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N°7 Pagine Marxiste - Marzo-Aprile 2005
Le spedizioni dell’imperialismo italiano (I)


Nel lungo dopoguerra durato ormai 60 anni il capitalismo italiano ha operato all’estero prevalentemente coi gli strumenti dell’economia e della diplomazia, nell’incessante battaglia con le altre potenze per la spartizione del mercato mondiale e per le sfere d’influenza. Quella della potenza pacifica è tuttavia un’immagine falsa dell’imperialismo italiano. In quella lotta esso non ha disdegnato di utilizzare i mezzi militari in decine di occasioni, con interventi che si sono fatti più frequenti e importanti nel corso dell’ultimo decennio. La loro conoscenza è parte integrante del necessario lavoro internazionalista di analisi e denuncia dell’imperialismo italiano.


Nella dinamica dei rapporti tra le potenze, si pone continuamente la necessità del confronto-scontro per la spartizione del mondo. Essendo mutevole il peso assoluto e relativo delle potenze imperialiste, mutevole è di conseguenza il rapporto tra di esse. Nella logica della proiezione degli interessi capitalistici oltre i confini nazionali, l’intervento armato è lo strumento di ultima istanza per imporre gli interessi “nazionali” della borghesia.
La guerra non è però l’unica lingua con cui si esprime una potenza imperialista. Guerra e pace si alternano reciprocamente preparandosi l’una con l’altra nella logica di spartizione imperialista del mercato mondiale. Quando la diplomazia esaurisce il suo ruolo, il ricorso alla guerra ne diventa il naturale prosieguo. Lo stesso “intervento umanitario” maschera interessi economici e mire imperialiste.

La maturazione imperialistica di un paese è misurata non solo dal peso della esportazione dei capitali, che permette lo sfruttamento di manodopera a basso costo, da cui estrarre quantità sempre maggiori di pluslavoro e di plusvalore, ma anche dal controllo, politico e/o militare, di mercati e aree geografiche che garantiscano l’approvvigionamento di materie prime e di energia.
La denuncia degli interessi di classe che stanno dietro ogni intervento in questo senso, in particolare da parte del proprio imperialismo, è il presupposto per portare avanti la parola d’ordine internazionalista sostenuta dai comunisti tedeschi mentre infuriava la I^ guerra mondiale:

“Il nemico principale è in casa nostra ”. Oggi l’enorme sviluppo economico di giovani capitalismi, in particolare in Asia, accentua la lotta per la spartizione imperialista, con particolare virulenza per quanto riguarda la ricerca ed il controllo delle fonti energetiche, causando un notevole incremento dei conflitti in ogni parte del mondo. L’imperialismo italiano ha cercato il proprio spazio a livello internazionale sia in alleanza con gli altri imperialismi europei sia in sintonia con gli Stati Uniti. La trasformazione dell’esercito di leva in esercito di professionisti è tesa a preparare una forza di proiezione in scenari esterni. Ripercorrere le recenti esperienze militari dell’imperialismo italiano consente di chiarire meglio le sue direttrici di proiezione esterna, sia alla luce dell’insieme dei fattori storici, sia come espressione di precisi interessi economici.

Gli sconfitti riaffilano le armi

La collocazione geografica dell’Italia e la sua debolezza relativa hanno circoscritto in passato gli interventi all’area mediterranea, al Corno d’Africa e ai Balcani. Nel secondo dopoguerra a queste direttrici tradizionali si è aggiunto il Medio Oriente, l’Afghanistan e il Sudest asiatico.
In seguito alla Seconda guerra mondiale, l’Italia ha adottato una Costituzione che dichiara un orientamento pacifista e non bellicista (non a caso anche i principali paesi sconfitti, Giappone e Germania hanno operato scelta analoga) anche come conseguenza dei rapporti di forza determinati dalla guerra, e per pressione dei paesi vincitori che si sono ben guardati dal seguire l'esempio...
Ma la ricostruzione dei capitalismi sconfitti e la ripresa della loro proiezione imperialistica hanno reso nel tempo “obsoleto” questo pacifismo ideologico ufficiale, che è stato di fatto superato da pratiche più rispondenti alle nuove esigenze. Giappone e Germania si stanno liberando dalle pastoie legali poste dai vincitori alle loro possibilità di intervento militare all’estero.
L’Italia di fatto non è mai stata sottoposta a vincoli giuridici concreti al rafforzamento e all’uso delle sue forze armate. Non possono in ogni caso essere vincoli giuridici – se non imposti dalla forza di altre potenze – a fermare la forza espansiva del capitale, a impedirle di tradursi in espansione politica e intervento militare. L’invio di truppe, la partecipazione a conflitti, anche feroci bombardamenti, sono stati possibili grazie al pretesto dell’intervento “umanitario” e delle spedizioni “di pace”. Dal 1950 a oggi le Forze Armate italiane hanno condotto o hanno partecipato a un centinaio di missioni all'estero in oltre 40 Paesi, assieme ad altre potenze, sotto l'egida dell'Onu, della Nato, dell'Unione dell'Europa Occidentale (Ueo), della Comunità europea e di altre organizzazioni, oppure per autonoma iniziativa nazionale.
Per tutti gli anni ’60 le missioni italiane sono state di supporto a iniziative ONU (trasporto aereo e navale, forza di interposizione in occasione di accordi di pace) con poche decine di uomini ad alto addestramento, in genere ufficiali.
La missione in Libano nell'82 fu una novità, non solo per l'ampiezza dei mezzi impiegati (2 incrociatori, 2 caccia d'altura, 4 fregate oltre a navi di sostegno) e per il numero di soldati (8mila in tempi diversi), ma perché il governo italiano intervenne, alla pari e non come appoggio, a fianco di altri due imperialismi (Francia e Usa), senza la copertura Onu, ma come Forza multinazionale "di pace". L'Italia cercava da un lato di collocarsi nel paese allora considerato la porta del petrolio mediorientale sul Mediterraneo, approfittando del legame privilegiato coltivato da tutti i partiti italiani con i palestinesi, dall'altro di promuovere le posizioni dell'Eni nella spartizione petrolifera. In più, nel Libano l'imperialismo italiano non si trovò a dover scegliere fra alleanza con gli Usa o alleanza con paesi europei. Al contrario di Francia e Usa, che ebbero ingenti perdite (rispettivamente 23 e 183 morti in attentati), gli italiani ne uscirono con un solo morto e 75 feriti. E' in questa occasione che venne ripresa l'oleografica immagine degli italiani "brava gente" amati dai popoli cui portano aiuto, che ha avuto un'abile riedizione in occasione dei morti di Nassiriya. Gli scandali, la corresponsabilità nelle violenze vengono opportunamente occultati allora come oggi.

Sempre nel quadro della difesa delle proprie rotte energetiche nell’87-88 un gruppo navale viene dislocato nel Golfo Persico per assicurare la libertà di navigazione dei mercantili italiani, durante la guerra allora in corso tra l'Iran e l'Iraq dopo che la porta-container Jolly Rubino era stata attaccata da Pasdaran iraniani. L’appoggio italiano nella guerra contro l’Irak del ’91 sarà limitato ad alcuni aerei da combattimento dislocati in Arabia Saudita. Molto più consistente la partecipazione alla successiva operazione "Provide Comfort", per la creazione di una zona di sicurezza nell'Irak settentrionale.
Sotto il cappello politico delle organizzazioni internazionali, il capitalismo italiano, al pari degli altri predoni mondiali, cerca di sfruttare le crisi politiche, i conflitti etnici o religiosi, i disastri naturali come i terremoti, al fine di ritagliarsi spazi sempre maggiori, all’interno del mutamento incessante degli assetti economico-politici mondiali. In un modo o nell’altro questi interventi si traducono sempre in forme di ingerenza, oppressione, sfruttamento. Per questo occorre che i lavoratori vi si oppongano. Tra l’altro sono essi a pagare gli ingenti costi delle operazioni militari, sotto forma di tasse che gravano in ultima analisi sulla classe operaia, che paga anche in termini di vite umane. Ancor oggi quando compriamo un litro di benzina paghiamo imposte che accumulano le sovrattasse istituite per le varie guerre: una percentuale per la guerra d’Etiopia del ’35, 14 lire al litro per la crisi di Suez del ’56, 205 lire per la missione in Libano del 1983; 22 lire per la missione in Bosnia del '96.
Quanto a interventismo, i governi di centro-sinistra non sono stati da meno dei governi di centrodestra: nel 1999, con d’Alema presidente del Consiglio, al momento della spedizione a Timor Est l’Italia era impegnata in 18 spedizioni con quasi 11 mila uomini. Oggi le spedizioni sono 17 per circa 9 mila uomini.

La direttrice balcanica

L’area balcanica, anche in virtù della posizione geografica di collegamento tra il bacino del Mediterraneo, l’Europa centrale e l’Est, ha da sempre attratto l’attenzione di tutte le potenze confinanti. Le sorti della ex-Jugoslavia – coacervo di etnie e religioni differenti – sono state, nel secolo scorso, speculari a quelle della Germania: alle sconfitte e alla divisione di questa era seguita l’unificazione di quelle regioni balcaniche, baluardo contro l’espansione tedesca; alla riunificazione tedesca è seguito il disfacimento della federazione jugoslava nel corso di diverse guerre civili, nelle quali sono intervenute le potenze europee e americana.
L’interesse italiano di fare dell’Adriatico un lago interno, e dei Balcani un ponte di collegamento con l’Europa Orientale, ha dovuto scontrarsi con l’espansionismo tedesco. Per meglio valutare il peso delle relazioni con i paesi di quell’area, basti ricordare l’influenza che ebbe sul Mediterraneo la Repubblica di Venezia, e il dominio del ventennio fascista su Istria e Dalmazia, Albania e Montenegro. Gli interessi italiani nell’area prendono corpo attraverso tre direttrici principali:
- Linea legata alle grandi costruzioni (gruppo Ligresti, aziende ex Iri), telecomunicazioni (vedi affare Telecom – Serbia), attiva principalmente in Slovenia e Croazia, che agisce in un’area tradizionalmente terreno di caccia austro-tedesco. Queste lobby lavorano spesso anche su elementi ideologici: i filo-serbi possono recuperare tradizioni antiaustriache, che coincidono spesso con posizioni filo-russe, in opposizione alle posizioni filo-croate, accusate di fascismo.
- Linea adriatica: raccoglie gli interessi dell’asse Ancona-Bari, centra il suo interesse nell’area albanese. Rappresentata da imprenditori del settore tessile, calzaturiero, ittico, agroalimentare, del legno, dell’impiantistica, e da banche (in tutto più di 500 imprese). La posizione umanitaria tenuta nei vari interventi nell’area è la facciata pubblica del contenuto affaristico. L’appoggio americano all’interventismo italiano è da vedere in funzione di bilanciamento della Germania.
- Linea Nord-Est: favorevole ai buoni rapporti con Germania, Croazia e Slovenia, molto vicina a settori cattolici, in passato rappresentata da Gianni De Michelis. Questo gruppo ha sponsorizzato l’interventismo antiserbo del ’91, fornito armi ai croati e agli sloveni, con l’intermediazione di Banca Vaticana e BNL.
Nel 1995 l’Italia inviò 3.500 militari in Bosnia Erzegovina, nell’ambito di una missione ONU col compito di far rispettare gli accordi di Dayton, dopo una guerra civile che aveva causato 250 mila morti. Ora i militari italiani sono poco più di un migliaio. L’Italia ha inviato anche una ventina di militari all’interno di una missione UE per la formazione e il controllo della polizia della repubblica.

Ritorno in Albania

L’Italia ha un’antica tradizione di presenza semicoloniale in Albania a partire dal 1919: prima della I guerra mondiale i finanzieri veneziani e il conte Volpi, dopo il primo dopoguerra con il conte Sforza, e poi con Galeazzo Ciano (seconda metà anni '30); nell'aprile del 1939, con l'operazione denominata O.M.T - Oltre Mare Tirana -, l'Italia occupa l'Albania con una spedizione di 22.000 uomini (12 morti e 81 feriti) e la annette all'"impero". Era anche il tentativo di non lasciare alla sola Germania l'iniziativa dell'espansione a Est, dopo l'Anschluss di Austria e Cecoslovacchia – con la differenza che l'Albania era ancora un paese semifeudale. Con la successiva rovinosa spedizione di Grecia l'Italia dimostrerà che le sue ambizioni imperialistiche sono superiori alla sua preparazione militare. L'Albania rimarrà isolata in un regime stalinista fino al suo crollo del 1991, che riapre le porte alla penetrazione italiana.

1991-93: Pellicano
In base a un accordo tra Roma e Tirana, dal 17 settembre 1991 al 3 dicembre 1993 viene condotta in territorio albanese l'operazione Pellicano per l'aerotrasporto, lo smistamento e il trasporto terrestre di aiuti umanitari destinati alla popolazione nei centri di distribuzione in 49 località, dopo il disfacimento del regime residuato dello stalinismo. Essa viene utilizzata per stabilire stretti rapporti di protettorato coi nuovi ceti dirigenti albanesi. Centinaia di imprese italiane cominciano ad insediarsi in territorio albanese per sfruttare la manodopera a basso costo (200mila lire al mese).

Albania 1997: Alba 2, DIE, NHQT
E’ il primo intervento multinazionale (con Francia, Turchia, Grecia, Spagna, Romania, Austria e Danimarca) promosso e guidato dall'Italia, che invia 3mila uomini su 7mila. Effettuato dal 13 aprile al 12 agosto 1997, l'intervento aveva ufficialmente il compito di consentire la distribuzione di aiuti umanitari, ma in realtà doveva tenere sotto controllo la crisi politica albanese e normalizzare la situazione, degenerata principalmente a causa del fallimento di società finanziarie che avevano vanificato risparmi di moltissime persone. Si trattava anche di garantire le imprese italiane insediatesi in Albania. Con tremila uomini gli italiani avevano la preminenza nella forza multinazionale – un indice dell’assegnazione dell’Albania alla sfera d’influenza italiana. In Albania sono poi rimasti circa 370 militari italiani divisi in tre missioni: una (DIE) ha per compito l’ammodernamento e la riorganizzazione delle forze armate albanesi; un’altra unità è posta al comando del quartier generale NATO a Tirana. Gli Stati Uniti hanno favorito la preminenza italiana in Albania anche in funzione di contenimento della Germania. Infine, una squadra navale ha compiti di sorveglianza delle coste, soprattutto per impedire flussi di emigrazione clandestina verso l’Italia. Notiamo in proposito che tra i “diritti umani” enunciati dagli USA in una legge degli anni ’70 (la legge Jackson-Vanick del 1974), formalmente ancora in vigore, vi era la libertà di emigrazione (quella di immigrazione l’hanno abbandonata da tempo, insieme a tutte le metropoli). Chi non la garantisse non aveva diritto a commerciare liberamente con gli Stati Uniti. Un principio calpestato dagli accordi che l’Italia, come gli altri paesi europei, stanno cercando di concludere con gli Stati della sponda sud del Mediterraneo, e che l’Italia viola espressamente in Albania. Un principio sul quale la Realpolitik induce, anche i neocon, a chiudere entrambi gli occhi.
In Albania l’influenza economica e politica italiana è preponderante. Quasi un terzo degli investimenti esteri è italiano. L’ICE censisce oltre cento imprese italiane con filiali in Albania, e 200 che hanno costituito joint ventures con società albanesi; prevalgono le aziende pugliesi. L’80% della presenza è concentrata nel nord del paese, nell’area di Tirana: dal settore tessile e calzaturiero a quello del mobile, a quelli agricolo e alimentare, con una prevalenza di imprese pugliesi. La Banca di Roma ha costituito la Banca Italo-Albanese insieme alla BERS e alla Banca Commerciale Albanese.
L’Italia è di gran lunga il primo partner commerciale dell’Albania, fornendo un terzo delle importazioni albanesi e assorbendo due terzi delle esportazioni. Il 67% delle esportazioni albanesi in Italia è costituito da calzature e prodotti dell’abbigliamento: si tratta in massima parte di esportazioni di imprese italiane. Le imprese italiane nel 2004 hanno esportato in Albania 47 milioni di euro di cuoio, e hanno importato 127 milioni di euro di scarpe.... Made in Italy. Nel complesso le esportazioni italiane sono di 580 milioni, a fronte di 340 milioni di importazioni. Il forte deficit commerciale è in questi anni coperto dagli investimenti esteri.

Kosovo 1999
Nell'aprile 1999 l'Italia appoggia l'intervento Nato contro la Serbia di Milosevic, e presta la base di Aviano come punto di partenza dei massicci bombardamenti NATO sulle città serbe e sulle truppe serbe in Kosovo. Dopo il cessate il fuoco l’Italia partecipa alla KFOR, la “Forza di pace” multinazionale guidata dalla Nato. Entra in Kosovo il 12 giugno 1999 su mandato delle Nazioni Unite. Inizialmente presente con 3600 uomini, ora ridotti a 2600 su un totale di 36mila circa della KFOR, l'Italia aveva ottenuto il controllo sul settore occidentale del Kosovo, confinante con l'Albania. Nel 2002 il settore è stato accorpato a quello sud, e attualmente l’area è sotto comando tedesco (partecipano Austria, Argentina, Azerbaijan, Bulgaria, Georgia, Italia, Romania, Spagna, Svizzera, Turchia). Francia, Stati Uniti e Finlandia sono al comando degli altri settori. L’Italia detiene tuttavia il comando delle forze speciali di polizia (che includono anche francesi ed estoni). E’ evidente una logica di spartizione nella quale affiorano le rivalità tra gli alleati, con l’obiettivo americano di operare una bilancia con e tra le potenze europee.
La massiccia presenza di truppe superarmate in 5 anni non ha allentato le tensioni etniche, mentre l’economia dell’area si è andata deteriorando.
L’operazione ha di fatto separato dalla Serbia il Kosovo, regione oppressa a maggioranza albanese, ma ne impedisce l’unione con l’Albania, negando nei fatti il diritto di autodeterminazione della popolazione. Mantiene acceso un focolaio esplosivo e questo probabilmente rientra nei calcoli delle potenze occupanti, che domani cercheranno di nuovo di utilizzare le contraddizioni tenute aperte nella reciproca contesa per le zone d’influenza.
Analogo è il significato della presenza in Macedonia.






C.F.

Pubblicato su: 2005-09-08 (1721 letture)

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