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N°7 Pagine Marxiste - Marzo-Aprile 2005
La marcia tedesca in Africa tra mediazione e sovversione
Le direttrici dell’imperialismo tedesco


Negli ultimi anni il governo e gli ambienti della grande borghesia tedesca sono andati esprimendo un accresciuto interesse per l’Africa.
Con la decolonizzazione, avvenuta in gran parte entro i primi anni ’60, e negli anni ’70 per le colonie portoghesi, si aprì la caccia da parte delle potenze non coloniali per erodere le posizioni delle ex potenze coloniali. In particolare, Stati Uniti e URSS si inserirono in vari conflitti etnici e tribali per scalzare l'influenza europea, a partire da quella degli imperialismi più deboli, del Portogallo in Angola e Mozambico e del Belgio nel Congo.
La disgregazione dell’Urss e la riunificazione tedesca hanno creato le condizioni perché la Germania possa tornare in campo per recuperare parte dell'influenza persa con la sconfitta nella Prima guerra mondiale. Ma, oltre che con le vecchie potenze coloniali, deve fare i conti anche con le potenze asiatiche emergenti India e Cina, che pure premono sul continente africano.

Caccia grossa per le risorse

Come visto in un precedente articolo, il peso dell’Africa sul commercio estero tedesco non arriva al 2%, e quello sugli investimenti tedeschi è per ora inferiore all’1%. L’attenzione della Germania per l’Africa sembra quindi mossa più dalle sue potenzialità che dalle sue attuali relazioni economiche.
Un importante potenziale economico dell’Africa è la sua crescita demografica, che si aggira mediamente sul 2,4%,1 con punte attorno al 3% o superiori in ben 13 paesi, un tasso di crescita regionale mai registrato storicamente. Nel 1950 la popolazione africana era pari a circa il 40% di quella europea; nel 1999 l'aveva superata, con oltre 767 milioni di abitanti, contro i 729 milioni dell'Europa. Inoltre l'età media era nel 2000 di 37,7 anni in Europa contro i 18,3 dell'Africa: un grande bacino di forza lavoro giovane in forte espansione, da cui estrarre plusvalore, ma finora scarsamente utilizzato dal capitale, con grandi masse di sottoccupati. Assieme alla crescita demografica occorre tuttavia ricordare che oggi il 50% dei 290 milioni di abitanti del Sub-Sahara dispone di un reddito inferiore a 1 euro al giorno, e non può perciò ancora essere calcolato come potenziale mercato di sbocco.
Dato il suo limitato sviluppo industriale, sono ancora soprattutto le enormi risorse minerarie, energetiche e agricole ad attrarre l’interesse delle vecchie e nuove potenze. Sotto i suoi 30 milioni di chilometri quadrati di territorio si stima che l’Africa custodisca circa il 30% delle risorse minerarie mondiali, tra cui il 40% dell’oro, il 60% del cobalto (importante nella produzione di armi) e il 90% dei metalli del gruppo del platino. Il solo Golfo di Guinea racchiuderebbe tra il 12% e il 18% delle riserve mondiali di petrolio. Nel Golfo di Guinea e in Angola, con l’enclave di Cabinda, sono presenti BP, Shell, TotalFinaElf, ENI.
Negli ultimi anni si sono affacciate in forze anche le compagnie petrolifere cinesi Sinopec e China National Petroleum Corp. (Cnpc): sono presenti in Ciad e in Africa Occidentale, in Libia, Sudan e Angola. Il 25% del petrolio importato dalla Cina proviene dall'Africa (Angola, Ciad, Sudan, Nigeria, Guinea Equatoriale, Congo-Brazzaville e Gabon). L'Angola, che nel 2004 per la prima volta ha fornito più petrolio alla Cina che non l'Arabia, ha ottenuto un prestito di 2 miliardi di dollari da Pechino.
L’importanza strategica dell’Africa è quindi superiore al suo peso economico. Ciò spiega il rinnovato interesse delle maggiori potenze per il continente nero.
Nel suo tentativo di penetrazione la Germania deve scalzare soprattutto i due maggiori alleati-rivali europei: Francia e Gran Bretagna, e può fare quindi scarso uso dell’involucro europeo. La missione Artemis in Congo resta ad oggi un’eccezione. Significativa l’ammissione del responsabile per la politica estera della CDU-CSU, Friedbert Pflüger, che auspica una politica comune europea di approvvigionamento energetico nel bacino del Caspio e in Africa Occidentale: «Ciò assicurerebbe all'Europa l'accesso ai mercati prima che altri importatori di energia possano sfruttarne il potenziale. Si tratta di una vera e propria competizione». Egli è però costretto a rilevare come i paesi della UE non perseguano di fatto una comune strategia per la sicurezza energetica; anzi, diversi paesi hanno bloccato lo sviluppo di progetti comuni accampando divergenze su priorità ambientali. Francia e Gran Bretagna non sembrano voler spalancare alla Germania le porte d’Africa. I gruppi tedeschi in Africa si trovano spesso a competere con le compagnie francesi o inglesi, ad esempio per il petrolio sudanese.
Per questo il governo Schröder sembra aver deciso di marciare prevalentemente da solo, con diverse missioni tedesche in Africa negli ultimi anni, guidate da vari esponenti politici della borghesia tedesca, dall’ex capo di Stato Rau, al Cancelliere Schröder, al ministro degli Esteri Fischer, alla segretaria agli Esteri Müller, al nuovo presidente Köhler; visite in genere accompagnate da delegazioni di esponenti economici (sarebbero circa diecimila le imprese tedesche presenti in Africa), che hanno portato alla conclusione di molti accordi economici (vedi riquadro).

Revisione strategica

La diplomazia economica non può tuttavia bastare da sola. Di fronte alla nuova, più complessa, competizione per la spartizione dell’Africa, il capitalismo tedesco sta elaborando una nuova strategia politica e una nuova ideologia.
Il Memorandum per la rifondazione della politica tedesca per l’Africa,2 a cui hanno collaborato Stefan Mair, della direzione della Swp (Fondazione per la Scienza e la Politica) e del Gruppo di consulenza per l’Africa del ministero degli Esteri, e Andreas Mehler, direttore dell’Istituto per l’informazione sull’Africa 3, propone l'abbandono degli obiettivi della politica per lo sviluppo finora perseguiti, come ad esempio la lotta contro la povertà, e l'assunzione di un esplicito orientamento a favore degli interessi tedeschi.
In assenza di organizzazioni statali efficienti, in grado di fornire strutture e garanzie per un proficuo sviluppo capitalistico, Mehler suggerisce di “costruire lo Stato dal basso”, incoraggiando le organizzazioni separatiste e regionalistiche, sollecitandone il collegamento in un sistema di sicurezza sub-regionale. Occorre: «Porre nuovo accento sui conflitti locali, ma di importanza internazionale, al fine di giungere, in un processo federativo di strutture legittime, a uno Stato che possa tornare ad essere nostro partner».
E’ una strategia che sembra puntare sulla revisione degli attuali assetti africani, imposti dalle potenze vincitrici dei due conflitti interimperialistici. Se venisse perseguita fino in fondo dalla Germania, essa avrebbe in sé il potenziale di far deflagrare le mille tensioni del continente, rimettendo in discussione Stati e confini che sono in gran parte costruzioni artificiali delle potenze coloniali. Una nuova catena di guerre africane sponsorizzate dai vari imperialismi sarebbe l’inevitabile conseguenza.
Nell’aprile del 2001 il governo tedesco, recependo in parte le indicazioni del Memorandum, presentò la prima parte di un progetto per la nuova politica per l’Africa.4 Pur con toni meno marcati viene ripreso il concetto della «decentralizzazione del potere statale»; la cooperazione allo sviluppo mira a favorire tale decentralizzazione "democratica". La Germania dovrebbe tuttavia «assumere con maggior decisione del passato il ruolo di "rispettabile mediatore" tra le parti in conflitto».

Coltan, Artemis, e massacri in Congo

In questo più cauto ruolo di mediatore, Berlino cerca di utilizzare le decine di conflitti a base etnico-tribale, soprattutto nell’Africa Centrale (Rep. Dem. del Congo, Congo Brazzaville, Ruanda, Burundi, Gabon, Guinea Equatoriale, Sao Tomé e Principe, Camerun, Rep. Centrafricana e Ciad). In questo ruolo la Germania ha il vantaggio di potersi presentare come “super partes” avendo in genere scarsi legami storici con le parti in conflitto. Allo scopo si serve anche delle organizzazioni umanitarie tedesche, a cui nell’ottobre 2004 il governo ha chiesto di venire informato sugli sviluppi nell’area per poter tempestivamente intervenire. Berlino mira soprattutto al Congo, «il cui peso politico ed economico potrebbe aumentare fortemente grazie alla sua dimensione, alla ricchezza in materie prime e alla posizione centrale».
Affari africani
Dalle pompe ai sottomarini

Il documento del governo tedesco rileva la possibilità per la Germania di «conquistarsi partner commerciali interessanti nell’Africa subsahariana, dove fino ad ora le sue relazioni economiche e commerciali sono state deboli». Un trend che sembra già avviato, visto che mentre fino al 1999 il 48% delle esportazioni tedesche in Africa andava al Nordafrica, questa quota è scesa nel 2003 al 37%, ed è cresciuta dal 36% al 45% quella verso l’Africa del Sud.
Il maggior partner commerciale della Germania in Africa rimane il Sudafrica, per gli storici legami con la borghesia afrikaner, in opposizione a quella anglofona. Sono circa 450 le imprese tedesche attualmente presenti nel paese con 70addetti. Da anni DaimlerChrysler produce in Sudafrica per esportare in Asia e Australia. Il gruppo elettrico sudafricano Eskom collabora con Siemens per incanalare il potenziale idroelettrico del Congo.
La Germania è il secondo maggior investitore dopo la Gran Bretagna in Kenya; il paese si presenta come un appetibile futuro mercato di sbocco per le merci tedesche, ma anche come sito di produzione. Sono state create 2 cosiddette "Export Processing Zones", che offrono rilevanti vantaggi economici.
In Etiopia, l'accordo per la promozione e la tutela degli investimenti concluso da Schröder e il primo ministro etiope Meles Zenawi faciliterà le iniziative soprattutto delle Pmi imprese tedesche.
In Libia, terzo fornitore petrolifero della Germania, con riserve accertate di almeno 36 miliardi di barili di petrolio, sono presenti la compagnia petrolifera tedesca Wintershall, filiale di Basf, Man-Ferrostahl, e RWE di recente entrata nella estrazione di petrolio e gas, settori in cui è forte la concorrenza da parte delle società americane. Le imprese tedesche ambiscono qui ai numerosi grandi lavori progettati dal governo libico: oleodotti, una ferrovia lungo la costa, un nuovo porto a Tripoli, grandi opere per il rifornimento idrico, centrali elettriche, un impianto per la preparazione del gas, la modernizzazione di raffinerie e un parco eolico.
Anche in Algeria, ottavo maggior fornitore di petrolio della Germania, si prospettano investimenti sia nel settore energetico che nelle infrastrutture, a cui sono interessate soprattutto le imprese dei Land orientali tedeschi che operavano già in Algeria prima della riunificazione.
Il ministro della Difesa tedesca ha comunicato ai primi di dicembre 2004 la vendita all’Egitto di sottomarini e motovedette tedeschi. Continuano i tentativi, avviati nei decenni 1950 e 1960, di conquistare un'influenza sulle forze armate egiziane, per contenere quella dell'Urss. Fino al 1963 ex ufficiali della Wehrmacht e specialisti di armamenti nazisti parteciparono, con il consenso del governo federale allo sviluppo dei missili egiziani. Guidarono la ricerca tedesca Wilhelm Voss, ex SS, dal 1951, dal 1953 Rudolf Engel.
In Benin German Water and Energy GmbH (Gwe) ha ottenuto una commessa per 1200 pompe per le falde acquifere, settore dove fino ad ora predominava un concorrente francese. L'attività di Gwe dipende in grande misura dal denaro per gli aiuti allo sviluppo, come i finanziamenti erogati dall’Istituto di credito per la ricostruzione o dalla Bm. Anche la società di costruzioni tedesca Dywidag approfitta del finanziamento per gli aiuti allo sviluppo. Il ponte Konrad-Adenauer inaugurato da Köhler a Cotonou, Benin, è stato costruito con denaro pubblico tedesco, ma i profitti vanno all’impresa.

Ma proprio qui la concorrenza interimperialistica, intensa da decenni, si è ridestata negli ultimi anni, alimentando una serie di guerre che dal 1998 hanno sconquassato il Congo, causando 3,8 milioni di vittime e 3,4 milioni di profughi, è stata il frutto della contesa tra i paesi africani e tra le grandi potenze per l’accesso e per il controllo, tra l’altro, delle sue enormi riserve di oro, diamanti, rame, cobalto e, di interesse recente, la columbio-tantalite, nota come “coltan”, classificata dal Pentagono come “materia prima strategica” per il suo utilizzo nell’elettronica.
Per poter sfruttare queste risorse più che la mediazione però serve l’appoggio ad una delle etnie in lotta, che possa garantire il controllo del territorio. Tra i gruppi che intervengono nel conflitto in Congo vi è, secondo il rapporto di una commissione della Nazioni Unite, anche la società chimica tedesca H. C. Starck, filiale di BASF che, tramite l’acquisto fino al 50% del coltan estratto, ha contribuito (in particolare nel 2000-2001) a finanziare una delle fazioni in guerra, il gruppo di ribelli ruandesi RCD nell’Est del Congo. Grazie al monopolio del commercio di questo prezioso minerale, l’80% delle cui riserve conosciute si trovano per l’appunto in Congo, il RCD giunse a intascare fino a 190mila $ al mese. Il coltan veniva esportato in Europa attraverso il Ruanda con gli Antonov russi, che tornavano in Africa carichi di armi.
Nell’estate del 2003, con la guerra dell’Irak in corso, si ebbe l’unica, ad oggi, spedizione militare UE al di fuori della NATO anche se con avallo ONU, l'operazione Artemis. 1400 militari, francesi, belgi e 350 tedeschi, intervennero nella provincia nordorientale Ituri in Congo, dilaniata da conflitti tra gruppi etnici per il controllo di miniere aurifere. Jacques Chirac descrisse la spedizione come un "abilmente camuffato colpo laterale agli Stati Uniti". Che infatti hanno le loro mire sull'Africa e sull'Africa Centrale in particolare. Proprio in Congo, con il sostegno a Kabila gli Stati Uniti avevano promosso lo spodestamento del filo-francese Mobutu. Nel febbraio 2005 anche George W. Bush ha ufficialmente annunciato che Washington intende accrescere le proprie attività nella ex colonia belga. Come sottolineato dal CSIS - Centro per gli studi strategici di Washington - «Gli USA hanno un interesse vitale e nazionale crescente nell’Africa occidentale e centrale».
Già l’amministrazione Clinton aveva lanciato un’iniziativa per l’Africa, compiendovi diverse visite e offrendo l’apertura del mercato americano a oltre 6500 prodotti africani con il programma African Growth and Opportunity Act (Agoa), prorogato da Bush fino al 2008 nel corso del viaggio africano. E’ un tentativo di far concorrenza alla UE, che da decenni ha stabilito rapporti commerciali preferenziali con gran parte delle ex colonie.

Stonature franco-tedesche in Africa Occidentale

Nella sua rinnovata spinta verso l’Africa, l’imperialismo tedesco inevitabilmente preme sulle sfere di influenza di Francia e Gran Bretagna. Esemplificative le recenti iniziative tedesche in Africa occidentale.
Nato come protettorato tedesco nel 1884, il Togo passa alla Francia dopo la Prima guerra mondiale, e dopo la sua indipendenza nel 1960 torna ad essere oggetto di contesa per l'egemonia tra le ex potenze coloniali.
Non essendo riuscita a impedire il predominio francese a Lomé nonostante gli aiuti allo sviluppo a volte consistenti, la Germania tenta di riacquistare influenza per altre vie: nel marzo 1977 fonda, su suggerimento del primo ministro bavarese, un Istituto per le scienze politiche e la formazione degli adulti; fino al 1995 Monaco finanzia la scuola di amministrazione ENA, su modello di quella francese. Diverse fondazioni bavaresi sono oggi attive a Lomé: Hanns-Seidel-Stiftung, Alfons-Goppel-Stiftung, Bayerisch-Togoische Gesellschaft.
Dopo la recente scomparsa del presidente filo-francese Gnassingbé Eyadema, il figlio Faure Gnassingbé, sostenuto dalla Francia, ha tentato un colpo di Stato, presto sconfessato da Ecowas, un sodalizio economico dell’Africa occidentale sotto la diretta influenza delle grandi potenze occidentali, rivali tra loro. Berlino, in passato più volte intervenuta a sostegno dell’opposizione, entra in campo sollecitando un governo di transizione e puntando su Gilchrist Olimpio, leader dell’opposizione, e figlio dell’ex presidente Sylvanus Olimpio, filo-tedesco, assassinato nel 1963.
Il 29 marzo 2005 la Konrad-Adenauer Stiftung (KAS), vicina alla CDU, ha organizzato a Cotonou nel Benin, una conferenza con alti gradi militari di diversi Stati francofoni dell'Africa Occidentale. Vi hanno partecipato i ministri della Difesa del Mali e del Benin, e alti funzionari di Costa d'Avorio e Togo. Referente per la KAS è Boukary del Niger. Scopo dell'iniziativa è acquisire influenza nel settore degli armamenti di questi Stati, che rientrano nell'area del franco.
Le iniziative della KAS servono al tentativo del ministero degli Esteri tedesco di indebolire l’influenza francese e di rafforzare come «forum politico complessivo» ECOWAS, la comunità di Stati della regione non limitata a quelli francofoni; nella stessa direzione la Friedrich-Ebert-Stiftung (SPD) sta promuovendo la cooperazione militare di ECOWAS ad un progetto regionale di consulenza sulla politica di sicurezza, e il governo tedesco contribuisce a finanziare il centro di addestramento militare “Kofi Annan International Peacekeeping Training Centre” di Accra, in Ghana, per l’ECOWAS, inaugurato da Schröder all’inizio del 2004.
Ambizioni tedesche anche per la Costa d’Avorio, dove la Francia è recentemente intervenuta con mandato ONU, ma con proprie forze militari, reprimendo nel sangue una manifestazione antifrancese. La stampa tedesca rileva come Parigi perda la faccia dato che ha dovuto ricorrere agli stessi mezzi, a suo tempo criticati, usati in Irak da G. W. Bush. La FAZ insinua la possibilità per i tedeschi di sfruttare a proprio vantaggio la situazione: dopo i sanguinosi scontri sono rimasti i grandi gruppi francesi, come Bolloré, Bouygues e France Telecom, ma sembra che gran parte delle oltre 1000 piccole e medie imprese francesi abbiano abbandonato il paese...
La Germania ha espresso un particolare interesse anche per la Nigeria, che coi suoi 135 milioni di abitanti è il più popoloso Stato africano, ricopre attualmente la presidenza dell'Unione Africana (Ua) e ambisce a occupare una posizione egemone nella regione. In Nigeria (paese membro del Commonwealth) la Germania si viene a scontrare con l’influenza inglese e americana. Il suo presidente Olusegun Obasanjo coopera con la fondazione tedesca Friedrich-Ebert (Fes) vicina alla Spd; negli anni '70 l'allora Cancelliere tedesco Helmut Schmidt ne appoggiò la candidatura a segretario Onu. Dal 2004 la Fes gestisce un "progetto di consulenza per la sicurezza regionale per l'Africa occidentale" che, in cooperazione con Ecowas mira alla creazione di una struttura multinazionale per la sicurezza regionale a direzione nigeriana.
Gli otto paesi francofoni dei 15 paesi membri di Ecowas sono lo strumento privilegiato della politica regionale della Francia. Dal punto di vista economico e militare però è la Nigeria anglofona a dominare Ecowas.
SUDAN: ETNIE E IMPERIALISMI

Il Sudan, il più grande paese africano, con una superficie otto volte quella della Germania, è una federazione di 27 Stati di 26 milioni di abitanti composti da 570 gruppi etnici parlanti oltre 100 lingue e dialetti. Le lealtà regionali e tribali sono più forti dell’influenza di Khartoum. Dall’indipendenza nel 1956, i vari governi hanno cercato invano di unificare questa molteplicità con un’unica ideologia nazionale, l’Islam, fino all’imposizione nel 1983 della sharia su tutto il territorio nazionale.
Le divisioni politiche, etniche e religiose del paese hanno profonde radici storiche. Disputato a fine Ottocento tra Gran Bretagna e Francia, che riconobbe infine il dominio britannico sul bacino del Nilo nella forma di “condominio anglo-egiziano”, il Sudan venne strutturato in close districts dagli inglesi stessi al fine di impedire ogni rapporto tra Sud e Nord. Per contenere le aspirazioni egiziane all’unificazione politica di tutto il territorio dal Cairo a Khartoum, gli inglesi minacciarono di concedere una autonomia federale alle popolazioni meridionali animiste-cristiane, contro gli arabi-musulmani del Nord, una divisione risalente al VI e VII secolo.
Nei territori di confine tra Nord e Sud ci sono stati per secoli scontri tra arabi e non arabi per l’accesso all’acqua e ai pascoli. Da tempo però il conflitto nel Sud è divenuto una lotta per il petrolio e il potere dei signori della guerra locali, che le potenze straniere cercano di utilizzare a proprio vantaggio. Come per altre aree di conflitto africane (Somalia, Liberia, Sierra Leone) anche in Sudan è difficile stabilire una linea del fronte, dato che vi sono conflitti anche tra i gruppi ribelli, con alleanze variabili.
Oltre un milione le vittime presunte della guerra civile sudanese iniziata nel 1955 e continuata, con una pausa dal 1972 al 1983, fino al gennaio di quest’anno. Il conflitto ha visto contrapposti il governo centrale del Nord arabo e islamico, pari al 70% della popolazione, e le organizzazioni ribelli del Sud, abitato da popolazioni nere con una maggioranza di religione animista e una minoranza di cristiani, dove sarebbero presenti anche 400rifugiati da Ciad, Uganda, Etiopia ed Eritrea.
Le due maggiori etnie del Sud sono quella dei Dinka e quella dei Nuer. Il nuovo vice-presidente del Sudan, John Garang, appartiene all’etnia dei Dinka, con 3-4milioni di persone la più ampia del Sud-Sudan, per lo più allevatori; i Dinka sono la grande maggioranza anche dell’SPLM e della sua ala militare, l'SPLA. Riek Machar, il capo del “Fronte di salvezza democratico unitario”, che fino al 1997 era il maggior alleato di John Garang, capo della SPLA, e dal ‘99 si è alleato a Khartoum, appartiene ai Nuer, 1-2 milioni di persone, per la maggior parte agricoltori da secoli in competizione per i pascoli con i Dinka.
Nella provincia di Bahr al-Ghazal, ai confini con la Repubblica Centrafricana oltre un milione di persone rischiano di morire di fame. A Bahr al-Ghazal lottano tra loro i clan Nuer, seguaci e oppositori di Machar, e lottano tra loro Dinka e Nuer, questi ultimi appoggiati dalle truppe governative.
Il processo iniziato con gli accordi di Naivasha del maggio

2004, e concluso con il trattato di pace firmato a Nairobi il 9 gennaio 2005 tra John Garang e Omar al Bashir, presidente del governo centrale, dopo decenni di guerra civile ha portato a una autonomia amministrativa e politica della regione. L'accordo raggiunto prevede il trasferimento ufficiale in aprile del potere nel Sud-Sudan al movimento indipendentista SPLM, e stabilisce che i miliardi derivanti dalla vendita del petrolio vengano divisi a metà tra il governo centrale e la regione di fatto autonoma del Sud.
Il regime sudanese, secondo la Zeit, si sarebbe lasciato convincere a firmare la pace con il Sud-Sudan dalla forte pressione americana e dalle grandi promesse di aiuto occidentali. Ciò che lega il Sudan alle metropoli del capitale è il suo debito di $20-25md., e l'interesse delle compagnie petrolifere occidentali a sfruttare l’abbondante petrolio nel Sud.
L’accordo del governo di Khartoum con Garang rischia di provocare l’opposizione dell’esercito, che teme di perdere buona parte del potere soprattutto nelle guarnigioni del Sud, e con esso il redditizio commercio di zanne di elefanti, corni di rinoceronti e legnami esotici.
Anche il partito di opposizione Umma non si ritiene vincolato dall’accordo; non solo i ribelli del Darfur, ma anche i Bedscha al confine con l’Eritrea non si vendono presi in considerazione dall’accordo.
Anche la compagnia petrolifera francese Total rischia di non vedere riconosciuti dallo Spml i diritti di estrazione risalenti agli anni '80, a favore invece della britannica White-Nile.
Il 90% della popolazione sudanese vive al di sotto della soglia di povertà; dei sei milioni di abitanti della capitale Khartoum, 3-4 milioni sono rifugiati, provenienti per la maggior parte dalle province del Sud in guerra.
Il presidente sudanese al-Bashir è riuscito a mantenere il potere preso nel 1989 con il suo partito Nif (Fronte Nazionalista Islamico) grazie alla guerra civile nel Sud-Sudan, che gli ha consentito di mantenere un continuo stato d'assedio. Secondo le fonti tedesche il regime di al-Bashir non rappresenterebbe né i musulmani del Nord multietnico, dove vive circa il 70% della popolazione, né il 40% dei sudanesi arabi. Il suo potere a Khartoum e a Niltal, nel Nord del paese, poggerebbe su tre clan arabi, Schaygia, Dschaaliyin e Danagla, che rappresentano in totale meno del 5% della popolazione, ma hanno un forte peso nell'apparato statale.
Al conflitto con il Sud si è aggiunto, dopo la scoperta del petrolio nell’area, quello con il Darfur, un territorio delle dimensioni della Francia a ovest di Khartoum, costituito da tre Stati, con 5-6 milioni di abitanti. La popolazione del Darfur, nera e musulmana e contadina, è composta da tre gruppi etnici principali, i Fur, i Messalit e i Zaghawa.
Il conflitto che ha visto contrapposte le forze governative con i miliziani a cavallo Janjaweed e due organizzazioni ribelli, Sudan Liberation Army (Sla) e Justice and Equality Movement (Jem), ha finora provocato almeno 30vittime e di oltre 1 milione di profughi all'interno dei confini e 200fuggiti nel Ciad.

Altro punto di frizione franco-tedesca è il Ruanda, anche esso ex colonia del Kaiser. Un rapporto dell'ambasciata tedesca a Kigali (ottobre 2004) annota come «Il cambio al potere di dieci anni fa' [seguito al massacro dei tutsi] ha fatto uscire il Ruanda dall'area francofona». La nuova élite politica del paese è «costituita da esiliati tutsi formati nell'anglofono Uganda», e ciò contribuirebbe ad accrescere «le opportunità per gli altri europei, in particolare per i tedeschi».
In Ruanda una società tedesca sta costruendo infrastrutture stradali, con finanziamenti UE. Dopo il cambio al potere nel 1994 la Germania si è inserita nel rifornimento idrico con gli aiuti d’emergenza dell’Organizzazione per la protezione civile, THW. Nell’ottobre 2003 la gestione della società ruandese di fornitura idrica ed elettrica Electrogaz è stata trasferita alla società tedesca Lahmeyer International, che ha vinto sulla concorrenza di francesi e sudafricani. Lahmeyer deve preparare la privatizzazione della società statale.

Sudan

Un importante banco di prova dei nuovi progetti tedeschi per l’Africa è il tormentato Sudan – le cui riserve petrolifere sono da alcuni ipotizzate all’incirca pari a quelle dell’Irak – tornato alla ribalta della politica internazionale con i massacri nel Darfur.
Sul Sudan, e sulle forti tensioni etniche e religiose che tendono a smembrare questo paese, tutte le maggiori potenze giocano una complessa partita diplomatica e militare. Anche Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna sono pronte per un intervento militare. Il veto della Cina (maggior partner commerciale del Sudan) e della Russia, fornitrice di armi insieme alla Cina, ha impedito un embargo delle forniture di armi al governo di Khartoum, proposto dai paesi europei. Nel Consiglio di Sicurezza ONU hanno votato contro l’embargo anche Pakistan e Algeria anch’essi membri del Consiglio di Consiglio di sicurezza ONU.
La Germania cerca di inserirsi per affermare i propri interessi economici e strategici.
Il ministro della Difesa tedesco, Peter Struck, ricorre al concetto di guerra contro il terrorismo per motivare la volontà di intervento militare: «È compito della Bundeswehr cooperare alla stabilità. Il Sudan si trova quasi alle porte dell’Europa, da questi territori il terrorismo può giungere fino in Europa».
La collaborazione tra SPLM 5 e i separatisti della SLA 6 del Darfur, che rivendicano l’ampliamento dei territori ricchi di risorse naturali del Sudan occidentale, è protetta da Usa, Gran Bretagna e Germania e indebolisce il governo centrale che coopera con la Cina per lo sfruttamento delle ingenti riserve petrolifere del Sud-Sudan e del Darfur, e con la Francia.
Da anni fondazioni e politici tedeschi intrattengono contatti con i separatisti del Sud, contatti che hanno portato alla conclusione degli accordi per il maggior investimento tedesco in Africa, parte di un grande progetto per la costruzione di diverse linee ferroviarie che collegheranno tra loro quattro Stati dell’Africa orientale (Sudan, Kenia, Uganda, Etiopia).
Concluso l’armistizio tra Khartoum e Sud-Sudan, la tedesca Thormählen Schweißtechnik può dare avvio alla costruzione della prima tratta ferroviaria dalla città di Juba (nel Sud-Sudan) al porto keniano di Mombasa, che consentirà il trasporto di petrolio e che a lungo termine renderà superfluo il transito finora effettuato attraverso il Nord del paese. Alla prima tratta seguirà una linea verso l’Uganda e verso l’Etiopia, per poi allargarsi a tutta la regione. Il progetto dovrebbe comprendere la costruzione di impianti per la produzione di elettricità (si parla di Siemens), la navigazione sul Nilo, telecomunicazioni, un aeroporto e una nuova capitale per il Sud-Sudan. Si prevede la “formazione”, o meglio lo sfruttamento di 10lavoratori locali.
Thormählen calcola in circa $8md. i costi per lo sviluppo delle infrastrutture dell’Africa orientale; il gruppo ha già fondato un consorzio assieme alle tedesche Thyssen-Krupp, Siemens, Strabag e Radio Hamburg.

Missionari e militari

La missione tedesca in Sudan può trovare appoggio, come auspica la Zeit, in una serie di organizzazioni non governative (Deutsche Aussätzigen Hilfswerk - Assistenza tedesca per i lebbrosi, Caritas, Misereor und Brot für die Welt - Misericordia e pane per il Mondo), e fare riferimento all'esperienza del Land della Bassa Sassonia, da anni presente in Sudan e in particolare nel Darfur.
La FAZ del 22.1.04 invitava il governo tedesco a non lasciare «più il campo africano solo a Francia, Gran Bretagna e America». Ma lamentava che «mancano ancora i soldati tedeschi». In realtà non manca in Africa l’impegno militare tedesco naturalmente presentato come “umanitario”, o anti-terrorismo. Aderendo all’operazione Enduring Freedom (Afghanistan, 2001) la Germania ha potuto installare unità della sua marina a Gibuti nel Corno d’Africa, per pattugliare il Mar d’Arabia.7 Oltre che al citato centro di addestramento militare di Accra, la Germania collabora ad altri, in Kenia, e in Etiopia.
Per rispondere alle nuove esigenze dell’imperialismo tedesco, accanto all’elaborazione di nuove ideologie è necessario l’adeguamento dell’apparato giuridico per dotarsi della piena libertà di intervento militare. Le nuove leve della socialdemocrazia hanno contribuito a ripulire gradualmente i vincoli giuridici posti alla Germania sconfitta.
Già la Germania partecipa ad una serie di missioni militari Onu: Monuc in Congo, Umamsil in Sierra Leone e Unamil in Liberia; essa appoggia inoltre missioni regionali come quella dell'Unione Africana in Burundi e nei monti Nuba, e gli osservatori internazionali nel Darfur.
A fine novembre 2004, il Bundestag ha approvato l’invio di 200 soldati e di 3 aerei Transall per il trasporto di truppe dell’Unione Africana dalla Tanzania nel Darfur e, qualche giorno dopo, ha varato una legge che consente l’invio di truppe tedesche per missioni umanitarie di rapido intervento all’estero, senza il previo consenso del parlamento.8 L'imperialismo tedesco non intende farsi cogliere di sorpresa dalle prossime crisi militari.



Note

1. Dati 1998 su 1997, McDevitt, Thomas M. World population profile: 1998. Washington, DC: U.S. Government Printing Office, 1999.

2. Memorandum zur Neubegründung der deutschen Afrikapolitik Frieden und Entwicklung durch strukturelle Stabilität. Von Ulf Engel, Robert Kappel, Stephan Klingebiel, Stefan Mair, Andreas Mehler, Siegmar Schmidt; Leipzig Oktober 2000.

3. Swp: “Stiftung Wissenschaft und Politik”; Africa-Beratungskreis; Institut für Afrika-Kunde.

4. Die afrikanische Herausforderung - Eckpunkte einer strategischen Afrikapolitik - Ein neues Papier der Bundesregierung. (La sfida africana – punti chiave di una politica strategica per l'Africa – Nuovo documento del Governo federale tedesco).

5. Sudanese People’s Liberation Movement.

6. Sudanese Liberation Army.

7. Le forze armate tedesche continueranno a pattugliare il territorio marino del Corno d'Africa e del Mediterraneo, grazie all'approvazione a larga maggioranza da parte di tutte le frazioni del Bundestag (550 a favore, 10 contrari), del mandato alla Bundeswehr per l'operazione "Enduring Freedom", costo €114mn. È la 40a volta che il parlamento tedesco approva una missione delle forze armate all'estero.

8. Chiamata "Parlamentsbeteiligungsgesetz - Legge di condivisione parlamentare" perché il termine "Entsendegesetz - Legge per l’invio” sembrava troppo marziale, questa legge dà maggiore libertà di movimento al governo per l’invio di truppe all’estero. L’opposizione non la ritiene ancora adeguata per consentire l’invio rapido di unità di combattimento, nel quadro ad esempio della “Response Force” della NATO, o dei “Battle groups” della UE.




G.L.

Pubblicato su: 2005-09-08 (1599 letture)

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