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N7 Pagine Marxiste - Marzo-Aprile 2005
Contesa in Asia Centrale
Kirghizistan

La cacciata del presidente Akayev dal Kirghizistan a seguito delle forti manifestazioni di marzo è stata presentata come una puntata dell’“effetto domino” che sostituirebbe, nelle aree di influenza dell’ex impero sovietico oltre che nel Medio Oriente, la democrazia al dispotismo. Lasciamo a chi le diffonde queste ideologie interessate. L’interesse della questione non riguarda tanto questa piccola e povera repubblica di 5-6 milioni di abitanti, ma la sua collocazione al centro dell’Asia che ne fa un’area contesa tra almeno tre grandi potenze: USA, Russia e Cina. Su tutta la cintura delle repubbliche ex-sovietiche, dalla Bielorussia all’Ucraina e Moldavia, al Caucaso e all’Asia Centrale è in corso una sorda partita per la ridefinizione delle sfere d’influenza tra gli imperialismi.




Eredità staliniana

Questo paese di discendenti dei mongoli di Gengiz Khan, islamizzato dai turchi (sunniti), assorbito a metà del ’600 dall’impero zarista e dall’Urss nel 1924, è la più povera delle ex repubbliche asiatiche sovietiche e può vantare ben poche risorse appetibili (energia idroelettrica, oro, tabacco e lana). E’ tuttavia incuneato ai confini con la Cina.
Le sue tensioni etniche sono una pesante eredità dell’era staliniana. Stalin infatti nel 1938, allo scopo di creare divisioni etniche su cui giocare per assicurare il dominio russo, spezzò la relativa omogeneità etnica delle repubbliche uzbeka, kirghiza e tajika spartendo la fertile Valle di Fergana (comprendente la città santa di Osh e Jalalabad), da sempre uzbeka, fra Uzbekistan e Kirghizistan. Lo stesso fece con la valle di Isfara, spartita fra Kirghizistan e Tajikistan. Gli scontri fra minoranza uzbeka (13% della popolazione, prevalentemente contadini) e maggioranza kirghiza (52%, molti ancora allevatori nomadi) hanno prodotto ancora nel ’90 circa 250 morti. D’altro canto la decennale guerra civile in Tajikistan ha incrementato il continuo arrivo di profughi tajiki, molti aderenti ai movimenti estremisti islamici. Anche le frontiere con la Cina sono turbolente per gli sconfinamenti degli Uyguri (movimento separatista del Xinjiang cinese).
I clan tribali hanno ancora un forte peso nelle dinamiche politiche e nelle alleanze economiche in Kirghizistan, così come è forte la presenza di organizzazioni criminali (la droga dell’Afghanistan passa soprattutto per il Kirghizistan).
Il peana alla ritrovata democrazia – una strana definizione per una situazione in cui le precedenti elezioni sono state annullate, e coesistono nello stesso palazzo due parlamenti rivali, il vecchio e il nuovo, che vedevano entrambi maggioranze a sostegno del “tiranno” – risulta particolarmente ipocrita se si pensa che nella stessa area si allineano despoti di ben altra stazza come Karimov in Uzbekistan, Nursultan Nazarbaev in Kazakhstan o Imomali Rakhmonov in Tajikistan. L’interim prima delle nuove elezioni fissate per il 10 luglio 2005 non vede un leader riconosciuto come in Ucraina, ma vari personaggi, espressione di settori sociali e aree geografiche specifiche. La situazione è ancora in piena evoluzione.

Basi militari

Il Kirghizistan ha acquisito importanza strategica con l’operazione Enduring Freedom in Afghanistan, nel dicembre 2001. Per rifornire gli aerei da inviare in Afghanistan e nonostante i malumori di Mosca, gli USA hanno acquistato la vecchia base russa di Manas, presso la capitale Bishkek, e ne hanno fatto un modernissimo aeroporto, aperto anche all’uso civile per la popolazione locale. Essa ospita 1550 uomini (compresi contingenti di Norvegia, Spagna, Olanda, Danimarca, Corea del Sud. L’Italia si è ritirata.).
Gli USA vi hanno investito 30 milioni di $ in infrastrutture militari, abitazioni, impianti di acqua e strutture sanitarie, accessibili anche alla popolazione. La presenza dell’esercito USA garantisce le più importanti entrate economiche dell’area, sia sotto forma di affitti che di acquisto di beni di consumo e salari. Parallelamente gli USA hanno concesso al Kirghizistan aiuti per 92 milioni di $ all’anno a partire dal 2002. Gli USA inoltre, in collaborazione con la Turchia (il kirghizo è un dialetto turco come del resto il kazako) finanziano l’ammodernamento delle forze armate, affrancando l’esercito dalla dipendenza dai tecnici russi. L’Università americana creata a Bishkent tramite l’onnipresente fondazione Soros ospita gratuitamente giovani kirghizi che studiano economia, relazioni internazionali, giornalismo, sociologia e altre materie secondo i programmi delle università statunitensi, e prepara così un ceto politico da contrapporre a quello attuale che si è tutto formato nelle università russe. In Kirghizistan opera anche una succursale kirghiza di Radio Europa Libera (Radio Azattyk). Gli USA insomma, osservano preoccupati i giornali russi ma anche cinesi ed europei, avrebbero “comprato” il paese.
Una parte consistente della dirigenza kirghiza ha visto favorevolmente la presenza americana e turca, per farne un utile contrappeso a russi e uzbeki. L’Uzbekistan, infatti, per il suo peso demografico e economico (esporta gas) potrebbe tentare di riempire il vuoto lasciato dai Russi.

Ma con la presenza USA ovviamente si sono sensibilmente modificati gli equilibri geopolitici in un’area che i russi considerano a torto o a ragione il loro cortile di casa.
Mosca ha reagito. Può accampare la necessità di difendere gli interessi delle consistenti minoranze slave presenti nel paese (russi, ucraini, bielorussi), ma anche invocare un Trattato di Sicurezza Collettivo firmato con Kirghizistan, Tajikistan, Armenia, Kazakhstan e Bielorussia (scopo specifico contenere i guerriglieri presenti nei territori montuosi di Kirghizistan, Tajikistan e Uzbekistan e i continui passaggi attraverso le frontiere afghane non efficacemente guardate dalle truppe Nato). Nel dicembre 2003 la Russia ha aperto una piccola base militare, “per combattere il terrorismo”, a Kant, 12 miglia ad est di Bishkek. L’accordo per la sua apertura prevede un miglior trattamento degli immigrati kirghizi in Russia ma soprattutto garantisce rifornimenti di gas dalla Siberia che integrino i rifornimenti sempre irregolari dall’Uzbekistan e quelli altrettanto irregolari di carbone dal Kazakhstan. La Russia comprerà il cotone kirghizo e venderà fertilizzanti, legno, farmaceutici. Inoltre sono previste joint venture nel campo dell’energia idroelettrica. La Russia conserva il diritto all’uso dell’aeroporto di Osh, chiuso a Tajiki e Afghani, e nell’aprile 2004 ha concesso 3 milioni di $ in aiuti militari.

L’instabilità politica in Afghanistan fornisce agli USA il pretesto per rimanere ed è chiaro che il fine prevalente è di condizionare la Russia, ma soprattutto di contenere la Cina. La Cina sta trattando per avere anch’essa una base militare nell’Est del paese; ha aumentato sensibilmente gli investimenti economici e offerto collaborazione militare.
Apparentemente quindi i kirghisi hanno sfruttato adeguatamente la loro rendita di posizione, ma incamerandone tutte le contraddizioni implicite. Il nodo interno irrisolto è se i clan del Nord che finora hanno tenuto saldamente il controllo delle istituzioni politiche e delle risorse sono disposti a ridistribuirli a favore del Sud povero, da cui è partito il mezzo milione di immigrati che lavorano in condizioni di semi schiavitù in Kazakhstan e Sud della Russia, e che ha dato forza alla rivolta contro Akayev. La violenza degli scontri nei giorni della rivolta fa presagire che le tensioni continuino a covare sotto la cenere.






F.T.

Pubblicato su: 2005-09-08 (1627 letture)

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