 2,2 milioni di partenze corrispondono 559 mila rientri.
Questo capovolge l’immagine che si ha comunemente dell’emigrante; il saldo migratorio vede movimenti sia di andata che di ritorno e i mezzi di trasporto contemporanei consentono più facilmente che in passato il ricongiungimento col paese d’origine.

ESPORTAZIONE DI FORZALAVORO

Fra gli emigranti distribuiti in tutti i paesi CEE, la percentuale delle forze del lavoro sul totale dei soggetti coinvolti nelle migrazioni era stimata pari all’80%: una chiara connessione fra migrazione e utilizzo della forza-lavoro.
La figura dell’emigrante che emerge dalle statistiche: giovani, maschi, lavoratori, celibi o comunque non accompagnati dal coniuge.
L’emigrazione per lavoro è stimolata da due tipi di fattori che non sono mai isolati, anche se intervengono in proporzione diversa a seconda dei momenti e delle situazioni: i fattori di spinta nel luogo di origine degli emigranti e i fattori di attrattiva nel luogo di destinazione.
I fattori di spinta, nel concreto, sono la miseria nelle campagne, in Italia meridionale aggravata anche dal permanere del latifondo, la scarsa produttività agricola, la crescita demografica, connessa alla scarsità di offerte di lavoro, i bassi salari, le distruzioni belliche.
“…Per l’Italia la questione migratoria si pose con chiarezza sin dall’immediato dopoguerra, e non solo per la necessità congiunturale di far fronte alla ricostruzione post-bellica di un’economia in pessimo stato. Pesava infatti sul paese lo storico divario fra intenso sviluppo demografico e relativa scarsità di capitali, cui si era aggiunto anche l’accumulo di manodopera sottoutilizzata in seguito alla mancata emigrazione degli anni trenta…” (F.Romero – L’emigrazione operaia in Europa). Lo stesso Alcide De Gasperi, all’indomani della nascita della Repubblica, teorizzava l’emigrazione come “necessità vitale” per il paese e sollecitava gli italiani a “...riprendere le vie del mondo...” – già nel 1948 l’Italia presentava all’Europa un programma quadriennale, con il quale si faceva una previsione di 832.000 disoccupati che avrebbero dovuto prendere la via dell’espatrio (364.000 in Europa e 468.000 in America) nel corso di un quadriennio, per allentare la pressione sociale di 1.188.000 disoccupati previsti nello stesso periodo. Fra l’altro, grazie al denaro – le cosiddette rimesse – inviato dagli emigranti ai familiari, l’Italia avrebbe recuperato valuta pregiata con cui pagare le importazioni e finanziato le banche.
Della manodopera che effettivamente uscì dal paese le donne erano il 40% dal 1946 al 1951, per poi calare progressivamente nei decenni successivi a percentuali annue che variavano dal 24% al 28%, a conferma del fatto che il mercato del lavoro post-bellico chiedeva soprattutto manodopera maschile per l’agricoltura, l’edilizia, le miniere, le fabbriche, mentre le famiglie seguivano, e non sempre, nella fase successiva del ricongiungimento; spesso al paese restavano le “spose bianche”.
Negli attuali flussi di immigrazione in Italia, che comprendono anche lavoratrici dei servizi (specie alle persone ed alle famiglie), le donne provenienti da diversi paesi costituisco la maggioranza: ad es. 70% per le polacche, 68% le peruviane; segno che la proletarizzazione si è estesa, coinvolgendo in prima fila anche il genere femminile di alcune aree del mondo.

I principali fattori di attrattiva sono l’intenso sviluppo industriale, col crescente bisogno di manodopera dei paesi europei, non soddisfatto dalle aree limitrofe, e i salari superiori a quelli italiani, cosicché la forza-lavoro italiana, che si collocava a bassi livelli di scolarizzazione e di preparazione, era stimolata e partire ed era assunta in agricoltura, ma soprattutto nell’edilizia e nei lavori di bassa manovalanza, in fabbrica o in miniera: nelle miniere del Belgio, nel 1958, il 30% degli addetti ai pozzi ed il 45% dei minatori di fondo era costituito da italiani (O. Casacchia, S. Strozza – Le migrazioni interne e internazionali in Italia dall’Unità a oggi: un quadro complessivo).
Inoltre gli accordi intereuropei favorivano la circolazione di manodopera, attraverso agenzie che si occupavano di reclutare ed accompagnare l’inserimento dei lavoratori nei paesi di accoglienza.
Già nel 1946/1947 l’Italia strinse accordi bilaterali con Francia, Svizzera, Belgio e Gran Bretagna, cui si aggiunsero Olanda, Lussemburgo e Germania. Questi accordi aprivano la possibilità di contratti temporanei di lavoro e residenza, su specifica chiamata dei paesi ospitanti, e fissavano quote annuali massime di ingressi. In alcuni paesi, come Francia e Belgio, il lavoratore poteva ottenere il rinnovo, con l’opportunità di consolidare la propria presenza, mentre Svizzera e Olanda interpretavano rigidamente la temporaneità di questi contratti, con un turn-over piuttosto intenso, per timore che i lavoratori di stabilissero definitivamente nel paese.
L’emigrazione era quindi stimolata e, in un certo modo, organizzata dai governi quali procacciatori di manodopera per la borghesia.

IL MODELLO TEDESCO

Il principale flusso di emigrazione dell’Italia del dopoguerra, quello verso la Germania, segue un modello che si differenzia nettamente dal tipo di emigrazione verso le Americhe, che aveva caratterizzato l’ondata fra Ottocento e Novecento: un espatrio temporaneo contro quello a lungo termine, e spesso definitivo, verso l’altro continente; politiche di accoglienza ed accompagnamento della manodopera, grazie agli accordi, contro il viaggio verso l’ignoto; opportunità di rientri frequenti in patria, senza rischio di perdere diritti e opportunità acquisite. Vale la pena di studiarlo con attenzione.
Al 31/12/1999 in Germania risiedono 616.000 italiani, meno di un decimo dei 7.346.000 stranieri presenti, ma quasi un terzo degli europei e la terza comunità, per consistenza, dopo turchi e cittadini della ex Jugoslavia. Questi sono però solo un’esigua minoranza dell’ingente numero di italiani che tra il 1955 e il 1999 sono emigrati verso la Germania, per un totale di quasi 4 milioni di persone, di cui quasi l’88% è rientrato nel paese d’origine: 3.395.381 rientri su 3.961.851 ingressi , mentre solo il 12 % si è fermato; assieme ai figli nati in Germania, essi costituiscono l’attuale comunità italiana.
Tutte le migrazioni italiane all’estero sono state seguite da un alto numero di rientri, ma nessuna con simili proporzioni. Questo evidenzia una sorta di modello “rotatorio”, favorito sia dalle leggi e dagli accordi internazionali che dalla comune appartenenza all’allora MEC, l’embrione dell’attuale Unione Europea.
La presenza italiana in Germania ha le sue origini già nel 1700, con gli ambulanti del Nord Italia, e a partire dalla fine del secolo XIX i lavoratori italiani vengono attratti dall’incipiente sviluppo industriale tedesco, lavorando nelle miniere, nella metallurgia, nel commercio ambulante.
Dopo la Seconda guerra mondiale la politica internazionale e la Guerra fredda giocarono un ruolo significativo nel favorire l’afflusso di lavoratori italiani nella allora RFT: col 1961 e la costruzione del muro di Berlino s’interrompe il flusso di lavoratori tedeschi dell’Est e, contemporaneamente, si accentua il ruolo del “motore tedesco” nello sviluppo europeo; il rinascente imperialismo tedesco ha bisogno di forza-lavoro, molta e disponibile, ma già dal 1956, col Trattato di Roma, la Germania inizia a divenire attrattivo per i lavoratori italiani. La comune appartenenza al Mercato Comune Europeo permette un utilizzo di manodopera rapidamente disponibile, anche con un viaggio in treno, “...pendolare fra impieghi stagionali e rientri altrettanto temporanei in Italia, rispondendo solo agli alti e bassi del mercato...” (F.Romero – L’emigrazione operaia in Europa).
La Germania è un paese che si autodefinisce paese di non immigrazione intendendo scoraggiare permanenze definitive a favore di soggiorni temporanei. Già nell’Ottocento, quando iniziò la tardiva, ma intensa, marcia verso lo sviluppo industriale, la Prussia emanò delle leggi miranti a scoraggiare la permanenza dei numerosi lavoratori e lavoratrici agricoli polacchi assunti per i lavori stagionali, costretti a lasciare il paese ad ogni termine di contratto, pena pesanti sanzioni. Le lavoratrici che erano in stato di gravidanza venivano riaccompagnate alla frontiera e rimpatriate “a proprie spese”, per non aver rispettato il contratto! La conseguenza ovvia erano i passaggi clandestini delle frontiere e la permanenza di nascosto nel paese. Inoltre i sindacati si opponevano ai contratti a basso costo con stranieri, che deprimevano i livelli salariali agricoli.
Dopo due guerre mondiali e gli immensi movimenti di masse ad esse legati (come quelli di tutte le minoranze tedesche dell’Europa orientale), con la necessità di riassorbirle come manodopera nelle aree sovrappopolate nei primi drammatici anni del dopoguerra, tale modello storico viene riaffermato dalla legislazione della Repubblica Federale, per coprire quei lavori che non erano più appetibili per i lavoratori tedeschi, perché pericolosi, malsani, faticosi e che, pur in presenza di un tasso di disoccupazione non irrilevante – nel 1955 una media del 5,1% annuo, con punte stagionali da un minimo di 2,7% fino al 7% o fino al 10% in alcune regioni (K. Bade, L’Europa in Movimento) – richiedevano l’assunzione di forza-lavoro proveniente da Europa meridionale e orientale; situazione simile all’Italia meridionale odierna, che richiede manodopera straniera, nell’agricoltura, pur con tassi rilevanti di disoccupazione.
Ai lavoratori stranieri provenienti soprattutto da Italia meridionale, Grecia settentrionale, Nord del Portogallo ed Ovest della Spagna (tutte regioni investite da un’intensa disgregazione contadina) la Germania offriva contratti che favorivano una frequente rotazione di manodopera, che consentiva di ridurre le spese sociali, dal momento che malattie professionali e assicurazioni andavano a pesare sul paese di origine e di rimpatrio; i lavoratori italiani finivano più spesso dei locali nelle mansioni lavorative più faticose o pericolose per la salute ed inoltre, in caso di brevi crisi, la disoccupazione viene “esportata all’estero”, salvaguardando il paese da tensioni sociali. Il modello consentiva però agli italiani di poter rientrare frequentemente in patria, con le garanzie di accordi bilaterali fra i due paesi stipulati alla fine del 1955.
Il modello prevalente fra i lavoratori italiani è quello di un limitato numero di anni di lavoro all’estero, cercando di accumulare risparmi per poter rientrare in patria presso la famiglia: i giovani celibi sono la maggioranza degli emigrati e il turn-over è molto intenso.
Negli anni a cavallo della crisi petrolifera del ’73 la ristrutturazione riduce l’occupazione industriale: gli operai immigrati sono i primi ad essere licenziati e anche in Germania, inizia il contro-esodo: Italia, Grecia e tutti gli altri paesi europei esportatori di forza-lavoro vedono rientrare la maggior parte dei connazionali all’estero. Diversi paesi europei iniziano a prendere misure restrittive verso l’immigrazione. Gli immigrati vengono così usati come ammortizzatore nelle crisi. Le leggi più restrittive costringono i lavoratori a scegliere fra una sistemazione definitiva ed un rientro, altrettanto definitivo, in patria.
Il rallentamento dell’emigrazione italiana era iniziato già alla fine degli anni ’60, con il boom economico italiano, che riduce significativamente la disoccupazione e assorbe la forza-lavoro nelle grandi città del nord; si cala da un totale annuo di espatri verso mete europee di 310.000 nel 1960 a 115.000 nel 1970, ed un calo continuo e progressivo che porta ad un saldo di rientri che superano le partenze fino agli anni ’80. La presenza italiana in Germania, risalente agli anni ’50, si riduce drasticamente, fino ai numeri odierni. Agli italiani si sostituiranno i turchi, che con oltre due milioni sono divenuti la più numerosa comunità di immigrati.
Attualmente nella Repubblica Federale unificata risiedono 716.800 italiani (con un incremento di circa 90.000 unità negli ultimi 5 anni); &(2004 - annuario Caritas) tra essi circa 311.000 da 14 province del Sud e delle isole, da cui l’emorragia di emigranti non si è mai arrestata; la sola provincia di Agrigento conta oltre 39.000 presenze in Germania.
La Sicilia, tra l’altro, è la regione che dà il più alto contributo di giovani sotto i trent’anni (17%) e di minorenni (18%), a dimostrazione del fatto che l’emigrazione non è un fenomeno chiuso nel passato, ma ancora presente (2004 - Caritas). Al contrario, la giovane generazione dei figli degli italiani cresciuti nella Repubblica Federale paga lo scotto della situazione sociale di provenienza: il 9% della popolazione studentesca di origine italiana (contro il 3% dei coetanei tedeschi) frequenta le Sondernschule, le scuole speciali per ragazzi difficili o con problemi di apprendimento, e gli italiani sono ai primi posti per dispersione scolastica e agli ultimi per l’iscrizione alle scuole superiori e università.
La Germania di oggi (2004) accoglie la percentuale maggiore (17,8%) dei circa 2,25 milioni di italiani soggiornanti in Europa e i settori di impiego sono mutati: al lavoro in fabbrica si sono sostituite le occupazioni nel terziario, è aumentata la scolarizzazione media degli emigranti, spinti soprattutto dalla difficoltà di trovare lavoro nel Mezzogiorno; inoltre è cresciuto il numero di specializzati, anche laureati, che trovano migliori opportunità di impiego all’estero.
Ma nel frattempo l’Italia, in declino demografico e redditi aumentati fino ai primi anni ’90, è divenuta meta di attrazione per la “forza lavoro eccedente” da ogni angolo del mondo.






G.R.

Pubblicato su: 2005-11-27 (1698 letture)

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