Moduli
· Home
· Abbonati al giornale
· Archivio
· insiemecontroilrazzismo
· Volantini

Chi è Online
In questo momento ci sono, 0 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Languages


English French Italian

N°7 Pagine Marxiste - Marzo-Aprile 2005
Né protezionismo né liberismo. Internazionalismo dei lavoratori
Tessile, globalizzazione, Cina

La liberalizzazione del settore tessile, scattata ufficialmente dal primo gennaio 2005, pone in concreto la questione della “globalizzazione”, ossia dell’atteggiamento da tenere nei confronti di un mercato mondiale con sempre minori barriere alla circolazione delle merci tra Stati, e quindi una concorrenza sempre più sfrenata tra i gruppi economici di ogni parte del mondo.
La questione si pone in maniera particolarmente pressante e contraddittoria in Italia, seconda potenza tessile mondiale, incalzata dai produttori dei paesi a più recente sviluppo capitalistico. La Lega Nord agita la richiesta di dazi doganali europei per frenare le importazioni cinesi. I sindacati tessili hanno effettuato uno sciopero nella data storica dell’8 marzo, su una piattaforma concordata con le associazioni padronali.
Ma la liberalizzazione investe con effetti differenziati anche e soprattutto i paesi in via di sviluppo.
I marxisti devono saper orientare il movimento dei lavoratori su chiare posizioni internazionaliste.


Nel Manifesto Marx descrive il processo di creazione del mercato mondiale da parte della borghesia, oltre 150 anni fa: “Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le sue comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi... Essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire”. Adottate “le forme della produzione borghese” in ogni parte del globo, ora i “tenui prezzi delle merci” sono divenuti la “artiglieria pesante” con cui i paesi a giovane capitalismo assediano i produttori delle metropoli e aprono le ostilità tra di loro. La storia delle formazioni economico-sociali ha fatto ormai un intero giro. Cosa comporta per la classe lavoratrice in Italia e nel mondo?

L’Accordo Multifibre: protezionismo imperialista

Il settore tessile-abbigliamento, insieme a quello calzaturiero, è tra i primi a decollare nei paesi in via di sviluppo (PVS) perché trova una domanda di massa anche nelle aree a basso reddito, man mano che la popolazione passa dall'autoconsumo alla divisione del lavoro nel mercato. Per questa ragione, nel corso degli anni '60 e '70 il settore tessile e abbigliamento venne escluso per volontà delle metropoli industrializzate dal processo di liberalizzazione dei commerci portato avanti sotto l'egida del GATT. Con l'Accordo Multifibre del 1974 i paesi industrializzati ottenevano di poter imporre delle quote quantitative massime alle importazioni da ciascun paese, in deroga alle norme del GATT che vietavano restrizioni quantitative sull'import di prodotti industriali. L'accordo garantiva alle industrie tessili e dell'abbigliamento dei paesi industrializzati protezione contro la crescente concorrenza dei PVS. Il protezionismo tessile delle metropoli, adottato sia dai paesi europei che dagli Stati Uniti, ma non dal Giappone, frenava la crescita industriale dei PVS. In particolare questa protezione favorì il consolidamento delle imprese tessili italiane, divenute dominanti sul mercato europeo (MEC, CEE, UE) mentre gli altri maggiori paesi (Gran Bretagna, Francia e Germania) ristrutturavano, ridimensionando il peso del tessile per sviluppare settori a tecnologie più recenti, dove era maggiore il vantaggio sui PVS.
Allo stesso tempo le quote all’importazione sono state utilizzate come strumento in mano alle metropoli per portare avanti politiche di influenza imperialistica nei confronti dei PVS: la UE garantiva quote del proprio mercato tessile a paesi-clienti (Marocco, Egitto, Turchia, ex colonie africane, poi anche Est europeo) in cambio della loro apertura ai prodotti industriali UE. Altrettanto fecero gli Stati Uniti, soprattutto nei confronti dei paesi dell’America Centrale; il Messico venne poi ulteriormente favorito con la creazione del NAFTA nel 1995. Il Giappone si distinse dalle metropoli occidentali non adottando un sistema di quote: divenne quindi un mercato relativamente più aperto all’export tessile dei PVS asiatici.
In gran parte dei casi le quote (fissate per ciascuna categoria di prodotto) ridussero la concorrenza tra PVS, fornendo a ciascun esportatore un mercato protetto; ne approfittarono gli stessi gruppi tessili delle metropoli, che trasferirono produzioni e impianti nei PVS detentori di quote elevate: potevano così sfruttarne la manodopera a basso costo.
Già allora quindi era falsa l’idea che il liberismo fosse di per sé la politica dell’imperialismo, e il protezionismo quella dei paesi dominati; che il liberismo sia una politica capitalistica, e il protezionismo una politica “sociale”. Liberismo e protezionismo sono entrambe armi in mano agli Stati, che le usano a seconda delle convenienze delle frazioni borghesi dominanti; queste convenienze variano a seconda della forza dei concorrenti e delle condizioni del mercato mondiale.
Anche i maggiori gruppi tessili italiani sono andati in Marocco, Tunisia, Romania, Albania e in altri paesi dell’Europa orientale. Il sistema UE del “traffico di perfezionamento passivo” permette di inviare in un paese a basso costo del lavoro i tessuti da confezionare, e di reimportarli senza dazi – etichettandoli come “Made in Italy”. Ad esempio, oltre il 90% dei circa 2 miliardi di dollari di prodotti tessili, dell’abbigliamento e cuoio-calzature esportati dall’Italia in Romania nel 2002 è stato là lavorato e reimportato in Italia per ricevere la finitura finale; le fabbriche rumene operano come reparti a basso costo del lavoro (1,28 euro all’ora nel 2002) per centinaia di imprese italiane.1 Chi chiede protezione contro la "concorrenza sleale" cinese, basata su manodopera a basso costo, chi chiede la "clausola sociale" contro le esportazioni cinesi ben si guarda dall'indagare quali siano le condizioni dei lavoratori rumeni sfruttati, direttamente o indirettamente, dalle imprese italiane.
Altrettanto hanno fatto i gruppi tessili statunitensi, che hanno trasformato Centro America e Messico nella loro base produttiva per le lavorazioni a più elevata intensità di manodopera. Ma anche diversi paesi asiatici (Indonesia, Bangladesh, lo stesso Vietnam) hanno goduto di quote protette sul mercato USA, e sono divenuti basi per il decentramento produttivo dei gruppi USA, o comunque loro fornitori.

Vento liberista

Questo sistema delle quote, se da un lato ha spinto lo sviluppo dell’industria tessile nei paesi più favoriti, dall’altro ha “distorto” i flussi degli scambi e quindi la dislocazione della produzione mondiale del settore, sulla base di criteri politici e non economici. In particolare ne risultarono svantaggiate le due grandi potenze tessili mondiali, Cina e India, che ottennero quote limitate rispetto alla propria capacità produttiva – anche perché meno disponibili a concessioni in altri campi.
Questo assetto diveniva un ostacolo alla ulteriore liberalizzazione dei commerci. A chiedere l’abolizione delle quote tessili non erano solo i paesi cui erano state assegnate basse quote di esportazione, ma anche, come vedremo, i settori liberisti delle metropoli.
Nelle trattative GATT di fine anni ’80-primi anni ’90 (Uruguay Round) venne concordata l'abolizione del sistema delle quote, e quindi il decadere dell'Accordo Multifibre. L'accordo ATC (Agreement on Textiles and Clothing) del WTO nel 1995 stabiliva la scomparsa per tappe delle quote, fino alla loro abolizione totale a partire dal 1/1/2005.
In quelle trattative gran parte dei PVS si erano schierati a favore dell’abolizione del sistema delle quote, viste come un impedimento all’export; tra l’altro essi contavano sul fatto che la Cina, non essendo membro del GATT, sarebbe comunque rimasta esclusa dalla liberalizzazione. Con l’ammissione della Cina al WTO nel 2002 e il boom del suo export, le prospettive si sono modificate. L’abolizione delle quote da un lato apre i mercati delle metropoli all’export cinese e indiano, dall’altro abolisce le nicchie in essi garantite ai paesi minori. Si apre uno scontro non solo fra frazioni liberiste e protezioniste dentro le metropoli, ma anche tra i PVS.

La potenza tessile Italia vulnerabile all’avanzata cinese


L’Italia è tra le metropoli quella maggiormente esposta alla liberalizzazione tessile.
Nonostante un netto ridimensionamento degli addetti tessili in Italia negli ultimi 30 anni, ancora nel 2001 le industrie del tessile e abbigliamento vi avevano circa 605 mila addetti (più una quota in nero) su un totale di 1,88 milioni della UE a 15 (esclusa la Grecia, per la quale non vi sono dati omogenei). L’Italia aveva il 17% dell’occupazione industriale dei paesi UE, ma il 29% dell’occupazione tessile e il 35% di quella nell’abbigliamento. Il secondo paese per numero di addetti nel tessile-abbigliamento (d’ora in avanti: “T-A”) era la Spagna, con 250 mila. Nella UE gli occupati nel T-A sono solo il 7% degli occupati complessivi; in Italia sono il 13%. Solo in Portogallo il T-A ha un peso maggiore (25%); in Francia e Gran Bretagna la quota dell’occupazione tessile su quella industriale è del 5%; in Germania del 3%.
Questo ampio settore T-A italiano è un forte esportatore. Ancora nel 2003 l’Italia era il secondo paese esportatore di prodotti tessili nel mondo, dopo la Cina, con una bilancia che nel 2003 è stata attiva per oltre 12,4 miliardi di euro. E’ quindi l’unica metropoli con un importante attivo nel T-A, mentre gran parte degli altri paesi industrializzati importano più prodotti dell’abbigliamento di quanti ne esportino.
Più della metà delle esportazioni va ad altri paesi della UE, dove viene realizzato oltre il 60% dell’attivo commerciale (quasi 9 miliardi di euro nel 2003). Nel 2002 l’export italiano di T-A nella UE era ancora il doppio di quello cinese, contenuto dalle quote. Per i gruppi tessili italiani, l’apertura della UE all’export cinese significa quindi far entrare il più temibile concorrente nel proprio mercato di esportazione privilegiato. Nei primi tre mesi del 2005 l’import dalla Cina di prodotti T-A negli Stati Uniti è aumentato del 62% rispetto allo stesso periodo del 2004, e in Europa vi è stato un aumento analogo; l’aumento è dovuto al boom dell’export cinese di quei prodotti che prima erano sottoposti a quote ristrette, per cui un forte rimbalzo era inevitabile (ad esempio la Cina fino al 2004 aveva solo l’1,4% del mercato USA dei pantaloni di cotone, meno del Guatemala o del Vietnam: nel primo trimestre ha moltiplicato per 15 volte le quantità esportate).

Liberismo tedesco e protezionismo leghista

La liberalizzazione tessile evidenzia uno scontro di interessi tra le frazioni borghesi nelle metropoli. Ciò che per la frazione tessile è un pericolo e un danno, per gli altri settori è un’opportunità. In generale per tutte le imprese, la disponibilità di abbigliamento a basso costo favorisce il contenimento dei salari e quindi del costo del lavoro. Diversi settori industriali, come quelli produttori di macchine, sono interessati alla Cina come mercato di sbocco o di investimento; se la Cina ricaverà più valuta dalle esportazioni tessili, potrà fare più acquisti di macchinari esteri.
Data la diversa struttura industriale, il rapporto di forze tra il settore macchine e il T-A è diverso in Italia rispetto ad esempio alla Germania. Le esportazioni italiane di macchine in Cina nel 2004 sono state inferiori all’import italiano di T-A dalla Cina. Nel 2003 la Germania invece ha importato prodotti T-A dall’Italia per 3,6 miliardi di euro, e dalla Cina per quasi 3 miliardi (nel 1999 furono 5,0 e 1,8 rispettivamente), ma nello stesso periodo ha esportato in Cina 6,9 miliardi di euro di macchinari, quanto in Italia. Per l’industria tedesca nel suo complesso è conveniente permettere una più grande importazione di prodotti tessili dalla Cina a scapito di quelli italiani, se ciò permette una maggiore apertura del mercato cinese ai prodotti tedeschi. Più in generale, la forza italiana nel tessile è l’altra faccia della debolezza nei settori tecnologici di punta, e un fattore di vulnerabilità dell’economia italiana, messo allo scoperto dalla liberalizzazione. Da un punto di vista capitalistico, la protezione del tessile rallenterebbe il rafforzamento dei settori a maggiore contenuto di tecnologie recenti.
I capitalismi più forti, in questa fase di espansione del mercato mondiale, hanno interesse alla liberalizzazione per partecipare all’espansione dei mercati in forte crescita. La Lega Nord e alcuni esponenti cui essa fa riferimento, come l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, con la richiesta di dazi contro le importazioni dalla Cina esprimono l’esigenza di protezione dei gruppi capitalistici attardatisi su fasce di mercato basse in settori che sono stati investiti per primi dalla concorrenza dei giovani capitalismi. Se l’Italia non fosse parte del Mercato Unico Europeo questi gruppi potrebbero avere una forte influenza sulla politica commerciale italiana e forse far elevare nuove barriere protezioniste. La FIAT cercò di impedire, fino alla fine degli anni ’80, l’ingresso in Italia delle auto giapponesi, ma fu poi costretta a subire l’apertura dagli accordi CEE-Giappone.
La lobby tessile italiana è oggi costretta a rivolgersi alla UE, che centralizza la politica commerciale dei 25, e dove è stato raggiunto un primo compromesso tra una linea più liberista di paesi come Germania, Gran Bretagna, Olanda e Svezia, che hanno già ridimensionato i loro settori T-A, e paesi come Italia, Grecia e Portogallo, che trovano appoggi tra i nuovi membri dell’Est. Mario Boselli, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, ha parlato di contrapposizione tra “i paesi del vino” e quelli “della birra”, maggioritari, aggiungendo che l’ingresso nella UE dei paesi dell’Est ha in parte riequilibrato le forze, ma che ciò non basta a battere la lobby dell’import e della distribuzione dell’abbigliamento.
Presso la Commissione Europea è stato costituito un “Gruppo di Alto Livello” sul tessile, che include industriali (con gli italiani in testa), rappresentanti di governi, della Commissione, sindacati, ecc. Soprattutto i rappresentanti portoghesi e italiani hanno esercitato pressioni per l’adozione di misure di protezione contro le esportazioni cinesi.
La Commissione UE delinea una strategia centrata sulla dislocazione delle produzioni del settore nelle zone a basso costo del lavoro dell’Est Europa e del Mediterraneo, e alcune misure di freno all’import cinese e indiano.
Una recente delibera della Commissione UE prevede di far scattare clausole “di salvaguardia” strappate nel 2001 alla Cina da UE e USA come condizione per l’ammissione della Cina nel WTO. Se l’export tessile cinese in Europa crescerà sul 2004 oltre una determinata soglia (fissata per ciascuna categoria di prodotto tra il 10% e il 100%, a seconda delle restrizioni cui prima quei prodotti erano sottoposti), verranno reimposte le quote, pari all’import dell’anno precedente più il 7,5%.
Un’altra misura prevista è che i paesi che hanno più del 12,5% del mercato tessile UE non potranno godere della tariffa preferenziale accordata ai PVS (negli altri settori il limite sarà del 15%). La Cina ne sarà colpita, ma anche l’India se, con l’abolizione delle quote, il suo export aumenterà rispetto all’attuale 11%. Saranno invece favorite le esportazioni nella UE di altri paesi dell’Asia, Africa e Caraibi. Secondo Pascal Lamy l’incremento del 3% dei dazi che ne conseguirà (dal 9 al 12%), e solo a partire dal 2007, non frenerà più di tanto gli esportatori cinesi, mentre le misure dovrebbero garantire uno spazio ai produttori di paesi come il Pakistan. E’ evidente che la UE cerca di utilizzare la politica doganale sia per favorire i propri gruppi tessili che per stabilire zone di influenza tra i PVS, per creare un “indotto tessile” tra i paesi annessi alla UE o ad essa associati.
La Cina ha seccamente protestato contro entrambe le misure, in nome dei principi del WTO.
La UE aveva già adottato misure antidumping (dazi elevatissimi) a carico dei produttori cinesi di poliestere e fiocco e dei prodotti che li contengono, su istanza di sette imprese europee, di cui tre italiane.
C’è anche chi ha ipotizzato uno scambio, tra autolimitazione cinese dell’export tessile in Europa e abolizione dell’embargo UE alla vendita di armi alla Cina.

Per accrescere la loro capacità di pressione a Bruxelles e ottenere aiuti dal governo, gli industriali tessili italiani hanno appoggiato... lo sciopero nazionale indetto dai sindacati tessili di CGIL, CISL e UIL l’8 marzo scorso su una piattaforma “frutto di un percorso di analisi, ascolto ed elaborazione condiviso pienamente con tutte le associazioni imprenditoriali”.2 Tra le richieste "l'etichettatura obbligatoria di origine dei prodotti" e "la tracciabilità dei processi produttivi", insieme al sostegno pubblico all'innovazione e alla ristrutturazione del settore. Non vengono recepite le richieste apertamente protezionistiche della Lega Nord, anche perché un ritorno al protezionismo tout court, oltre che oggi impossibile dentro la UE, sarebbe una scelta perdente per gli stessi gruppi tessili italiani, forti esportatori. Viene invece citata tra gli obiettivi l'"internazionalizzazione", vista dai gruppi tessili come via obbligata per restare sul mercato.
La mobilitazione dei lavoratori ha motivazioni reali: tra il 1981 e il 2001 circa la metà delle aziende tessili ha chiuso i battenti o è stata assorbita (il loro numero è caduto da 138 mila a 73 mila), mentre gli addetti del settore sono scesi da 953 mila nel 1981 a 826 mila nel 1991 e a 610 mila nel censimento del 2001. Oltre un quarto dei posti di lavoro è scomparso negli anni '90, con chiusure di fabbriche, licenziamenti, cassa integrazione, prepensionamenti. E’ quanto avvenuto in tutte le metropoli. Negli Stati Uniti gli addetti al T-A sono scesi da 2 milioni 58 mila nel 1980, a 1 milione 721 mila nel 1990, a 1 milione e 31 mila nel 2001, ma con una produzione praticamente invariata. A fianco delle chiusure e dei licenziamenti avvengono infatti ristrutturazioni che permettono di produrre quantità maggiori con meno manodopera. Tutto l’aumento dei consumi tessili americani di 20 anni è stato però coperto dall’aumento dei prodotti importati. Il sindacato tessile americano è schierato dietro alle richieste protezioniste dei gruppi del settore, come lo è il sindacato americano dei siderurgici.
A fronte di questi problemi riteniamo che la strada dell’unione corporativa e nazionale lavoratori-capitale sia deleteria per il futuro della classe.
Per definire una posizione di classe e internazionalista sulle questioni della globalizzazione, come questa della liberalizzazione del tessile-abbigliamento, occorre avere una più ampia visione di tutte le sue implicazioni.

Due protezionismi


Storicamente, il protezionismo è una politica adottata da gran parte delle nazioni durante il decollo capitalistico per proteggere, sul mercato interno, le loro industrie nascenti dalla concorrenza delle imprese già affermate dei paesi industrializzati. Lo adottarono anche la Germania, l’Italia e gli stessi Stati Uniti per qualche decennio nella seconda metà dell’800, per proteggersi dallo strapotere industriale britannico; vi sono ricorsi molti PVS nella loro fase di prima industrializzazione. Quando raggiungono una capacità di esportazione, sono gli stessi gruppi forti dei settori protetti a premere per l’abbattimento delle barriere. Banca Mondiale e FMI, in rappresentanza dei paesi creditori, hanno costretto molti paesi debitori in sviluppo ad aprire i loro mercati, spesso con conseguenze deleterie per la loro industria.
Negli anni Trenta si affermò su scala internazionale un genere diverso di protezionismo, legato alla crisi delle maggiori metropoli e al tentativo di proteggere i loro mercati, inclusi i possedimenti coloniali, dai concorrenti. Quel ciclo protezionista aggravò la stagnazione economica e condusse alla guerra.
Dopo la seconda guerra mondiale iniziò un ciclo di liberalizzazione, che ridusse le tariffe doganali medie dal 45% a circa il 5% attuale. Esso fu spinto dall’espansione continua del mercato mondiale, e in particolare dei PVS a partire dagli anni ’70, che rendeva il libero scambio conveniente per tutti. Le metropoli hanno partecipato all’espansione di quei mercati con esportazioni e produzioni in loco; i PVS hanno importato soprattutto mezzi di produzione, e costruito apparati produttivi che utilizzano tecnologie recenti, i quali affiancano e soppiantano quelli tradizionali. I paesi in via di sviluppo, da esportatori di materie prime e prodotti agricoli, sono così essi stessi divenuti esportatori di prodotti industriali – tranne che quelli dell’Africa e del Medio Oriente.

La Cina potenza industriale


La Cina è l’esempio più grande di questa dinamica. Il 90% dell’export cinese è costituito da manufatti; l’attivo di 68 miliardi di dollari nel commercio di manufatti del 2003 ha più che pagato un deficit di 34 miliardi di dollari nei prodotti estrattivi (minerali e prodotti energetici). Tra i prodotti industriali, l’attivo di 63 MD$ realizzato nel tessile e abbigliamento (in forte aumento rispetto ai 40 MD$ di due anni prima) ha coperto un deficit di 29 miliardi nei prodotti chimici e di 34 miliardi nei macchinari non elettrici e nei mezzi di trasporto. Ma le esportazioni del T-A hanno rappresentato solo il 18% dell’export cinese, meno di quelle di macchine per ufficio e apparecchi per telecomunicazioni, pari al 26% del totale. Sono ormai made in China una buona parte dei componenti dei nostri computer. Ora gruppi cinesi si preparano ad esportare automobili nelle metropoli.
La Cina va quindi vista come una potenza industriale in ascesa, che si sta rafforzando in diversi settori, in rapida rincorsa tecnologica delle maggiori potenze industriali, e non come semplice produttore di magliette e pantaloni.
La stessa industria tessile cinese, pressata da una fortissima concorrenza interna, si va ristrutturando e trasferendo dal suo centro tradizionale di Shanghai verso aree a più basso costo, del Sud e soprattutto delle regioni interne. Tra il 1991 e il 1998 il numero di addetti nelle filature e tessiture è stato quasi dimezzato, passando da 8,7 a 4,8 milioni; tra il 1998 e il 2002 vi è stato un ulteriore taglio di 1,1 milioni di addetti nelle fabbriche tessili di medie e grandi dimensioni. A fronte del milione di posti lavoro persi dai tessili americani e dei 350 mila in Italia, in Cina se ne sono persi 5 milioni. Anche la Cina ha avuto la sua ristrutturazione tessile, con forte aumento di produzione e produttività.
D’altra parte, nell’interscambio con la Cina, l’Italia non mostra debolezze solo nel tessile. Nei primi 11 mesi del 2004 l'Italia ha avuto un deficit di 1,79 miliardi di euro alla voce "prodotti informatici e per telecomunicazioni, elettrotecnica, strumenti di precisione" superiore a quello registrato nei prodotti tessili e di abbigliamento (-1,34 miliardi di euro), mentre l'attivo della voce "macchine ed apparecchi meccanici, elettrodomestici" è stato di soli 0,54 miliardi, meno di un decimo di quello tedesco.

Gigantesca ristrutturazione mondiale


L’abbattimento delle quote all’importazione favorirà i grandi gruppi tessili cinesi, e quelli americani, giapponesi ed europei capaci di insediarsi in Cina (che resta pur sempre il più grande mercato per l’abbigliamento) e in India, e accelererà il processo di concentrazione nell’industria tessile cinese, ma anche e soprattutto di quella indiana. In India si stima vi siano ben 35 milioni di lavoratori nel tessile-abbigliamento.3 La gran parte di essi è dispersa in una miriade di piccole imprese e laboratori artigianali con tecnologie primitive (alcuni milioni lavorano ancora su telai a mano), e spesso pur stremandosi di lavoro non riescono a ricavare il minimo vitale. Misure di protezione dell'artigianato e la mancanza di alternative di lavoro ne hanno prolungato fino ad oggi l'esistenza. Ora che si spalanca lo sbocco dell'export per i prodotti tessili diviene inevitabile il diffondersi di imprese moderne e la liberalizzazione interna; già sono in costruzione enormi "parchi tessili" per l'export. I tessitori a mano e milioni di altri lavoranti artigianali stanno attraversando e percorreranno fino alla fine il dramma già percorso dai tessitori a mano inglesi all'inizio del secolo XIX,4 e dai loro predecessori indiani.5
La Banca Mondiale in un suo studio afferma che l’apertura alla Cina e all’India minaccia 30 milioni di posti di lavoro tessili negli altri PVS. Si tratta probabilmente di stime esagerate, che mescolano gli effetti della concorrenza cinese con quelli delle ristrutturazioni interne, ma che danno l’idea della vastità dei riflessi sociali di ogni mutamento nell’assetto di un mercato mondiale sempre più aperto, “globalizzato” per usare un termine alla moda.

No al protezionismo


La questione della liberalizzazione tessile in Italia va affrontata avendo presente questa prospettiva mondiale. La difesa protezionistica del “mercato nazionale” non è una soluzione per i lavoratori di nessun paese, tantomeno in Italia, dove per i prodotti industriali non esiste più mercato nazionale perché il mercato “interno” è già europeo. Il protezionismo è una politica che presuppone e acuisce la divisione dell’umanità in Stati, e la loro contrapposizione ostile; è la guerra sul terreno dell’economia.
Se i lavoratori si schierano per i dazi contro i prodotti dei paesi concorrenti il risultato è la divisione dei lavoratori su linee nazionali, ciascun comparto dietro ai settori più deboli del capitale locale. E il protezionismo delle metropoli potrebbe attenuare, non fermare i processi di ristrutturazione e concentrazione che sono inevitabili nel capitalismo.
E’ oltretutto falso che la concorrenza dei paesi emergenti generi disoccupazione. Essi nel loro complesso vendono alle metropoli quanto acquistano da esse, ‘danno’ tanto lavoro quanto ne ‘tolgono’. Il protezionismo aggraverebbe solo i problemi Il problema non è la loro concorrenza, il vero problema è che in tutto il mondo capitalista, più e meno sviluppato, in tutti i settori la produzione procede per continui balzi e ristrutturazioni, in cui gli aumenti di produttività divengono causa di licenziamento anziché di maggior benessere. La ‘bolla’ della new economy l'ha ampiamente confermato.
La classe lavoratrice non deve cercare la propria difesa trincerandosi nei compartimenti stagni nazionali del protezionismo, non deve vedere nei lavoratori degli altri paesi dei concorrenti ma dei compagni di classe con cui collegarsi per difendere internazionalmente le proprie condizioni e contenere per questa via la concorrenza tra i suoi comparti nazionali. I sindacati tessili delle metropoli, anziché organizzare scioperi di collaborazione con gli industriali dovrebbero rivendicare la garanzia del salario per i lavoratori il cui posto di lavoro è minacciato dalle ristrutturazioni del capitale e dalla liberalizzazione, e dedicare parte delle loro risorse per aiutare i lavoratori dei PVS, a partire dai dipendenti delle multinazionali tessili dei loro paesi, ad organizzarsi per migliorare le loro condizioni salariali e di lavoro.

Guerra dei ricchi sulla pelle dei poveri


La liberalizzazione tessile ha provocato divisioni non solo tra frazioni della borghesia in metropoli come l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti, ma anche tra le borghesie dei paesi in sviluppo: tra Cina, India e altri paesi che mirano ad accrescere l’export tessile nelle metropoli da un lato, e dall’altro lato numerosi PVS specializzati nel tessile, il cui export nei mercati ricchi è minacciato dalla loro apertura ai prodotti cinesi e indiani (ad esempio l’86% dell’export del Bangladesh, il 72% di quello del Pakistan e della Cambogia è costituito da prodotti del T-A). Turchia e Messico, seguite da numerosi PVS, hanno firmato un documento che chiede misure protezionistiche contro l’export tessile della Cina e di “altri paesi”, per “pratiche commerciali scorrette”.
Più che una “guerra tra i poveri” come banalmente si vuole far credere, è una guerra tra i ricchi capitalisti dei “paesi poveri”, combattuta sulla pelle del loro proletariato. Gli operai tessili dell’Asia Meridionale, dal Bangladesh all’India, Pakistan e Sri Lanka, o della Cina interna o della Cambogia sono pagati meno di mezzo dollaro l’ora; gli operai tailandesi e cinesi della costa tra mezzo dollaro e un dollaro; il costo del lavoro di quelli romeni è poco più di un dollaro l’ora – tutti livelli inferiori a un decimo di quelli delle metropoli. Questi salari sono schiacciati sotto la pressione di una massa di uomini e donne in fuga dalle campagne, disposti a vendere la propria forza lavoro al prezzo della disperazione; su questa compressione speculano i capitalisti locali ed esteri per mietere enormi profitti, spesso con l’appoggio degli apparati statali che reprimono i tentativi di organizzazione e di lotta dei lavoratori. E’ in virtù dell’attrazione esercitata dai profitti sopra la media garantiti da queste condizioni che le produzioni tessili a più elevata intensità di lavoro migrano verso i paesi a giovane capitalismo e bassi salari.

Internazionalismo per la globalizzazione


Se in generale i comunisti sono per l’abolizione di tutte le barriere tra le nazioni, essi non possono innalzare la bandiera del liberismo imperialista. Checché ne dicano i teorici del liberismo, il libero mercato non determina, in virtù della sua mitica “mano invisibile”, un’allocazione “razionale” delle risorse. Nella futura società senza classi – e senza Stato – l’amministrazione della comunità mondiale organizzerà l’allocazione delle produzioni tessili, come per ogni altro prodotto, sulla base del minore dispendio di lavoro umano, per la migliore qualità del prodotto. Nel libero mercato capitalistico (libero per ogni merce tranne che per la forza lavoro: della muraglia italiana sono testimoni i morti disseminati al largo delle coste siciliane) in cui detta legge il profitto, conta il costo, non la quantità di lavoro. Se un capitale può produrre uno stesso capo di abbigliamento utilizzando due ore di lavoro di un operaio italiano, americano o tedesco a un costo di 10-20 dollari l’ora oppure dieci ore di lavoro di un operaio tessile indiano, pakistano o cinese, a poco meno o poco più di mezzo dollaro l’ora, il capitale sceglie le dieci ore di questi ultimi. La cinica equazione del capitale per cui 10 ore di sudore in un paese povero sono la soluzione migliore, perché più profittevole, rispetto a due ore di sudore in una metropoli, per avere lo stesso prodotto, lo stesso valore d’uso sociale, mette a nudo l’irrazionalità del capitalismo. Questa aberrante “razionalità” del mercato ha tuttavia il suo dialettico risvolto: l’accelerazione della crescita della classe operaia nei PVS; e quindi delle loro possibilità di organizzazione e di lotta per migliorare le proprie condizioni.
Non ci illudiamo, e non dobbiamo illudere i lavoratori, che dentro questo modo di produzione vi siano delle ricette, come protezionismo o liberismo, o Stato sociale, che possano risolvere i problemi delle grandi masse, dare loro sicurezza ed equità.
Il capitalismo e le dinamiche dell’imperialismo hanno creato enormi contraddizioni – a partire dai forti divari tra i salari di lavoratori di diversi paesi a parità di qualificazione – che all’interno dei rapporti di produzione capitalistici non possono trovare soluzioni che non siano pagate pesantemente dal proletariato nei suoi vari comparti.
Se Marx nel 1848 si dichiarava, per quanto obtorto collo, a favore del libero commercio del grano per la Gran Bretagna, oggi schierarci per un liberismo imperialista che ha già imposto la sua legge su gran parte del mercato mondiale non avrebbe più senso, per i marxisti, che schierarsi per il protezionismo.
La soluzione dei problemi posti dalla “globalizzazione” non sta né nel protezionismo, né nel liberismo. La soluzione sta nel rovesciamento e nel superamento dei rapporti di produzione capitalistici, nell’elevare la forza lavoro da merce a protagonista consapevole della produzione direttamente sociale, non più mediata dal denaro. Il presupposto di questa rivoluzione è lo schieramento dei lavoratori come classe internazionale, e non come appendici delle frazioni nazionali del capitale.
La risposta alla globalizzazione del capitale deve essere la “globalizzazione” del movimento e della lotta dei lavoratori, è l’internazionalismo del lavoro.



Note:

1. ICE, I rapporti economici tra Italia e Romania, ottobre 2003.

2. Dichiarazione stampa di Valeria Fedeli – Segretaria generale Filtea Cgil.

3. India Aims to Be Textile Titan, in Wall Street Journal, 18 dicembre 2004.

4. “La storia universale non offre spettacolo più orrendo della estinzione dei tessitori artigiani di cotone inglesi, graduale, trascinata per decenni, e infine sigillata nel 1838. Molti morirono di fame, molti vegetarono a lungo, assieme alle loro famiglie, con due pence e mezzo al giorno” (Karl Marx, Il Capitale, I, 13, 5). Nel 1838 le famiglie dei tessitori a mano contavano 800 mila persone.

5. “...acuto fu l’effetto delle macchine inglesi per la lavorazione del cotone nelle Indie Orientali, il cui governatore generale constatava nel 1834-35: «La miseria difficilmente trova paralleli nella storia del commercio. Le ossa dei tessitori imbiancano le pianure indiane»... Il mezzo di lavoro schiaccia l’operaio. Certo questo antagonismo diretto si presenta in maniera più tangibile tutte le volte che le macchine introdotte per la prima volta si trovano in concorrenza con l’industria tradizionale artigiana o manifatturiera. Ma anche all’interno della grande industria stessa il continuo perfezionamento delle macchine e lo sviluppo del sistema automatico hanno effetti analoghi. (Ibidem)






R.L.

Pubblicato su: 2005-09-08 (2569 letture)

[ Indietro ]

 


You can syndicate our news using the file backend.php

   Get Firefox!