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N°6 Pagine Marxiste - Gennaio 2005
La democrazia del capitale
Le elezioni presidenziali americane

Le elezioni presidenziali americane, una delle battaglie politiche più importanti del mondo, ci permettono di mettere alla prova la teoria marxista sulla democrazia borghese.

Secondo l'ideologia democratica corrente a scegliere sono i cittadini, la sovranità risiede nel "popolo", il popolo è il soggetto, il nuovo sovrano che esprime la sua volontà una volta ogni quattro anni. Questa ideologia capovolge la realtà. Nel mondo reale della democrazia borghese la volontà del popolo non è il soggetto ma l'oggetto di accanite campagne condotte dai partiti politici e da gruppi di interessi; il voto della gente è solo un mezzo per conseguire i fini posti dagli interessi di frazioni di quella piccola minoranza che detiene gran parte del capitale nazionale.


In Stato e rivoluzione Lenin cita l'affermazione di Engels secondo cui in una repubblica democratica ""la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura", in primo luogo con la "corruzione diretta dei funzionari " (America), in secondo luogo con "l'alleanza tra governo e Borsa " (Francia e America)" e così commenta: "Nel momento attuale, l'imperialismo e il dominio delle banche "hanno sviluppato" sino a farne un'arte raffinata, in qualsiasi repubblica democratica, questi due metodi di difesa e di realizzazione dell'onnipotenza della ricchezza".
Quasi novant'anni dopo che vennero scritte queste parole, possiamo verificare come l'imperialismo e i gruppi finanziari abbiano ulteriormente perfezionato la loro "arte raffinata" di stabilire "l'onnipotenza della ricchezza" e la "corruzione diretta dei funzionari". Quest'arte non è limitata all'America, ma diffusa in tutto il mondo industrializzato, dove ormai ovunque vige la forma politica democratica. Analizzando il funzionamento delle campagne elettorali negli Stati Uniti è quindi possibile apprendere molto anche riguardo alle altre democrazie moderne, tra cui quelle dei paesi europei.



L'onnipotenza della ricchezza

L'elezione del presidente non è un avvenimento isolato che cade in un giorno di novembre ogni quattro anni, né una semplice gara tra i due candidati dei partiti maggiori. E' un lungo processo, una battaglia politica composta da una grande numero di combattimenti locali e settoriali, ed è parte della più ampia guerra in cui vengono scelti anche il potere legislativo e giudiziario.
Se osserviamo le campagne elettorali, sia per la presidenza che per il Congresso, scopriamo che esse sono principalmente una questione di denaro. La quantità di denaro di cui un candidato può disporre determina il numero di persone che possono venire a conoscenza del suo nome, della sua immagine, parole e posizioni. I candidati vengono di fatto "venduti" sul mercato politico allo stesso modo dei prodotti di consumo, sugli stessi mezzi di comunicazione e spesso da parte delle stesse compagnie pubblicitarie. Quelli che hanno più denaro nelle loro casse ottengono più voti.
George W. Bush ha raccolto oltre 366 milioni di dollari, ne ha spesi 339 milioni e ha ottenuto quasi 60 milioni di voti; John Kerry ha raccolto più di 322 milioni di dollari, ne ha spesi circa 300, e ha ricevuto circa 56 milioni di voti. Ralph Nader ha messo insieme e speso circa 4,5 milioni, ottenendo un ritorno di circa 400 mila voti. Altri candidati che disponevano di somme insignificanti di denaro rimasero sconosciuti alla massa degli elettori, e ottennero un insignificante numero di voti.
Questa approssimativa proporzionalità tra denaro e voti può essere osservata anche per le elezioni del Congresso. Nel 96% dei casi il seggio alla Camera è stato vinto dal candidato che aveva battuto gli avversari nelle spese elettorali. In media gli eletti hanno speso quasi un milione di dollari, 3,7 volte il candidato arrivato secondo. Per il Senato, i cui seggi sono parecchio più contesi, in soli quattro casi su 34 il candidato con la maggiore spesa elettorale è stato battuto. In media i vincitori hanno speso oltre 7,5 milioni di dollari, pari a 2,2 volte i secondi arrivati.
Il rapporto tra denaro e voti è quindi inconfutabile. Con poche eccezioni, per essere eletti occorre raccogliere più denaro dei rivali.
Ciò significa che la vera corsa elettorale avviene ben prima delle elezioni - nella gara per la raccolta di finanziamenti. Per aggirare i limiti posti dalle leggi al finanziamento di partiti e candidati sono sorte una grande varietà di associazioni, quali le PAC,1 le cosiddette associazioni 527,2 i comitati di finanziamento dei candidati, e vari gruppi di azione civile. Il finanziamento dei candidati appare così più democratico e "di base", ma rimane pesantemente influenzato dagli interessi affaristici.

Pionieri e Rangers

Il modello organizzativo basato sui bundlers venne tra i primi sviluppato da Bush in Texas. I direttori di campagna sia per Bush che per Kerry hanno adottato questo modello e stabilito una gerarchia di "collettori": quelli che hanno raccolto oltre $50 000 per Kerry sono stati nominati "copresidenti" (co-chairs) della campagna, coloro che hanno raccolto oltre $100 000 "vicepresi-denti", e "fiduciari" (trustees) coloro che hanno raggiunto l'obiettivo dei $250 000. Per Bush, sono "Pionieri per Bush" (Bush Pioneers), mentre per diventare Bush Ranger occorre raccogliere oltre $200 000.
Questi procacciatori di fondi hanno raccolto almeno un terzo, ma probabilmente fino a metà dei finanziamenti complessivi, sia per Bush che per Kerry. La maggior parte di questi collettori sono portatori di interessi speciali all'interno della campagna. Tra i 548 Pionieri e Ranger per Bush, resi noti all'agosto 2004, 377 (o il 69%) erano capi d'impresa o imprenditori. Nella campagna di Kerry, su 535 procacciatori di cui si conosce la professione, 185 sono capi d'impresa e 46 sono imprenditori, per un totale del 43%. Questa quota è inferiore che nel campo di Bush perché tra i procacciatori pro Kerry c'era un gran numero di procuratori legali e avvocati: 145, pari al 37% del totale, molti dei quali apportati dal candidato alla vicepresidenza con Kerry, Edwards, un famoso avvocato in cause di risarcimento. In aggiunta, 63 dei collettori di Bush e 34 tra quelli di Kerry sono lobbisti di professione.
La legge di riforma del finanziamento delle campagne elettorali del 2002, nota come McCain-Feingold Act, mentre proibisce finanziamenti da imprese a partiti, ha raddoppiato il limite per finanziamenti individuali a candidati, da $1 000 a $2 000. Ciò significa che per raccogliere $100 000 occorre raggruppare almeno 50 finanziatori. Questi collettori d'azienda non sono attivisti porta a porta; oltre ai legami familiari (donazioni da $2 000 per ciascun membro della famiglia permettono di estendere di parecchio il limite di finanziamento individuale) e personali, essi raccolgono denaro tramite le relazioni d'affari, come lo staff aziendale, i fornitori e i clienti, i quali annotano sul proprio assegno il codice del procacciatore, cosicché egli possa trarne i benefici. Si vengono in questo modo a formare anche delle coalizioni di interessi. Non è possibile dire quanti di questi contributi raggruppati siano reali, e quanti rappresentino denaro del bundler sotto prestanome per aggirare il limite legale. In molti casi questi procacciatori ottengono trattamenti di favore dalla squadra presidenziale per i propri affari.
Co-presidenti e vicepresidenti di campagna, fiduciari, pionieri e ranger hanno diritto a differenti livelli di accesso ai dirigenti di campagna e ai candidati durante i party e altri incontri - fino al pernottamento in Casa Bianca - nel corso dei quali possono fare lobbying per gli interessi che rappresentano. Alcuni aspirano a nomine presidenziali - ad ambasciatore per esempio (24 ambasciatori sono stati scelti tra i procacciatori pro-Bush della campagna del 2000), e anche a cariche di governo.
Quali interessi rappresentano questi novelli "cavalieri" finanziatori del presidente? Tra i cavalieri di Bush, 117 operano nel settore finanza e assicurazioni, 47 e 38 nei settori immobiliare e costruzioni, 34 sia nell'energia che nella sanità. Nel campo di Kerry vi sono 83 cavalieri della finanza (che hanno portato un bottino di $6,7 milioni) e un esercito di procuratori e avvocati (nel complesso 152 con una raccolta di $11milioni); il settore mass media e spettacoli ha messo in campo 47 procacciatori con $3,2 milioni (Hollywood propende per i democratici). I 34 lobbisti pro-Kerry hanno apportato $2,7 milioni.3

Per le ultime elezioni presidenziali sono stati registrati 426 mila finanziatori da $200 e oltre (di cui 330 mila hanno contribuito o a Kerry o a Bush). Meno di 120 mila hanno dato $2 000 o più. I contributi inferiori ai $200 hanno pesato per poco meno di un terzo, sia sui finanziamenti ricevuti da Bush che su quelli ricevuti da Kerry (il candidato democratico Howard Dean nel corso delle primarie aveva ottenuto il 61% dei suoi fondi da oltre 30 mila piccoli sottoscrittori, soprattutto via internet, ma ciò costituì una debolezza, nel senso che non riuscì ad attrarre grossi finanziatori…).
Se includiamo le elezioni per il Congresso, nel ciclo elettorale 2003-2004 vi sono stati finanziamenti a candidati o partiti per 1,8 miliardi di dollari. Questa cifra è superiore del 30% a quella del precedente ciclo elettorale, segno di una più intensa campagna elettorale; è una massa ragguardevole di denaro, pari al fatturato di un'impresa con alcune migliaia di addetti, ma pari a meno di un millesimo dei profitti realizzati dalle società americane: si potrebbe dire che la politica costa relativamente poco negli USA; tuttavia, come vedremo, i finanziamenti dichiarati ai candidati e ai partiti sono solo una piccola parte degli stanziamenti delle imprese per influenzare gli organi dello Stato.
Quanto diffusi sono questi finanziamenti? Oltre un milione di finanziatori hanno dato oltre $200 ad un candidato o a una PAC o altra associazione: la base della piramide è costituita da circa un elettore su 200. Tuttavia il grosso dei finanziamenti è fornito da un'area più ristretta: i 244mila che hanno dato oltre $2mila hanno pesato per $1,3 miliardi sul totale di $1,8 miliardi, e tra questi un gruppo di meno di 24 mila finanziatori da $ 10mila e oltre ha apportato un terzo dei finanziamenti. Ma la concentrazione reale è ancora più alta. Una grande quantità di finanziamenti non è arrivata ai candidati direttamente dai finanziatori, ma tramite bundlers, collettori di contributi da altre persone. Tali procacciatori di denaro sono i portatori degli interessi economici negli apparati politici (vedi riquadro).
Se consideriamo l'intero ciclo elettorale 2003-04, la Tabella 1 mostra la distribuzione settoriale dei finanziamenti a tutti i candidati, sulla base degli ultimi dati disponibili.
Si può vedere che il settore finanzaassicurazioni- immobiliare è il maggior finanziatore con quasi $270 milioni e il 20% del totale, seguito da avvocati e lobbisti con il 13%, dal business della salute (7%) e da comunicazioni ed elettronica con il 6%. I repubblicani ricevono oltre il 70% del denaro dell'agroalimentare, delle costruzioni, dell'energia e dei trasporti, e circa il 60% di difesa, finanza, salute e vari; i democratici ottengono l'87% dei finanziamenti sindacali (in calo rispetto al 93% del 2002), il 70% di quelli di avvocati e lobbisti, e oltre metà dei finanziamenti dei settori comunicazioni ed elettronica come anche dalle associazioni "ideologiche" e per campagne monotematiche. Nel concreto queste ripartizioni tra i due partiti sono una media tra le diverse branche che compongono i singoli settori, e che spesso sono in contrapposizione tra loro perché premono per opposte regolamentazioni. Inoltre gran parte dei grandi gruppi si cautelano finanziando entrambi i partiti, anche se in proporzioni diverse.


Può sorprendere il fatto che Bush e Kerry abbiano attratto solo un sesto di tutti i finanziamenti ai candidati. La maggior parte delle imprese sono interessate ad ottenere leggi e provvedimenti dal Congresso e al livello dei singoli Stati, per cui hanno bisogno di ottenere i favori di deputati e senatori più che del Presidente. Per molte società i 3.407 progetti clientelari aggiunti alle leggi di spesa per il bilancio federale 2004-05 dai Conference Committees del Congresso possono valere da soli più di una presidenza. Sul versante dei sindacati, Kerry è solo in quattordicesima posizione tra i candidati per entità dei finanziamenti ricevuti da sindacati. Il protezionista Gephardt è primo, seguito da una dozzina di deputati e senatori democratici.
Ad ogni modo, tramite i bundler, le PAC aziendali e i lobbisti, le imprese definiscono gran parte del programma politico "interno" dei candidati, dando denaro in cambio di impegni sulle politiche. Si deve notare che questo "programma interno" differisce per gran parte da quello "esterno", sul quale vengono combattute le battaglie per i voti. Possiamo inoltre dire che in larga misura la raccolta di fondi definisce anche il perimetro della coalizione elettorale (vedi riquadro).
Come accennato, il denaro che le imprese riversano sui candidati è solo una frazione dei loro "investimenti politici". Quando decisioni dello Stato che investono i loro interessi sono in discussione, compagnie e loro associazioni spendono grandi quantità di denaro per campagne politiche in proprio - spesso con l'ausilio di organizzazioni da esse finanziate allo scopo di ammantare i propri interessi come richieste "dal basso". Basti questo esempio: "sulle leggi riguardanti Medicare e l'energia, le imprese interessate e altri gruppi che hanno dichiarato attività di lobbying sui due provvedimenti hanno speso la strabiliante cifra di $799.091.391 in attività volte ad influenzare i parlamentari, spesso utilizzando gli ex membri del Congresso, ex collaboratori e parenti di parlamentari per influenzare la stesura dei disegni di legge". 5 Questa cifra da sola è più elevata di quanto Bush e Kerry insieme siano riusciti a raccogliere per le loro campagne. Questi fiumi di denaro hanno spinto 431 ex funzionari governativi a diventare ben remunerati lobbisti per quell'industria della salute che avrebbero dovuto aiutare a sorvegliare.

Gli interessi in campo

Per avere un'idea concreta degli interessi in campo e del processo di formazione di una coalizione elettorale, riportiamo alcuni esempi di temi settoriali.
I gruppi agroalimentari hanno in comune interessi come i controlli federali sui prezzi, i sussidi sui raccolti, le quote sulle importazioni agricole e le relazioni commerciali per aprire altri paesi all'export agricolo USA. Ciascuna branca ha poi interessi specifici che riguardano la regolamentazione e i sussidi. Nel 2002 sono stati ampiamente compensati per le loro donazioni pro-repubblicani con leggi che hanno elargito al settore vantaggi per $250 miliardi. Hanno dato $4,7milioni a Bush e solo $0,7mn. a Kerry.
Comunicazioni: le compagnie sono impegnate in una battaglia sulla regolamentazione, tra compagnie locali e a lunga distanza su filo, compagnie del cavo, cellulari, satelliti. Ogni variazione delle regole ad opera della Federal Communication Commission e delle commissioni e dei parlamenti dei singoli Stati possono trasferire miliardi di dollari dall'uno all'altro gruppo di compagnie. Oltre a far donazioni a candidati amici, esse hanno creato delle associazioni per mobilitare e influenzare gli utenti, e portano avanti un'estesa attività di lobby. Hanno dato $8,8mn a Kerry contro $5,2mn a Bush.
I gruppi delle costruzioni e le loro associazioni hanno interessi soprattutto locali, ma sono stati generosi anche con Bush, per i suoi tagli alle tasse che favoriscono la costruzione di abitazioni; essi chiedono anche che il governo appalti alle imprese private i lavori pubblici e si opponga all'innalzamento del salario minimo. $8,4mn a Bush, $2,0 a Kerry.
I gruppi dell'industria bellica hanno dato $0,8mn a Bush e $0,3mn a Kerry, dedicando ai candidati presidenziali solo l'8% dei loro finanziamenti. Essi infatti concentrano i finanziamenti su "membri delle sottocommissioni di Camera e Senato per gli stanziamenti della Difesa, e delle Commissioni per le FFAA, che influenzano la politica militare".4 Essi lottano poi gli uni contro gli altri per i contratti della Difesa, ma lavorano insieme per incrementare la spesa militare.
Le compagnie del settore energia favoriscono i candidati repubblicani perché sono per allentare i vincoli ambientali e aprire nuove aree all'esplorazione e all'estrazione. Hanno appoggiato la decisione dell'amministrazione Bush di non firmare il Trattato di Kyoto sulle emissioni di CO2. La loro crescente attività internazionale le rende sempre più interessate alla politica estera americana. I gruppi elettrici in maggioranza sono per la liberalizzazione, ma differiscono sulle modalità. Nel complesso, i gruppi energetici hanno dato $4,5mn a Bush, e solo $0,7mn a Kerry.
I settori tessile e abbigliamento e siderurgico, fautori di politiche protezionistiche, hanno dato più denaro ai repubblicani che ai democratici. I loro finanziamenti non sono ingenti, se raffrontati a quelli di altri settori (tra 1 e 1,5 milioni di dollari ciascuno), ma possono avere una forte influenza elettorale nelle regioni tessili e siderurgiche, dove decine di migliaia di posti di lavoro sono minacciati. I siderurgici hanno dato $321mila a Bush, mentre Kerry è solo quarto tra i percettori con $40mila. Analoga la situazione per i tessili.
Il settore finanza, assicurazioni e immobiliare è molto differenziato anche negli interessi. Molti grandi gruppi finanziari hanno suddiviso i propri finanziamenti tra i due maggiori partiti, più o meno equamente. Anche se i repubblicani hanno ricevuto più denaro che i democratici, nella gara presidenziale questo settore ha dato più a Kerry che a Bush. I maggiori finanziamenti sono elargiti dalle banche d'investimento, dalle assicurazioni e dalle società immobiliari. Questi gruppi sono attivi su diversi fronti, che riguardano la regolamentazione, la liberalizzazione dell'assistenza sanitaria (le assicurazioni), i tagli alle tasse. La riforma previdenziale sostenuta da Bush è di particolare interesse per le banche d'investimento, dato che la parziale privatizzazione incanalerebbe grandi somme di denaro verso il settore. Un'aspra battaglia è inoltre in corso sul mercato all'ingrosso dei prestiti ipotecari, tra le quasi monopoliste Fannie Mae e Freddie Mac con altre istituzioni a statuto semipubblico da un lato, e le grandi banche dall'altro, che mirano a togliere loro i vantaggi di cui godono, e che stanno prevalendo con l'aiuto dei repubblicani e di organismi governativi. Le società del settore nel complesso hanno finanziato Bush con $32,4mn, Kerry con $13mn.
Il settore salute - dai medici alle aziende sanitarie e alle società farmaceutiche - ha prevalentemente sostenuto i repubblicani. Bush ha ricevuto $10,3mn, Kerry $6,3mn. Solo gli ospedali hanno quasi bilanciato i finanziamenti tra i due partiti. Bush viene ricompensato per aver firmato la legislazione sul Medicare che porta benefici alle assicurazioni e alle società farmaceutiche. Ora i repubblicani sono favorevoli a limitare la responsabilità civile dei medici.
Gli avvocati sostengono i democratici per la ragione opposta: una nuova generazione di avvocati (tra cui il candidato John Edwards) ha trovato la gallina dalle uova d'oro nelle cause contro i medici, e si oppongono a che si pongano limiti ai risarcimenti. Essi hanno dato $22mn a Kerry e $10mn a Edwards, contro $12,6mn a Bush.

La distribuzione geografica dei finanziamenti riflette in parte gli schieramenti dei diversi settori.
La Tabella 2 mostra due differenze nella distribuzione dei finanziamenti. Le roccaforti dei finanziatori di Kerry sono le aree metropolitane di New York, Boston, Washington-Philadelphia e della California. Queste aree compaiono anche tra i maggiori finanziatori di Bush, ma con importi inferiori, mentre egli riceve più finanziamenti dal Sud e dal Texas in particolare. Inoltre le prime 5 aree metropolitane hanno dato a Kerry oltre $65mn, contro i 37mn di Bush. La base sociale di Kerry è più concentrata nelle aree metropolitane, quella di Bush è più diffusa nei centri minori. Questo fatto si riflette anche nella distribuzione dei voti. Anche la Tab. 3, costruita sulla base di un campione di quasi 2mila finanziamenti a Kerry e altrettanti a Bush, mostra una forte analogia tra la distribuzione geografica dei finanziamenti e dei voti. E' evidente che vincere la battaglia dei finanziamenti è una pre-condizione per vincere la battaglia dei voti. Nella prima, l'abilità politica delle leadership dei partiti e degli staff dei candidati consiste nel costruire uno schieramento maggioritario, termine da intendere come maggioranza economica, dei capitali, e nell'elaborare politiche in grado di mediare tra le esigenze spesso contrastanti dei vari gruppi finanziatori inclusi nella coalizione elettorale.

La battaglia per i voti

Tuttavia il denaro non si traduce meccanicamente in voti. I cittadini con diritto di voto devono essere convinti a votare per un candidato. Gli argomenti utilizzati per convincere gli elettori sono raramente gli stessi che le imprese utilizzano per ottenere l'appoggio dei candidati. I politici operano quindi quali "mediatori ideologici": raccolgono il denaro elargito dai gruppi economici per promuovere particolari interessi, e utilizzano quel denaro per conquistare voti, facendo campagna su questioni che in genere sono del tutto differenti.
La loro abilità consiste nel conquistare voti nonostante gli interessi che rappresentano. Quindi analizzando una campagna elettorale occorre distinguere i reali interessi in palio dalle ideologie. In questo senso per buona parte la propaganda elettorale consiste nell'ingannare, nel portare alla ribalta la facciata ideologica di un candidato e tenerne nell'ombra le alleanze economiche. L'elettore deve identificarsi con i "valori" espressi dal candidato, dato che raramente potrebbe identificarsi con gli interessi che rappresenta (specie quando i tagli delle tasse non sono particolarmente attraenti, dato il suo basso reddito).
I candidati non crescono nel vuoto sociale, ma sono promossi e selezionati dalle macchine di partito; essi sono parte di tradizioni ideologiche, ma - data anche la struttura decentrata dei due principali partiti americani - essi apportano nella campagna i loro caratteri e le loro relazioni regionali e personali.
Nonostante molto parlare di declino dei partiti negli ultimi decenni, The Economist osserva che i partiti americani sono "più importanti oggi di quanto siano mai stati nel corso di un secolo", e che la politica americana è più polarizzata che mai tra democratici e repubblicani. La maggior parte degli analisti concorda che l'aumentata partecipazione al voto nelle presidenziali del 2004 è stata anche l'effetto di una maggiore attività di massa da parte delle organizzazioni di entrambi i partiti. Secondo il settimanale britannico la campagna pro Bush è riuscita a mobilitare 1,4 milioni di attivisti volontari, di cui 80mila nel solo Ohio, molti più dei democratici, che avrebbero "appaltato all'esterno gran parte del lavoro politico di routine ad organizzazioni tipo "527", facendo ampio uso di attivisti retribuiti per registrare e far andare a votare gli elettori. Per esempio, i sindacati hanno pagato 5mila persone per lavorare a tempo pieno per le elezioni".6

Solo ulteriori studi potranno confermare queste interpretazioni, e spiegare da dove è venuto questo insolito numero di attivisti - dato che le macchine dei partiti americani mobilitano gli iscritti solo per le campagne elettorali.
I candidati si sono anche appoggiati a numerose associazioni monotematiche, alcune delle quali tuttavia non erano altro che organizzazioni collaterali, costituite per aggirare i limiti di finanziamento, o per condurre campagne spregiudicate (come la Swift Boat Veterans For Truth, il cui unico obiettivo era demolire l'immagine di Kerry come soldato in Vietnam) mentre altre portano avanti un'attività di massa su diverse questioni (ambiente, taglio delle tasse, religione, aborto, previdenza o sanità, istruzione); altre associazioni ancora servono solo da paravento per lobby affaristiche. Si è molto parlato del ruolo dei "cristiani evangelici", che in Europa sarebbero meglio definiti come cristiani fondamentalisti: protestanti di differenti confessioni, che ritengono sia loro dovere diffondere (e far avverare) la loro interpretazione letterale della Bibbia. I leader della campagna pro Bush hanno attribuito loro il merito di aver fatto pendere la bilancia elettorale a favore di Bush in diversi Stati in bilico, come lo Iowa e l'Ohio, inducendo i loro compagni di fede a registrarsi e a recarsi a votare.
In base ai sondaggi riportati da USA Today, le "questioni morali" hanno occupato il primo posto, essendo state considerate come le più importanti per la decisione di voto dal 22% dei votanti, seguite dall'economia e i posti di lavoro (20%), dal terrorismo e l'Irak (19% e 14%), dalla sanità, dalle tasse e dall'istruzione (8, 5 e 4 per cento rispettivamente). Mentre le questioni morali e il terrorismo sono state di gran lunga le motivazioni principali per gli elettori repubblicani, economia e lavoro, Irak e sanità insieme all'istruzione sono state le principali motivazioni per gli elettori democratici.
L'accresciuta spesa elettorale, andata soprattutto in annunci pubblicitari sulle reti TV (nella campagna di Kerry la voce "media" ha assorbito da sola $133mn su una spesa complessiva di $235mn), e la maggiore mobilitazione di attivisti di partito, religiosi e di altre associazioni hanno prodotto il risultato voluto: 15 milioni di votanti in più rispetto al 2000, con un tasso pari al 59,6% degli aventi diritto, il più elevato dal 1968 e di 5,3 punti superiore al 2000 (di 8 sul 1996), anche se di un solo punto e mezzo superiore al 1992, l'anno della vittoria di Clinton su Bush sr., quando vi era un forte candidato del "terzo partito", Ross Perot. Il fatto che l'aumento di partecipazione si sia concentrato soprattutto negli "Stati-campo di battaglia" conferma il rapporto tra intensità e capillarità della campagna e tasso di partecipazione.


La sorpresa per i democratici è stata che l'aumento della partecipazione dei repubblicani è stato superiore a quello dei democratici. La macchina organizzativa repubblicana si è rivelata più efficace. Secondo gli exit polls, la vittoria di Bush non è il frutto di nuove tendenze espresse dai giovani votanti (Kerry ha vinto la battaglia per i giovani, avendo il 54% dei giovani tra 18 e 29 anni dichiarato di aver votato Kerry), ma è stata conseguita convincendo a registrarsi e votare Bush coloro che in precedenza non avevano votato.
Il grosso della battaglia elettorale è stato combattuto in soli 15 "Stati in bilico", tra cui la Florida, l'Ohio, la Pennsylvania, il Minnesota. L'obiettivo strategico non era tanto convincere a cambiare partito, quanto convincere altre persone ad andare alle urne.
Alcuni analisti hanno sottolineato che il vero spartiacque nel voto è stato quello tra le aree metropolitane e i centri minori. I repubblicani hanno vinto la battaglia per gli "exurbani", la popolazione che vive nelle cinture esterne ai sobborghi urbani. Queste aree tendono ad essere più tradizionaliste nello stile di vita e conservatrici nel loro modo di pensare; le organizzazioni religiose tendono ad esercitarvi una maggiore influenza che nelle grandi città, più laiche. Qui la campagna repubblicana, che rimarcava con forza argomenti come il matrimonio tra gay, e la propaganda porta a porta, si sono dimostrate più efficaci soprattutto nel decisivo campo di battaglia dell'Ohio.

Kerry ha ottenuto più voti, in percentuale sugli aventi diritto, di ogni altro candidato democratico dopo Johnson nel 1964 (Tab. 5), ma ciò non è bastato per battere Bush, che ha ottenuto il 30% sul totale elettori.
Questi dati mostrano che anche questo presidente eletto con un numero elevato di voti è stato votato da meno di un americano adulto su tre. Quattro americani su dieci non si sono presi la briga di votare, anche se il 71% si era registrato.
Chi sono i votanti e chi i non-votanti?
La partecipazione al voto ha una chiara caratterizzazione sociale: nel 2002 solo una persona su tre in famiglie con redditi sotto i $15 000 ha votato, contro più di due su tre in famiglie con reddito oltre $50 000. Anche nel voto i più ricchi pesano di più dei poveri. La partecipazione è stata del 35% per i disoccupati, del 52% per i dipendenti del settore privato, del 61% per i lavoratori indipendenti e il 72% per i pubblici dipendenti. 7 I poveri, i disoccupati e metà dei lavoratori del privato non credono, a ragione, che il voto possa aiutare a risolvere i loro problemi.

Il Giano bifronte Ed Gillespie

Abbiamo visto che la battaglia per i finanziamenti nella campagna presidenziale è stata vinta dai repubblicani, anche se con un ristretto margine. Uno dei principali artefici della campagna di finanziamento repubblicana è stato Ed Gillespie, presidente del Republican National Committee. Questo Giano bifronte è allo stesso tempo uomo di partito e co-fondatore di una delle più influenti società di lobbying di Washington, la Quinn, Gillespie & Associates, la quale può assicurare ai propri clienti l'accesso diretto all'apparato del Partito Repubblicano, al Congresso e alla Casa Bianca. Fondata nel 2000, al 2002 la società aveva raccolto $27,4 milioni in onorari per operazioni di lobbying da clienti quali Enron ($700 000 nel solo 2001), PricewaterhouseCoopers ($1,35 milioni) - che ha dovuto pagare una multa di $5milioni per irregolarità contabili, Daimler- Chrysler ($1 milione, contro norme restrittive sull'efficienza dei carburanti), la U.S. Chamber of Commerce ($860 mila per una legge che favorisca le compagnie nelle cause per risarcimenti intentate da clienti), la coalizione Stand Up For Steel dei siderurgici ($760 mila) e la USEC Inc. ($957 000), entrambe per alzare barriere contro le importazioni di acciaio e di uranio arricchito, Tyson Foods ($440 000 per contrastare denunce per importazione di immigranti illegali e violazione delle norme sul salario minimo e sull'orario massimo di lavoro), ecc. Anche la Microsoft (che è tra i principali finanziatori di Kerry) non ha disdegnato di pagare $820 000 alla Quinn, Gillespie durante le trattative antitrust e contro l'adozione di sistemi open-source come Linux negli uffici pubblici.
Nonostante egli abbia formalmente sospeso le sue attività lobbistiche quando assunse la presidenza del RNC (per riprenderle subito dopo le elezioni presidenziali), Gillespie ha fuso in una sola persona il lobbista e il politico: politiche in vendita senza intermediari. Lo stesso vale anche per il Partito Democratico e i suoi rappresentanti. Tra i maggiori finanziatori della campagna pro-Kerry, dopo le università di California e di Harvard troviamo Time Warner, Goldman Sachs, Citigroup, Microsoft, il grande studio legale Skadden, Arps et al., UBS Americas e JP Morgan Chase, ossia i maggiori gruppi finanziari insieme ai maggiori gruppi dei media, del software e delle società legali.
Verifichiamo così come la "diretta corruzione dei funzionari" e "l'alleanza tra il governo e la Borsa" sono stati sviluppati alla perfezione.

Conclusione

Il denaro ha nuovamente vinto nelle elezioni americane, come di norma avviene in tutte le elezioni "democratiche" del mondo. Possiamo ammettere che il risultato finale in questa gara fino all'ultimo incerta non fosse meccanicamente predeterminato dalla quantità dei finanziamenti, ma sia parzialmente dipeso dall'abilità politica dei partiti e dei candidati, e che un più abile candidato e apparato democratico avrebbe potuto ribaltare la bilancia in qualche Statochiave come l'Ohio, e vincere le elezioni.
Ma sarebbe stata comunque una vittoria del denaro, del capitale.
Kerry avrebbe potuto favorire alcuni degli interessi che lo hanno sostenuto a spese di altri che hanno sostenuto Bush, ma gli interessi più grossi hanno sostenuto entrambi, pur con dosaggi differenti. Avrebbe adottato altre varianti, ma non avrebbe invertito la tendenza a ridurre i diritti all'assistenza sanitaria e alla pensione, intaccati a fondo già durante le amministrazioni Clinton. Avrebbe modificato la veste ideologica con cui giustifica la sua politica estera, ma non la sua direzione fondamentale. Aveva votato per il finanziamento della guerra contro l'Irak e non avrebbe ritirato le truppe dall'Irak, ma ne avrebbe inviate altre ancora (nonostante che la maggioranza dei suoi elettori disapprovi la decisione di attaccare l'Irak). D'altra parte era stato Clinton ad avviare la fase degli interventi unilaterali, nei Balcani, e a preparare il terreno per l'invasione dell'Irak con l'embargo e i ripetuti bombardamenti.
È vero che la vittoria di Bush è una sconfitta di gruppi del Nordest e della costa occidentale, e che i gruppi del Sud e del Midwest, meno interessati ai rapporti con l'Europa, hanno nuovamente prevalso. Ma ciò rappresenta anche il riflesso dei cambiamenti nella distribuzione geografica dei pesi demografici ed economici, e anche una presidenza Kerry avrebbe dovuto tenerne conto. La politica di Kerry verso i paesi europei sarebbe verosimilmente stata più accomodante nella forma, ma non sarebbe stata molto diversa nella sostanza, come già era avvenuto con Clinton.
Nonostante le crescenti difficoltà incontrate nell'intervento in Irak, nessun importante gruppo mediatico ha fatto campagna per il ritiro delle truppe; perfino i media liberal hanno solo criticato la condotta tattica della guerra, anche se dopo aver sostenuto la decisione di andare in guerra ora fingono di essere stati ingannati dalle motivazioni fasulle addotte dall'Amministrazione. Questo significa che non vi è attualmente divisione profonda tra le frazioni borghesi che contano sulle questioni di strategia internazionale. Se i gruppi che hanno appoggiato i democratici fossero contro la guerra in Irak, avrebbero sostenuto Dean nelle primarie.
Vi sono tuttavia notevoli differenziazioni tattiche, anche all'interno dell'Amministrazione e dei vari apparati dello Stato, come mostrato dai contrasti tra Pentagono, Segreteria di Stato e CIA nella gestione dell'operazione Irak. La sostituzione del vertice della CIA e di Colin Powell con Condoleezza Rice alla Segreteria di Stato sono tentativi di centralizzare maggiormente la conduzione della politica estera. Da questo punto di vista, l'elezione presidenziale ha solo confermato il Presidente, mentre la scelta degli uomini e delle politiche viene fatta entro circoli ristretti, che hanno legami diretti e indiretti con i grandi gruppi.
Più in generale, la politica estera è sì il prolungamento della politica interna, la proiezione esterna degli interessi dei grandi gruppi internazionalizzati, ma le modalità di questa proiezione sono a loro volta determinate dalla combinazione delle forze esterne, delle potenze con cui deve confrontarsi. La linea unilateralista di Bush è l'effetto del fatto che gli USA sono senza rivali quanto a potenza militare, cosa che li rende relativamente meno condizionati dalle alleanze. L'assenza di rivali militari non significa tuttavia onnipotenza, come mostrano le difficoltà incontrate nel tentativo di imporre il proprio dominio sul debilitato Irak. Un'analoga operazione contro l'Iran, ad esempio, incontrerebbe resistenze ben superiori, non solo locali, ma tra le altre grandi e medie potenze.
La combinazione delle forze globali è destinata a mutare con l'ineguale sviluppo mondiale e l'ascesa delle nuove potenze.
Sul fronte interno, le elezioni continueranno ad essere lo strumento attraverso il quale i gruppi capitalistici in concorrenza misurano e sanciscono le rispettive forze politiche, fino a quando le contraddizioni interne e le conflagrazioni esterne non spingeranno il proletariato americano a trasformarsi da oggetto a soggetto, come classe, della lotta politica, spazzando via, insieme al dominio del capitale e al suo Stato, lobbisti, bundlers e i loro rappresentanti politici, e costruendo le proprie forme di partecipazione.



Note:



1. PAC, Political Action Committees, Comitati di Azione Politica: sono organizzati allo scopo di raccogliere e spendere finanziamenti a sostegno o contro dei candidati. Le prime PAC vennero organizzate nel 1940 dalla confederazione sindacale CIO per sostenere la rielezione di F. D. Roosevelt. Attualmente ci sono circa tre mila PAC, di cui circa 1 700 sono aziendali e poco più di 300 dai sindacati. Possono contribuire un massimo di $5 000 per comitato a sostegno di un candidato per elezione, e di $15 000 per comitato di partito (nazionale, del Senato, della Camera, statali, locali).

2. Le "527" sono organizzazioni esentasse, pure impegnate in attività di sostegno o opposizione a candidati, tramite la mobilitazione degli elettori e "annunci tematici". Possono raccogliere quantità quasi illimitate di denaro, aggirando i limiti posti ai singoli candidati.

3. Dati da WhiteHouseForSale.org

4. Center for Responsive Policy

5. Boston Globe, 4 ottobre 2004

6. The Economist, 16/12/2004, The Organization Man

7. Dati Census Bureau




R.L.

Pubblicato su: 2005-06-14 (3110 letture)

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