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N°8 Pagine Marxiste - Maggio-Luglio 2005
Il modello italiano in declino
Liberismo per i lavoratori, protezione per i borghesi

Negli ultimi anni, e più insistentemente negli ultimi mesi, la borghesia italiana ha lanciato l’allarme sul “declino italiano”.
Non è la prima volta che i padroni del vapore gridano al lupo. Il termine “crisi” è tra i più ricorrenti nella letteratura economica e sindacale italiana degli ultimi 30 anni almeno, ed è valso a giustificare ogni pretesa nei confronti dei lavoratori. La musica non è cambiata oggi; l’allarme “declino” viene utilizzato dalla Confindustria per coinvolgere i sindacati in un’azione congiunta di lobby nei confronti del governo, per misure fiscali e incentivi alle imprese, oltre che per chiedere sconti sui salari e nuove concessioni sulla flessibilità. Il termine “declino” ha tuttavia un significato più ampio che non “crisi”, perché indica una tendenza non contingente ma di lungo periodo al ridimensionamento, e il concetto di indebolimento rispetto alle altre economie, alle altre potenze. Abbiamo quindi voluto cercare di capire quanto di reale e quanto di ideologico e strumentale vi sia nell’allarme sul declino. Non certo per fornire ricette – di cui sono prodighi politici ed economisti d’ogni colore dell’arcobaleno borghese – su come rimediare al “declino”, dacché non parteggiamo per la nostra contro le altrui borghesie, ma per comprendere le possibili ripercussioni dei processi in corso sui rapporti e le lotte tra le classi, e sulla nostra stessa azione di comunisti. Dall’analisi svolta siamo giunti alle seguenti conclusioni:
-Nell’ultimo decennio non solo l’Italia, ma tutta l’Europa dell’Euro è entrata in una fase di rallentamento e declino, mentre il modello liberista anglosassone si è rivelato vincente in questa fase del ciclo capitalistico mondiale.
-L’Italia presenta ulteriori elementi di debolezza rispetto alla zona euro, riconducibili a un modello tutto italiano: liberismo e precarietà per i lavoratori dipendenti, welfare e protezione dalla concorrenza per gran parte della abnormemente numerosa piccola borghesia.
-La piccolissima dimensione delle imprese italiane frena la loro capacità di crescere nei settori ad alta tecnologia, meno vulnerabili alla concorrenza dei paesi emergenti. Ma grazie al suo forte peso politico, senza eguali tra le metropoli imperialiste, la piccola borghesia usa lo Stato per sottrarsi alla minaccia della concentrazione del capitale.
-Incapace di ridimensionare la piccola borghesia, il grande capitale e tutto l’apparato dello Stato aumentano la pressione sul lavoro salariato, per comprimerne ulteriormente salari, condizioni di lavoro e di vita.
Per i lavoratori salariati, la prospettiva della “collaborazione nazionale” sarebbe una via senza fine di arretramenti e sacrifici. La difesa di classe e l’internazionalismo sono l’unica via.


Declino accentuato nello sviluppo ineguale

I dati statistici mostrano in maniera incontrovertibile il rallentamento dell’economia italiana, fin sulla soglia della stagnazione, e il fatto che essa negli ultimi 25 anni non ha tenuto il passo con la crescita dell’economia mondiale. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, se valutiamo il prodotto interno lordo a parità di potere d’acquisto, la quota italiana sul totale mondiale è diminuita dal 4,16% del 1980 al 2,91% del 2004. Questo declino si è accentuato negli ultimi due anni di forte crescita del prodotto mondiale (+4% nel 2003 e +5,1% nel 2004, massimo da quasi 30 anni), mentre il PIL italiano cresceva solo dello 0,3 e dell’1,2%. Questo declino è però avvenuto all’interno di un più generale declino dei paesi dell’Europa continentale: l’Europa dell’euro ha perso terreno, dal 20,11% al 14,97% del prodotto mondiale, mentre gli Stati Uniti hanno pressoché mantenuto la loro posizione, con il 21,40% nel 1980 e il 20,85% nel 2004. Non che l’Europa non sia cresciuta, ma l’economia mondiale è cresciuta molto di più.
Come si può vedere dai dati riportati in Tabella 1, l’Italia è il paese che ha subito il più accentuato declino nei 24 anni considerati, perdendo il 30% del “peso” che aveva sul prodotto mondiale nel 1980. La Germania ha perso il 28% e la Francia quasi il 25%. Tra i maggiori paesi in via di sviluppo, la Cina ha quadruplicato il proprio peso (da poco più del 3% a oltre 13%) ponendosi in seconda posizione mondiale, e l’India l’ha quasi raddoppiato superando il 6%, mentre Brasile e Messico hanno rispettivamente perso un quarto e un quinto del loro peso,
Ciò è ovviamente il risultato di una minor crescita: USA +110%, Gran Bretagna +80%, Francia + 62%, Germania + 55%, Italia +50%. Brasile e Messico hanno avuto, tra forti boom e forti crisi, una crescita intermedia tra quelle dei paesi europei e quella statunitense; l’India ha più che quadruplicato il suo prodotto, la Cina più che decuplicato.
Data questa forte ineguaglianza nei ritmi di marcia, i rapporti di forza non potevano che subire drastici mutamenti, con la Cina che supera tutte le metropoli tranne gli USA e si pone a ridosso dell’area euro; l’India supera i paesi europei e insegue il Giappone.
Se consideriamo solo l’ultimo decennio (1994-2004) vediamo che l’Italia ha quasi ristagnato, con una crescita di soli 17 punti, pari all’1,6% annuo, ma Giappone e Germania sono cresciuti ancora meno. Questi tre paesi sono cresciuti meno della metà degli Stati Uniti e circa la metà della Gran Bretagna.
Gli Stati Uniti, tenendo il passo della crescita mondiale, si sono rafforzati del 25-30% rispetto ai maggiori paesi continentali europei e al Giappone – cioè rispetto ai vecchi rivali – ma perdono terreno rispetto ai due giganti emergenti dell’Asia.
L’Italia è quindi il paese industrializzato la cui economia è meno cresciuta nel corso dell’ultima generazione, e tra quelli che meno sono cresciuti nell’ultimo decennio. Nei primi quattro anni del nuovo decennio la crescita del PIL italiano ha rallentato ulteriormente, sotto l’1%, e tra fine 2004 e inizio 2005 l’ISTAT calcola addirittura una contrazione del prodotto interno lordo.

Crisi della produzione industriale

Se consideriamo la sola produzione industriale, essa è diminuita del 2,7% tra il 2000 e il 2004. La produzione di materiale elettrico è diminuita del 21,1 per cento, quella di macchine per ufficio e strumenti di precisione del 16,2, quella di tessili, abbigliamento, calzature del 15,2. Solo i prodotti energetici, alimentari e della carta, stampa ed editoria hanno avuto incrementi significativi. Questa vera e propria crisi della produzione industriale italiana ha colpito soprattutto i settori maggiormente esportatori (nel solo 2003-04 i settori che esportano più del 40% della produzione hanno subito un calo di produzione del 3,4%). Centinaia di aziende in difficoltà sono state spazzate via, ma il ridimensionamento dei settori perdenti non è per ora compensato dalla crescita di altri settori a tecnologie più innovative.
Due dati confermano la debolezza strutturale dell’industria italiana nel nuovo quadro mondiale.
- La quota dei prodotti “a più elevato contenuto di tecnologia” nelle esportazioni italiane dall’inizio degli anni ’90 è aumentata di un solo punto percentuale all’11% nel 2003, mentre è aumentata di 5 punti nelle esportazioni di Francia e Germania, salendo rispettivamente al 22% e al 19% del totale. L’Italia arranca nel riposizionamento verso le tecnologie avanzate.
- Negli ultimi 4 anni la produzione di beni strumentali è diminuita del 6,6% in Italia, mentre è aumentata del 5,7% in Germania e del 4,7% in Francia. L’industria italiana perde terreno nella ristrutturazione delle metropoli, si indebolisce nelle produzioni che trovano sbocchi crescenti nei paesi emergenti.

Commercio estero e produzione all’estero

A sostanziare la tesi del declino vengono anche forniti dati sul calo della quota italiana nell’export mondiale, anche se spesso in maniera strumentale. Come spieghiamo nel riquadro, la quota sulle esportazioni mondiali, in calo non drammatico nell’ultimo decennio, è però destinata a seguire, alla lontana, il declino della quota sul prodotto mondiale. Una forte capacità di esportazione favorisce i settori esportatori, che possono ampliare la scala della produzione, e permette di importare prodotti a buon mercato o non prodotti all’interno, rafforzando l’economia nazionale nel suo complesso; ma le esportazioni di per sé non possono risolvere il problema della crescita, come il caso tedesco dimostra.
E in generale, dato che non si può ipotizzare che tutti i paesi abbiano un attivo commerciale, il commercio internazionale può “fertilizzare” la dinamica delle economie che vi partecipano favorendo la specializzazione produttiva, ma non può fornire la “domanda addizionale” per aumentare la crescita economica. Può creare sbocchi per alcuni settori o paesi con bilancia commerciale in attivo, ma a scapito di altri con bilancia in passivo. Paradossalmente, in questi anni è la metropoli con il più forte deficit commerciale, gli Stati Uniti, ad avere la più forte crescita interna.
Il traino del mercato mondiale si esercita non tanto sul mercato interno, quanto sul capitale “nazionale” – o per meglio dire, sul capitale a base nazionale, dato che il capitale è internazionale per definizione. Tra i “contrassegni” dell’imperialismo individuati da Lenin è il prevalere dell’esportazione di capitali rispetto all’esportazione di merci. Secondo un’indagine della Banca d’Italia sulle imprese dell’industria e dei servizi, nel 2004 “possedeva o deteneva partecipazioni rilevanti in un’impresa estera per la produzione di beni e di servizi” il 13% delle imprese industriali con 50 e più addetti (16-17% nel tessile e nel cuoio), il 29% delle imprese tra 200 e 499 addetti, ed il 37% di quelle con oltre 500. Il numero di addetti all’estero è pari al 22% degli addetti in Italia per le imprese industriali con 50 e più addetti, e al 77% per quelle con partecipate estere (il 152% per le imprese del tessile e del cuoio, con un peso pari al 36% sull’occupazione di tutto il campione). Questa presenza estera si è estesa soprattutto negli ultimi anni.
Questo significa che il capitale italiano produce sempre di più all’estero, sfruttando direttamente quasi 1,2 milioni di lavoratori di altri paesi (in aggiunta a circa 1,5 milioni di immigrati che lavorano regolarmente in Italia come lavoratori dipendenti).
L’altra faccia della stagnazione interna è quindi l’espansione della produzione all’estero, per ora difficilmente quantificabile, da parte delle imprese a capitale italiano. Con il procedere della internazionalizzazione del capitale, l’andamento delle imprese con una determinata base nazionale è sempre più disgiunto dall’andamento dell’economia nazionale o locale. Se il mercato interno ristagna, i capitali e la produzione vengono trasferiti nei mercati in espansione. Se le imprese di paesi emergenti hanno bassi costi, si va a produrre in casa loro, anche per esportare.
Per i lavoratori di diversi settori, come per parte delle aziende, è crisi, con chiusure, Cassa Integrazione e licenziamenti; ma per molte imprese anche degli stessi settori (un esempio: il tessile) è espansione e delocalizzazione là dove i costi sono minori, i profitti più alti, e spesso vi è anche un mercato in espansione.
Il declino dell’Italia come base produttiva non comporta quindi necessariamente il declino del capitale basato in Italia. Anche per questo non ci associamo alle prediche che ci vengono da parte imprenditoriale, governativa, sindacale come anche dall’opposizione parlamentare, perché i lavoratori facciano causa comune con i detentori del capitale per opporsi al “declino”. L’internazionalizzazione del capitale disgiunge anche l’ultima parvenza di “comunità nazionale” di interessi tra il capitale e il lavoro. Il capitale, alla ricerca del massimo profitto, abbandona il territorio dove si è accumulato estraendo plusvalore dai lavoratori, per sfruttare altre forze lavoro dove è possibile ottenere più alti saggi di profitto. I lavoratori non devono legare le loro sorti a quelle del capitale che dopo averli sfruttati li tradirà alla prima occasione. Inutile fare del moralismo, o pretendere che il capitale resti “in casa”. Il capitale è internazionale; i lavoratori devono internazionalizzare la loro azione. L’unione da creare è quella con gli altri lavoratori, su scala nazionale e internazionale.

Ristagno della produttività

Ritornando al ristagno del prodotto lordo e al calo della produzione industriale, il fenomeno assume l’aspetto di un enigma economico e statistico se si confronta con il dato dell’occupazione, risultata in aumento di 1,2 milioni sul 2000, di cui oltre 300 mila nell’ultimo anno (di oltre 400 mila se si considerano i soli lavoratori dipendenti), e stazionaria nell’industria. Generalmente a un calo della produzione corrisponde un calo più che proporzionale dell’occupazione, in seguito alle ristrutturazioni per accrescere la produttività. Più occupazione e meno produzione significano invece un calo del prodotto per occupato.
L’arcano si spiega con una serie di fenomeni. Innanzitutto il dato dell’aumento dell’occupazione è in buona parte dovuto alla regolarizzazione di lavoratori immigrati che prima non erano rilevati – un fenomeno statistico più che reale. In secondo luogo vi è stato un forte aumento di occupazione part-time e precaria: su 424mila nuovi lavoratori dipendenti, 180mila sono a part-time e altri 139mila sono stati assunti a termine.
L’export italiano
Allarmismi strumentali e debolezze reali

In un passo ripreso da giornalisti, imprenditori e politici, l’ultima Relazione della Banca d’Italia afferma che «a prezzi costanti la quota degli esportatori italiani, passata dal 4,6 per cento nel 1995 al 3,5 nel 2000, si è ulteriormente ridotta lo scorso anno al 2,9%”. Aggiunge però subito dopo, in un passo non ripreso dai media, che “a prezzi correnti si è invece mantenuta stabile, intorno al 4 per cento dal 2000». Ciò significa che anche se le quantità esportate non hanno tenuto il passo con la crescita del commercio mondiale, il loro valore unitario è cresciuto più della media, ossia gli esportatori italiani hanno puntato sui clienti di fascia più alta, ricavando più denaro da una minore quantità di merci esportate.
Un altro esempio di allarmi strumentali: nei primi quattro mesi del 2005, mentre era in corso la forsennata campagna contro il tessile cinese, le esportazioni italiane di prodotti tessili e dell’abbigliamento sono aumentate del 2,1% e le importazioni del 2,9%, con un saldo positivo di 3 309 milioni di euro (dati ISTAT). Nulla di simile ad una “invasione”, come è stata presentata da stampa e TV. Nei confronti dei paesi extra-UE (Cina inclusa) per il periodo gennaio-maggio le esportazioni di prodotti del tessile-abbigliamento sono addirittura aumentate dell’8,7%, contro un aumento dell’import del 4,3%. Il saldo attivo è stato di 963 milioni di euro. E’ nei confronti degli altri paesi UE che l’export italiano del settore si è ridotto (pur rimanendo il ragguardevole attivo di 2 672 milioni per il periodo gennaio-aprile), perché preferiscono acquistare più prodotti cinesi. D’altra parte il futuro dell’export italiano non si gioca nel tessile, ma nelle macchine. Il fatto che la bilancia commerciale italiana sia tuttora in attivo (8,8 miliardi nel 2004) smentisce inoltre la tesi della perdita generalizzata di competitività. Non siamo di fronte a un tracollo dell’export italiano, ma di fronte a un mercato mondiale che prosegue una sostenuta espansione un declino della quota italiana appare inevitabile. Secondo la contabilità dell’ISTAT le esportazioni hanno toccato il loro massimo storico in rapporto al PIL italiano nel 2001 con il 28,4%, e dopo un calo al 25,8% nel 2003 sono risalite al 26,6% nel 2004, un livello pur sempre storicamente elevato. Le esportazioni per ora tengono come quota della produzione italiana, ma dato che questa si riduce rispetto al prodotto mondiale, anche le esportazioni sono destinate al declino. Secondo i dati del WTO l’Italia raddoppiò la sua quota sulle esportazioni mondiali dal 2% di metà anni ’50 al 4% di fine anni ’60, arrivando a sfiorare il 5% nel 1990; la sua quota è poi diminuita tra oscillazioni fino al 3,7% del 2000, e nel 2004 è stata del 3,8% (vedi grafico); è un valore che troviamo anche nei primi anni ’80, ma un suo ulteriore calo è probabile per le ragioni dette, e per i notevoli elementi di debolezza che la struttura produttiva italiana presenta in prospettiva. Ha infatti una struttura del commercio estero da paese a sviluppo intermedio, con un attivo commerciale concentrato nei beni di consumo, dove è più pressante la concorrenza dei paesi emergenti a bassi costi. Il deficit commerciale nel solo settore auto, imputabile in gran parte alla passata protezione della FIAT da parte dello Stato (che ha bloccato l’insediamento di concorrenti in Italia negli scorsi decenni), vale più del doppio dell’attivo nel tessile-abbigliamento e più dell’attivo nel settore dei macchinari industriali. Il forte deficit nell’elettrotecnica, elettronica e apparecchiature per le telecomunicazioni si mangia il doppio dell’attivo realizzato negli elettrodomestici, settore nel quale l’Italia dovrà cedere spazio crescente alla concorrenza dei paesi emergenti. Per un confronto la Germania, nonostante la sua bassa crescita interna, negli ultimi anni ha rafforzato la sua quota sulle esportazioni mondiali superando il 10% nel 2004 (al secondo posto dopo gli Stati Uniti) e ha realizzato un enorme attivo commerciale, pari a quasi 200 miliardi di dollari (140 miliardi se misurato FOB-FOB). E’ il risultato della più elevata concentrazione industriale e qualificazione della forza lavoro, della specializzazione nella produzione di beni strumentali e nel settore automobilistico (nel quale ha realizzato un quinto delle esportazioni mondiali). D’altra parte questo attivo non risolve i problemi della bassa crescita tedesca.

Gran parte dell’incremento dell’occupazione è quindi avvenuto su posizioni a bassa professionalità e relativamente bassa produttività nei servizi (anche colf e badanti), riducendo la produttività media complessiva. Anche per questo il valore aggiunto per occupato tra il 2000 e il 2004 è rimasto praticamente invariato (+0,3%) in Italia, mentre in Germania è aumentato del 4,7%, in Francia del 3,9%, e negli Stati Uniti del 16% (prodotto per ora lavorata). Nell’industria la produttività è aumentata in Germania del 10,9%, in Francia dell’8,5% e in Italia solo dell1,2% (dati Eurostat).
L’incremento della produttività del lavoro è il fattore più importante nella determinazione della crescita e quindi del rafforzamento/indebolimento relativo di un’economia. Secondo i dati OCSE (Tab. 2) tra il 1978 e il 1995 la produttività dei paesi europei dell’attuale zona euro è cresciuta a ritmi quasi doppi che negli Stati Uniti, che in quel periodo hanno espanso la produzione soprattutto facendo ricorso all’incremento del numero dei salariati e delle ore lavorate. Dopo il 1995 le parti si sono invertite. Nei nove anni tra il 1995 e il 2004 negli Stati Uniti la produttività è aumentata a un ritmo triplo che nella zona euro; negli ultimi quattro anni il rapporto tra USA e zona euro è salito a quasi 6 a 1. Per l’Italia l’OCSE dà addirittura un calo della produttività nell’ultimo quadriennio.
Anche in base a questi dati l’Italia sembra presentare in forma aggravata la sindrome di stagnazione della “vecchia Europa”. Possiamo quindi ipotizzare che in Italia si sommino una tendenza alla stagnazione comune alla Zona Euro, e caratteri specifici che aggravano questa tendenza.

Giovani salariati nel Far West

L’unico “vantaggio” che il capitalismo italiano sembra avere nei confronti dei concorrenti europei è un mercato del lavoro stile Far West. Parlare di “modello europeo” per l’Italia è infatti del tutto fuori luogo. Nella sua Relazione per il 2004 la Banca d’Italia attribuisce la bassa propensione al consumo italiana all’insicurezza derivante dall’estensione della precarietà e «dall’insufficienza delle misure di protezione sociale. In base alle statistiche dell’Eurostat, nel 2001 i trasferimenti sociali per famiglia, disoccupazione, abitazione ed esclusione sociale erano in Italia solo l’1,4% del PIL, la quota più bassa tra i paesi della UE e meno di un terzo della media dell’area» (signori, vien da dire, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca...).
Quale “modello europeo”? forse l’unico “welfare” che in Italia è più sviluppato è quello della famiglia, che qui assolve ancora un maggior ruolo di ammortizzatore. Una famiglia su dieci, e quasi una su sei tra quelle che lavorano, ha in casa almeno un componente sulla cui testa pende la spada di Damocle della scadenza di un contratto a termine. Le varie forme di lavoro flessibile (senza contare il lavoro in nero) riguardano già 3 milioni di lavoratori, e soprattutto i giovani. Il 60% delle assunzioni viene fatto a tempo determinato.
E’ sulle giovani leve, che in gran parte ignorano l’esistenza di sindacati e la possibilità di una difesa collettiva, che vengono imposte le forme più selvagge di precarietà e di riduzione del salario. Nel 1986 i giovani tra i 15 e i 30 anni, occupati a tempo pieno, guadagnavano l’80% dei lavoratore tra i 45 e i 65 anni. Nel 2002 hanno guadagnato solo il 70%. Secondo i dati INPS, le retribuzioni reali dei giovani all’entrata nel mercato del lavoro sono diminuite dalla prima metà degli anni ’90 “riportandosi sui livelli del 1977”: la stessa paga dei loro genitori, che avevano parecchi anni in meno di istruzione, che lavoravano con tecniche molto meno produttive! Ciò significa un forte aumento dello sfruttamento sulle nuove generazioni. Inoltre in base ai dati INPS “il calo dei salari d’ingresso non sarebbe compensato da una più rapida progressione delle loro retribuzioni nel corso della carriera lavorativa”, annota Bankitalia, che attribuisce a questo modello il “forte aumento dell’occupazione nell’ultimo decennio”.
Questo modello ha fornito alle imprese italiane tutta la flessibilità reclamata dal padronato e dai suoi servitori negli ultimi anni quale panacea per tutti i mali del capitalismo italiano; ma ora scoprono che non basta per competere sul mercato mondiale.

Piccolo è debole...

Il settimanale britannico «The Economist» si è aggiunto alla campagna nazionale sul “declino” mettendo in copertina l’Italia come il nuovo detentore del titolo di “malato d’Europa” (definizione coniata un tempo per l’Impero Ottomano e riutilizzata per la Germania nello scorso decennio).
L’Economist, oltre ad attaccare le scelte politiche del governo Berlusconi e il protezionismo bancario della Banca d’Italia, indica i noti fattori strutturali di debolezza dell’economia italiana: imprese troppo piccole, settori “maturi” quali il tessile e abbigliamento, le calzature, gli elettrodomestici bianchi, che abbisognano di bassi costi, nel passato assicurati periodicamente dalle svalutazioni della lira, e che ora sono sottoposti alla pressante concorrenza dei paesi emergenti, Cina in testa, mentre l’adozione dell’euro impedisce di continuare con l’espediente delle svalutazioni competitive (di cui soleva avvalersi la stessa FIAT, ora perdente nella competizione internazionale).
Alle piccole dimensioni delle imprese vanno anche collegati la bassa qualificazione media della forza lavoro, il basso investimento in ricerca da parte delle imprese e un capitalismo a base familiare che limita la mobilità dei capitali e la crescita di settori innovativi.
Su questo tipo di analisi vi è quasi unanimità, tra i partiti come da parte della Confindustria o dei sindacati. Lo slogan “piccolo è bello” degli anni ’80 viene oggi rovesciato: piccolo è debole nella competizione internazionale con i paesi emergenti. Ma non basta questa unanimità a risolvere il problema per la grande borghesia, perché queste debolezze del capitalismo italiano sono tutt’uno con la sua stessa struttura sociale e politica, perché la piccola dimensione è l’altra faccia del peso della piccola borghesia che in trent’anni non è stato minimamente scalfito, e rimane intorno al 30% degli occupati, circa tre volte rispetto alle altre metropoli.

... ma forte in Parlamento

Nonostante le litanie liberiste alla moda, nessun governo, di centro-destra, di centro o centro-sinistra – tutti condizionati dalla piccola borghesia che riempie il Parlamento – ha avuto la volontà o la forza politica di scatenare le forze di mercato che nelle altre metropoli già da diversi decenni hanno provocato la concentrazione del capitale e il ridimensionamento della piccola borghesia. Anche se la piccola borghesia ha cambiato aspetto, con i figli del contadino o dell’artigiano riciclati nelle figure del negoziante, del professionista o di altro lavoratore autonomo o piccolo imprenditore dei “servizi”; il suo numero non è stato ridimensionato (vedi Autonomia di classe contro le pressioni di grande e piccola borghesia, «pagine marxiste» numero unico, novembre 2003). Tra i due censimenti del 1991 e del 2001 il numero delle imprese in Italia è aumentato di 780 mila unità, superando i 4 milioni. Le imprese individuali con un solo addetto sono aumentate di 800 mila unità (+51%), giungendo a quasi 2,4 milioni. La dimensione media delle imprese nell’agricoltura, nelle costruzioni e nei servizi è intorno ai 3 addetti; nell’industria è di 9,2 addetti. Quasi la metà (46,4%) degli addetti lavora in microimprese con meno di 10 addetti; i due terzi lavorano in piccole imprese sotto i 50 addetti. Solo un quinto lavora in imprese grandi e medie, al di sopra dei 250 addetti. Per un raffronto, negli Stati Uniti solo l’11% degli occupati lavora in imprese con meno di 10 addetti, e poco più di un quarto fino ai 50; metà dei lavoratori è in grandi imprese oltre i 500 addetti; tra essi il 37% degli occupati lavora in imprese con oltre 2.500 addetti!

Una ristrutturazione mai avvenuta

Fino a quando l’Italia dominava quasi incontrastata sui mercati ricchi nei settori dei beni di consumo a basso contenuto di tecnologia, questa struttura aziendale poteva reggere, comprimendo i salari (nel 2001 il costo del lavoro per dipendente nelle imprese con 1-9 addetti, è stato pari a 19,5 mila euro, poco più delle metà che nelle imprese con più di 100 addetti – 36,5 mila euro), e con le varie aziende familiari dei distretti industriali che “fanno sistema” e perfezionano i processi produttivi, adattando rapidamente gli stessi prodotti alle mode. Ma ora che sugli stessi mercati avanza la concorrenza dei paesi emergenti a basso costo, queste aziende non sono in grado di spostarsi su settori e tecnologie completamente diversi. Alcune tra loro riescono semmai a spostarsi geograficamente, andando a produrre in Romania o cercando partner cinesi, ma una buona parte sono destinate a soccombere. Ė ciò che sta avvenendo in questi ultimi anni. La concentrazione nel settore industriale appare inevitabile, imposta dal mercato mondiale; nuove leggi si adeguano (vedi gli incentivi alla concentrazione nella legge sulla competitività).
Per la piccola borghesia resta il rifugio dei “servizi”, molto più al riparo dalla concorrenza internazionale, dove le leggi dello Stato possono continuare a limitare la concorrenza evitando i processi di concentrazione. Anche se ciò significa costi più elevati rispetto ai concorrenti, quindi una palla al piede per i settori produttivi.
Per l’imperialismo italiano elevare la sua struttura produttiva al livello dei concorrenti comporterebbe far fallire una parte consistente dei 4 milioni di titolari d’impresa, e costringerli ad offrire la loro forza lavoro alle imprese maggiori; ma questa trasformazione provocherebbe violente tensioni sociali e contraccolpi politici. Il governo del “liberista” Berlusconi si è ben guardato dall’abolire le leggi corporative che proteggono i professionisti dalla concorrenza, risalenti al periodo fascista (ad es. divieto alle società di capitali di fornire servizi professionali; tabelle degli ordini e delle associazioni con tariffe e prezzi minimi); rimangono in vigore leggi che permettono alle piccole imprese non solo di licenziare senza giusta causa, ma anche di evadere sistematicamente le imposte, non essendo soggette per esempio all’obbligo di tenere la contabilità del magazzino; le Regioni hanno il potere di bloccare l’insediamento della grande distribuzione. Non sono che alcuni esempi di come lo Stato ha protetto per decenni la piccola borghesia dagli effetti della concorrenza.
Questi caratteri del capitalismo italiano venivano analizzati 36 anni fa da Arrigo Cervetto, che vi individuava uno “squilibrio” tra struttura economica, ormai egemonizzata dai grandi gruppi del capitale industriale (FIAT, IRI, ENI, Montedison e Pirelli), e sovrastruttura politica, uno Stato che ancora rifletteva gli interessi della piccola borghesia e del parassitismo. Negli scorsi anni, sotto l’influenza delle campagne eurofile, qualcuno ha ritenuto che quello squilibrio fosse risolto per l’effetto taumaturgico dell’Euro, che ha permesso di ridurre gli interessi sull’enorme debito pubblico. L’esperienza di questi anni ha mostrato che la moneta unica non comporta necessariamente la convergenza delle economie. Essa ha anzi dato all’Italia quel margine di respiro che – insieme all’iniziale svalutazione della lira – le ha permesso di dilazionare la propria ristrutturazione sociale ed economica.
Dopo 36 anni possiamo ormai dire che il risultato del conflitto di interessi tra alcuni grandi gruppi internazionalizzati che detenevano il grosso del capitale investito e la piccola borghesia è stato il ridimensionamento dei primi, e non della seconda. Sono scomparsi i grandi gruppi della chimica, l’IRI e l’EFIM, sono ridimensionati FIAT, Olivetti e Pirelli, non sono ancora sorti nuovi gruppi di peso comparabile anche se, come abbiamo osservato (vedi Crollano i grandi gruppi, avanzano i medi, «pagine marxiste» n° 1, gennaio 2004) si affacciano molti candidati.
Se di squilibrio si può parlare oggi, è tra la struttura economico-sociale italiana e quella dei maggiori imperialismi concorrenti. La piccola borghesia urbana si è rafforzata socialmente, economicamente, e ha consolidato la propria influenza politica. Il protrarsi di questa situazione mentre la concorrenza internazionale marcia a ritmi sostenuti può indurre un sordo declino, o scatenare crisi acute. Mentre l’industria viene costretta a concentrarsi, pena la scomparsa, diversi settori del terziario potrebbero resistere alla ristrutturazione all’ombra delle protezioni statali, come finora hanno fatto.
Come osserva Bankitalia “la quota dei profitti sul valore aggiunto dell’intera economia è rimasta su livelli storicamente elevati, sostenuta in alcuni comparti del terziario dal basso grado di concorrenza; nell’industria manifatturiera, più esposta alla concorrenza internazionale, la quota si è invece ridotta”. La borghesia italiana ha perso terreno rispetto ai concorrenti, ma nel suo insieme non è in crisi, realizza ancora profitti elevati, a scapito dei salari. Gli stessi industriali vanno a realizzare superprofitti all’estero.
Il possibile declino del capitalismo italiano non è un problema del quale debbano farsi carico i lavoratori. Esso può anzi essere un terreno più favorevole per la ripresa del marxismo tra i giovani e i lavoratori. Una linea di classe deve opporsi ad ogni pretesa padronale di far pagare ai lavoratori le debolezze di questo modello di capitalismo.






R.L.

Pubblicato su: 2005-11-27 (1545 letture)

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