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N°6 Pagine Marxiste - Gennaio 2005
Catastrofi sociali nel segno del capitale

Il marxismo da oltre un secolo ha regolato i conti con gli effetti dei cataclismi naturali, individuandone e denunciandone la natura sociale. Dato lo sviluppo delle forze produttive sociali, l'uomo ha la capacità di difendersi da gran parte delle minacce della natura. Quando ne è vittima, si tratti di terremoti o maremoti, di uragani, inondazioni, frane, eruzioni vulcaniche, epidemie, lo è perché la società divisa in classi non ha predisposto i mezzi per la difesa delle masse sfruttate e oppresse - quando la causa del disastro non è la stessa azione dell'uomo spinta dalla sfrenata sete di profitto (dai disboscamenti ai casi Bophal e Chernobil). L'invereconda speculazione sui bisogni delle popolazioni colpite per organizzare battute di caccia alle sfere d'influenza con l'arma degli aiuti umanitari è una prova aggiuntiva che solo nella futura società senza classi l'umanità potrà essere veramente solidale, anche di fronte alle forze ostili della natura.


Secondo gli ultimi, ancora provvisori conteggi, sono più di 300mila le vittime del violentissimo terremoto - nono grado della scala Richter - che ha colpito la provincia indonesiana di Aceh, e soprattutto dell'imponente maremoto da esso generato, che ha investito le coste di gran parte del bacino dell'Oceano Indiano.

Una catastrofe sociale

Vittime della natura, o vittime della società?
Quei morti non erano ineluttabili, dato il livello raggiunto dalle forze produttive sociali.
Le gigantesche ondate erano state anticipate dagli osservatori più attrezzati; l'allarme poteva essere dato in tempo per gran parte delle popolazioni minacciate. Non è stato dato. Perché?
"L'entità di questa tragedia poteva essere drasticamente ridotta, con un adeguato sistema di preallerta. Ma è difficile convincere i Governi a dotarsene e a predisporre i piani di gestione dell'emergenza. Molti esperti, tra cui i nostri, avevano avvisato le autorità"1 ha denunciato un funzionario dell'ONU.
Gli esperti affermano che il costo totale di un sistema di allerta contro i maremoti a livello mondiale equivale a meno di 150 milioni di dollari: il costo di quattro giorni di guerra in Iraq.
I governi degli Stati colpiti hanno cercato di giustificarsi adducendo la mancanza di fondi per investimenti nella prevenzione. Mancano fondi per difendere le popolazioni contro le minacce della natura, ma non mancano fondi per armare gli eserciti per reprimere le etnie oppresse, per preparare guerre contro i vicini!
Dalle Hawaii, dall'Australia il pericolo era stato comunque avvistato. Ma le divisioni tra gli Stati, i protocolli diplomatici hanno impedito che l'allarme giungesse in tempo. Lo sviluppo enorme delle telecomunicazioni, la "globalizzazione" dell'economia non bastano a superare le divisioni fra Stati, la cui organizzazione sociale non è finalizzata alla difesa della specie, ma alle lotte tra le frazioni nazionali della classe dominante.
Non ci si poteva aspettare molto di diverso dalla borghesia indonesiana che quasi 40 anni fa' non esitò a massacrare mezzo milione di proletari che credevano di lottare per il comunismo, gettati nei fiumi che si coloravano di rosso sangue. Non ci stupisce che oggi pongano ostacoli ai volontari che portano soccorsi alle vittime del terremoto e maremoto nella provincia separatista di Aceh. Valgono di più le sue risorse minerarie che gli abitanti…

Aiuti e sfere d'influenza

Le ingenti cifre raccolte nelle varie campagne per gli aiuti dimostrano una naturale solidarietà tra gli uomini, al di là delle barriere nazionali. Quella solidarietà che oggi è un'eccezione, nel comunismo dovrà crescere e diventare la regola: da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni - come dovrebbe essere oggi la regola dentro una famiglia.
Ma nell'imperialismo gli "aiuti umanitari" anziché essere l'espressione di una vera solidarietà internazionale tra i popoli diventano strumenti nella lotta tra le potenze.
Abbiamo assistito alla generosa gara degli annunci. Partite vergognosamente basse, le maggiori potenze hanno rilanciato all'asta delle promesse, attente all'effetto "annuncio" - e non di rado gli annunci sono poco più d'una beffa, perché gli aiuti effettivi hanno spesso rappresentato una frazione irrisoria di quelli annunciati dai governi.2
E anche quando vengono corrisposti, gli aiuti portano il marchio del capitale, del profitto. Circa il 90% degli aiuti allo sviluppo provenienti dall'Italia è stato speso per acquistare beni e servizi prodotti da imprese italiane: aiuti alle imprese, più che alle popolazioni colpite.
Ma gli aiuti si inseriscono soprattutto nella lotta per le sfere di influenza. "La solidarietà nella geopolitica degli aiuti è una mano sul cuore e l'altra sugli interessi delle potenze" osserva con realismo il giornale della Confindustria, che parla di "lotta geoeconomica tra paesi donatori".3 Sono bastati pochi giorni perché l'invio degli aiuti umanitari si inquadrasse nella contesa fra potenze imperialiste per conquistare posizioni economiche e militari nel Sud-Est asiatico. Le motivazioni, dagli Usa al Giappone, dai Paesi UE alla Cina e all'India, sono riconducibili a un gioco di potenza "su chi comanda e detiene l'influenza sulla regione dell'- Oceano Indiano, e quindi sul resto dell'Asia".4
Una visione asiatica della partita: "L'India vuole che gli Stati Uniti mantengano il loro predominio sulla regione per prevenire la Cina, mentre la Cina paventa il riarmo del Giappone, dovessero gli USA ritirare le loro truppe dalla regione". India e Cina vogliono allo stesso tempo continuare con la loro intesa militare, con la visita in Cina del capo delle forze armate indiane, per tenere a distanza gli USA. L'India, pur essendo tra gli Stati colpiti, ha rifiutato aiuti stranieri per non subire influenze esterne. Vuole essere tra i cacciatori, non tra le prede. L'ambasciatore indiano a Washington Ronen Sen così spiega perché all'India sia stato proposto di entrare nel "nucleo duro" dei paesi soccorritori (con USA, Giappone e Australia): "Abbiamo la più grande flotta nell'Oceano Indiano. C'è una buona ragione perché sia chiamato "indiano"… è sempre stato nella sfera di influenza indiana".5
Lo Sri Lanka dove è possibile lavorare sui contrasti tra tre gruppi etnicoreligiosi, è uno degli oggetti della partita. Lo Sri Lanka, "dove sono arrivati anche gli israeliani, ha una strana popolazione di soccorritori. Del resto in Sri Lanka lo sbarco in missione umanitaria di migliaia di militari, americani, tedeschi, austriaci, canadesi, australiani, ha già sollevato interrogativi che non hanno niente a che fare con il maremoto e le sue vittime".6 La caratteristica è quella di una militarizzazione degli interventi umanitari. "In Sri Lanka l'India ha inviato cinque navi da guerra con aiuti e il compito di dragare i porti colpiti dal maremoto. Non si tratta di un evento così neutrale come può apparire. Nell'87 il governo indiano di Rajiv Gandhi, con l'accordo di Colombo, inviò un corpo di spedizione nel Nord Est per mediare con gli hindu Tamil. Ma le Tigri risposero subito a modo loro, scesero in guerra anche contro gli indiani e il 21 maggio del '91 a Madras tesero un agguato mortale a Rajiv".7 Ora l'India ritorna con gli aiuti, e la flotta.
Nella partita giocano anche le potenze europee. L'azione dei paesi UE non ha avuto alcun carattere unitario, come rileva sconfortato qualche osservatore italiano: "ho l'impressione che il ministro lussemburghese e il commissario, più che partiti in missione, siano fuggiti da Bruxelles. Restando sul ponte di comando, come era forse loro obiettivo dovere, avrebbero dimostrato soltanto la loro impotenza. Chi li avrebbe ascoltati? Cosa avrebbero potuto coordinare? I ministri dei vari paesi hanno raggiunto l´Asia per conto loro, in direzioni diverse, usando il nome dell´Europa, ma per esibire le immagini nazionali. L´ammiragliato francese non avrebbe fatto salpare la portaelicotteri "Jeanne d´Arc" per ordine di un coordinatore europeo. L´Europa non ha una difesa comune. Né una forza capace di intervenire nel caso di grandi sciagure naturali".8
Per il governo tedesco, che sinora ha stanziato la cifra più alta, alla pari col Giappone (500 milioni di dollari), la provincia indonesiana di Aceh rappresenta un baricentro geografico del proprio soccorso d'emergenza, di fondamentale importanza politica, economica e strategica; ad Aceh sono già operativi ospedali da campo della croce rossa tedesca. L'accesso ad Aceh apre a Berlino nuove opzioni per la sua politica nel Sud-Est asiatico. Il governo tedesco, fornitore di armi a quello di Jakarta, gioca la sua politica sugli equilibri tra funzionari locali e forze secessioniste, all'ombra della catastrofe provocata dal maremoto. Il movimento secessionista di Aceh (Gam), la cui direzione si trova in esilio in Svezia, intrattiene contatti con il movimento secessionista sud-tailandese Pulo. L'area, che si trova nel passaggio a nord della via della Malacca, collegamento strategico tra Europa, regione del Golfo e Asia orientale, per la quale costituisce la via del petrolio, è ricca essa stessa di giacimenti petroliferi e gas. Sulla stampa italiana la forte iniziativa tedesca è stata percepita come una minaccia, una mossa nella guerra per i seggi ONU, contro l'Italia in particolare. Dimostrerebbe "come i tedeschi vogliano cogliere questa circostanza per rafforzare il proprio ruolo a livello mondiale (anche in vista di un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza, probabilmente)".9 C'è rivalità nella "solidarietà".
In America ci si compiace della presenza della portaerei Abraham Lincoln nelle acque indonesiane: "qualcosa che era praticamente impensabile prima della tragedia del 26 dicembre", dopo la rottura dei rapporti militari USA-Indonesia sulla questione di Timor Est (e del petrolio del Timor Gap). D'altra parte "Almeno una dozzina di navi da guerra sono sulla rotta verso la regione, e l'Australia, Singapore, la Francia e la Russia hanno inviato aerei o navi da guerra. Gli Stati Uniti guidano un'umanitaria coalizione dei volonterosi… più rapidamente di quanto possano fare le torpide Nazioni Unite". 10 Secondo il Wall Street Journal questi sviluppi mostrano come i legami militari degli USA con il Sud e Sudest asiatico - anche se non ancora lontanamente confrontabili a quelli esistenti durante la guerra del Vietnam - si sono gradualmente rafforzati negli ultimi anni, alimentati dai timori dei governi per i movimenti islamici e separatisti.
"La rinnovata e più stretta cooperazione fa seguito ad una precipitosa e disordinata ritirata di Washington dalla regione per effetto della sconfitta del 1975 in Indocina" cui seguì l'espulsione di fatto di gran parte delle truppe USA dalla Tailandia, dove gli americani furono costretti ad abbandonare una catena di basi aeree giganti. "La presenza militare americana nel Sudest asiatico giunse al suo punto più basso nel 1992, dopo che il Senato filippino respinse un accordo che avrebbe permesso di restare in due delle loro maggiori basi militari all'estero, la base navale di Subic Bay e quella aerea di Clark". Per alcuni anni Singapore rimase l'unico pilastro logistico per la Settima Flotta. Ma negli anni più recenti gli USA hanno raggiunto una serie di accordi con Malaysia, Tailandia, Brunei e Filippine che garantiscono l'accesso delle loro forze. Sono perfino iniziate visite navali al Vietnam. Tali accordi hanno permesso di far transitare via Sudest asiatico il 75% del materiale bellico trasportato per aereo nel 2002 per la guerra dell'Afghanistan. Ora 16 500 militari USA sono stati impegnati per i soccorsi alle vittime dello tsunami, per la maggior parte marinai a bordo di due gruppi navali al largo dell'Indonesia.11
Ogni potenza cerca di avvantaggiarsi nelle acque smosse dal maremoto, e ciò inevitabilmente accresce le rivalità.

L'onda anomala che verrà

Nel Sud Est asiatico lo sviluppo capitalistico ha spinto centinaia di milioni di esseri umani verso le coste, costretti a vivere in abitazioni di fortuna, ammassati in un'urbanizzazione forzata, vulnerabili agli effetti degli eventi naturali. Di fronte a questi eventi milioni di esseri umani si sono presentati divisi in classi, oltre che in Stati. Indifesi sono stati i poveri, i proletari, coloro che abitavano in abitazioni di fortuna e che ora hanno riempito le fosse dei morti. Questi disastri sociali mettono a nudo le acute contraddizioni delle società divise in classi.
Uno dei più acuti osservatori della borghesia italiana ben esprime i timori di questa classe per le possibili ricadute in termini di rivalsa dei paesi poveri verso quelli ricchi e di lotte sociali da parte del nuovo proletariato, evocando lo spettro di Zinoviev che a Baku chiamava 800 milioni di asiatici ad "una vera e propria guerra contro i capitalisti inglesi e francesi". Nel sottolineare l'aspetto politico delle catastrofi naturali, fa notare che "negli ultimi dodici mesi il Pil (prodotto interno lordo) thailandese è cresciuto del 6%, quello indonesiano del 5, quello della Malaysia del 6,8. Ma il loro sviluppo, come quello dell'India e della Cina, è ineguale. Ha creato una "borghesia degli affari", ma ha lasciato ai margini della strada le masse contadine e le plebi urbane. Il maremoto ha reso queste contraddizioni drammaticamente evidenti. Thailandia e Indonesia possono avere una Borsa, un sistema bancario, investitori stranieri, industrie fiorenti. Ma non hanno sistemi d'allarme, Protezione civile e moderne strutture sanitarie. Possono raddoppiare il Pil in meno di vent'anni, ma non sono capaci di proteggere i loro cittadini da un evento che il Giappone, ad esempio, è in grado di prevedere. La presenza di turisti stranieri e la sollecitudine dei loro governi renderà la contraddizione ancora più stridente. Su questa contraddizione e sulla rabbia popolare qualcuno, c'è da scommetterlo, costruirà la sua fortuna politica. E chiamerà il popolo alla guerra auspicata da Zinovev".12
Sinora abbiamo utilizzato fonti tutt'altro che sospettabili di simpatie marxiste per illustrare la natura sociale della tragedia. Non abbiamo avuto bisogno di scomodare pagine famose di Engels o Bordiga (in altra parte del giornale riprendiamo uno scritto della Luxemburg sconosciuto in Italia), sono stati loro a dirlo. Quelle che mancano, e non può che essere così, sono le conclusioni politiche che inevitabilmente ne derivano: è il sistema capitalista che va rovesciato.
Visitando le antichissime città precolombiane del sud-est messicano scampate alla furia distruttrice dei conquistadores, si rimarrà sorpresi dal fatto che i muri dei palazzi sono arrivati intatti ai giorni nostri, resistendo a violentissimi terremoti lungo il corso dei secoli: gli adobe, i mattoni fatti di argilla, paglia di mais e sterco, contengono pietre coniche che assorbono le vibrazioni provocate dalle scosse telluriche.
Le alluvioni provocate dalle forti piogge che puntualmente interessano le nostre vallate alpine fanno sì che i viadotti "moderni", costruiti per generare profitti più che per durare, vengano trascinati via dalla violenza delle acque, mentre gli antichi ponti romani in pietra rimangono al loro posto.
Il 23 ottobre scorso uno Shinkansen, il treno veloce giapponese, è deragliato a più di 200 km/h a causa di una fortissima scossa sismica: l'alta tecnologia ha fatto sì che non vi fossero danni alle persone a bordo. E' noto che violenti terremoti o tsunami in Giappone provocano pochissime vittime.
Abbiamo riportato degli esempi, lontanissimi tra loro cronologicamente e geograficamente, che dimostrano che l'uomo ha iniziato a dominare le forze della natura e a mitigarne gli effetti già nelle epoche precapitalistiche. Nell'epoca degli Shinkansen, dei satelliti, dei grattacieli il progresso scientifico e lo sviluppo tecnologico possono elevare enormemente i livelli di protezione da eventi naturali anche gravi. Ma lo sviluppo capitalistico, con le sue insanabili contraddizioni, ne impedisce l'applicazione generalizzata al genere umano, in funzione di costi, interessi specifici e convenienze contingenti legate alla logica del profitto.
Se oggi centinaia di migliaia di persone sono morte in un maremoto non è perché manchino i mezzi, ma perché in questa società quegli uomini, che fanno parte di un proletariato in formazione, sono considerati di minor valore rispetto ai mezzi che li avrebbero potuti salvare.
Quando non è il capitalismo stesso a provocare o aggravare i disastri, con le conseguenze del diboscamento, coi muri di sabbia o senza ferro per speculazione, con l'urbanizzazione selvaggia, con le fabbriche della morte, coi disastri minerari che si susseguono dalla Cina all'Ucraina.
Se i terremoti come i virus, la siccità e le piogge sono fenomeni naturali, le distruzioni, le epidemie, le carestie, le inondazioni sono eventi di natura sociale. Nelle settimane appena trascorse, in summit e convegni è stata finalmente concordata per le zone colpite l'installazione di sistemi di allarme contro le onde anomale.
Il pericolo sismico per l'Oceano Indiano è inferiore a quello del Pacifico, ma dalle ricerche storiche risulta che circa ogni 130 anni si ripresenta un violento sistema di scosse. Hanno aspettato che arrivasse cogliendo di sorpresa milioni di persone, uccidendone 300mila, prima di decidere di unire le forze per installare un allarme comune.
Noi ci auguriamo che fra 130 anni gli uomini del bacino dell'Oceano Indiano non dovranno di nuovo affrontare le forze della natura nella sua attuale organizzazione borghese. C'è un'altra onda anomala, che arriverà inarrestabile: quella che travolgerà il sistema capitalista. Noi lavoriamo in questa direzione, per l'onda anomala della rivoluzione proletaria.



Note:



1. John Harding, program officier dell'agenzia Onu "International Strategy for Disaster Reduction", "Sole 24 Ore", 28 dicembre 2004.

2. In occasione del terremoto di Bam (Iran, dicembre 2003, 43mila morti), vennero promessi aiuti per 1 miliardo di $: ne arrivarono17,5 milioni (l'1,75% di quelli promessi). In occasione delle devastazioni dell'uragano Mitch (Centro America, 1998), dei molti miliardi di $ promessi arrivarono 682 milioni di $.

3. Alberto Negri, "Sole 24-Ore", 6 gennaio 2005 e Gerardo Pelosi, "Sole 24-Ore", 9 gennaio 2005

4. Siddhart Srivastava, "Asia Times", 8 gennaio 2005

5. Ibidem

6. "Sole 24-Ore", 11 gennaio 2005

7. "Sole 24-Ore", 8 gennaio 2005

8. Articolo di Bernardo Valli, "Repubblica", 5 gennaio 2005

9. Articolo di Beda Romano, "Sole 24 Ore", 6 gennaio 2005.

10. "Wall Street Journal", 4 gennaio 2005.

11. "Wall Street Journal", 10 gennaio 2005.

12. Articolo di sergio Romano, "Corriere della Sera", 19 dicembre 2004.




A.P.

Pubblicato su: 2005-06-14 (1529 letture)

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