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N°50 Pagine Marxiste - Dicembre 2021
BORDIGA 1926-1944: “ANNI OSCURI”?



È di recente uscito il libro di Giorgio Amico (autore nel 2005, con Yurii Colombo, di: ”Arrigo Cervetto: un comunista senza rivoluzione” per Massari editore) dedicato a Bordiga: “Bordiga, il fascismo e la guerra” (Massari- 2021, 15 euro).

Il testo praticamente cerca di sfatare la vulgata degli studiosi vicini all’area bordighista (A. Peregalli-S. Saggioro su tutti) che vuole intendere il quindicennio di “ritiro” di Bordiga dall’attività politica (1930-1945) come “gli anni oscuri” (“Amadeo Bordiga. La sconfitta e gli anni oscuri. 1926-1945.” Colibrì-1998). No, sostiene Amico, quegli anni non furono così “oscuri” come si crede.

Viene all’uopo riproposta, e in parte svelata, una significativa corrispondenza tra Bordiga-parenti-amici-conoscenti-frequentatori (tra cui spie della polizia, che fino al 1934 lo pedina sistematicamente), nonché qualche – a dir poco - imbarazzante lettera di Bordiga stesso alle “Autorità” fasciste, in cui l’ormai ex capo del PCd’I chiede candidamente di “essere lasciato in pace” in cambio del suo definitivo ritiro da ogni attività politica…

Insomma in quell’arco di tempo, ma anche dopo la seconda guerra mondiale, Bordiga sarà per i non addetti semplicemente “l’ingegner Bordiga”.

Beninteso: Bordiga nel corso degli anni ’20 subisce due arresti con relative detenzioni, due confini di polizia (Ponza ed Ustica), la devastazione della casa da parte dei fascisti, la sorveglianza permanente, una “pressione” materiale e psicologica di un certo rilievo. Ciononostante, fino all’espulsione dal PCd’I (1930), egli non deflette mai dai suoi doveri di dirigente comunista di caratura internazionale. E questo pur in presenza di una certa sua tendenza al “disimpegno” (Fatalismo? Pessimismo? Entrambe le cose inserite nella sua visione meccanicistico-determinista degli eventi?) manifestata già dal 1923 (inizio della lotta interna nel PCd’I) e chiaramente affermata nella “famosa” lettera a Karl Korsch dell’ottobre 1926 (rifiuto di organizzare una corrente comunista internazionale di opposizione allo stalinismo).

Al dunque, la “fessa”, per Bordiga, questione dell’individuo (pusillanime, ininfluente, puro accessorio della metastasi storica) si rivolta contro di lui e confeziona ai suoi danni una sottile vendetta.

Quanto l’individuo Bordiga, coi suoi problemi personali e familiari, può aver influito nel suo “ritiro”? Quanto il tanto maltrattato “personalismo” può aver spostato l’asse sul quale il “nostro” ha orientato il suo agire individuale, che marxisticamente non è mai scisso dall’agire sociale?

Per G. Amico questo “quanto” è molto. La raccolta dei carteggi, dei colloqui, degli aneddoti che vedono protagonista il Bordiga post-1930, se pur vanno depurate dall’immancabile strumentalizzazione staliniana che conosciamo, è a dir poco imbarazzante.

Ne viene fuori un personaggio che si “isola” da tutto ciò che gli accade intorno, arrivando persino a deridere quei “fessi” dei suoi ex compagni che si fanno arrestate - e pure uccidere – per continuare la lotta (“inutile” per lui) contro il fascismo.

Compagni anche della sua stessa cordata, occorre sottolineare; e non solo quegli “opportunisti staliniani” i quali, pur sulla sponda del “falso socialismo”, stavano dando ai “rivoluzionari” come Bordiga se non altro una lezione sulla attività politica di massa. Patetico, di fronte a ciò, il rifugiarsi nel “lungo ciclo controrivoluzionario” (come hanno sempre fatto i bordighisti ed affini) per dare la spiegazione onnicomprensiva della ininfluenza storica (ormai secolare) da parte delle correnti internazionaliste legate alla “sinistra comunista”.

G. Amico smentisce, in base alla documentazione presentata, che un simile atteggiamento possa essere semplicemente ricondotto alle “furbizie” o a “depistamenti” di un rivoluzionario che non vuole farsi “incastrare”. A ciò fa seguito un comportamento così “ineccepibile” verso l’”ordine pubblico” da indurre le forze di polizia a togliergli quella sorveglianza normalmente diretta verso i “sovversivi”. Viene così sfatata la narrazione di un Bordiga in “quarantena”, ai margini della vita politica ma personalmente integro ed inflessibile verso il potere borghese.

Quanto poi egli abbia “guadagnato” o no dalla liceità a lui concessa di praticare il suo mestiere di ingegnere edile, è cosa che può interessare fino ad un certo punto.

Assai più interessanti, controverse ed allo stesso tempo sconcertanti sono le sue posizioni sul fascismo e la guerra. Posizioni non espresse in articoli, in corrispondenze o altro; dal momento che la vita pubblica di Bordiga è ufficialmente e praticamente chiusa. Dal 1928 al 1945, pur essendo la sua produzione politica tradizionalmente assai prolifica, su quel versante regna un silenzio assordante. Bordiga non risponde neppure ai numerosi solleciti dei suoi compagni della “vecchia” direzione originaria del PCd’I, che chiedono valutazioni, consigli, prese di posizione a fronte di una situazione tra le più drammatiche della storia del movimento operaio.

Nel testo viene riportata una serie di rapporti scritti da un certo Alliotta alle autorità di polizia (Acs-Cpc, Fascicolo Amadeo Bordiga; denominati anche Acs, Pp-B oppure B/1, firmati con la sua sigla: 591) nel periodo che va dal 1936 al 1943. Sono resoconti di colloqui informali in occasione di incontri avvenuti periodicamente tra Bordiga, l’Alliotta stesso, parenti ed amici.

Detto dell’interesse di una spia non a “sminuire” ma ad accrescere la “pericolosità” dello spiato (se non altro allo scopo di alzare il prezzo delle sue “prestazioni”), e fermo restando – d’altro canto – che in qualche passaggio di Bordiga ci possono essere state delle carenze interpretative da parte dell’Alliotta, e pure qualche “forzatura”, l’attendibilità politica delle relazioni viene riscontrata nelle successive posizioni assunte da Bordiga una volta finita la guerra. E rientrato lui – alla sua maniera- nei “ranghi” del comunismo rivoluzionario. Cosa che G. Amico assai puntualmente rileva.

Partiamo dalla Spagna. Gli anni ’30 sono anni di grandi sconvolgimenti sociali e di radicali lotte politiche nel paese. Vi sono numerose rivolte proletarie e contadine, anche armate, con il “pronunciamiento” dei militari sempre dietro l’angolo.

Prima dello scoppio della rivoluzione (luglio del 1936), vi è – due anni addietro circa – una importante e tragica insurrezione dei minatori delle Asturie, stroncata nel sangue dal boia neofita Francisco Franco. Vi è un paese in rivoluzione permanente, ma per Bordiga l’unica posizione corretta, una volta stabilito che sono “lotte tra frazioni borghesi” è quella di starsene alla finestra in attesa che passi la buriana. Situazione internazionale controrivoluzionaria? Il proletariato comunque si muova è “strumentaliz-zato”. Impossibile la “nostra” rivoluzione “monoclassista” e “monopartitica”. Dunque: studiare e “restaurare il marxismo”. Ci vediamo alla prossima. Posizione per sommi capi che ritroviamo su “Programma Comunista” del 23 ottobre-3 novembre 1957, con un articolo in commemorazione di Ottorino Perrone, titolato per l’appunto “Ottorino”. Seguendo tale logica, Marx – in una situazione controrivoluzionaria (1871) – non avrebbe dovuto appoggiare la Comune di Parigi (piena di difetti e non diretta dai marxisti)!!!

Lo stesso criterio viene adottato per la Resistenza italiana ed europea al fascismo. Seppur in questo caso, rispetto alla Spagna, venisse certamente “annacquata” la componente classista e deviata sin da subito la direzione politica della rivolta. Ma non per ciò il proletariato e le sue avanguardie rivoluzionarie dovevano “astenersi” dalla lotta; nascondendosi dietro l’”obbiettiva” natura imperialista dei due campi di potenze belligeranti. In attesa, ed è qui il punto politico veramente dolente di Bordiga, che il campo imperialista “più debole” (le potenze dell’Asse) sgombrasse il terreno dalle potenze più “vecchie”, solide, pervasive, “internazionali” (l’imperialismo anglo-americano). Le quali rappresentavano, sempre agli occhi di Bordiga, l’incarnazione della “fetente” democrazia borghese ai suoi massimi livelli di diffusione e “perversione”...

Tali prese di posizione, tra il serio ed il faceto, vengono espresse da Bordiga in occasione della conquista di Addis Abeba da parte delle truppe italiane ed il relativo discorso “folgorante” del Duce sulla “proclamazione dell’Impe-ro” (5 maggio 1936). In tale periodo il fascismo raggiunge l’apice del “consenso di massa”, e Bordiga, in uno dei colloqui sopra citati, riconosce il carattere “storico” del discorso di Mussolini, “elogiandone” l’opera di “demolizione” del Congresso di Ginevra, cioè del potere “demo-plutocratico” borghese. Eccone alcuni stralci:

“Mussolini ha fatto cadere nella polvere tutti i vecchi ideali: imperialismo, socialismo, comunismo, Russia, Massoneria, democrazia, pacifismo, sicurezza collettiva, disarmo, coalizioni, fronti unici… che cosa rimane di tutto questo? Mussolini è un trionfatore…”

Il fascismo? Un riformismo realizzato, dice Bordiga. Con un coraggio che Turati non avrebbe mai avuto. Cosa c’è da fare? Bisogna saper attendere, “quando le situazioni sono mature allora vengono fuori gli uomini.” Ed a seguire: “mi sono ritirato troppo presto dalla scena, ma è tanto bello farla da spettatore e ridere, ridere soprattutto delle costole che si fracassano coloro che si cimentarono con te sulla stessa pista.”

Peccato che queste “costole” non se le rompessero di meno milioni di militanti e di proletari, gettati nella fornace dello sfruttamento, della fame e della guerra proprio dal governo fascista “trionfatore”…

Ma non basta. C’è in tali posizioni per cui “il nemico del mio nemico è mio amico” un potenziale di fraintendimento tale che può portare a conclusioni veramente sconcertanti. Tipo questa:

“mentre le democrazie si allontanano sempre più dalle nostre mete, il fascismo (vi si sta) approssimando sempre più attraverso vie e metodi diversi… Se avverrà lo scardinamento delle plutocrazie anglo-francesi si sarà fatta opera più profondamente rivoluzionaria della Russia…”

Siamo nel giugno del 1939, la guerra mondiale è alle porte, e Bordiga si culla ancora nell’illusione che il fascismo sia “qualcosa d’altro” rispetto al “classico” e “putrefatto” capitalismo “liberal-democratico”: un alleato “oggettivo” del proletariato, che demolendo le basi sociali capitalistiche a colpi di statalizzazioni e di “totalitarismo”, non potrà non favorire la chiarificazione politica della classe proletaria e gettare così le basi della catarsi storica. Ruolo cui la Russia staliniana aveva abdicato. Non era stata certamente questa la posizione di Bordiga sul fascismo negli anni ’20, dove casomai la sua analisi si era fin troppo appiattita su una lineare “continuità” tra democrazia borghese e fascismo. Cosa ripresa pari pari nel secondo dopoguerra, con sottolineature sulla “modernità” capitalistico-statale di quest’ultimo.

In che cosa però consistesse questo fenomeno inedito del “totalitarismo” degli anni ’30 (“sublimato” in Europa dal nazismo e dallo stalinismo) fu oggetto di aspre discussioni e scontri anche all’interno della “sinistra rivoluzionaria” e dintorni (da Victor Serge a Bruno Rizzi). E Bordiga, entro queste scarne note, non fa eccezione. La differenza sta nel fatto che mentre questi ultimi dibattevano, con Trotsky, sulla vera “natura sociale” dell’URSS, Bordiga – messo da parte il proletariato come “soggetto rivoluzionario” – si incarta in un autolesionistico gioco al massacro sulla “natura del fascismo”. Dimostrando ancora una volta, alla fine, di non aver compreso neppure lui che cosa il fascismo fosse realmente.

Arrivata la guerra (settembre 1939) Bordiga si pronuncia, nei suoi colloqui, per la vittoria dell’Asse. Auspicando un pronto intervento dell’Italia a fianco della Germania nazista per dare “il colpo decisivo” alla Gran Bretagna.

“Il 10 giugno (10 giugno 1940, giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, NDR) fu dunque per me quello che si dice un gran giorno. Ora però che Hitler si è ammosciato (dopo Dunkerque, giugno 1940, la Germania non attacca la Gran Bretagna, NDR) incomincio a perdere la fiducia che avevo nell’Asse… Ma io spero ancora…“

Posizione anche questa confermata nel dopoguerra da Bordiga. Il crollo della Gran Bretagna infatti: “avrebbe sommerso il capitalismo mondiale… forse invertendo tremendamente le direttive sociali e politiche del colosso russo ancora inattivo.” (“Prometeo”, serie 1, n.6 –marzo/aprile 1947)

Il problema qui non è riconducibile come scrive Amico – troppo preso qua e là dalle logiche di “liquidazione spicciola” del personaggio – a “simpatie hitleriane” di Bordiga (si prende addirittura come argomento demolitorio il fatto che la Shoah fosse in quegli anni ormai argomento universalmente conosciuto, e dunque ciò doveva bastare a rettificare il giudizio prima espresso).

La questione è ben più complessa e articolata; ed è possibile provare a comprenderla solo tenendo conto della visione metastorica di Bordiga: che sfocia in un oggettivismo esasperato, deragliando così il marxismo dalla strategia rivoluzionaria ad una cinica e “super-partes” geopolitica, oppure ad un equivoco diplomaticismo, viatico di ogni strumentalizzazione. In cui il proletariato come “carne viva” non esiste più, la dinamica politica e sociale delle classi stesse non esiste più (non a caso proprio il sodale Ottorino Perrone, nel secondo conflitto mondiale, sostiene che il proletariato è “sparito come classe”).

Al loro posto si ergono “coordinate” metastoriche che, una volta incrociatesi secondo i calcoli di questi “scienziati marxisti”, condurranno “inevitabilmente” nel suo alveo la tanto invocata rivoluzione “monoclas-sista” e “monopartitica” (cioè una rivoluzione destinata facilmente a rimanere nei loro sogni).

E tale “vizietto” però, conviene dirlo con onestà, non è rimasto appannaggio del solo Amadeo Bordiga… il quale se non altro ha avuto per qualche anno il privilegio di vivere da protagonista di prim’ordine la stagione “d’oro” del comunismo internazionale.

Da lì in poi l’isolamento, la sconfitta, l’inazione, la logica dei piccoli cenacoli litigiosi quanto ininfluenti… ha portato facilmente quella che sarà la “sinistra rivoluzionaria” ad “elaborare il lutto” arroccandosi in un qualsivoglia “aristocratismo intellettuale”; per cui a forza di contemplare dall’alto l’“infinita” foresta si rischia di sbattere il capo contro il primo albero che si trova.

E se questo “gigante” proletario non si muove, ben venga allora chi – suo malgrado – può “lavorare” per esso. Anzi: tale eventualità è vissuta come una perfida e sottile “vendetta” della storia, incurante delle terribili ricadute che potrebbero aversi sul proletariato stesso. Tanto gli uomini sono… numeri, e non c’è conquista senza la necessaria “espiazione”…

A mo’ di esemplificazione G. Amico riporta due passaggi che si legano l’uno con l’altro, seppur a distanza di un decennio. Il primo è il solito colloquio con la solita spia, datato aprile 1943. Ora il “nemico numero uno” di Bordiga è il supercapitalismo statunitense, entrato a sua volta nel conflitto. Un nemico non meno “totalitario” dell’imperialismo anglo-francese. Dice Bordiga:

“Se vinceranno, sarà instaurato sul mondo il più duro e triste servaggio che abbia sinora registrato la storia…” Solo dopo la sconfitta delle democrazie anglo-americane “suonerò anch’io le campane a festa.”

Nel 1952, su “Battaglia Comunista” n.11 del 9 giugno, Bordiga (“Le gambe dei cani”) riafferma con più esattezza la sua parabola storica:

“In linea generale può dirsi che è più sfavorevole al proletariato e alla sua rivoluzione la vittoria militare degli Stati borghesi più antichi, ricchi e stabili socialmente e politicamente… Esiste un diretto legame tra lo sfavorevole decorso della lotta proletaria in 150 anni… e la costante vittoria della Gran Bretagna contro Napoleone e poi la Germania.”

Si faccia caso alla terminologia: “Gli Stati borghesi più antichi, ricchi e stabili”; “”La” Gran Bretagna; “La” Germania e così via, dentro una traiettoria plurisecolare sicuramente “prospettica” e intellettualmente “gratificante”; ma senza mai soffermarsi su cosa concretamente volesse dire per il proletariato tedesco (e internazionale) il tallone del dominio nazista!!! Senza mai riflettere su come sarebbe stato possibile ad un “soggetto” (il proletariato tedesco in primis) politicamente, socialmente, psicologicamente e moralmente distrutto dal nazismo “approfittare” della disarticolazione dei vecchi e nuovi “imperi” anglo-americani per condurre in porto le “sue” finalità socialiste!

Non solo: l’ “attivazione del colosso russo” era da intendersi non come irradiazione della potenza rivoluzionaria del proletariato russo (data da Bordiga, a ragione, almeno temporaneamente disattivata dallo stalinismo), ma dalla “speranza” che la Germania nazista potesse infliggere al capitalismo occidentale più avanzato quel colpo decisivo che il capitalismo russo non era in grado di infliggergli !!! Ed anche in tal caso viene da chiedersi con quali prospettive minimamente vantaggiose per il proletariato internazionale.

E’ bene sottolineare che è giusto valutare la possibilità per il proletariato di inserirsi nello scontro tra i “predoni imperalisti”, per dirla con Lenin. Ma per fare ciò è indispensabile che la classe sfruttata svolga un ruolo indipendente, faccia sino in fondo il “suo” lavoro. I bolscevichi, con la pace di Brest-Litovsk, “favorirono” certamente l’imperialismo tedesco, ma solo per non vedere travolte le fragili conquiste rivoluzionarie dell’Ottobre ’17. Nessun dirigente del partito ebbe mai alcuna aspettativa che il Kaiser gli togliesse le castagne dal fuoco… Brest fu concepita principalmente non in funzione anti-francese o anti-britannica, ma in funzione della rivoluzione russa e di quella mondiale.

Con cognizione di causa qui G. Amico richiama il passo critico di un allievo di Bordiga, Onorato Damen (per inciso: non meno “settario” del maestro, anche considerando il termine nel senso positivo rivendicato da questi fino alla morte).

Damen, riferendosi al “tifo” di Bordiga per l’Asse, parla di “vaga ipotesi”, di “vizio matematico di sottoporre gli accadimenti della storia al calcolo delle probabilità.” (“Amadeo Bordiga: validità e limiti di un’esperienza”)

Ma c’è dell’altro. Lenin ne “L’Estremi-smo” sostiene che “il più grande errore teorico è quello di valersi della scala della storia nei problemi della politica pratica.” Ed è esattamente questo che Bordiga (insieme a tutta la sua cordata) rifiuta di vedere.

Non ci sono “coordinate” o visioni “organiche” di ordine storico, e/o geo-politico, e/o diplomatico che tengano di fronte alla necessità qui e ora di “fare” politica, dare indicazioni di lotta immediate, coinvolgere attorno ad esse le masse proletarie, ed organizzarle.

Certo che il tutto va ancorato ad una strategia. Ma essa non è nulla di “astratto”, non è un “Addavvenì”, e meno che mai attesa passiva degli eventi, bensì la traduzione in azione politica delle tendenze operanti e concrete dei rapporti (nazionali e internazionali) tra le classi e tra gli Stati: per come essi maturano nel breve-medio periodo e per come dialetticamente si riflettono sugli sfruttati.

Questo “attesismo” di Bordiga, che si protrarrà anche oltre la guerra, viene ricondotto da O. Damen al travaglio “di un uomo rimasto schiacciato sotto le macerie del partito che più di ogni altro aveva contribuito a costruire.” (Op. cit.) Luigi Cortesi a sua volta si sofferma –come riporta ancora Amico – sul “dramma personale prima che politico” di Bordiga.

Interessante il rilievo, fatto all’inizio del periodo degli “anni oscuri”, da parte di un funzionario di Stato, l’Alto Commissario per la città e la Provincia di Napoli, che così relaziona al Ministero dell’Interno il 10/10/1930:

“Dopo il confino Bordiga è in Italia e la situazione italiana gli fa conchiudere che ogni azione politica è impossibile…Quindi mentre all’estero si discute su Bordiga, egli non prende a tale tramestìo alcuna parte…Bordiga ha delle opinioni a cui è coerente anche nella condotta p







Pubblicato su: 2021-12-07 (34 letture)

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