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N°7 Pagine Marxiste - Marzo-Aprile 2005
Iraq – Insidiosi esiti della democrazia d'esportazione


Le elezioni del 30 gennaio in Irak sono state presentate come la realizzazione della democrazia e la svolta verso una soluzione pacifica dei problemi. In realtà le elezioni non hanno potuto far altro che fotografare le profonde divisioni e tensioni nel paese, acuite dalla guerra e dall’occupazione militare. Il loro risultato paradossale dimostra inoltre l’impossibilità di colonizzare un paese in avanzato stadio di sviluppo capitalistico, e di plasmarne la società con la sola forza militare. Il primo dato del voto è la spaccatura netta del paese tra sciiti, sunniti, curdi – quasi tre nazioni dentro gli stessi confini.

Paese spaccato

I curdi hanno votato in massa, per la lista unificata dei due partiti curdi che fino a pochi anni fa si erano massacrati l’un l’altro e che ora si trovano uniti nella prospettiva dell’irredentismo su Kirkuk e il suo petrolio, e di un ruolo chiave nella direzione del nuovo Stato; o, in alternativa, dell’indipendenza.
Sotto l’esortazione del clero sciita, che ha fatto del voto un dovere religioso, la popolazione sciita ha votato massicciamente. L’intimidazione della resistenza baathista-sunnita ha avuto efficacia solo nelle aree a forte presenza sunnita.
Nelle province sunnite, dove il grosso del clero aveva dato man forte alla resistenza vietando ai fedeli il voto, assimilato al peccato, ha votato tra il 2% e il 20% degli elettori.
Il diritto di voto esercitato dentro recinzioni di filo spinato e passando tra file di uomini armati ha tuttavia dato un risultato paradossale. Il partito delle forze occupanti, la Lista per l’Irak guidata dal primo ministro ad interim Ayad Allawi ha ottenuto meno del 14% dei voti, a fronte del 48% conquistato dall’Alleanza Irachena Unita, organizzata dagli ayatollah sciiti, che conquista la maggioranza assoluta dei seggi. I partiti curdi hanno conquistato il 26% dei voti, mentre nessun altro partito ha superato il 2%.

Ombre iraniane

Non è certo il risultato voluto dalle potenze occupanti, in quanto oltre all’insuccesso del partito americano segna il rafforzamento della presa del clero islamico di entrambe le confessioni sulla società e sulla politica irakena, dopo che si era andata laicizzando nei decenni precedenti; e, altra ironia della storia, segna un’accresciuta influenza dell’Iran, paese proscritto dagli Stati Uniti in quanto membro dell’“Asse del Male”. I due maggiori partiti membri dell’Alleanza, lo SCIRI e il Dawa, hanno stretti rapporti con le organizzazioni politiche e religiose al potere in Iran, che li hanno ospitati e sostenuti negli anni della repressione e dell’opposizione al regime di Saddam.
Per coloro che avevano pianificato l’esportazione della democrazia e il “nation-building” tramite il quale gli invasori occupanti avrebbero dovuto plasmare le istituzioni irachene a maggior gloria dell’America, c’è materia di riflessione.

I nodi restano

Ci sono voluti oltre due mesi dopo le elezioni, nei quali il parlamento è rimasto paralizzato, per trovare un accordo sulle cariche istituzionali. Al momento in cui scriviamo è stato nominato il primo ministro, Ibrahim Jafaari, capo del partito islamico sciita Dawa, ma non è ancora stato formato un governo. L’Alleanza ha bisogno dei curdi per raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria per approvare la futura Costituzione, e anche perché senza un accordo i curdi punterebbero all’indipendenza ossia alla secessione. Già le loro province si stanno sviluppando con scarsi rapporti con il resto del paese. Ad ostacolare un accordo sono i nodi già indicati:1 i curdi rivendicano Kirkuk e il reinsediamento di popolazione curda cacciando quella araba, e chiedono il 24% dei proventi petroliferi irakeni, contro il 17% loro attualmente corrisposto.
Tra gli sciiti il controllo da parte degli ayatollah delle città sante di Najaf e Karbala è tutt’altro che saldo: le province del Sud chiedono autonomia (che anche qui comprende una quota della rendita petrolifera) e sono pronte a questo fine ad innalzare il vessillo della repubblica islamica, minacciando anch’essi, in caso di rottura, di marciare verso l’indipendenza.
Il partito di Allawi, sconfitto elettoralmente ma forte dell’appoggio americano, avrebbe chiesto i ministeri degli Interni e della Difesa.
Il controllo della rendita petrolifera e l’attribuzione di concessioni o di partecipazioni a società straniere per lo sfruttamento delle risorse petrolifere sarà un altro nodo che potrà mettere a dura prova il futuro governo e la compagine degli Stati occupanti.
Il movimento sciita di Moqtada al Sadr, con influenza organizzata nel Sud e nel grande quartiere Sadr City di Baghdad, ha indetto il 9 aprile una manifestazione nel centro di Baghdad per chiedere un calendario per il ritiro degli eserciti occupanti, un rapido processo e l’esecuzione di Saddam Hussein, e la liberazione dei prigionieri politici del movimento. Avrebbero partecipato alcune decine di migliaia di persone, tra cui molti provenienti dal Sud. Il vero obiettivo di Sadr, che ha conquistato circa il 10% dei seggi in parlamento, sembra essere quello di ottenere due ministeri. Sadr ha cercato di coinvolgere anche gruppi sunniti nella manifestazione, ma l’operazione non è riuscita, avendo il clero sunnita convocato una manifestazione concomitante a Ramadi.

Epurare o integrare

La borghesia sunnita, che ha scelto in gran parte il boicottaggio delle elezioni, è praticamente esclusa dal parlamento, che conta solo 17 sunniti, e continua ad utilizzare la lotta armata per dimostrare che senza di essa nessun governo può governare. Gli attacchi sono stati intensificati a 50-60 per giorno nei mesi a ridosso delle elezioni, e in marzo sono rallentati a 40-45, un dato che indica una struttura capillare e coordinata, capace di resistere alla repressione da parte dei 170 mila uomini delle forze occupanti e dei 150 mila delle forze armate irachene in via di ricostituzione. Il loro obiettivo principale sono le truppe e le reclute irachene, che puntano a disgregare mentre sono in addestramento, e le infrastrutture petrolifere, come anche gli appalti della “ricostruzione”, rimasta al piede di partenza dopo due anni di occupazione; ma vi sono anche numerosi attacchi contro gli sciiti in quanto tali, alle loro manifestazioni religiose. L’occupazione straniera fornisce una motivazione “nazionale” alla lotta per tornare a dominare sulla maggioranza della popolazione.
La Commissione Esteri della Camera dei Comuni britannica, nel rilevare il fallimento della repressione della resistenza sunnita, in un documento afferma che la strategia anti-guerriglia non ha avuto successo. Attribuisce l’insuccesso ad un approccio solo militare, a scapito di un approccio politico, e propone trattative politiche che rispondano ad alcune rivendicazioni della resistenza.
Tra gli americani e nel raggruppamento di maggioranza vi sono divisioni sulla linea da tenere nei confronti dei quadri civili e militari del vecchio regime baathista, in prevalenza sunniti. Il “viceré” americano, l’ambasciatore John Negroponte, aveva bloccato una proposta di amnistia del governo Allawi; il prossimo plenipotenziario, Zalmay Khalilzad, che ha svolto lo stesso ruolo in Afghanistan, sarebbe più incline a reintegrare i baathisti; nel periodo dopo le elezioni Allawi avrebbe reinserito un gran numero di ex-baathisti in posizioni dirigenti negli organi militari e polizieschi; nella prima sessione effettiva del parlamento il partito di maggioranza ha chiesto l’annullamento di queste nomine e un’ulteriore loro epurazione dagli apparati dello Stato.
Alcune brigate del nuovo esercito sarebbero sotto il comando di ex-baathisti che vedono i nuovi dirigenti sciiti come traditori della patria perché negli anni ’80 combatterono con l’Iran contro l’Irak.
L’associazione del clero sunnita, che dice di rappresentare 3mila moschee e ha diretto il boicottaggio delle elezioni, appare divisa. Un gruppo ha emesso una fatwa, specie di editto religioso, che chiede ai giovani fedeli di arruolarsi nell’esercito e polizia, senza collaborare con gli occupanti. Da un lato vi è l’inespresso obiettivo di conquistare gli apparati armati dall’interno; dall’altro appare come una presa di distanza dalla strada della guerriglia, che sembra continui ad avere l’appoggio della maggioranza del clero.
Non va dimenticato che i sunniti sono la frazione della borghesia dominante da generazioni, identificatasi negli ultimi decenni con il partito Baath, la quale controlla numerosi gruppi economici pubblici e privati, ed esprime i loro manager e quadri. Senza la loro inclusione negli appalti pubblici e nei centri decisionali la ricostruzione dell’Irak potrà difficilmente decollare.

Barbarie imperialista

Dopo due anni di occupazione, e nonostante l’annuncio di grandi piani di ricostruzione e ingenti stanziamenti, è più quanto è stato distrutto dalle forze occupanti che quanto è stato costruito, e la popolazione vive in condizioni socio-economiche che rimangono drammatiche.
Il governo ad interim ha prorogato lo stato d’assedio che dura dall’inizio dell’anno e oltre a imporre il coprifuoco conferisce alla polizia poteri speciali di arresto in deroga ad ogni tutela legale dei cittadini. Una singolare democrazia d’esportazione.
La presa di Falluja nello scorso novembre rimane una delle pagine più nere di efferata violenza bellica. Era una città che contava quasi 300 mila abitanti prima che i sistematici bombardamenti, prima in aprile e poi in ottobre e novembre, costringessero la maggioranza alla fuga e a vivere in accampamenti senza risorsa alcuna; gli americani hanno avuto ragione della sua resistenza solo radendola al suolo con una pioggia di bombe durata diversi giorni, e massacrando centinaia di civili trovati vivi nelle loro case. Oltre 2mila persone sono state massacrate. La ferrea cintura di sicurezza e di censura stretta dagli americani attorno alla città non ha potuto impedire che trapelassero testimonianze sulla barbarie della conquista e sulle atrocità commesse.2 L'Alto Commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR) ha rilevato che il 40% degli edifici sono completamente distrutti, il 20% ha subito gravi danni, e il restante 40% danni significativi. Solo qualche decina di migliaia di persone è potuta rientrare nelle loro case.
Uno studio condotto da medici norvegesi sui tassi di mortalità stima a circa 100mila i morti, vittime dirette o indirette della guerra.
Jean Ziegler, l’esperto per l’alimentazione della Commissione Diritti Umani dell’ONU, ha rilevato che il numero di bambini sotto i cinque anni che soffrono di insufficienza di cibo è quasi raddoppiato, dal 4% al momento dell’invasione al 7,7%, in conseguenza della guerra.
La situazione perdurante di sfacelo economico, con oltre il 50% delle forze lavoro disoccupate, e di violenza da parte delle potenze occupanti e interetnica e interreligiosa ha provocato l’esodo verso Siria e Giordania di circa un milione di persone – 700mila e 300mila rispettivamente – un esodo iniziato alcuni mesi dopo l’invasione,3 e continuato ancora negli ultimi mesi, chiaro indice del profondo e perdurante disagio in cui vive una parte consistente della popolazione.

Frustrazioni dell’imperialismo italiano

L’imperialismo italiano, che mantiene le sue truppe in Irak a sostegno dell’occupazione americana, è complice di questa barbarie e di queste sofferenze. La questione irachena è stata in gran parte rimossa dai mass media e dagli stessi discorsi dell’opposizione parlamentare, pronta ad approvare i crediti di guerra se solo le truppe si fossero messe i distintivi dell’ONU (l’ONU diede il beneplacito all’occupazione nell’autunno del 2003). L’Irak è tornato in primo piano sui media italiani con la vicenda del rapimento e della drammatica liberazione della giornalista Giuliana Sgrena. Essa è stata utilizzata per una campagna patriottica e nazionalista, in cui il problema non era più l’occupazione dell’Irak, ma il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti, tra il medio e il grande predone imperialista. Non sapremo probabilmente mai quanto vi fu di voluto e quanto di errore nell’uccisione dell’agente italiano e nella mancata uccisione della Sgrena. Ma non a caso i media hanno fatto passare in secondo piano il fatto che la giornalista aveva cercato di raccogliere testimonianze dei profughi di Falluja, tentando di rompere la cortina di ferro della censura e dello stato d’assedio. A conclusione della vicenda ha dovuto dichiarare che in quelle condizioni il giornalismo libero in Irak non è possibile. Pena la morte, perché la guerra si combatte anche sul terreno della (dis)informazione, con i giornalisti “embedded”, inquadrati nelle truppe d’occupazione, usati come terminali di propaganda. Il dirigente della CNN Eason Jordan, che aveva affermato che le truppe americane uccidono i giornalisti, è stato costretto alle dimissioni.
Cercando di entrare nella lunghezza d’onda di un diffuso sentimento di fastidio per la guerra e per l’ingombrante alleato americano – e forse per alzare il prezzo della partecipazione italiana – Berlusconi ha espresso il gratuito “auspicio” di poter iniziare a ritirare le truppe da settembre – un ballon d’essai rivolto agli elettori, che non pare abbiano apprezzato, ma che non è piaciuto soprattutto agli alleati Bush e Blair.

Defezioni alleate e manovre giapponesi

Sono numerose le nazioni che si stanno defilando da un’impresa risultata ben più irta d’ostacoli e rischi di quanto avessero previsto – e più incerta nel bottino. Hanno ritirato le truppe, tra gli altri, Spagna, Ungheria e Portogallo in Europa, Filippine, Tailandia, Nuova Zelanda, Nicaragua e Honduras. Hanno iniziato il ritiro o l’hanno annunciato per certo: Olanda, Polonia, Bulgaria, Ucraina e Singapore. Se anche in Italia prevalessero i fautori del ritiro non sarebbe la prima volta nella sua ingloriosa storia militare che l’imperialismo italiano non termina una guerra nello stesso schieramento in cui l’ha iniziata.
Il maggiore alleato di Stati Uniti e Gran Bretagna in Irak, il Giappone, per quanto presente con forze ridotte, non mostra perplessità nonostante i contrasti con gli USA per i rapporti con l’Iran. I giapponesi tramite il gruppo Mitsui e la Banca Giapponese per la Cooperazione Internazionale sponsorizzano il progetto di un oleodotto da 1,2 milioni di barili al giorno, che passando per la provincia sunnita di Anbar attraversi la Giordania fino al porto di Aqaba sul Mar Rosso – svincolando quindi la rotta dalle agitate acque del Golfo. L’oleodotto giordano è stato proposto da un esponente sunnita della tribù Dalaimi, che controlla la provincia di Anbar. Essa ne garantirebbe la sicurezza. All’ombra dell’occupazione americana l’imperialismo giapponese si collega a gruppi sunniti in cerca di sicurezza per i propri approvvigionamenti.

USA: volontari cercansi

L’imperialismo americano ha dovuto incrementare di circa 15 mila uomini le sue forze in Irak per garantire la tenuta delle elezioni; la loro riduzione dipende dal reclutamento e dall’addestramento di militari e polizia iracheni, che rimangono precari, nonostante la massa di disoccupati cui attingere. Il fronte interno americano regge ma con tensioni, di fronte agli oltre 1500 soldati americani morti in Irak. La maggioranza delle reclute e dei morti sono immigrati che aspirano alla cittadinanza o figli di famiglie a basso reddito che si arruolano per avere pagata l’università. Per la borghesia non è una gran perdita. I loro nomi vengono sistematicamente taciuti ai media – in contrasto con la spettacolarità con cui sono stati celebrati i militari italiani caduti – per limitare l’impatto sull’opinione pubblica.
I reclutatori dell’esercito faticano tuttavia a trovare volontari nelle scuole e nelle università della provincia americana, e si prospettano vuoti negli organici. Lo scandalo di Abu Grahib, la “scoperta” ufficiale che le motivazioni addotte per scatenare la guerra erano false, i racconti dei reduci hanno smorzato l’ondata iniziale di patriottismo. Sarebbero 5mila i disertori che sono riparati in Canada. Gruppi di reduci hanno costituito un’associazione dei Veterani Contro la Guerra dell’Irak, che prende il testimone di quella contro la Guerra del Vietnam. Una minoranza si radicalizza. Secondo i sondaggi una maggioranza degli americani disapprova la guerra in Irak, ma l’assenza di campagne dei media ha finora evitato l’estendersi del movimento di protesta.

Lavoratori petroliferi iracheni in lotta

In tutto il mondo del resto le manifestazioni nel secondo anniversario della guerra hanno visto una riduzione dei partecipanti. Il pacifismo, che fa appello agli Stati imperialisti e non combatte le radici capitalistiche della guerra, è impotente e spesso utilizzato da schieramenti borghesi. Solo l’internazionalismo proletario, che fa appello ai lavoratori di tutto il mondo contro i rispettivi Stati borghesi, può sconfiggere la guerra.
Per quanto debilitata dagli 11 anni di embargo, dalla guerra e dall’occupazione, i settori più concentrati della classe lavoratrice irachena hanno la forza di lottare per i propri interessi di classe e contro l’occupazione militare, senza dividere i lavoratori in sciiti o sunniti. E’ di fine marzo la notizia che “i sindacati del settore petrolifero hanno bloccato quasi interamente l'esportazione del greggio dalla città meridionale di Bassora con uno sciopero indetto per protestare contro le prepotenze degli occupanti e chiedere il ritiro delle truppe statunitensi e un Irak libero e unito. I delegati sindacali hanno denunciato che nei giorni scorsi i soldati hanno effettuato un raid all'interno degli impianti, pestando alcuni lavoratori nel tentativo di fermare la protesta. La risposta è stata un inasprimento dello sciopero, che ha fermato quasi del tutto la produzione di petrolio della città dal cui porto partono circa un milione e mezzo di barili al giorno".4
E’ con lo sguardo a queste forze di classe che occorre costruire anche in Italia e nei paesi occupanti una opposizione internazionalista al proprio imperialismo, primo inderogabile passo verso la prospettiva dell’Internazionale dei lavoratori.



Note:

1. Si veda Classi e frazioni di fronte all’intervento degli imperialismi, Pagine Marxiste n° 5.

2. Vedi per esempio: “Fallujah two months after the US military assault The City of Mosques has become the City of Rubble” in World Socialist Web Site, e Dahr Jamail, “Fallujah” e “Life in Falluja is a horror story” in http://www.dahrjamailiraq.com/weblog/.

3. Iraqi Ėmigrés Burden Region, Wall Street Journal, 1 aprile 2005.

4. Il Manifesto, 26 marzo 2005




Pubblicato su: 2005-09-08 (1498 letture)

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