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N50 Pagine Marxiste - Dicembre 2021
I MILLE GIORNI DI BOLSONARO



Il 27 settembre Bolsonaro ha completato 1000 giorni di governo. Li celebra nel pieno di una tragedia sociale, in un paese in lutto per più di 600mila morti da Covid-19, con una disoccupazione record, fame e miseria in aumento, indici economici in caduta, inflazione alle stelle e corruzione diffusa.
L’eredità che lascerà è quella dell’intero blocco politico e istituzionale al potere in Brasile, lacerato da lotte intestine ma unito in una sola voce quando si tratta di far pagare la crisi ai lavoratori, ai neri, agli indigeni, alle donne, ai giovani proletari e di reprimere con violenza ogni lotta che ne possa minacciare il potere.
Di seguito si riportano alcuni tratti della situazione attuale del paese, con i suoi contrasti sociali a tinte forti, i suoi record di indici socioeconomici e, secondo alcune analisi, il suo rapido scivolare verso il passato più cupo.

Pandemia

La politica sanitaria del governo Bolsonaro è responsabile di quasi 600.000 decessi per Covid-19 e oggi solo il 47% della popolazione ha concluso il ciclo completo di vaccinazioni. Il Ministero della Salute ha ospitato in pochi mesi tre ministri: un avvicendamento di criminale incuria e subordinazione ai dettami del leader, che ha creato il caos, la paralisi del sistema sanitario e milioni di vittime abbandonate a sé stesse e ai conflitti di potere alimentati dal clima elettorale (si vota nel 2022).
La crisi sanitaria che si è abbattuta sulla popolazione brasiliana si fa strada tra le menzogne negazioniste del presidente e del suo governo e una gestione priva di scrupoli della pandemia. Tra le cause di questa tragedia si possono ricordare: l’aver mantenuto esposti al contagio milioni di lavoratori, il ritardo nell’acquisto di vaccini e DPI e la promozione di cure fallaci (clorochina in primis), entrambe occasioni lucrose per far crescere clientelismo e corruzione, una campagna mediatica strumentale e menzognera, lo stato di abbandono e degrado del sistema sanitario pubblico, nessun sostegno economico al proletariato che coprisse la riduzione  o la sospensione dei salari e il costo della vita in drammatico aumento
Non si è trattato di impreparazione del governo nell’affrontare la pandemia, bensì di un calcolo premeditato per favorire i propri interessi elettorali e politici e quelli di un padronato impaziente di riattivare l’economia a tutti i costi, di uscire indenne dalla crisi sanitaria o meglio attrezzato per sfruttare più a fondo la classe lavoratrice.

Lavoro
La disoccupazione ha raggiunto il record del 14% sulla popolazione attiva: 14,4 milioni di proletari a cui si deve affiancare la fila di lavoratori informali (34 milioni) e coloro che lavorano in condizioni di semi schiavitù. La pandemia ha portato al 30% il numero di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano; una buona parte di questi sono usciti dal mercato del lavoro senza passare dalla disoccupazione. La regione più colpita è il Nord-Est e tra i proletari sono, oltre ai giovani, le donne e neri. A Pernambuco il 99,5% dei lavoratori licenziati sono donne, per la maggior parte collaboratrici domestiche.
La crisi ha fatto crescere anche il numero di lavoratori autonomi fino al record di 24,8 milioni. Tralasciando i microimprenditori professionisti, gli altri sono imprenditori per necessità, per la gran parte riders e venditori ambulanti.
Il lavoro a tempo determinato, in cui il lavoratore non ha diritto tra altre cose alla tredicesima, alla maternità, alla disoccupazione, è aumentato dal 2019 al 2020 del 34,8%.
Il dato sull’occupazione in crescita che viene rilevato dalle statistiche (nel primo semestre 2021 più di un milione e mezzo di posti di lavoro ‘formali’) nasconde il furto di diritti e di salario che i lavoratori neo assunti stanno subendo, penalizzati dalle giornate di lavoro ridotte, dalla precarietà ed estrema flessibilità degli orari, dall’assenza diritti.
Il governo ha approvato il Programma di Mantenimento del Lavoro e del Reddito, che a dispetto del nome non vieta i licenziamenti e gli arbìtri nei confronti dei lavoratori durante la crisi sanitaria ed è lo strumento ad hoc fornito alle imprese che permette loro di sospendere i contratti e ridurre la giornata di lavoro e i salari. E’ in discussione al Congresso la sua proroga e l’allargamento della casistica per procedere alla sospensione dei contratti.
Si verranno a creare lavoratori di seconda categoria, per lo più giovani, con meno diritti e tutele (nessun assegno di disoccupazione, l’accesso a pagamento alla giustizia del lavoro, possibili remunerazioni ‘in natura’...) ma ‘regolari’, che andranno a sostituire progressivamente la forza-lavoro più garantita.
Nel pubblico impiego l’espulsione di lavoratori è continua e ingente e non è iniziata con la pandemia. Dal 2016 al 2020 il taglio del personale è stato del 42,11%, solo in minima parte compensato da lavoratori a termine. La scuola e la sanità sono spesso in sciopero e scendono in piazza con prontezza, protestando contro condizioni di lavoro ed economiche insostenibili. Le lotte tuttavia sono sporadiche, isolate e a carattere corporativo.

Sfratti, fame e miseria

Mentre le famiglie si trovano in grande difficoltà a pagare gli affitti per la riduzione o la assenza di entrate, Bolsonaro blocca il decreto che vieta gli sfratti durante la pandemia e taglia del 98% i fondi del progetto ‘Minha Casa, Minha Vida’ a sostegno delle famiglie a minor reddito che rischiano di perdere la casa.
19,1 milioni di persone soffrono la fame (dato del 2020); in due anni l’aumento è stato dell’85%. 27,4 milioni vivono in estrema povertà, fenomeno in rapida progressione (tra gennaio 2019 e giugno 2021 si sono aggiunti 2 milioni di famiglie).  L’insicurezza alimentare coinvolge 116,8 milioni di brasiliani. Uno ogni tre bambini soffre di anemia da carenza di ferro: la carne è sempre più rara nella dieta delle famiglie proletarie del paese, primo produttore mondiale di carne bovina, per il suo prezzo elevato. Oxfam ha classificato il Brasile come uno dei tre focolai della fame mondiale, assieme all’ Africa del sud e all’India.
Nonostante tutto ciò il governo riduce l’importo dell’Aiuto d’Emergenza destinato a chi si trova in condizioni di indigenza e senza lavoro a 150 R$ mensili (24 euro) per nucleo familiare. Oggi i ‘beneficiari’ sono 46 milioni persone. Fino a dicembre dello scorso anno il contributo, erogato per affrontare le conseguenze della pandemia, era di 600 R$ e aveva spinto l’indice di gradimento del presidente ai massimi livelli. Il consenso è precipitato poco dopo la riduzione dell’assegno. 

Inflazione e costo della vita

In 10 mesi l’inflazione ha raggiunto il 10% e i prezzi dei beni di largo consumo sono schizzati alle stelle. I fagioli sono rincarati del 40,3%, il riso del 32,7%, la carne del 30%, persino il cavolo è aumentato del 75,3% e l’olio di soia del 67,7%. I prezzi della benzina, della luce e del gas hanno seguito lo stesso andamento e stanno soffocando le famiglie: la benzina è aumentata del 39,1%, una bombola di gas del 31,7%, il diesel del 35,4%, l’etanolo del 62,3% e una sovratassa sulla bolletta della luce del 50%.
 Il salario minimo di anno in anno perde valore: secondo DIEESE (Dipartimento Intersindacale di Statistica e Studi Socioeconomici), per non perdere potere d’acquisto dovrebbe essere di 5.422 R$, cinque volte il suo valore attuale (1100 R$= 176 euro). I lavoratori che vivono con un salario minimo sono oggi 30 milioni e 20 milioni sono neri. Oggi un paniere di beni di prima necessità costa in media il 54,23% del salario minimo. A São Paulo nel 2018, all’inizio del governo Bolsonaro, il valore del paniere era equivalente al 71% del salario minimo. A fine agosto di quest’anno ha raggiunto il 98% del salario minimo. Significa che si deve scegliere tra comprare da mangiare o pagare l’affitto.
Per questo le occupazioni di case e le favelas nelle città brasiliane si stanno estendendo: in 10 anni si sono quasi raddoppiate in numero ed estensione.

Diseguaglianza

Nel 2020 l’1% della popolazione brasiliana possedeva il 49,6% della ricchezza del paese (indice di Gini= 89). Nel 2019 era il 46,9% (indice di Gini = 88,2). Il Brasile supera la Russia (87,8) e gli Stati Uniti (85).
Il 71,4% delle famiglie è indebitato, un record nella serie storica, con un aumento del 4% in un anno. La diseguaglianza razziale, misurata integrando i valori di disparità di reddito, di istruzione e di aspettativa di vita, è più elevata nelle regioni più ricche del Brasile: il Sud-Est e il Sud.

La Riforma della Pubblica Amministrazione

Tra le ultime riforme reazionarie del governo quella della pubblica Amministrazione (PEC 32), in via di approvazione, è un attacco ai lavoratori e al settore dei servizi pubblici e sostanzialmente è la copia della Riforma del Lavoro del presidente Temer (2017) applicata al pubblico impiego. Prevede un imponente riduzione dei servizi di pubblica utilità come la scuola, la sanità, l’assistenza sociale, con un taglio sia di fondi che di posti di lavoro. Questi settori saranno gestiti da cooperative ed imprese private, con personale reclutato nominalmente, precario e sottopagato.

In sinergia con la estesa campagna di privatizzazioni che il Ministro dell’Economia Paulo Guedes sta portando avanti, la Riforma avrà conseguenze nefaste sia per i licenziamenti di massa che seguiranno sia per il degrado, quando non la cessazione, dei servizi resi, a tutto svantaggio delle famiglie proletarie, che non potranno permettersi i costi dell’offerta privata.

I salari dei dipendenti pubblici sono congelati dal 2017; in sette anni il Ministero della Sanità, l’INSS (Istituto di Previdenza Sociale), l’IBGE (Istituto di Geografia e Statistica), l’IBAMA (Istituto dell’Ambiente e delle Risorse Naturali Rinnovabili), per esempio, hanno perso tra un terzo e la metà dei loro dipendenti e i posti di lavoro rimasti vengono precarizzati progressivamente.

La Riforma è ancora ferma alla Camera grazie alle forti mobilitazioni e proteste organizzate da vari settori del pubblico impiego, una lotta che prosegue da 6 settimane articolata in interventi di vario genere (negli aeroporti per intercettare i parlamentari, nelle strade e nelle piazze con volantinaggi, cortei, blocchi stradali…).

Territori indigeni e ambiente

La Riforma Agraria è uscita da ogni piano del governo. L’INCRA (Istituto nazionale della Colonizzazione e della Riforma Agraria) è scomparso e con Bolsonaro non è stata effettuata nessuna regolarizzazione e delimitazione delle terre indigene.

Gli incendi continuano a divorare l’Amazzonia, il Cerrado e il Pantanal a ritmi inauditi, gli stessi ritmi dell’espansione della coltura di soia, degli allevamenti intensivi, dello sfruttamento minerario, dell’oro blu, del disboscamento per il commercio del legname. Nel 2020 la deforestazione è cresciuta del 9,5% rispetto all’anno precedente. Per favorire la propagazione del fuoco si fa uso anche dell’Agente Arancio, defogliante usato dall’esercito statunitense nella guerra del Vietnam e vietato in Europa.

Medi e grandi proprietari terrieri abbattono foreste e cacciano le popolazioni dei villaggi appoggiandosi su una legislazione fondiaria flessibile (e su un codice forestale introdotto nel 2012 dal governo PT) che favorisce l’occupazione di terre protette e la falsificazione di titoli di proprietà (grilagem). Il ‘disboscamento speculativo’ che ne deriva è una deforestazione praticata a livello industriale, dove si radono al suolo foreste molto estese utilizzando mezzi meccanici e centinaia di persone al lavoro, con l’obbiettivo di valorizzare le terre sul mercato fondiario. 

La decisione parlamentare sul ‘marco temporal’, lo stretto criterio temporale che deciderà sulla possibilità di demarcare le terre indigene, è stata più volte rimandata grazie alle continue proteste delle popolazioni coinvolte a cui hanno aderito studenti e lavoratori solidali e che hanno visto un indiscusso protagonismo delle donne indigene, non retrocesse nemmeno di fronte alla violenta repressione che si è abbattuta su di loro.

Molti interventi legislativi emanati dal governo garantiscono l’impunità ai responsabili della devastazione ambientale in atto e del lento genocidio dei nativi; ciò ha solleticato gli appetiti dell’agribusiness, delle compagnie petrolifere, delle imprese estrattive e di quelle edili, che predispongono l’apparato infrastrutturale necessario ad una penetrazione del territorio su ampia scala.

Per silenziare e togliere ogni ostacolo a questa operazione, numerosi organismi preposti alla salvaguardia di quelle regioni e alla difesa dei diritti delle popolazioni che le abitano sono stati disattivati: o tagliandone i fondi, o mettendovi a capo un militare, o eliminandoli del tutto. Ne sono un esempio l’Istituto di Ricerca Spaziale (INPE), principale testimone della entità e della localizzazione degli incendi; il suo bollettino periodico è stato messo a tacere; l’Istituto Chico Mendes, i cui responsabili sono stati sostituiti da militari; l’IBAMA (Istituto Brasiliano dell’Ambiente e delle Risorse Naturali Rinnovabili), che è stato chiuso e sostituito con il Consiglio Nazionale dell’Amazzonia Legale, composto da soli militari e presieduto dal vicepresidente generale Mourão.

La pandemia è stata per gli indigeni una sentenza di morte: privati di assistenza e strutture sanitarie adeguate, vittime del delirio negazionista del governo, del razzismo pianificato e del vorace interesse del capitale per le loro terre, truffati dalla propaganda su farmaci e cure presunti miracolosi (grandi quantità di clorochina sono state riversate nelle comunità indigene, sotto il controllo dell’esercito), sono stati falcidiati dal virus e rimasti orfani di molti loro leader di comunità.

 

DOVE VA IL BRASILE DOPO IL 7 SETTEMBRE?

La popolarità di Jair Bolsonaro sta diminuendo progressivamente. Aveva toccato il picco in corrispondenza del contributo, pur misero, concesso alla popolazione meno abbiente per sopperire alla perdita di lavoro e reddito con la crisi pandemica; una sorta di emulazione al ribasso di quanto stava facendo Trump negli Stati Uniti.

Ma dal novembre dell’anno scorso, quando termina l’erogazione di questo denaro, la valutazione negativa del suo governo comincia a salire (46%), fino a toccare oggi il 59%.

Trai suoi detrattori oggi si sono aggiunti anche settori della ricca borghesia, mentre persiste e si consolida il sostegno degli evangelici, ricambiato con cariche dirigenziali, benefici economici, esenzioni tributarie ed altre regalie.

La condotta di Bolsonaro è stata passata al vaglio per alcuni mesi da una Commissione Parlamentare d’Inchiesta, intenzionata a incastrare il presidente per le sue responsabilità criminali sulla crisi sanitaria, in realtà per rispondere all’esigenza del blocco politico di opposizione della destra di sedare la rabbia crescente della popolazione di fronte ad una tragedia di immani proporzioni e scagionare, per riabilitare,  la classe politica che ne porta altrettante responsabilità.

Sono state accusate, oltre al presidente, 65 persone tra ministri, deputati, medici, impresari e due imprese farmaceutiche. La relazione finale del 20 ottobre ha ridotto da 11 a 9 i capi di accusa, eliminando quella di genocidio e di omicidio di massa riferiti alla strage di indigeni. Sono rimaste le accuse di crimini contro l’umanità, di ‘ciarlataneria’ e di epidemia.

Nonostante questo il presidente, in vista delle elezioni del prossimo anno e dei sondaggi sfavorevoli che gli attribuiscono la metà dei voti rispetto al suo avversario, l’ex presidente Lula, non modera i toni, ma si è lanciato in una campagna aggressiva e provocatoria nei confronti dei poteri istituzionali (Congresso, Tribunali Giudiziari e magistratura), con risvolti da stato di polizia grazie all’azione delle sue squadracce armate.

Nello steso tempo si muove per stringere alleanze a lui favorevoli, acquisite distribuendo e ricollocando incarichi istituzionali, con i partiti di centro e centro-destra (il Centrão). In questo sforzo di consolidamento interno ha persino riabilitato il Ministero del Lavoro, precedentemente abolito, per lasciar posto ai preziosi alleati ed evitare di dover scomodare qualche esponente dell’altro suo imprescindibile sodale: l’esercito.

 

Ruolo e potere dei militari

Bolsonaro organizza il 7 settembre a Rio de Janeiro una manifestazione che nelle sue intenzioni doveva essere una sollevazione di massa dei suoi simpatizzanti di portata storica, con il fine di dare una svolta autoritaria alla crisi politica che langue da tempo senza vie d’uscita.
All’atto ‘golpista’ si presenta a fianco di Bolsonaro il generale Pazuello, ex Ministro della Sanità dimessosi recentemente per la scandalosa gestione della crisi sanitaria e oggi Consigliere per gli Affari Strategici, che risponde ancora all’Alto Comando militare.
Brasilia e São Paulo sono state le due piazze più partecipate, dove il presidente ha tenuto i suoi interventi dal palco.  A fronte della promessa di un milione e mezzo-due milioni di partecipanti, São Paulo ne ha accolti in piazza 125.000, più uno sproporzionato dispiegamento di polizia ed un folto gruppo di pastori evangelici. Un numero largamente inferiore se confrontato a quello delle proteste e delle manifestazioni di piazza organizzate per cacciare il presidente che si sono tenute in questo ultimo mese.
Bolsonaro voleva riprodurre la sollevazione statunitense del 6 gennaio in Campidoglio fomentata da Trump, per alzare la tensione e annunciare la rottura del patto istituzionale e offrire ai suoi avversari l’immagine forte della folla che acclama il potere ai militari. L’episodio tuttavia non è stato abbastanza forte da volgere i rapporti di forza in suo favore, nonostante la retorica muscolosa e le grandi risorse impiegate.
I comandanti dell’esercito, che si pongono come mediatori nel conflitto interistituzionale, come difensori della democrazia, della legalità e della morale, non hanno sollevato alcuna obiezione alla partecipazione del generale Pazuello.
Il Generale, esperto di logistica, è anche socio di numerose imprese di famiglia nella regione amazzonica, è stato Segretario al Tesoro del Governo di Roraima, dove si è occupato delle operazioni di contenimento dell’immigrazione venezuelana ed ha avuto un occhio di riguardo per i garimpeiros (cercatori d’oro, di minerali e pietre preziose) che invadevano le terre Yanomami. Non è solo uno dei principali artefici della conduzione criminosa della sanità durante la pandemia, ma come molti suoi colleghi di grado segue gli interessi del governo e del capitale agroindustriale nella regione amazzonica.  La sua figura fa il paio con l’ex ministro dell’Ambiente e delle Risorse Naturali Ricardo Salles, anche lui dimissionario dopo le accuse e le prove del suo coinvolgimento nel commercio illegale di legname nella regione.
Dall’episodio del 7 settembre si può capire che i generali dell’Alto Comando non hanno alcuna intenzione di aprire una crisi del governo Bolsonaro. Lo considerano ancora la miglior opzione per vincere Lula, per rafforzare la loro base sociale e giustificare il proprio ruolo mediatore tra interessi borghesi contrapposti.
Il potere militare si sta avvantaggiando non poco dal governo Bolsonaro: nemmeno al tempo della dittatura si è contato un numero così elevato di presenze delle FFAA nella pubblica amministrazione.  Secondo la Corte Federale dei Conti, i militari che occupavano posizioni solitamente riservate ai civili nel 2016 erano 2957; nel luglio 2020 sono 6157.
L’esercito è il maggior imprenditore del governo federale -detiene il 35% delle imprese -soprattutto per la costruzione di strade e infrastrutture. Anche per questo l’Amazzonia è al centro della sua attenzione.
Sette dei 23 ministri di governo sono ufficiali dell’esercito, della marina o dell’aeronautica e da costoro dipendono 16 delle 46 imprese controllate dallo stato, con remunerazioni che eccedono il limite imposto ai funzionari pubblici federali. Sono al vertice anche della holding di idrocarburi Petrobras.
Un salto di qualità nell’avanzamento del ruolo politico dei militari si è avuto con una risoluzione del TSE (Tribunale Supremo Elettorale) e del STF (Tribunale Supremo Federale) nel 2019 sul processo elettorale, in base alla quale le FFAA sono state incaricate di supervisionare il processo elettorale al pari del Pubblico Ministero.
Viceversa, il ruolo e la collocazione politica delle FFAA brasiliane sono stati la fortuna di Bolsonaro: privo di un suo partito, ha potuto riempire le fila del suo governo con personalità di peso politico indiscusso. Inoltre dispone di una polizia altamente politicizzata, attiva nella sua propaganda elettorale sui social e sui media con interventi per nulla moderati.
La convergenza ideologica tra i generali e Bolsonaro è irrigata da continue elargizioni di denaro pubblico. Nel 2021 il budget del Ministero della Difesa è stato di 11,8 miliardi di R$, al quarto posto tra i Ministeri. Recentemente il Ministero della Difesa ha chiesto un surplus di 1 miliardo di R$ per le sue casse.
Per sfruttare al massimo le opportunità offerte, da almeno un decennio i militari perseguono una strategia di professionalizzazione ben precisa: la loro formazione viene completata con lauree in amministrazione, comunicazione e gestione d’impresa, appoggiandosi alle due maggiori scuole di matrice neoliberista: la Fondazione Getúlio Vargas e la Fondazione Dom Cabral.
A differenza dei suoi predecessori, oggi l’esercito segue un progetto marcatamente liberista; i rapporti con il Ministro dell’Economia Guedes sono eccellenti: l’estesa campagna di privatizzazioni degli ultimi gioielli di casa (Electrobras, Petrobras, poste, trasporti, aeroporti…) offre un piatto appetibile che rinsalda l’alleanza.
I principali media brasiliani e parte della sinistra sostengono ancora che i militari, o almeno una loro parte, siano i garanti della legalità e delle istituzioni democratiche. Altri invece allertano della pericolosa deriva di regime e dell’imminenza di un golpe militare.
Lo stretto rapporto tra ‘Bancada de Bala’ (la lobby militare) e governo non è nato con Bolsonaro. Con Bolsonaro la relazione si è solo resa pubblica.
I governi PT, ad esempio, hanno sempre rispettato i privilegi e il ruolo politico dei militari, hanno garantito loro impunità e tolleranza anche di fronte ai loro interventi repressivi.  Basti ricordare la mattanza e le violenze della ‘Forza di pace’ ad Haiti, diretta dal Brasile, le missioni punitive nelle favelas di Rio, culminate con i giochi olimpici (2016) e la coppa del mondo di calcio (2014).

Lula ha preferito mantenere il silenzio sul caso Pazuello e in un discorso al sindacato dei metallurgici ha assicurato che qualora eletto, manterrà buone relazioni con le FFAA e si garantirà il loro appoggio.

Lula non si vede ad alcuna manifestazione per il ‘Fora Bolsonaro’; assente anche il 2 ottobre, giornata indetta dall’opposizione di destra e di sinistra per dare la spallata al presidente (le 8000 persone in piazza a São Paulo erano solo della sinistra, perché la destra ha disertato l’appuntamento).



Fonti:


sito CSP-Conlutas 26/01; 16/07; 04/08; 17,22,27,28/9;13,14,18/10/21


Valor Econômico 11,15/03/21; 29/04/21


Esquerda Diário 11,17/03; 09/05; 01,22,30/06; 29/07; 5,11/08; 08,20,27,30/09; 05,18/10/21


Folha de São Paulo 22/07; 05/09/21


Le Monde Diplomatique giugno 2021




PZ

Pubblicato su: 2021-12-07 (90 letture)

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