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N°6 Pagine Marxiste - Gennaio 2005
Gli affari con l'Iraq di Saddam Hussein
L'imperialismo italiano

L'Italia è la sesta-ottava potenza mondiale per prodotto interno lordo, ed è tra le prime dieci potenze commerciali ed esportatrici di capitali. La sua proiezione militare è anche più significativa, essendo quarta potenza per numero di truppe all'estero. In Iraq ha il terzo maggior contingente tra gli eserciti occupanti.

In Medio Oriente l'imperialismo italiano prosegue nella sua tradizionale politica di atlantismo mediterraneo, accentuando con il governo di centro-destra la connotazione atlantista e la rivalità rispetto agli imperialismi francese e tedesco, nel tentativo di ritagliarsi una propria influenza all'ombra di quella americana.

Non vi può essere posizione internazionalista in Italia senza una chiara denuncia del ruolo dell'imperialismo italiano, sia che esso si collochi su una posizione filoamericana, o che rafforzi i propri legami con gli imperialismi europei.


La guerra in Iraq e la successiva occupazione militare hanno coinvolto per la terza volta dalla seconda guerra mondiale le Forze Armate italiane direttamente in un conflitto militare. Ma la presenza economica e politica dell'Italia nell'area del Golfo è costante da lunga data.
La prima esperienza italiana in Iraq risale agli anni '30, meglio conosciuta come la "cacciata" dell'Italia dall'Iraq. Considerando il fatto che l'Italia era rimasta esclusa dalle trattative economiche di San Remo nel 1920, quando gli alleati si erano spartiti il Medio Oriente, l'occasione che si presentò nel 1928 al governo fascista non poteva non ingolosire. Venne offerta da alcuni finanzieri inglesi, i quali per ottenere l'appoggio delle Società delle Nazioni offrirono ad alcune compagnie europee, tra cui l'Agip, la partecipazione nella neocostituita British Oil Developments (Bod), una società nata con lo scopo di entrare in possesso di una quota del petrolio iracheno. Il capitale era così ripartito: il 51% al gruppo inglese, il 25% all'Agip, il 12% a un gruppo tedesco di cui facevano parte i Krupp. Questa nuova società, che prese poi il nome di Mosul Oilfields, ottenne nel 1932 una importante concessione per la ricerca petrolifera nella zona di Mosul, a ovest del Tigri. Nel 1935 l'azienda di Stato italiana era riuscita ad acquistare altre quote della Mosul Oilfields diventandone il maggiore azionista, e avviandosi sulla strada per assumerne il controllo. Sennonché l'anno seguente, su direttive del governo italiano all'indomani dell'invasione dell'Etiopia, l'intera quota del capitale fu ceduta alle compagnie anglo-americane componenti l'Iraq Petroleum Company. Tale decisione, frutto di accordi tra Mussolini e Churchill, sarebbe da ricondurre - secondo Li Vigni1 - ai timori del Duce di un embargo petrolifero da parte inglese che, se attuato in piena campagna d'Etiopia, avrebbe impedito all'imperialismo italiano l'agognato "posto al sole" nella spartizione coloniale. Per poter continuare a rifornire le truppe in Etiopia, l'imperialismo italiano avrebbe cioè dovuto mollare agli inglesi l'osso del petrolio irakeno. Per rientrare nella spartizione del petrolio mediorientale, sotto il controllo esclusivo delle compagnie anglo-americane, l'Italia dovette attendere un momento più propizio.
Dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale e la definitiva perdita anche dell'eredità coloniale prefascista seguita alla bocciatura all'ONU, nel maggio 1949, del compromesso Bevin-Sforza2, l'imperialismo italiano si convertì all'anticolonialismo e cercò di accreditarsi presso i paesi mediterranei con l'immagine di una nazione che proprio in virtù di tale scelta avrebbe potuto meglio di altri paesi occidentali valorizzare le loro aspirazioni di indipendenza e sviluppo economico.
Entrata nell'Alleanza Atlantica l'Italia intravide nel terzomondismo la possibilità di inserimento strategico nel Mediterraneo. Del resto il terzomondismo, sostenuto in particolare dalle correnti opportuniste in seno al movimento operaio, pagò anche dal punto di vista dell'- esportazione di armi, che decollò e toccò il suo culmine tra il 1978 e il 1987 proprio grazie alla forte domanda (90% dell'incremento) proveniente dai paesi in via di sviluppo.
Facendo leva sul sentimento di rivalsa delle giovani borghesie arabe verso le compagnie petrolifere occidentali, nelle cui casse si riversavano i maggiori flussi di ricchezza di cui il Medio Oriente disponeva, e inserendosi favorevolmente nel piano di penetrazione tedescoamericana, il presidente dell'ENI, Enrico Mattei, mise a segno una serie di accordi e contratti per la fornitura di gas e greggio, che in un altro quadro internazionale sarebbero stati improbabili. La corrente lombardo-meridionalista della DC di cui Mattei era il capo, e i suoi alleati toscani Amintore Fanfani e Giovanni Gronchi tennero lo Stato italiano su una linea di atlantismo mediterraneo, tendente a sfruttare l'alleanza con gli USA e la formazione del MEC, per riconquistare all'Italia uno status di potenza nel Mediterraneo. A consuntivo di mezzo secolo questa linea trova ancora continuità nella politica italiana verso il Medio Oriente: lo schieramento sulla guerra in Iraq è solo l'ultimo esempio.
L'ENI si introdusse nel Golfo infrangendo la norma vigente, imposta nel 1954 dalle "sette sorelle", di ripartizione degli utili al 50% tra società concessionaria e paese produttore, inaugurando per primo la regola che assegnava di fatto il 75% dei profitti al paese produttore. A partire dalla seconda metà degli anni '50, coi primi accordi con l'Iran e l'Egitto di Nasser, la metropoli italiana ha continuato in Medio Oriente ad intrecciare i flussi, legali ed illegali, di petrolio e di armi. "Su questa trama - come scrisse Arrigo Cervetto nel novembre 1987 - ha prosperato, accanto alla florida produzione bellica ufficiale, un'industria bellica "sommersa" la cui dimensione venne stimata [...] in 11 000 addetti e 1 600 miliardi di fatturato".
La cosiddetta "formula ENI" sedusse anche il nuovo regime iracheno insediatosi nel 1958 con un colpo di Stato a Baghdad. Il nuovo leader, Qassem, tentò di avviare delle consultazioni col capo dell'Eni, prontamente interrotte dalle immediate e decise pressioni del governo britannico che controllava di fatto la compagnia petrolifera locale, la Iraq Petroleum Company.
Dello sfruttamento delle risorse petrolifere irachene da parte dell'ENI si tornò a parlare solo tre anni dopo in occasione della crisi per il controllo sul Kuwait seguita alla fine del protettorato britannico. La conclusione della vicenda, con un nuovo colpo di Stato e l'uccisione di Qassem, rinviò ancora la possibilità di penetrazione della società petrolifera statale italiana nella regione.
Nelle crisi in cui vennero coinvolti i paesi del Mediterraneo, da quella di Suez, al colpo di Stato in Iraq, alla guerra dei sei giorni, l'imperialismo italiano insisteva sulla centralità del ruolo dell'ONU. Ciò non significa che l'Italia, come del resto nessuna potenza capitalistica, credesse nella superiorità di un governo mondiale per una pace perpetua, come certo opportunismo nostrano voleva e vuol far credere oggi quando si appella alle Nazioni Unite. È la borghesia stessa ad ammettere le finalità che ispiravano tale posizione. Luciano Tosi, in un recente convegno sul Mediterraneo organizzato dall'ISPI, dichiara senza mezzi termini che "…il richiamo all'ONU consentiva all'Italia di evitare di prendere posizioni nette verso i vari paesi coinvolti nelle crisi stesse, e di non essere esclusa dalla ricerca di soluzioni, a vantaggio delle grandi potenze intenzionate a risolvere da sole la crisi in un'area, quella mediterranea, assai importante per gli interessi italiani, specie per i rifornimenti petroliferi, per l'elevato interscambio esistente con alcuni paesi dell'area stessa, e per la sicurezza del paese, minacciata dalla instabilità della regione mediterranea.[…]Specie a partire dagli anni '60, nell'ambito di tale organizzazione [l'Italia] ha cercato di allargare i propri spazi di azione e di muoversi con qualche autonomia rispetto agli alleati maggiori, in particolare agli USA".3
Con gli anni '70 questa linea terzomondista e di richiamo all'ONU tese a spostarsi verso una prospettiva più regionale, mediterranea.
Ma tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 si apre una fase di maggiore protagonismo con un carattere prevalentemente bilaterale verso la quarta sponda: l'imperialismo italiano, facendo entrare in scena le Forze Armate, cerca di presentarsi come uno tra i principali interlocutori della regione.
Con la rivoluzione komeinista in Iran nel 1979 gli USA perdono una delle più importanti roccaforti nell'area. Si creano le condizioni per armare l'Iraq e l'"amico" dell'occidente Saddam Hussein, appena salito al potere, nella guerra contro l'Iran; anche l'Italia vi prende parte pur mantenendo, tramite l'Eni, i collegamenti con l'Iran.
Nell'aprile del 1979 la Snia Techint - gruppo Fiat - si aggiudica il contratto per la fornitura di 4 laboratori nucleari e tre "hot cells" (camere con vetri molto spessi antiradiazioni dove si lavora dall'esterno con manipolatori); con tale equipaggiamento l'Iraq avrebbe potuto produrre 8 kg di plutonio all'anno sufficienti per una bomba termonucleare - dalle 10 alle 20 volte più potente di Hiroshima (a proposito di "armi di distruzione di massa"…!).
L'anno successivo viene firmato un accordo con l'Iraq che contempla la più imponente vendita di materiale bellico effettuata dall'Italia nel dopoguerra, il cui valore si aggira intorno ai 2,6 miliardi di dollari. È prevista la fornitura, da parte della Fincantieri, di 4 fregate missilistiche della classe "Lupo", 6 corvette missilistiche ed una nave di appoggio, equipaggiate ed armate con materiale italiano.4
In realtà le forniture di materiale bellico all'Iraq da parte delle potenze occidentali (Gran Bretagna, Italia, Francia, URSS, Germania ovest) erano iniziate dal '75, grazie alle rendite petrolifere accumulate dal governo iracheno in seguito alla nazionalizzazione nel '72 dell'intera produzione di greggio. Da parte italiana è certo che la vendita di armi proseguì per tutti gli anni '80. Nel periodo che va dal 1984 all'89, quindi durante il conflitto Iran-Iraq, le esportazioni di tecnologia militare all'Iraq da parte di Italia, Francia, RFT, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno raggiunto complessivamente 20 miliardi di dollari, di cui 3 miliardi, cioè il 15%, furono italiane. All'interno di queste esportazioni italiane un decimo ha riguardato tecnologie e componenti per armi chimiche.5 È grazie anche all'Italia se Saddam Hussein verso la fine della guerra con l'Iran ha potuto decimare i curdi del Nord e gli iraniani sul fronte con i gas. A memoria dei lucrosi affari con lo scellerato dittatore nel marzo dello scorso anno un reggimento di bersaglieri ha trovato in un villaggio a 70 km a nord da Nassiriya in una zona desertica una tonnellata di mine anticarro, guarda caso, tutte made in Italy.
Dall'inchiesta americana sullo scandalo "Oil for Food" apprendiamo, senza che questo ci sorprenda, che il passaggio di armi all'Iraq da parte italiana non si sarebbe arrestato neanche dopo la guerra del Golfo del '91. Tra le tante personalità, anche politiche, che hanno fruito dei fiumi di petrolio ceduti a prezzi di favore dal governo iracheno all'ombra del programma "Oil for Food", c'è anche l'ex capo dei servizi segreti italiani riciclatosi a dirigente d'azienda di una società di armi livornese che avrebbe fornito a Saddam le micidiali bombe a grappolo e altre tecnologie per sabotare i porti.
L'Italia fu uno dei maggiori artefici del riarmo irakeno, servito a massacrare decine di migliaia di curdi e sciiti all'interno, e centinaia di migliaia di iraniani nella sanguinosa guerra degli otto anni. Anche l'imperialismo italiano gronda del sangue sparso dal regime di Saddam Hussein. Nessuna cinica ipocrisia sulle "armi di distruzione di massa" potrà farlo dimenticare.



Note:


1. "Le guerre del petrolio" di Benito Li Vigni

2. Il compromesso siglato nel 1945 tra il ministro degli Esteri inglese e italiano proponeva la spartizione (amministrazione fiduciaria) delle tre province che formavano la Libia: la Tripolitania all'Italia, la Cirenaica alla Gran Bretagna e Fezzan alla Francia. La sua bocciatura all'ONU, caldeggiata soprattutto dagli USA, sancì che le tre zone venissero riunite per formare il Regno indipendente di Libia.

3. In Il mediterraneo nella politica estera italiana del secondo dopoguerra (Il Mulino, 2003).

4. La Oto-Melara si aggiudicava nello stesso anno la fornitura di 68 sistemi missilistici antinave Otomat con la relativa dotazione di ordigni, più 40 lanciamissili terra-aria tipo Albatross - come dotazione extra delle 4 corvette, 10 per vascello.

5. "The Death Lobby" di Kenneth R. Timmerman




D.P.

Pubblicato su: 2005-06-18 (1708 letture)

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