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N°6 Pagine Marxiste - Gennaio 2005
Una Finanziaria tra liberismo e corporazioni


Il 30 novembre scorso i lavoratori sono stati chiamati allo sciopero generale contro la Finanziaria 2005, in un quadro di scontri politici in cui non sono mancati slogan pre-elettorali, difese clientelari, beghe parlamentari e tutto il relativo portato di menzogne, comprese quelle… "contabili". Tutti gli interessi, tranne quelli dei lavoratori, hanno trovato rappresentanza in parlamento, come è normale in una società che si alimenta sul plusvalore estratto alla classe lavoratrice.
Di nuovo attorno alla Finanziaria si sono levati come avvoltoi gli esponenti di tutte le frazioni borghesi, ognuna nel tentativo di pascersi quanto più possibile alla greppia della spesa pubblica, ognuna pronta a dimostrare, dati alla mano, che sono le sue tasse quelle eccessive, da tagliare. Tutte avevano un referente dentro i partiti parlamentari, di governo o di opposizione. Ripercorrere la battaglia sulla Finanziaria è utile perché essa rappresenta uno spaccato di quel "campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci tra tutte le classi" "dal quale soltanto è possibile attingere questa coscienza [politica di classe]", come scriveva Lenin nel Che Fare?

In che senso la Finanziaria rappresenta questo campo? Lo Stato assorbe il 45,9% del prodotto interno lordo tramite una grande varietà di imposte e di contributi obbligatori, pagati (ed evasi in parte più o meno ampia) da tutte le classi e le frazioni di classe, e spende il 46,8% del PIL per svolgere una serie di funzioni di cui la borghesia ha bisogno per lo svolgimento 'normale' dei propri affari e per la conservazione del proprio potere: dall'istruzione alla difesa, dalle infrastrutture alla repressione al welfare ecc. Questo significa che quasi la metà del prodotto sociale, e ben oltre metà del plusvalore estratto ai lavoratori produttivi viene, in un modo o nell'altro, centralizzato dallo Stato, che poi in parte lo consuma per mantenere il suo apparato burocratico e militare, e in parte lo ridistribuisce, sia erogando servizi (scuola, sanità, trasporti ecc.), sia in forma di denaro, e in parte se ne fa intermediario (ad esempio con le pensioni). Da un lato la borghesia ha bisogno di questo apparato statale, dall'altro vorrebbe che le costasse il meno possibile, per tenersi la parte più grande possibile di plusvalore, e perché per essa l'imposta è un costo che la svantaggia nella concorrenza con le borghesie degli altri paesi. Un raffronto internazionale mostra che l'Italia si colloca nella fascia alta dell'imposizione fiscale e della spesa pubblica rispetto al PIL, poco sotto i livelli francese e tedesco, e ben al di sopra di quelli di Stati Uniti e Giappone.

Avvoltoi sulla Finanziaria

Questa esigenza di ridurre il peso dello Stato per far spazio ai profitti e per rafforzarsi sul mercato mondiale è costante, ma particolarmente accentuata dal ciclo liberista, che esaspera la concorrenza tra i reparti nazionali delle borghesie. E' la concorrenza internazionale che preme soprattutto sulla frazione industriale della borghesia e la spinge a cercare di ridurre i propri costi anche fiscali.
Berlusconi ha fatto del "giù le tasse" il suo slogan elettorale, articolando le riduzioni d'imposta a favore delle sue clientele piccolo-borghesi.
Intanto la Confindustria protestava, chiedendo che il grosso degli sgravi riguardasse l'IRAP, e soprattutto non fosse distribuito "a pioggia", a vantaggio delle "microimprese", ma andasse agli industriali medi e grandi impegnati nella concorrenza internazionale, attraverso uno sgravio fiscale selettivo. Gli industriali sono inoltre stati freddi sugli sgravi IRPEF, temendo che fossero coperti col taglio degli incentivi alle imprese. I "giovani imprenditori" (che strizzano maggiormente l'occhio a sinistra) chiedevano una stretta maggiore sulle pensioni e una riduzione dei contributi sul costo del lavoro. Nello scontro sul fisco interveniva anche Bankitalia, per impedire che il governo tassasse maggiormente le rendite finanziarie, insieme a banche e assicurazioni che chiedevano sgravi specifici all'IRAP delle loro categorie. Confindustria e Bankitalia concordavano nel chiedere il taglio della "spesa parassitaria", ossia quella che non li interessa direttamente…
Confcommercio invece vedeva bene gli sgravi sull'IRPEF per aumentare gli acquisti dei ceti medio-alti e chiedeva l'allentamento dei controlli contro l'evasione fiscale.
Anche la UE interveniva nel dibattito - a tutela degli imperialismi concorrenti - chiedendo il rispetto effettivo del tetto del 3% del PIL per il deficit pubblico, denunciando i trucchi contabili come strumenti di "concorrenza sleale". E mentre sono per ora falliti i tentativi italiani di ottenere una deroga al tetto per investimenti in infrastrutture e per la difesa, Confindustria continua a rinfacciare al governo la mancata attuazione del piano di "grandi opere", una bandiera del governo oggi di nuovo sventolata.

I sindacati anziché difendere gli interessi dei lavoratori, che già pagano per tutti, si sono aggregati al carro della Confindustria. Savino Pezzotta (CISL): "tutto il sindacato - anche la CISL - punta ora sulle imprese, su Confindustria, e non sul governo", per avviare con le imprese una cabina di regia ed essere "soggetti credibili".1 Guglielmo Epifani (CGIL): "Stiamo provando a costruire gli embrioni di politica industriale perché stanno crescendo i punti di vista convergenti tra noi e gli industriali. Ma il limite è rappresentato da un governo che non presta alcuna attenzione a quelle riforme di fondo di cui avrebbe bisogno il nostro apparato produttivo".2 Alberto Bombassei, vicepresidente Confindustria, è pronto a incassare l'offerta: "ben venga la proposta della Cgil… E' però giunto il momento di passare dalle parole ai fatti e dobbiamo affrettarci. Il tempo delle analisi è finito. Adesso ci vogliono le cure e più si va avanti più queste cure dovranno essere da cavallo".3
In realtà la somministrazione delle "cure da cavallo" con l'avallo sindacale era già iniziata da tempo con la firma di una serie di accordi territoriali (per esempio quelli della provincia di Bergamo e di Treviso) e di contratti nazionali di categoria (alimentaristi, tessili, chimici, commercio, ferrotranvieri…) in cui nel 2004 i principali strumenti di flessibilità, prima solo previsti dalla Legge 30 e dalla normativa europea, sono stati concretamente introdotti e applicati: lavoro a chiamata, nuovo part-time peggiorativo, riduzioni di salario attraverso l'aumento dell'apprendistato e i contratti di inserimento, allungamento dell'orario di lavoro fino a 48 ore medie settimanali.

Ancora un trionfo della piccola borghesia

Nei tre mesi di baruffa per la definizione della Finanziaria, Forza Italia e Lega Nord hanno sostenuto gli interessi delle piccole imprese, mentre AN ha giocato populisticamente nei confronti del suo bacino elettorale nel pubblico impiego del Centro-Sud, e per limitare gli sgravi sui redditi più elevati. I partiti della GAD, la nuova sigla del centro-sinistra, e Prodi in particolare, hanno cercato sponda nella Confindustria, riprendendone le critiche alla linea del governo, e hanno cavalcato le proteste degli enti locali (anche quelli guidati dai partiti di governo) contro il taglio ai trasferimenti dello Stato e contro il blocco delle assunzioni. Vorrebbero poter continuare a spendere lasciando che sia lo Stato a raccogliere le tasse.

Lo scontro si è risolto con il prevalere della linea berlusconiana, che ha lasciato la Confindustria in posizione critica. Gli sgravi sono andati prevalentemente sull'IRPEF e, per l'IRAP, sono stati distribuiti in prevalenza alle "microimprese" attraverso l'aumento della franchigia, la soglia sotto la quale non si paga l'imposta. Su questo aspetto tuttavia Confindustria appare divisa tra gli industriali medio- grandi e i medio-piccoli, questi ultimi soddisfatti. Confcommercio, artigiani, piccole imprese e professionisti hanno avuto partita vinta anche sul fronte dell'evasione fiscale. Hanno infatti ottenuto la "pianificazione fiscale concordata"… dell'evasione: saranno le associazioni di categoria a concordare con il fisco quante tasse pagare, evitando gli accertamenti automatici, e ottenendo uno sconto sugli incrementi dichiarati di reddito. La politica economica del governo continua a favorire nei fatti la bassa concentrazione capitalistica. Ancora una volta la "Casa delle libertà" continua a proteggere i cartelli delle corporazioni, rifiutando di liberalizzare le "libere" professioni, come sollecitato dalla Commissione UE e richiesto dalla Confindustria.
Per conservare la sua base di massa piccolo- borghese il governo mantiene ed amplifica la frammentazione aziendale, fattore di debolezza dell'imperialismo italiano.

Tagli al pubblico impiego…

Sul fronte della spesa, Berlusconi si è presentato come il paladino dei tagli, per la prima volta attaccando esplicitamente il pubblico impiego. Uno sguardo all'andamento della spesa corrente al netto degli interessi nell'ultimo decennio mostra che questa è stata ridotta di quasi tre punti tra il 1993 e il 1998, ad opera dei governi di centro-sinistra, che hanno tagliato gli stipendi pubblici dal 12,3% al 10,3% del PIL. La differenza con Berlusconi è nel fatto che egli sbandiera questa politica (alla Reagan e Thatcher) per attrarre i voti del privato, mentre i governi di centro-sinistra hanno fatto i tagli pur sbandierando la difesa del pubblico e del "sociale".
Secondo la Finanziaria 2005 il personale pubblico dovrà ridursi del 5% (la norma è estesa anche alle ASL ed al personale degli enti territoriali), vengono fissati rigidi paletti sulle nuove assunzioni (naturalmente escluse le Forze Armate) e sulla spesa per stipendi. Gli aumenti nei prossimi contratti pubblici dovranno praticamente essere finanziati dalla riduzione del personale. Per la scuola è stato posto un limite di spesa per le supplenze brevi; per la sanità sono stati tagliati i trasferimenti alle regioni.

… e interessi particolari

L'incremento complessivo della spesa pubblica non dovrebbe superare il 2% sul 2003. Ma fino ad oggi i tetti fissati sono sempre stati sfondati. Anche quest'ultima Finanziaria si è caricata di una serie di provvedimenti volti a soddisfare una miriade di interessi particolari: dal "Piano d'azione nazionale per l'agricoltura biologica", al "Fondo per la promozione delle energie rinnovabili", allo stanziamento a favore della "Ricerca avanzata nei settori strategici dell'industria nazionale", all'incremento del fondo per "Roma capitale". Il governo ha trovato anche i soldi per pagare i bonus di 50€ per l'installazione della banda larga e di 120€ per l'acquisto di decoder digitali, onde poter pagare per vedere le partite trasmesse dalle pay TV del presidente del Consiglio.

Pagano i lavoratori

Per i lavoratori, solo lo slogan della riduzione delle tasse, perché per le fasce medio-basse di salari e stipendi le modifiche alle aliquote non recuperano nemmeno il fiscal drag degli ultimi due anni. Non sono uno sgravio, ma solo una parziale restituzione di quanto si sarebbe pagato in più a causa dell'inflazione. Chi ha avuto uno sgravio reale sono i redditi sopra i 70-80 mila euro, favoriti anche dai nuovi prelievi fiscali sul TFR, che penalizzano i redditi bassi.
A fronte dello sconto fittizio sull'IRPEF vi sono aumenti di tariffe e balzelli locali (ICI e addizionali IRPEF), e dell'imposizione indiretta (bolli, imposte di registro, concessioni governative, imposte ipotecarie e catastali), che in termini relativi risultano meno gravosi per i redditi medio- alti.
Per i prossimi anni i piani di questo governo - del resto in linea con quelli che lo hanno preceduto - prevedono ulteriori tagli alle pensioni pubbliche, anche per permettere a gruppi finanziari e assicurativi di mettere le mani su TFR e contributi dei lavoratori - possibilmente associando i burocrati sindacali nella gestione dei fondi.

L'importanza della legge finanziaria non va esagerata. Essa ha comportato movimenti per meno del 2% del PIL e non muta la struttura di fondo della finanza pubblica. All'interno del dominio borghese sarebbe assurdo ipotizzare una Finanziaria "dei lavoratori". L'intervento dello Stato borghese non può abolire le disuguaglianze sociali.
La lotta dei lavoratori contro la Finanziaria può tuttavia divenire un momento di acquisizione di coscienza di classe se si sottrae alle ideologie del parlamentarismo borghese trasmesse direttamente e tramite le burocrazie sindacali, e se ne viene smascherato il contenuto di classe. Può quindi divenire un momento della lotta per la società senza classi in cui, scomparso il dominio dell'uomo sull'uomo, saranno i produttori a decidere dell'amministrazione delle cose.



Note:


1. Sole 24-Ore 30/12/2004

2. Repubblica 20/12/2004

3. Repubblica 21/12/2004




Pubblicato su: 2005-06-14 (1405 letture)

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