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N°50 Pagine Marxiste - Dicembre 2021
Dopo le elezioni. Un bilancio dell’era Merkel e gli interrogativi sul nuovo governo
Germania



L’interesse degli italiani, anche dei lavoratori, verso quel che avviene in Germania, è più che logico, stante l’interconnessione economica che lega Italia e Germania, sia pure nella disparità di peso. La Germania è il primo fornitore e il primo cliente dell’Italia. Quest’ultima è il sesto fornitore e il sesto cliente della Germania (dati 2019).  Il saldo è negativo per l’Italia (-11,4 miliardi di €). Le imprese tedesche partecipate o controllate da capitale italiano sono oltre 2.100, concentrate nel nord e occupano più di 81.000 dipendenti. Gli investimenti tedeschi in Italia sono ripartiti su oltre 1.800 imprese, concentrate al nord, e creano circa 125.000 posti di lavoro.

 

Un bilancio

La fine dell’era Merkel è stata ovviamente l’occasione di un bilancio, non sempre lusinghiero.

In politica interna, molti ritengono che l’ossessione per l’equilibrio del bilancio abbia prodotto alcuni guasti gravi come il degrado delle infrastrutture, in particolare le autostrade, nessun intervento di ammodernamento del sistema scolastico che è fermo ai modelli di fine ‘900 - anche se funzionale alla formazione di forza lavoro qualificata per le aziende -, il forte ritardo nella digitalizzazione, la diminuzione degli investimenti nella ricerca scientifica, infine il forte aumento dei costi dell’energia dopo la rinuncia al nucleare senza una alternativa verde concreta che funzioni. A questo proposito il NYT in sintesi accusa Merkel di “aver nascosto i problemi sotto il tappeto”.

Industriale e uomini della finanza hanno spesso accusato Merkel di “mancanza di coraggio”, confrontandola con Schröder che con le sue riforme Hartz ha liberalizzato il mercato del lavoro in modo radicale. Un’altra accusa ricorrente è che lo spirito imprenditoriale è stato soffocato dalla burocrazia, che non c’è abbastanza innovazione e le tasse sull’impresa e la proprietà sono troppo alte. Il Partito che meglio interpreta queste aspirazioni è l’FDP. Che, tuttavia, in una collaborazione obbligata coi Verdi dovrà venire a patti (i Verdi sono infatti per le spese sociali anche a debito, non hanno fra le loro priorità di abbassare le tasse, sono per il green anche a costo di pagare di più l’energia ecc.)

Gli ammiratori della Merkel ricordano che ha dovuto gestire una crisi dopo l’altra: da quella finanziaria del 2008 alla crisi dei rifugiati, al Covid e ha contemperato le necessità di conservare l’attivo produttivo e commerciale con una certa attenzione al sociale. Infine è riuscita a traghettare l’Europa attraverso la crisi conservando l’euro e l’asse con la Francia, ritrovandosi più forte in Europa dopo la Brexit.

Anche in politica estera è criticata, spesso per motivi opposti. La stampa anglosassone la accusa di aver progressivamente raffreddato i rapporti con gli Usa, preferendo rafforzare l’asse con la Francia e mantenendo buoni rapporti commerciali con la Cina e la Russia. Sullo WSJ qualcuno parla di “mancanza di visione strategica” e accusa la cancelliera di essere succube del surplus commerciale, tanto da trattare coi peggiori regimi autoritari. Altri sottolineano che la Merkel ha considerato inevitabile la crescita della Cina e preferisce conviverci che imbarcarsi in uno scontro senza possibilità di vittoria. Ha adottato le sanzioni contro la Russia (e spinto l’Europa a condividerle), dopo l’attacco russo all’Ucraina, ma ha tenuto duro sul North Stream 2, il gasdotto fortemente osteggiato dal Congresso Usa che porterà il gas russo alla Germania aggirando Ucraina e Polonia. La Germania di Merkel ha pagato la Turchia perché si tenesse i profughi, ma ha accolto i siriani (gli unici abbastanza laici e molto istruiti da essere considerati utili allo sviluppo tedesco), tollera gli Orban e i polacchi di turno, perché il loro mercato è il suo cortile di casa (per export e investimenti). La classica politica di una Germania “troppo grande per l’Europa, troppo piccola per il mondo” secondo l’Economist. Anche qui NYT e WSJ hanno il dente avvelenato, soprattutto dopo che Merkel non ha mostrato di voler intrecciare una luna di miele con Biden. Le ragioni imperialiste dei due paesi travalicano il colore delle amministrazioni.

Da qui il dibattito vivacissimo, interno alla Germania, ma seguito con comprensibile interesse all’estero, sul riarmo europeo, sul rapporto con la Nato, con la Cina e con gli Usa.

Proprio a partire dall’Afghanistan (dove in vent’anni si sono avvicendati 150 mila soldati tedeschi), la Germania ha varato le sue missioni militari all’estero che oggi sono corpose (in Kosovo, in Libano, in Iraq e Siria, in Mali e nel Sahara occidentale, in Yemen, nel Mediterraneo con Irini).

Dal 2014 la spesa militare tedesca è aumentata del 50%. Il suo impiego non è mai stato una pedissequa operazione di spalla agli Usa, ma un meditato appoggio alla propria politica di espansione commerciale e finanziaria. Proprio l’intervento in Afghanistan era volto a intensificare i buoni rapporti economici con la Cina e non a contenerla. Ma Annegret Kramp-Karrenbauer, da ministro della Difesa, ha inviato una fregata nel Mar Cinese meridionale per ricordare che, per ora, Germania ed Europa non sono ancora fuori dall’Asia.

L’intervento in Mali rafforza l’asse franco-tedesco e nel Mediterraneo sta iniziando un coordinamento con l’Italia.

L’ultima Merkel ha imposto la solidarietà verso i paesi europei in difficoltà per il Covid, consentendo di fare debito, una novità rispetto alle precedenti rigide regole fiscali. Questa assunzione di leadership e di responsabilità nasce forse dalla necessità di tenere ancorato il sud dell’Europa ed evitare altre Brexit.

Il governo inglese sembra del resto avviato a una più stretta partnership con gli Usa in Asia (vedi su questo stesso giornale l’ articolo a pagina 14, Nell’Indo-Pacifico, assieme a fiorenti
flussi commerciali, proliferano alleanze ed esercitazioni belliche
), realizzando gli obiettivi veri della Brexit e considerando una chimera una politica europea senza ombrello americano rispetto alla Cina.

 

Il varo del nuovo governo

A fine novembre dopo due mesi di sofferte trattative (ma niente in confronto ai sei mesi che servirono a Merkel per partorire l’alleanza SPD CDU), il nuovo governo “Semaforo” (cioé formato da Verdi, socialdemocratici e liberali) è stato varato. Il contratto di governo, presentato il 24 novembre, è stato elaborato da 22 gruppi di lavoro (300 persone in tutto) e consta di 177 pagine. Il giuramento è previsto per il 6 dicembre. Lo slogan che riassume il programma: “: “Osare per un maggiore progresso. Alleanza per la libertà, la giustizia e la sostenibilità”.

L’SPD, oltre alla nomina di Olaf Scholz a cancelliere (potendo contare su un altro socialdemocratico, Frank Walter Steinmeier, alla Presidenza della repubblica), avrà sei o sette ministeri: Interno, Difesa, Sanità, Lavoro, Edilizia, Cooperazione economica e forse Cultura e Media. Ai Verdi andranno cinque ministeri, tra cui il super ministero dell’Economia e Clima, gli Esteri, l’Agricoltura, Ambiente e la Famiglia.L’FPD avrà invece quattro ministeri: Finanze, Trasporti, Istruzione e Giustizia.(Nota 1)

 

Le nuove linee guida

Ciò che scriviamo a questa data è passibile di imprecisione, vale come orientamento generale.  Rispetto ai programmi elettorali dei tre partiti al governo, i veti incrociati hanno cancellato obiettivi, prodotto mediazioni.

I giornalisti si sono gettati sui temi che bucano la pagina: il voto ai sedicenni e la legalizzazione della cannabis

Il nuovo governo ha alcune patate bollenti da affrontare in prima battuta, ad esempio la recrudescenza della pandemia (a fine novembre si sono superati i 100 mila morti). E’ prevista la formazione di una commissione di esperti sul Covid, che su base quotidiana, informerà il governo dell’andamento dell’epidemia. La Merkel aveva evitato di prendere decisioni drastiche essendo a fine mandato, Scoltz ha annunciato che sarà stanziato un miliardo per il personale sanitario.

La nomina di Christian Lindner, numero uno dei liberali, alle finanze garantisce che nel 2023 sarà ripristinata la linea del rigore sui conti pubblici. Tutto sta a vedere come questo si combinerà con la dichiarazione di voler accelerare gli investimenti pubblici nella tecnologia verde e nella digitalizzazione.  Ma soprattutto i liberali da sempre sono ostili all’aumento delle tasse e propensi a una politica liberista spinta. Perciò, com’era prevedibile, le promesse “sociali” del SPD sono state da subito drasticamente sforbiciate. Quanto alla transizione ecologica e alla lotta al cambiamento climatico, alcuni hanno notato che nel contratto di governo si parla 198 volte di clima (su177 pagine), ma non si spiega come si pensi di finanziare le azioni concrete previste. I liberali hanno ottenuto anche i Trasporti e probabilmente riusciranno a rallentare l’uscita dal mercato di auto a benzina e gas, nei prossimi 4 anni (il nuovo governo ha avuto il plauso della lobby dell’auto).

Oltre al clima gli altri capisaldi del programma sono la digitalizzazione e un profondo rinnovamento dell’istruzione.

La presenza di Scholtz garantisce una fondamentale continuità in politica estera nel segno della riconferma del legame transatlantico; la nomina della verde Annalena Baerbock fa prevedere in più un riposizionamento verso la Cina e  la Russia  (e forse anche verso i paesi di Visegrad verso cui i Verdi vorrebbero maggiore durezza),  ma sempre con pragmatica attenzione agli interessi  tedeschi.

 

Il progetto sociale

Delle promesse elettorali di Scholz cosa è rimasto? Quasi certamente sarà aumentato il salario minimo a 12 € rispetto agli attuali 9,6. Ma esso  non si applica a tutti i lavoratori: sono esclusi gli apprendisti, i disoccupati di lungo periodo, gli interinali, i lavoratori part time,  settori come agricoltura, tessile, molte categorie del terziario (commercio, ristorazione). Questa situazione riguarda almeno 5 milioni di lavoratori, pari al 16% del totale, con un’alta presenza delle donne e dei giovani. I contratti a tempo determinato con lo stesso datore di lavoro dovranno essere limitati a sei anni e purché il limite temporale abbia una causa oggettiva. E’ prevista la costruzione di 400.000 nuovi appartamenti all’anno, 100.000 dei quali confluiranno nell’edilizia popolare sovvenzionata pubblicamente. Il “freno agli affitti” stabilito nel 2015 sarà esteso fino al 2029. Decisa anche una indennità di riscaldamento per i lavoratori a basso reddito. Misure che rivelano anche nella “ricca “Germania sacche di povertà. I tedeschi che nel 2019 vivevano sotto la linea di povertà erano 12 milioni (il 15,5% del totale) e come in Italia molti sono bambini. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare i poveri non si concentrano a Est, ma sono presenti in tutto il paese, ad es. nella Ruhr occidentale dove miniere e siderurgia sono in netto declino. Dal 1990 ad oggi, chi ha potuto usufruire delle rendite (da immobili o da azioni) si è arricchito, chi vive del suo salario e della pensione si è impoverito. Sono a rischio povertà gli anziani, le madri single e le famiglie numerose, nonostante il sostegno del governo alle famiglie con figli, certo più forte di quanto avvenga in Italia. A questo proposito verrà introdotto il Kindergrundsicherung, un assegno di base garantito per i figli, che raggrupperà tutte le misure di sostegno precedenti. Ci sarà un importo garantito indipendente dal reddito e un contributo aggiuntivo, che verrà invece erogato in base al reddito. Due settimane dopo la nascita di un figlio, i partner avranno inoltre due settimane di ferie pagate. Si sono perse per strada le promesse per asili e scuole elementari gratuiti, internet gratuito, sussidi per i trasporti pubblici nelle città, sovrattassa del 3% per i redditi superiori a 250mila euro annui da usare per ridurre le differenze sociali, l’accesso paritario alle cure mediche per tutti i cittadini.

E questo significa che più che nel futuro governo i lavoratori tedeschi devono avere fiducia nella propria capacità di organizzarsi e di lottare.

 Vuol dire anche che non è assurdo pensare a obiettivi comuni fra i lavoratori italiani e tedeschi, perché comuni sono i problemi, le ingiustizie sociali, l’incertezza del domani.

AM

 

 

Nota 1) La suddivisione dei seggi corrisponde al risultato elettorale dei tre partiti (25,7% dei voti all’Spd, il 14,8% dei vot ai Verdi  e l’11,5% all’Fdp)

L’SPD non ha ancora sciolta la riserva sui nomi. Invece per i Verdi il segretario generale Robert Habeck avrà la delega al ministero dell'economia e del clima. Annalena Baerbock sarà per contro la nuova ministra degli esteri. Cem Özdemir, ex leader del partito, sarà il ministro dell'agricoltura;  Steffi Lemdek andrà all’ambiente.

 







Pubblicato su: 2021-12-07 (11 letture)

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