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N48 Pagine Marxiste - Gennaio 2020
A 10 anni dalla Grande Crisi
Dinamica del capitale e del proletariato



Oltre un decennio dopo lo scoppio della Grande Crisi del 2008, è ora di farne un bilancio. Un bilancio duplice: il bilancio del capitale, e quello del proletariato. Due bilanci che sono ovviamente molto diversi.
Il bilancio del capitale, o perlomeno l’umore della classe capitalistica, della borghesia, è sintetizzato dagli indici di Borsa, che dopo essere caduti nell’anno della crisi hanno segnato nuovi massimi (vedi riquadro). Non si tratta di esaltazione psicologica, di investitori drogati, si tratta di capitale fittizio sì, che come si è gonfiato nelle quotazioni dei listini di Borsa può sgonfiarsi da un momento all’altro alla prossima crisi finanziaria, ma che tuttavia sta fruttando profitti reali, prodotti nello sfruttamento di milioni e milioni di proletari, dal loro lavoro, nella tensione di muscoli e cervello. Il valore delle azioni è a livelli altissimi, ma è cresciuto in parallelo con il livello dei profitti, che sono la misura del successo della borghesia e della “salute” del capitalismo, più degli stessi ritmi di crescita. Sappiamo che prima o poi le Borse dovranno cadere, insieme al livello dei profitti, perché il capitalismo ha un andamento ciclico di espansione e crisi. Ma negli anni seguiti alla Grande Crisi i profitti sono stati elevati.
Come massa hanno superato i profitti di ogni ciclo precedente. Ma anche come incidenza sulle vendite sono su livelli storicamente elevati. Il capitale come forza sociale mondiale, la borghesia come classe internazionale ha di che compiacersi: dopo la paura della Grande Crisi ha goduto di uno dei periodi più prosperi della sua storia. Non c’è una contabilità mondiale dei profitti. Abbiamo però una contabilità dei profitti dei primi 500 gruppi economici del pianeta, che hanno, da soli, un peso enorme nella produzione mondiale di valore e plusvalore.

Nella Tab. 1 abbiamo sintetizzato alcuni dati relativi ai 500 più grandi gruppi di imprese del mondo, forniti dalla rivista Fortune. Queste fortezze del capitale hanno vendite pari al 38% del prodotto mondiale (32 trilioni 664 miliardi di dollari nel 2018, rispetto a un prodotto lordo mondiale che per lo stesso anno il FMI stima pari a 84 trilioni 929 miliardi di dollari). Dalla Tab. 1 vediamo come in poco più di vent’anni questi 500 colossi hanno raddoppiato i loro dipendenti, da 35 a quasi 70 milioni di lavoratori (in media da 70 a 140 mila per gruppo, senza contare tutti i dipendenti indiretti negli appalti e imprese fornitrici). La loro forza economica e sociale è quindi raddoppiata, perché comandano un numero doppio di lavoratori. Le vendite (il fatturato) di questi gruppi sono aumentate dell’86% in termini reali, ma i profitti sono più che quadruplicati, sempre in termini reali (ossia in dollari a valore costante).
Dopo una caduta di oltre il 40% tra il 2007 e il 2009 i profitti sono ritornati su livelli storicamente elevati, fino a raggiungere il massimo storico nel 2018 con 2.154 miliardi di dollari correnti. Per il grande capitale internazionale, grazie agli intereventi degli Stati, governi e banche centrali, la crisi era già superata nel 2010.
Lo sfruttamento è aumentato: i profitti per dipendente sono quasi raddoppiati rispetto agli anni ’90, con oltre 31 mila dollari di utili netti in media per ciascun dipendente (26.750 in dollari del 2009), ai quali sono da aggiungere gli interessi sui debiti, pagati a banche e possessori di obbligazioni, e le tasse, dirette e indirette. Ciò significa oltre 2.500 dollari al mese di profitti per ogni lavoratore! Così tanti profitti che il capitale fa fatica a reinvestire “produttivamente” (ossia in modo che il nuovo capitale frutti profitti ancora maggiori). Per questo buona parte dei profitti viene pagata agli azionisti come dividendi, lasciando loro il gravoso compito di trovare il modo di reinvestirli o consumarli (ma, si capirà, trovare come consumare milioni di dollari in un anno è un grosso problema, che i proletari fortuna loro non hanno), e negli ultimi anni si è assistito, oltre alla riduzione dei debiti delle imprese, a un forte movimento di buyback, ossia di riacquisto di azioni proprie, con cui gli azionisti incassano grosse plusvalenze, perché vendono a quotazioni stratosferiche. Anche le retribuzioni e gli emolumenti plurimilionari ai top manager rappresentano quote di profitto contabilizzate come “costo del lavoro”.
Azionisti, top manager, banche hanno poi investito le rispettive quote di plusvalore sui mercati finanziari internazionali, che hanno incanalato una parte dei capitali eccedenti verso i “mercati emergenti” che promettono profitti più alti. Dopo la grande crisi del 2008-09 il capitale mondiale ha quindi avuto un intero decennio di vacche grasse. Come vedremo, il proletariato internazionale non ha goduto di queste vacche grasse, tranne che in alcune aree. Su scala mondiale tuttavia il proletariato ha continuato la sua grande crescita numerica.
Il numero dei lavoratori salariati è un indicatore che rappresenta allo stesso tempo il bilancio del capitale e quello del proletariato.
Per il capitale rappresenta il numero di braccia e di cervelli che riesce a sottomettere al proprio dominio, a farli lavorare per il padrone (o gli azionisti), e a cedere loro il prodotto del proprio lavoro. Per il proletariato il numero rappresenta la massa della propria classe, la sua forza potenziale. Nel decennio 2008-2018 il numero dei lavoratori salariati, secondo le stime dell’ILO (International Labour Office) l’agenzia dell’ONU per il lavoro, è aumentato di 274 milioni, con un incremento medio annuo leggermente inferiore ai primi anni 2000, ma superiore agli anni ’90. Il numero dei lavoratori salariati è così salito da circa 1 miliardo nel 1991 a 1,7 miliardi nel 2018. Un aumento di ben 700 milioni nel corso di una generazione.
Nel 1991 i lavoratori salariati costituivano ancora una minoranza, il 44% di tutti i lavoratori attivi e in qualche modo occupati; nel 2018 sono saliti al 52%, sono diventati la maggioranza dei 3,3 miliardi di persone occupate. Su 100 nuovi occupati nel decennio 2008-2018, ben 80 sono salariati. Uno sguardo alla Tab.2 ci mostra che la quota dei lavoratori indipendenti è rimasta pressoché costante intorno a un terzo del totale, mentre è diminuita di 8 punti la quota dei “coadiuvanti familiari” (ad esempio la moglie o il figlio del contadino che lavorano nell’azienda agricola di famiglia, spesso senza una retribuzione). Questi dati ci dicono che nel mondo è in corso la disgregazione della famiglia contadina tradizionale, con i figli e le figlie che abbandonano i campi e vanno a lavorare come lavoratori dipendenti.
La situazione è tuttavia molto differenziata per continenti e regioni.
fig 1 - distribuzione dell'occupazione per settori aggregati, 1991 e 2018(%) La Fig. 1 evidenzia questo passaggio dall’agricoltura agli altri settori per i paesi a reddito basso, medio-basso, medio-alto e alto. Come evidenziato dalla Tab. 3, le due aree dove ancora prevale il lavoro autonomo sono l’Africa Subsahariana e l’Asia Meridionale (soprattutto India, Pakistan, Bangladesh), che contano oltre un miliardo di lavoratori, di cui solo circa un quarto salariati. Il Sudest Asiatico è al 50%, e l’Asia Orientale (Cina, Taiwan, Coree, Giappone) al 56%; in Nordafrica, Asia Centrale e Occidentale (Medio Oriente) e America Latina i salariati sono intorno ai due terzi del totale, in Europa tra l’85% e l’88%, e in Nordamerica vicini al 93%. Sempre la Tab. 3 ci mostra il ritmo di proletarizzazione nelle varie aree. Come c’era da aspettarsi è nelle metropoli europea e nordamericana che troviamo la maggiore quota di lavoratori dipendenti. Qui il processo di proletarizzazione era già in stato avanzato nel secolo scorso, e dal 1991 vi è stato un ulteriore incremento di 3 punti, all’85% in Europa Occidentale e al 93% in Nordamerica, mentre in Europa Orientale (Russia inclusa) il crollo del sistema a capitalismo di Stato e il processo di privatizzazione hanno inizialmente provocato un incremento di 5 punti del lavoro indipendente, ma la concentrazione che ne è seguita ha riportato i salariati all’88%. Sempre considerando l’arco di una generazione (1991-2018) è però l’Asia il continente dove più alto è stato il ritmo di proletarizzazione, con un aumento intorno ai 20 punti in Asia Orientale (dal 36% al 56%) e nel Sudest Asiatico (dal 31% al 50%). In Asia Occidentale (Turchia e Caucaso) l’incremento è stato di 16 punti, nel Nordafrica, negli Stati arabi del Medio Oriente, e nell’Asia Centrale e Meridionale tra gli 8 e i 10 punti, ma su livelli molto diversi, che vanno dal 27% di salariati in Asia Meridionale all’81% degli Stati arabi (un livello vicino all’Europa). L’Africa Subsahariana è il fanalino di coda con un aumento di 4 punti in 28 anni, per arrivare solo al 23% di salariati nel 2018. Proiettando nel futuro l’esperienza del passato, possiamo dire che grosso modo l’Asia, escluso il subcontinente indiano, e l’America Latina completeranno il processo di proletarizzazione nell’arco di una generazione, mentre per il subcontinente indiano e l’Africa saranno necessarie almeno due generazioni di forte dinamica capitalistica. D’altra parte in entrambe le regioni l’ultimo decennio ha visto un’accelerazione rispetto ai ritmi del XX secolo (si vedano le ultime due colonne della tabella).

Lavoratori irregolari

Questi dati ci danno tuttavia solo un primo quadro molto parziale della condizione sociale delle forze lavoro mondiali. Innanzitutto una parte di esse (172 milioni) sono disoccupate (secondo la definizione restrittiva per cui non devono aver lavorato neppure un’ora, e devono avere cercato attivamente un lavoro nella settimana). Inoltre tra gli stessi lavoratori salariati vi sono differenze enormi, oltre che nel livello dei salari, nel grado di precarietà e di protezione sociale. Tutti i proletari sono accomunati dal fatto di non essere padroni dei mezzi di lavoro e dover vendere la propria capacità lavorativa in cambio di un salario/stipendio, ma tra il bracciante agricolo a giornata e il funzionario statale con impiego fisso presumibilmente a vita la differenza è abissale, con molte gradazioni nel mezzo. Secondo l’ILO a livello mondiale opera nell’“economia informale” il 40% dei lavoratori dipendenti, ossia 680 milioni. Economia informale significa: nessuna protezione sociale, niente contributi né tasse, niente diritti quali ferie, permessi, malattia e maternità retribuite, tredicesima, ecc. Opera nell’economia informale anche l’85% dei lavoratori indipendenti: anche qui c’è una enorme differenza tra il professionista con uno studio affermato e il contadino senza attrezzature meccaniche, il piastrellista in cerca di giornate di lavoro, il venditore ambulante. Per questo occorre distinguere tra la “piccola borghesia” in senso proprio, che ha lavoratori alle proprie dipendenze, e i “lavoratori autonomi”, che soprattutto nei paesi a basso sviluppo capitalistico vivono in condizioni anche peggiori di quelle dei lavoratori dipendenti, perlomeno di quelli regolari. Ma mentre questi autonomi sono costretti a una lotta individuale sul mercato, autosfruttandosi per la sopravvivenza, i lavoratori salariati hanno in comune la contrapposizione al capitale, alla borghesia che li sfrutta per arricchirsi appropriandosi di ciò che producono.

Crescita ineguale
Questa dinamica delle forze lavoro costituisce la base della dinamica della produzione mondiale, che per più del 90% avviene secondo il modo di produzione capitalistico, quindi ha quale base la massa del lavoro salariato (in India ad es. si stima che i lavoratori dell’economia informale abbiano una produttività pari a poco più di un decimo rispetto ai salariati delle aziende capitalistiche strutturate).
La Fig. 3 mostra la dinamica del Prodotto Lordo mondiale per grandi aggregati a partire dal 2007, anno precedente la crisi del 2008-2009.
Come si può osservare, solo le “economie avanzate”, e in parte l’America Latina, hanno avuto una caduta nel 2008-2009. Rispetto a un prodotto mondiale che nei 12 anni è aumentato del 50%, il bilancio è il seguente:
- i paesi emergenti e in sviluppo in generale hanno avuto un aumento di quasi l’80%, ma differenziato:    
- i paesi emergenti dell’Asia hanno più che raddoppiato il prodotto +128%;    
- Africa Sub-sahariana: + 64%    
- la fascia che comprende Nordafrica-Medio Oriente-Asia Centrale: +46%;    
- America Latina + 24%, con stagnazione dopo il 2013;
- Paesi avanzati +18%, UE + 14% (di cui Italia: -4%).
Se però vogliamo avvicinarci all’andamento del tenore di vita delle popolazioni, è utile considerare il dato del Prodotto procapite, perché diverse sono le dinamiche demografiche (stagnanti nelle metropoli, moderate nei paesi emergenti, e ancora in forte crescita nei paesi in via di sviluppo a reddito basso e medio-basso, soprattutto dell’Africa). Dalla figura osserviamo come, mentre i paesi emergenti dell’Asia raddoppiano il prodotto pro-capite e l’Europa dell’Est, in calo demografico, ha un incremento del 28%, l’Africa Subsahariana non raggiunge il 20% di incremento, e l’America Latina con +8% e l’area Nordafrica-Medio Oriente-Asia Centrale con il +10% ristagnano al pari delle metropoli. Per l’America Latina vi è un peggioramento assoluto negli ultimi 5 anni. Anche se il rapporto non è meccanico, non è un caso che America Latina e Nordafrica-Medio Oriente vedano in questi mesi i più forti movimenti di protesta. In Asia Orientale, all’interno di una crescita generale della produzione e del reddito, c’è stato spazio anche per notevoli aumenti salariali, spesso risultato di dure lotte operaie, soprattutto in Cina e nei paesi del Sudest asiatico.
Secondo l’ILO nel periodo 1999-2017 i salari dei paesi a reddito basso e medio sono quasi triplicati, a fronte di un aumento del solo 9% nei paesi ad alto reddito: è quindi in atto una iniziale riduzione del divario tra i salari dei paesi ricchi e quelli dei paesi poveri, anche se le distanze restano enormi. Questo processo ha ridotto la massa di lavoratori in povertà assoluta, mentre si allarga il divario tra borghesi e proletari all’interno dei vari paesi, come risulta anche dalle Figg. 4, 5 e 6.



Da questi dati non risulta una chiara corrispondenza tra andamento dei salari e movimenti di protesta. Le proteste di strada, a carattere politico prima che economico, seguono dinamiche diverse dalle lotte economiche sindacali, a base aziendale o di categoria. In diversi paesi, specie dell’Asia, dove a seguito dell’espansione dell’economia la disoccupazione è scesa a bassi livelli, diffuse lotte sindacali hanno portato a significativi aumenti salariali, che hanno attutito le tensioni sul piano sociale e politico generale (vedi Cina con un raddoppio dei salari, Vietnam e India + 68% e +62%, Indonesia e Bangladesh con aumenti superiori al 40% nei 9 anni).

Le cause dei sollevamenti sociali
Le masse entrano in movimento a seguito di una combinazione di fattori, connessi soprattutto alla percezione dell’ingiustizia e dell’oppressione sociale. Non è tanto il livello assoluto dei salari o della povertà a indurre le masse a scendere in piazza, ma la percezione del crescente divario ricchi/poveri, la mancanza di protezione sociale in caso di malattia o invalidità, l’assenza di scuole gratuite per i figli, l’esosità dei trasporti e degli affitti, la discriminazione a base etnica o religiosa o di genere, l’arbitrio poliziesco e della burocrazia, la corruzione di politici e funzionari… Da questo punto di vista, il quadro sociale si delinea più chiaramente se usciamo dai dati medi e prendiamo in considerazione le ineguaglianze sociali. Secondo il World Inequality Report (WIR) 2018 (redatto da un’equipe che comprende Thomas Piketty, autore del libro sulle ineguaglianze Il capitale nel XXI secolo), tra il 1980 e il 2016 a livello mondiale l’1% più ricco della popolazione ha “catturato” il 27% della crescita del prodotto, mentre al 50% più povero è andato solo il 12% - pur quasi raddoppiando il proprio reddito.
La popolazione che si colloca tra il quinto e il nono decile di ricchezza (in maggioranza, salariati nei paesi ricchi), ha visto il proprio reddito crescere meno del 50% nei 36 anni (vedi Fig. 7). La moltiplicazione del reddito e delle ricchezze dei capitalisti (lo 0,001% che dal grafico risulta essersi enormemente arricchito in questo periodo rappresenta 70 mila persone nel mondo, i grandi capitalisti) indica una crescente concentrazione della ricchezza, frutto di un crescente sfruttamento delle grandi masse, concentrazione che renderà più facile l’“espropriazione degli espropriatori”.
Sempre secondo il WIR nel 2016 il 10% più ricco della popolazione aveva il 37% del reddito in Europa, il 41% in Cina, il 46% in Russia e il 47% negli USA, raggiungendo il 55% nell’Africa Subsahariana, in Brasile e in India, e il massimo del 61% nel Medio Oriente (dove quindi al 90% della popolazione resta il 39% del reddito).

L’America Latina e i paesi arabi, le regioni dove sono in corso le più estese e persistenti lotte, sono le regioni con la più forte ineguaglianza sociale. È la combinazione tra stagnazione del reddito medio procapite e stridente diseguaglianza sociale che ha creato la miscela sociale esplosiva che ha innescato le proteste e sommosse in America Latina e nei paesi arabi. Tra le maree umane che hanno invaso le strade d’Algeria, del Sudan, del Cile, Ecuador, Haiti, Libano, Iraq, Iran prevale di gran lunga l’elemento proletario.
È questa comunità di classe che ha portato questi milioni di persone a scendere in strada insieme, al di là delle differenze di religione e di etnia che fino a ieri sono state usate per dividerle e soggiogarle, e che ancora vengono utilizzate dai populisti di grandi paesi come l’India, dove il proletariato è ancora una minoranza, ma anche dai populisti nostrani alla Salvini e Le Pen, che lanciano i proletari locali contro quelli immigrati.
La crescente proletarizzazione in tutte le parti del mondo tende a rafforzare la comunità di classe e spingere le proteste in una direzione anticapitalista, ma non è un processo automatico, occorre portare in queste lotte una chiara linea di classe e sconfiggere il populismo reazionario che opera per deviare risentimenti e proteste sociali dalla classe dominante a settori della stessa classe oppressa o verso “lo straniero". Per quest’azione occorrono organizzazioni politiche rivoluzionarie e internazionaliste, radicate nella classe lavoratrice, che vadano oltre la protesta e pongano la questione del rovesciamento del capitalismo e del potere borghese, del passaggio da una società divisa in classi a una società senza classi, dell’abolizione del lavoro salariato, soluzioni ormai storicamente mature su scala globale, ma che non sono ancora nelle corde delle attuali proteste e sollevazioni popolari. ■







Pubblicato su: 2020-01-23 (245 letture)

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