Moduli
· Home
· Abbonati al giornale
· Archivio
· insiemecontroilrazzismo
· Volantini

Chi è Online
In questo momento ci sono, 0 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Languages


English French Italian

N°8 Pagine Marxiste - Maggio-Luglio 2005
Contraccolpi dell’allargamento UE


I REFERENDUM SULLA COSTITUZIONE

Il NO di Francia e Olanda alla ratifica del Trattato costituzionale europeo è riconosciuto anche dai più incalliti europeisti come una battuta d’arresto; l’analisi delle cause del NO e le ipotesi sulle prospettive di unificazione europea fanno anch’esse parte oggi della battaglia politica fra le frazioni dominanti dei singoli Stati e fra i governi per condizionare a proprio vantaggio il processo stesso. Il NO non è stato un risultato casualmente emotivo, ma, come sempre nei processi elettorali, il risultato di una campagna orchestrata che ha arruolato formazioni politiche diversissime fra loro (dalla destra xenofoba di Le Pen al centro socialista di Fabius all’estrema sinistra) e che ha intercettato con successo il voto di massa di strati piccolo borghesi ma anche della maggior parte dei lavoratori.
Il No francese (22 maggio) ha avuto una chiara connotazione sociale (lo hanno espresso l’81% degli operai, il 67% degli impiegati, il 70% degli agricoltori; ma anche il 68,6% delle banlieue assediate dalla disoccupazione e delle aree interessate dalla ristrutturazione tessile e siderurgica), generazionale (hanno votato No il 59% degli elettori con meno di 34 anni e il 65% di quelli dai 35 ai 49 anni e che nel ’92 avevano determinato l’adesione della Francia a Maastricht), geografica (il No ha vinto nella cosiddetta “Francia profonda” il Sì nel centro delle grandi città e a Parigi).
I lavoratori dipendenti hanno espresso la paura per l’effetto combinato di delocalizzazioni e arrivo “eccessivo” di immigrati (visti come cause principali della crescente disoccupazione) e una reazione all’effetto euro sui prezzi. Questi timori sono stati incanalati dai fautori del NO all’interno di una campagna che esaltava lo stato nazionale (presentato come lo scudo che protegge dalle aggressioni esterne) e nel caso del SI a favore di un europeismo in cui la UE rafforza lo stato nazionale contro i rivali americani o asiatici.
Nel voto della piccola borghesia hanno pesato da un lato il timore di perdere le consistenti protezioni di cui gode l’agricoltura, dall’altro gli effetti della direttiva Bolkestein (liberalizzazione dei servizi) sintetizzati nella demonizzazione dell’ “idraulico polacco”, ma il NO ha espresso anche le preoccupazioni dei settori industriali più deboli esposti alla concorrenza. Se Medef (la Confindustria francese) era nettamente schierata per il SI, secondo un sondaggio di AFP (Agence Française de Presse) del 5 aprile il 54% degli imprenditori con meno di 20 dipendenti intendevano votare no. Fabius, leader del No di stampo socialista, ha legami personali di lunga data con Louis Schweitzer, già PDG e ora presidente della Renault.

GLI EFFETTI IMPREVISTI DELL’ALLARGAMENTO

Perché settori della borghesia francese hanno fatto prevalere il No?
Già l’accordo sul Trattato costituzionale venne raggiunto nel maggio del 2004 a prezzo di numerosi compromessi. I suoi contenuti furono molto meno ambiziosi delle ipotesi iniziali. Sostanzialmente l’asse renano dovette accettare la proposta inglese di mantenere il diritto di veto in ambiti come il fisco, la politica estera e la sicurezza comune, mentre la possibilità di una cooperazione rafforzata in area PESC ( politica estera) era vincolata al voto unanime del Consiglio.
Fu in questa occasione che in Francia cominciò a delinearsi un fronte del NO alla Costituzione europea. Con la vittoria di Zapatero in Spagna (marzo 2004) e il ritiro delle truppe spagnole dal fronte iracheno, l’asse renano sembrava aver aumentato il suo potere attrattivo, in vista di snodi fondamentali come l’allargamento, il varo della Costituzione europea e del nuovo bilancio Ue.
Ma l’allargamento a dieci nuovi paesi, accettato non senza resistenze dai governi francesi, modificò in modo forse non del tutto previsto gli equilibri dentro le istituzioni europee. Sul piano della politica internazionale l’asse franco-tedesco aveva già verificato la difficoltà a condizionare questi paesi: non solo molti dei paesi dell’Est erano già entrati nella Nato (Polonia Cekia, Ungheria, Slovenia, Slovacchia, Estonia, Lettonia, Lituania), ma tre (Polonia, Cekia e Ungheria) si allinearono con la Spagna di Aznar, Italia, Portogallo, Danimarca e ovviamente Gran Bretagna per appoggiare l’attacco americano all’Irak. Gli Usa utilizzarono quindi efficacemente la guerra in Irak, come già era avvenuto nei primi anni ’90 col conflitto nella ex Jugoslavia, per spaccare un eventuale fronte europeo egemonizzato da Francia e Germania.

LA PRESIDENZA BARROSO

Quel che non era di per sé prevedibile era che l’asse renano si ritrovasse indebolito anche sulle questioni interne alla UE. In occasione dell’elezione della nuova Commissione Europea (agosto 04), la Germania si vide imporre come presidente, al posto del proprio candidato Verhofstadt, Manuel Barroso, più liberista e filo-atlantico. Barroso al momento di distribuire gli incarichi privilegiò i nuovi membri e i “piccoli paesi”, escludendo dai posti più prestigiosi (come la concorrenza o l’economia) proprio Francia e Germania. La possibilità da parte dell’asse renano di determinare l’elezione del Presidente della Commissione, una costante nella Europa a 15, venne meno nell’Europa a 25.
La Gran Bretagna riuscì quindi a coagulare da un lato il risentimento dei piccoli paesi (irritati perché il patto di stabilità imposto nel ’91 dalla Germania viene tranquillamente disatteso quando è vantaggioso per i due grandi), dall’altro dei nuovi membri, che, passati attraverso una feroce ristrutturazione del tessuto produttivo per raggiungere i parametri dell’ammissione, non amano il dirigismo e il protezionismo alla francese, ma convergono invece con la linea liberista inglese (libertà di movimento dei lavoratori, abbattimento delle barriere per le società di servizi, meno tasse sull’impresa e meno ingerenza dello Stato in economia).
In Francia il brusco ridimensionamento di influenza ha prodotto il coagularsi di un blocco che mira a rallentare il processo di allargamento.
Illuminante il commento di Georges Sarre segretario del Mouvement Républicain et Citoyen (M.R.C.) – staccatosi ‘da sinistra’ dal partito socialista, il quale afferma che «in una EU a 25 non ci sarebbe stato Airbus nella cui creazione gli Stati hanno avuto un ruolo fondamentale e che ha permesso in 30 anni agli europei di passare dal 3 al 50% dell’aeronautica civile… Infatti la attuale Commisione Europea ha impedito la fusione Legrand-Schneider che avrebbe messo in difficoltà General Electric… quindi oui à Airbus et donc non à la Constitution européenne!».
E’ una chiara indicazione che la “nuova Europa” non è abbastanza antiamericana per certi settori di borghesia francese, ma anche il venir meno di una situazione vantaggiosa per la Francia, cui andavano lucrose commesse nel settore aerospaziale (Airbus ha sede a Tolosa) grazie a un voto di scambio in cui la Francia traghettava in Europa la Germania ex potenza sconfitta e la Germania foraggiava la grande industria francese con le commesse dei progetti europei. Perché la Francia dovrebbe oggi rafforzare a scapito delle proprie prerogative nazionali degli organismi centralizzatori europei che non riesce ad egemonizzare?

L’ASSE RENANO IN DISCUSSIONE

Il NO franco-olandese ha esentato Blair dall’indire il Referendum per il 2006, con suo grande sollievo visto il successo di formazioni apertamente euroscettiche alle elezioni europee in Gran Bretagna. Blair può riproporre così la variante inglese d’Europa, cioè un’area di libero scambio rafforzata e un allargamento senza limiti.
Lo scontro sul bilancio europeo

Negli scontri fra le potenze europee in occasione della stesura dei bilanci (quello 2000-2006 come 2007-2013), ci sono delle costanti che riguardano sia la quantità dei contributi da versare sia la loro destinazione.
Le basi programmatiche di bilancio e di spesa per gli anni 2000-2006 furono gettate nella riunione del dicembre 1999 a Berlino sotto la presidenza tedesca. La Germania, principale contribuente netto, fece proposte che complessivamente avrebbero ridotto il proprio contributo di circa 4 miliardi di €. Fra queste chiese una sorta di rimborso finanziario per i contributori netti impugnando il precedente del “rebate” (“sconto”) inglese. Infatti nel 1984 al vertice di Fontainbleu la Gran Bretagna ottenne che le venisse garantito il rimborso del 66% del proprio contributo netto (cioè la differenza fra quanto versato alla UE e quanto ottenuto). Lo sgravio alla Germania (con cui si allinearono Olanda e Austria) avrebbe danneggiato Spagna, Francia, Grecia e Portogallo, ma permesso maggiori aiuti ai contadini dei Lander dell’est. La proposta si arenò per la ferma opposizione francese. Inoltre anche su pressione del WTO nel 2001 Germania, Gran Bretagna, Svezia e Olanda chiesero un ridimensionamento delle spese PAC (Politica Agricola Comune), che da tempo assorbe quasi la metà del bilancio europeo, e il cosiddetto “disaccoppiamento”, che avrebbe disincentivato la sovrapproduzione agricola e aperto la strada all’importazione nella UE di prodotti agricoli dai PVS. Ma al vertice europeo di Bruxelles dell'ottobre 2002 un accordo fra Francia e Germania stabilì che la PAC restasse inalterata fino al 2006 e che dal 2007 la spesa totale sarebbe rimasta congelata nonostante l’allargamento UE.L’ingresso nella UE di nuovi paesi e la necessità di estendere anche a loro la PAC ha infatti provocato nuove tensioni. Il compromesso trovato nel 2002 al vertice di Copenaghen prevedeva che gli agricoltori dei nuovi paesi UE ricessero inizialmente il 25% di quanto destinato ai colleghi degli altri 15 paesi per poi salire gradualmente al 100% nel 2013. Ma difficile combinare la conservazione dei privilegi ai vecchi paesi e l’aumento dei contributi ai nuovi senza aumentare i versamenti. In una lettera inviata nel dicembre 2003 al presidente della Commissione UE Germania, Gran Bretagna, Francia, Austria, Olanda e Svezia (i principali contribuenti netti) chiedevano di limitare il bilancio europeo all’1% del PIL europeo rispetto all’1,14% proposto dalla Commissione UE.
Ma non minore attrito provocano i fondi UE denominati “Obiettivo 1” ( pari nel 2000 a oltre il 35% del bilancio) e destinati alle aree depresse (cioè a quelle il cui PIL pro capite è inferiore al 75% della media UE). Con l’ingresso dei nuovi paesi l’abbassamento del PIL comunitario farebbe perdere il diritto agli aiuti a diverse regioni. Ad esempio lo manterrebbero Calabria e Sardegna, mentre Sicilia, Basilicata, Campania e Puglia lo perderebbero (l’Italia sarebbe il paese più penalizzato in assoluto con la perdita di 19,7 miliardi di euro). La Germania perderebbe invece tutti i finanziamenti dei cinque Land dell’Est (pari a 6,7 miliardi). La Spagna perderebbe 7,4 miliardi, la Grecia 4,5%.
Lo scontro sul bilancio 2007-2013 al Consiglio Europeo del 16-17 giugno 2005 si è giocato sempre sugli stessi temi: PAC, fondi strutturali per le aree depresse, “rebate” inglese. Schroder e Chirac difendevano l’accordo del 2002 e chiedevano un ridimensionamento del “rebate” britannico, mentre Tony Blair si è detto disposto a ridiscutere il “rebate” solo in cambio di un ridimensionamento della PAC (fino alla sua eliminazione entro il 2010) sulla quota del bilancio UE, a vantaggio di ricerca, istruzione, incentivi allo sviluppo di scienze e tecnologia. La Francia si è opposta e lo scontro anglo-francese ha portato allo stallo della trattativa. Neppure l’offerta dei nuovi paesi membri di rinunciare a una parte dei propri sussidi pur di far approvare il bilancio ha potuto sbloccare la trattativa. Zapatero si è allineato con Blair perché la Spagna, il cui PIL è aumentato dovrebbe diventare contribuente netta e perdere molti benefici. Anche l’Italia ha tutto da guadagnare in una riconferma del bilancio 2006 anche nel 2007, perché conserverebbe i fondi dell’Obiettivo 1. Olanda e Svezia invece chiedevano una riduzione del proprio contributo, lamentando di versare una cifra pro-capite molto elevata. Le varie soluzioni di compromesso proposte dalla presidenza di turno lussemburghese non sono servite, anche per il rifiuto inglese di continuare le trattative.
I commentatori critici verso la GB sottolineano che, se la GB difenderà a oltranza il rebate e se gli altri “vecchi membri” beneficiari della PAC non rinunceranno ai propri privilegi, per ammettere al banchetto PAC almeno in parte i nuovi venuti, si dovrebbe aumentare la quota che ogni paese cede al bilancio comunitario (dall’1% del PIL all’1,14-1,24% o meno). Al contrario il governo olandese ha chiesto uno sconto (sostenendo che « I Paesi Bassi pagano oggi 180 euro per persona all'anno. La Svezia 95 euro, la Germania 71 euro”) e altri 5 paesi si oppongono a qualsiasi ritocco dell’1% (Germania, Gran Bretagna, Austria, Francia e Svezia).

I sondaggi dicono d’altronde che anche in Germania il No avrebbe vinto se ci fosse stato referendum. In modo esplicito Angela Merkel, candidato cancelliere, critica la linea adottata dal duo Chirac-Schroeder, definito “un’associazione di mutuo soccorso”, cioè l’unione di due debolezze. Secondo la Merkel Schroeder, a capo di una Germania economicamente indebolita, ha fatto troppe concessioni alle pretese francesi in particolare sulla questione della PAC, cioè dei contributi all’agricoltura. La bandiera oggi impugnata da Blair contro la PAC era stata agitata da tutti gli europarlamentari tedeschi quando contribuirono a far dimettere la presidenza francese della Commisssione europea nel marzo ’99. Tuttavia la Francia nell’ottobre 2002 scambiò al vertice di Bruxelles il suo assenso all’allargamento con la garanzia che fino al 2013 le regole del finanziamento all’agricoltura non sarebbero state modificate; la Germania accettò il compromesso. Una nuova leadership tedesca, lascia intendere la Merkel, potrebbe rimettere tutto in gioco.

IL FALLIMENTO DI BRUXELLES

Su questi temi si è giocato il fallimento del nuovo vertice di Bruxelles che doveva varare il budget europeo 2007-2013 (17-18 giugno 05). Esso ha confermato, se ce ne fosse ancora bisogno, che in questi vertici a contare sono sempre gli interessi delle frazioni dominanti all’interno di ogni nazione. Se questi interessi nazionali trovano soddisfazione nel processo europeo esso marcia, altrimenti rallenta o cambia ritmo e prospettive, non essendoci processi irreversibili in questo campo e nessun obiettivo raggiungibile dalle borghesie nazionali che non sia il frutto dell’incontro o dello scontro di interessi. Interessi e rapporti di forza tra gli Stati (dal momento che i rapporti di forza di per sé non danno la direzione) possono portare a punti di convergenza in determinate fasi e fratture in altre (Vedi riquadro sul bilancio).
L’empasse di Bruxelles ha sollevato preoccupazioni tra i candidati. Da un lato la Turchia, che è diventata il capro espiatorio del dibattito post-vertice e che, vedendo da più parti (da Prodi a Chirac, da Merkel a Ratzinger) rimesso in discussione il suo ingresso nella UE dopo il 2014, potrebbe, come reazione, riprendere in considerazione il rilancio dell’alleanza strategica con gli USA (recentemente Ankara ha concesso agli americani l’uso della base militare di Incirlik, negata due anni fa, per voli di supporto logistico verso Irak e Afghanistan). Dall’altro Romania e Bulgaria temono un allungamento dei tempi di adesione.

Ma anche i nuovi membri potrebbero entrare in oscillazione. Prendiamo il caso polacco. Nel 2004 la Polonia ha ricevuto come contributo europeo 1,87 miliardi di €. Ne riceverà 4 nel 2006. Se fosse stato varato il prossimo bilancio europeo nel 2007 la Polonia avrebbe dovuto ricevere 8 miliardi di euro. La mancata approvazione del bilancio si traduce per i nuovi paesi membri nella perdita di miliardi di euro di sovvenzioni, fondamentali per l’agricoltura, ma anche per lo sviluppo delle infrastrutture. La soluzione più indolore per il 2007 sarà di prolungare senza modifiche il bilancio 2006. Scrive il quotidiano polacco « Rzeczpospolita » “la Gran Bretagna ha affossato un summit che avrebbe portato dieci miliardi di euro all'Europa Orientale. Se lo ha fatto per umiliare la Francia, non ha prestato attenzione al fatto che sono i nuovi membri UE a pagarne il costo”.

LE “GEOMETRIE VARIABILI”

In Francia è ripreso il dibattito sul declino. Si fa notare come negli anni ’70 il PIL francese era superiore del 25% a quello inglese; nel 2002 il PIL inglese era superiore del 9% a quello francese.
Il governo italiano ha approfittato del vertice di Bruxelles per ottenere ogni possibile attenuante allo sforamento del 3%; per ora conserva i finanziamenti alle proprie “aree depresse” e alla propria agricoltura.
Quello che è certo è che per un paio di anni non si parlerà più di Costituzione.
Ciò ha indotto alcuni a rilanciare in versione aggiornata l’idea di un “nucleo duro” europeo, composto da almeno 6 Stati (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna e Polonia) che accelerassero in alcuni campi come la difesa delle “integrazioni avanzate”.
E’ una proposta che sembra voler seppellire per sempre l’asse franco-tedesco come motore dell’Europa, che punta a un ruolo degli Stati a scapito delle istituzioni europee per abbreviare i tempi di mediazione politica e aumentare comunque l’integrazione.
A proporre l’idea è stato per primo Sarkozy, cui ha fatto eco il premier bavarese Edmund Stoiber, leader della CSU, citando gli stessi sei paesi. Anche Rutelli, dentro una contingente polemica con Prodi, ha rilanciato le "geometrie variabili": “cioè singoli paesi, che si mobilitano su singoli obiettivi". Prende le distanze dall’asse franco-tedesco che “un tempo è stato il motore dell'integrazione, oggi si è rivelato un fattore di involuzione”, in particolare per aver messo in discussione il patto di stabilità e per aver strumentalizzato in senso protezionista la direttiva Bolkenstein; e infine ha attaccato la Germania (che su questo obiettivo si muove da potenza autonoma e non europea) per aver rivendicato un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. L’interesse nazionale italiano a partecipare sia pure a rotazione a un “seggio europeo” nel Consiglio di Sicurezza è una posizione trasversale ai due poli. Anche gli USA appoggiano il Giappone al posto della Germania.
I problemi del processo europeo sono problemi delle borghesie europee, il cui obiettivo è assicurare il dominio sul proprio proletariato e partecipare alla spartizione del mercato mondiale. Il nostro riferimento è il proletariato, la nostra lotta è contro tutte le forme di dominio di classe, siano esse su scala nazionale o sovranazionale. Non esiste un’ipotesi di Europa favorevole ai lavoratori, un’Europa “sociale” da contrapporre a quella dei banchieri. Questa è una delle ideologie dell’imperialismo europeo per coinvolgere i lavoratori e avallata da partiti e burocrazie sindacali. Così come non esiste una scorciatoia all’unificazione di classe graziosamente offerta dal capitale nel processo europeo. Il proletariato ha trovato, anche se episodicamente, unità di intenti e di azione al di là delle barriere nazionali, quando si è organizzato autonomamente dalla borghesia. Viceversa i capitalisti riescono a contrapporre i reparti della classe gli uni contro gli altri anche all’interno dei confini nazionali usando tutti gli strumenti ideologici a disposizione, dal regionalismo ai fattori religiosi, dalla razza alle classi e sottoclassi salariali, e via dicendo.
La UE preme per il prolungamento dell’orario di lavoro e l’innalzamento dell’età pensionistica, per l‘aumento del lavoro precario, perché l’ Unione degli Stati della borghesia non può che essere l’Unione della borghesia europea, qualunque forma essa assuma. Europa e nazioni della borghesia continueranno a vivere succhiando sudore e sangue al proletariato, nel lavoro come nelle guerre.
Solo il rovesciamento dei rapporti sociali capitalistici potrà permettere l’unificazione dell’umanità.
Solo a partire dalla contrapposizione di classe è possibile portare avanti un internazionalismo coerente.






F.T.

Pubblicato su: 2005-11-27 (1554 letture)

[ Indietro ]

 


You can syndicate our news using the file backend.php

   Get Firefox!