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N°47 Pagine Marxiste - Giugno 2019
Novità editoriale. Fascismo e populismo
introduzione a “Il fascismo come movimento di massa” di Arthur Rosenberg”, Quaderni di Pagine Marxiste


“Il fascismo come movimento di massa”, opera sinora rimasta inedita in italiano, viene scritto da Arthur Rosenberg nel 1934, quindi “a caldo” rispetto ad un fenomeno affermatosi in Europa proprio in quegli anni (in Italia nel 1922, in Germania nel 1933) e che stava facendo “proseliti” non solo nel Vecchio Continente ma anche nelle Americhe (pur rimanendo negli USA - ad esempio -  un fenomeno poco più che folkloristico).

Alla fine dei conti, a parte le già citate “nazioni d’origine”, e la loro propaggine nella Spagna franchista del ’39 dopo una sanguinosissima guerra civile, questa “nouvelle vague” totalitaria di estrema destra non ebbe modo di affermarsi in altre realtà capitalisticamente significative, cadendo poi rovinosamente per effetto della seconda guerra mondiale imperialista.
Ma allora, all’incirca verso la metà degli anni Trenta del secolo scorso, il fascismo sembrava viaggiare col vento in poppa.  In Italia era “Regime” a tutti gli effetti, ed il consenso di massa reale, con gli oppositori più irriducibili relegati nell’emigrazione, al confino, o nelle Patrie Galere.  In Germania il proclamato “Stato Nazista” doveva diventare realtà in meno di due anni, “surclassando” in efficienza il fascismo italiano.
Arthur Rosenberg, dopo varie peripezie politiche che lo portano dal comunismo di “sinistra” alla socialdemocrazia (senza che egli aderisca però ufficialmente a quest’ultima), scrive il libro che presentiamo in qualità di “osservatore diretto” dell’ascesa del nazismo in Germania, dopo che egli aveva già affrontato come dirigente dell’Internazionale Comunista la presa del potere fascista in Italia.
La sua passione di storico, oltreché di militante del movimento operaio, lo aveva portato ad accumulare tutta una serie di riflessioni che riteniamo opportuno riproporre al lettore italiano. 
Il nucleo di esse ruota attorno alla questione della “presa di massa” del fascismo.  L’Autore si chiede cioè quando e come il vecchio liberalismo borghese di stampo ottocentesco sia diventato una forma superata per le classi dominanti della borghesia industriale ed agraria (quest’ultima identificata erroneamente con un inesistente revival “feudale”).  Si interroga sulla natura “piccolo” e “grande” borghese del fascismo.  Sul fatto se esso rappresenti o no la “fase ultima” del capitalismo putrescente.  Sulle tecniche “moderne” adottate dal fascismo: vuoi in merito al “terrore extra-legale” usato spregiudicatamente contro il “nemico interno” (identificato parossisticamente con l’ebreo ed il sovversivo, o comunque con il soggetto “antinazionale”); vuoi in merito all’utilizzo di campagne di massa sostenute dalla mobilitazione dei ceti “popolari”.  Non mancano poi valutazioni sul legame tra sconfitta operaia ed avvento del fascismo; così come è presente una attualissima analisi sul “populismo fascista”, consistente nel “far apparire come anticapitalista nei pubblici comizi un movimento che serve gli interessi del grande capitale.” 
Ora, fatta la tara sul linguaggio proprio di un’epoca dove l’anticapitalismo aveva una presa tra le masse proletarie, è esattamente un simile atteggiamento ideologico (e parolaio) contro i “poteri forti”, le élite, le “oligarchie” ciò che caratterizza il messaggio dell’odierno populismo. Sia esso di matrice fascista o di altra natura.
Il problema politico che tale posizione comporta è enorme.  
Dal momento che per i populisti il nemico non è la borghesia internazionale, ed in primo luogo quella del proprio paese, ma le non meglio identificate “caste”, le “cricche  finanziario-speculative”, le “burocrazie” più o meno “sovranazionali”, nel mentre viene salvaguardata “l’imprenditoria nazionale”, il profitto degli “onesti”, le “naturali” disuguaglianze di classe,  dando addosso a chi “non rispetta la legge” (operai in sciopero, senza-casa che occupano, immigrati)… dal momento che il canovaccio è questo, è evidente come non ci sia spazio per qualsiasi mediazione tra populismo e comunismo, tra populismo e lotta proletaria.
Tale aspetto di una simile, attualissima, questione viene sviluppato egregiamente, seppur “a caldo” e riferito al solo fascismo, dal testo di Rosenberg.
Il quale ha pure il pregio di soffermarsi adeguatamente sulle tecniche, per certi versi “moderne”, di una penetrazione e mobilitazione di massa “anticapitalista” diretta alla fin fine non solo a rafforzare il capitalismo, ma a far sì che esso potesse sprigionare al meglio tutta la sua virulenza revanscista, nazionalista, guerrafondaia.   
Ecco, al di là della presa di distanza da numerose tesi espresse nell’opera di Rosenberg, retaggio di un passaggio quantomeno bizzarro dell’Autore dall’”ultrasinistra” alla socialdemocrazia, cosa che discutiamo nell’Anatomia del populismo fascista, ci sembra comunque che il solo porre il problema del ribaltamento di moti rivoluzionari nel loro contrario meriti di per sé stesso l’impegno della lettura.
Fatti tutti i distinguo del caso rispetto a quel contesto, vuoi per fase economico-sociale, vuoi per situazione storica, ci sembra però cogente il tema del modo attraverso cui le classi dominanti riescono ad utilizzare un proletariato sconfitto e tartassato in una direzione che, invece di risolvere la sua situazione, la aggrava.
Rosenberg  infatti mette  assai chiaramente in mostra i “passaggi” - materiali ma anche ideologici – che preparano l’avvento del fascismo:  l’affermarsi del capitalismo monopolistico,  l’esigenza dell’intervento dello Stato in economia, la prima guerra mondiale con tutti i suoi “derivati” (il reducismo, il sorgere dalle trincee della “società di massa”, l’uso sistematico della violenza come “vera” risoluzione del contenzioso tra Stati), il dopoguerra, la crisi irreversibile degli involucri politici borghesi dell’‘800, l’intrecciarsi dei miti “modernisti”, nazionalisti e razzisti.  E ancora: il “pericolo rosso” irradiatosi dall’Ottobre bolscevico che turba il sonno alla borghesia di tutto il mondo; la quale vede in ogni sciopero, in ogni rivendicazione delle masse proletarie esasperate la prova provata di un “complotto” da stroncare con ogni mezzo …
Ma se tali presupposti servono per dare un piedistallo al fascismo, da ciò non deriva affatto che il fascismo fosse “inevitabile”.  L’ultimo “ritrovato” del capitalismo nella sua fase “agonica”, come   semplicisticamente in troppi si trovarono a sostenere dalla stessa sponda comunista.
Il fascismo fu il risultato della sconfitta della rivoluzione proletaria. Sconfitta che esso certamente contribuì a determinare, ma che venne sostanzialmente ad opera di un concerto di forze borghesi delle più svariate provenienze: dal tradimento (o dalla passività) socialdemocratica agli apparati dello Stato liberal-democratico; dalla “discesa in campo” delle chiese al terrorismo delle squadre fasciste appunto. E, comunque, fu esso il prodotto apertamente reazionario di borghesie imperialiste “particolari”, non il battistrada di un futuro che avrebbe dovuto mettere in contraddizione il dominio del capitale con l’esercizio della democrazia borghese.
Fa bene Rosenberg a sottolineare come il fascismo non sia un fenomeno “piccolo-borghese” bensì “il capitalismo controrivoluzionario sotto la maschera popolare”.   Da questo punto di vista, esso ha aperto un’epoca  – quella dei  “movimenti di massa borghesi” e delle “organizzazioni di massa borghesi” nella fase imperialista –  che altri si sono successivamente preoccupati di tradurre in ben più durature forme di potere, spesso addirittura in nome dell’“antifascismo”… Si pensi solo, stando in Italia, a come è stata “ribaltata” la Resistenza (sorta come genuina reazione proletaria ai disastri del fascismo e dell’imperialismo) o all’utilizzo riformista del ciclo di lotte operaie e studentesche iniziato nel 1968. 
Ma, ciò detto, e riaffermato col Rosenberg che, “nel complesso, il fascismo non ha introdotto elementi fondamentalmente nuovi nel quadro della moderna lotta di classe”, rimane comunque il problema di mettere bene a fuoco che il fascismo contiene certamente massicce dosi di populismo, ma non si esaurisce in esse.  Così come rimane l’assoluta esigenza di chiarire, per noi che affrontiamo la storia come militanti politici e non come cattedratici, che l’alternativa al fascismo non è la democrazia borghese ma il comunismo.
Cose, queste ultime, che il Rosenberg o sorvola o mistifica; forse per il fatto di non essere mai riuscito, dai risvolti drammatici che pure lo investirono, ad elaborare una teoria politica compiuta.
Ad ogni modo, come detto poc’anzi, crediamo valga la pena di cimentarsi nel confronto con questa opera di Arthur Rosenberg.  
Non perché essa abbia la proprietà di proporci delle “novità” in quanto tali.  Passati ormai ottantacinque anni dagli eventi descritti, abbiamo sottomano una sterminata letteratura, anche di scuola marxista, che ha messo sul tavolo una notevole mole di documenti a riguardo.
Rimane però il problema, che da storico diventa di stringente attualità politica, e che Rosenberg affronta senza timori di sorta, di come la borghesia riesca a tradurre in reazione, a deviare, ad irreggimentare, ad “assorbire” quelle energie del proletariato che altrimenti potrebbero assumere forme di aperta opposizione al sistema della schiavitù salariata.  Energie che, nonostante decenni di salassi salariali, di abolizione di diritti, di precarizzazione della vita in tutti i suoi aspetti, nonostante il bassissimo livello di “appeal” di partiti parlamentari ed istituzioni, vengono oggi dirottate perlomeno elettoralmente e “sentimentalmente” nell’alveo populista/sovranista.
Diremmo di più.  Come il populismo fascista nasce in fin dei conti dal fallimento del liberalismo classico ottocentesco, così il populismo odierno, in tutte le sue accezioni, è figlio del fallimento del liberismo imperialista (delle sue forme politiche e dei suoi camaleontici partiti), sorto un quarantennio fa e assurto ai fasti di “pensiero unico” alla caduta del cosiddetto “socialismo reale”.  
La differenza, non di poco conto, sta nella lotta resasi necessaria per affermare i due populismi.
Mentre quello fascista dovette piegare col ferro e col fuoco un proletariato incanalato comunque, seppur tra ritardi ed errori, nel percorso rivoluzionario comunista, quello odierno (per molti aspetti ancora in corso d’opera) ha dovuto solo raccogliere gli avanzi di una “socialità” bistrattata e depressa di quella che un tempo fu la “sinistra”, e volgerla in rancore contro gli immigrati.  Una gigantesca opera di “svuotamento” di una identità popolare in nome del “populismo”: condotta anch’essa con l’appoggio dello Stato, ma senza bisogno di distruggere fisicamente (per ora) un movimento operaio già adeguatamente messo a tacere dai loro predecessori “liberisti”, “democratici”, “progressisti”, “europeisti”…
Anche se, stando solo in Italia, il varo di leggi repressive contro “chi non ci sta”, fa già da preludio a forme se non di “fascistizzazione” dello Stato, perlomeno ad involuzioni “autoritarie” dello stesso.
Per tutti questi motivi noi riteniamo utile riprendere le riflessioni sull’avvento della forma fascista del dominio borghese, di cui Rosenberg ci dà una panoramica interessante. Seppur, come detto, da prendere sempre criticamente, cercando di volgerla all’esperienza viva di quasi un secolo di lotta proletaria internazionale. 

Graziano Giusti



 




Pubblicato su: 2019-06-24 (103 letture)

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