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N47 Pagine Marxiste - Giugno 2019
Un raggio di lotta su Prato

 


In Italia i lavoratori non scioperano più? Lo fanno solo quando hanno l’acqua alla gola perché la fabbrica sta chiudendo, come appare dalle cronache TV che ospitano CGIL, CISL e UIL?

Difficile quantificare, perché da più di 10 anni l’ISTAT ha smesso di pubblicare le statistiche degli scioperi, che dall’unità d’Italia in poi tutti i governi avevano fatto raccogliere per misurare la “temperatura” della lotta di classe. Questa temperatura era scesa così in basso nell’ultimo decennio del ’900 e nel primo del nuovo secolo, che la borghesia ha pensato che la lotta di classe fosse scomparsa così come la poliomielite e il vaiolo, e non valesse più la pena di raccoglierne i dati. Decisione affrettata, perché gli ultimi dieci anni hanno visto una crescita degli scioperi, anche se limitati alla logistica e pochi altri settori a prevalenza di forza lavoro immigrata. 
Ma proprio a seguito di questa bassissima resistenza dei lavoratori negli ultimi due decenni sono cresciute in Italia aree di sfruttamento della forza lavoro senza freni e senza regole, divenute quasi un “modello” italiano di risposta alle sfide poste dalla globalizzazione. Della logistica, e delle lotte che l’hanno posta e pongono in prima fila nella ripresa di classe in Italia, abbiamo scritto in altre occasioni. Le lotte si sono propagate ad altri settori a prevalenza di manodopera immigrata (dal distretto delle carni all’alimentare con Italpizza, nel modenese) agli alberghi. Nell’ultimo anno il movimento di riscatto degli immigrati, organizzato dal SI Cobas, ha raggiunto il distretto del tessile-abbigliamento di Prato.
 
Il distretto dei cenci
Quello di Prato è probabilmente il più antico distretto industriale italiano che ancora lavora, cresciuto dal 13° secolo come distretto delle lane grezze cardate (la cui materia prima veniva dalla pastorizia locale), cui i signori e le corporazioni di Firenze vietavano di produrre tessuti fini di alta qualità, ad essi riservati (un modello che a Trump piacerebbe oggi riprodurre su scala globale, riservando agli USA il monopolio delle tecnologie di punta). Il distretto continuò nei secoli in questa specializzazione, meccanizzandosi nell’800, e favorito nella prima metà del ’900 dalle commesse militari e dal protezionismo, per crescere ancora nel dopoguerra (triplicamento degli addetti tra il 1960 e il 1980, a circa 60 mila) sviluppando produzioni di più alta qualità esportate nel Mercato Comune, e soprattutto in Germania, dove l’industria tessile stava invece declinando. 
Ma dagli anni ’80 il sistema pratese subì una serie di contraccolpi: dai mutati standard di abbigliamento a seguito del miglioramento del riscaldamento delle abitazioni, e degli inverni meno rigidi: vestiti più leggeri, e meno lana; dalla fine dell’Accordo Multifibre e delle sue “clausole di salvaguardia”, che tolse le protezioni UE alle importazioni tessili, e a seguito dell’ammissione della Cina al WTO aprì le porte al tessile-abbigliamento cinese. Sotto i colpi della concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro gli altri distretti tessili europei sono pressoché scomparsi. Prato, posizionandosi su prodotti di fascia più alta, anche di cotone, seta, lino e sintetici, ha resistito meglio degli altri distretti italiani (Schio, Busto Arsizio, Como, Biella). 
A seguito della drastica contrazione subita nei primi anni del nuovo millennio, parte dei capannoni dismessi sono stati occupati da imprese cinesi per la produzione di abbigliamento, con utilizzo di tessuti cinesi a basso costo, e di manodopera cinese a costo ancora più basso (spesso clandestini reclusi nei capannoni-dormitori, con orari di 16 ore di lavoro al giorno). 
 
Paracadute cinese
Per la borghesia pratese i cinesi sono stati una manna caduta dal cielo: un buon affitto pagato per i capannoni, altrimenti solo fonti di perdita, migliaia di clienti per i negozi locali, e anche per alcune fasi delle lavorazioni tessili come tintoria e apprettatura. 
Ogni tanto un incendio con la morte di alcuni operai faceva scoprire un laboratorio-dormitorio clandestino: grandi titoli sui giornali e un po’ di esecrazioni a buon mercato in TV, poi tutto continuava come prima. Scriveva il Sole 24 Ore nel 2012 che “Mentre il tessile dimagriva, l'abbigliamento fatto dai cinesi esplodeva, al punto che in pochi anni a Prato è nato un vero distretto industriale etnico degli abiti low cost, unico in Europa, formato da 4mila ditte cinesi che impiegano almeno 30mila connazionali (compresi i clandestini), capaci di cucire quasi un milione di capi al giorno.” (1) Il più grande distretto del tessile e dell’abbigliamento in Europa con un giro d’affari stimato in 1,8 miliardi di euro, dove si riforniscono i dettaglianti tedeschi ed europei in generale, e dell’area mediterranea e mediorientale: la vicinanza al mercato permette rapidissimi adeguamenti alle mode, con la capacità di far arrivare sul mercato nuovi modelli nel giro di 15 giorni.
 
Pachistani ribelli
Non disponiamo di dati statistici, ma nell’ultimo decennio risulta un cambiamento nella composizione di questa forza lavoro. In Cina le lotte operaie hanno conquistato aumenti salariali e (relativamente) migliori condizioni di lavoro; diventa difficile ai padroni cinesi sostituire chi se ne va, o perché ha trovato di meglio in Italia, o perché ha deciso di tornare in Cina. Per cui hanno iniziato ad assumere chi a “casa sua” sta peggio dei cinesi. Nei recenti scioperi organizzati dal SI Cobas compaiono infatti fabbriche a proprietà cinese con manodopera asiatica, in prevalenza pachistani, che in patria potrebbero trovare solo di peggio. Ma diversamente dai cinesi non sono legati ai padroni da legami familiari, di clan, di villaggio, hanno rapporti con le proprie comunità, e più facilità ad imparare l’italiano avendo madrelingue del ceppo indoeuropeo: hanno più forza e indipendenza per ribellarsi, e tramite il tam tam che arriva in urdu dai magazzini della logistica non hanno impiegato molto a collegarsi con gli organizzatori del SI Cobas.
La reazione dei padroni cinesi i cui operai pachistani avevano osato scioperare contro turni di 12 ore al giorno per 7 giorni la settimana per paghe da fame è stata quella tipica dei padroni di schiavi o delle mafie contro i braccianti che osano alzare la testa: “Operai aggrediti con mazze e coltelli – Avevano denunciato la schiavitù” titolava La Nazione dell’8 novembre 2018, con riferimento a due operai della DS di Xhang Xiangguò di Montemurlo, che rifiutavano di dare le dimissioni dopo avere ottenuto le 40 ore per la paga contrattuale. Dieci giorni dopo, le cronache riferivano di un operaio pachistano della Eurofilato, che essendosi rivolto al SI Cobas perché era pagato 2,5 euro l’ora con turni estenuanti, era stato accoltellato a un braccio da un amico del padrone, e avendo denunciato il fatto gli erano state fratturate due costole in fabbrica, dove l’avevano sequestrato per impedirgli di partecipare a una manifestazione contro lo schiavismo (il corteo raggiunse quindi il capannone…). 
 
La lotta si estende e crea solidarietà
Negli ultimi mesi il movimento si è esteso a diverse tintorie della zona: a maggio uno sciopero alla Tintoria DL, contro il  lavoro nero, il caporalato con l’obbligo di restituire parte della busta paga al caporale, l’orario “12x7” (84 ore la settimana!), divenuto lo standard del distretto, niente malattia e ferie. Nonostante una campagna di stampa e prese di posizione dei governi del territorio contro questi pericolosi agitatori – arrivati a turbare la quiete di un territorio dove il supersfruttamento nelle fabbriche cinesi faceva comodo a molti – dopo ben 16 giorni di sciopero con picchetti, interventi della polizia per sgomberare i picchetti, e anche l’arresto dei due giovani organizzatori del SI Cobas e di un operaio (liberati dopo che un corteo dei lavoratori raggiunse la questura), veniva firmato il primo accordo storico di regolarizzazione sulla base del contratto nazionale di lavoro, e con regolare assunzione a tempo indeterminato anche dei lavoratori in nero. 
Una vittoria che ha provocato un “effetto domino” nel Pratese, mettendo in moto i lavoratori di altre tintorie, che chiedono di essere organizzati nel sindacato per porre fine alla condizione di schiavi. 
Ma proprio alla fine dello sciopero la Questura notificava il foglio di via da Prato ai due organizzatori del SI Cobas in quanto soggetti socialmente “pericolosi”; con la strana postilla tuttavia, che dal divieto era esclusa… l’attività sindacale, in quanto costituzionalmente garantita. Una concessione assente nelle decine di fogli di via comminati ai partecipanti ai picchetti a Bologna, nel modenese e altrove, indice di qualche contraddizione tra le autorità della pubblica sicurezza pratese, nel mettere al bando questi “soggetti pericolosi” che avevano posto fine all’illegalità nei rapporti di lavoro. Un varco che ha permesso a Luca e Sarah di continuare l’attività di organizzazione.
È quindi iniziata un’altra vertenza, alla Tintoria Fada adiacente alla DL, dove i 33 lavoratori che si sono organizzati con il SI Cobas (praticamente tutti i non cinesi), sono entrati in sciopero, con un picchetto tenace di fronte ai violenti interventi della polizia, che ha operato dieci fermi di lavoratori, e la messinscena del proprietario che implorava di poter lavorare contro il Cobas che “comanda”, sostenuto da giornali locali. Dopo 9 giorni di sciopero hanno ottenuto le 40 ore settimanali (orario più che dimezzato!) con due giorni di riposo, le ferie, il pagamento della malattia. Questa vittoria è stata resa possibile anche da una crescente partecipazione al picchetto di abitanti locali, ex operai e diversi attivisti simpatizzanti Cinquestelle, e infine anche iscritti della CGIL, che hanno reso problematica la continuazione della repressione poliziesca a difesa della più sfacciata violazione di quanto resta delle leggi sul lavoro. Anche sulla stampa locale ora compaiono articoli più favorevoli alle lotte dei lavoratori, mentre il movimento si estende ad altre tre stamperie.
 
La CGIL “aspettava”
Sono singolari e sintomatiche le considerazioni della CGIL pratese, che “condanna come inammissibile che, nel 2019, si debba arrivare a sdraiarsi davanti all’azienda in cui si lavora per vedere riconosciuti i propri diritti [..]  ciò accade perché il sistema illegale non è stato minimamente intaccato, perché lo sfruttamento dilaga grazie a professionisti che si occupano di dargli copertura formale, …” ecc.  Viene da chiedere: ma voi, grande CGIL pratese, dove eravate mentre tutto ciò accadeva sotto i vostri occhi? “E tutto ciò – continua la CGIL – malgrado il sistema sia stato da noi denunciato da tempo e minuziosamente descritto nel protocollo firmato da tutte le organizzazioni sindacali e datoriali. Protocollo che ha prodotto un successivo piano d’intesa, sotto l’egida del Prefetto, che ha coinvolto tutti gli organi di controllo e i comuni della provincia… siamo perfino arrivati a chiedere un incontro a Di Maio per proporre Prato come laboratorio per il contrasto dell’illegalità e, visto che non abbiamo avuto risposte siamo in attesa della discussione in Parlamento di una interrogazione…” (2). 
Protocollo, piano d’intesa, Prefetto, organi di controllo, Comuni, Di Maio, Parlamento: tutto denunciato e minuziosamente descritto” …  Un “sindacato” che firma dei contratti e poi non sa far altro che “descrivere minuziosamente” la loro sistematica violazione, che delega allo Stato del capitale la difesa dei lavoratori; un sindacato che non pensa a organizzare i lavoratori – tanto sono stranieri? – e a far valere la forza della coalizione operaia, a usare le armi naturali della classe lavoratrice, l’organizzazione e lo sciopero, che non sa più concepire altra azione che non sia quella istituzionale, ha rinunciato ad essere sindacato ed è divenuto un’appendice dello Stato.

La via della lotta
Mentre i sindacati “maggiormente rappresentativi” e con il timbro delle Istituzioni stavano ad aspettare la discussione dell’interrogazione parlamentare, sono arrivati due ragazzi da Firenze, con l’esperienza di qualche picchetto e la convinzione che è la classe che deve liberare se stessa, non con protocolli e interrogazioni ma con la lotta – anche sdraiandosi per terra, anche a costo di farsi portar via di peso – perché tutto cominciasse a cambiare. Sono bastati due ragazzi con l’entusiasmo, la tenacia e la determinazione di chi sa che nessuna lotta è vinta in partenza e senza rischio, che trasmettessero a questi quasi schiavi sottomessi l’esperienza delle lotte di altre migliaia come loro, perché alzassero la testa e facessero saltare la cappa dell’oppressione e delle connivenze, nonostante e contro le istituzioni preposte a garantire la “legalità”. È bastata una lotta vinta per aver resistito un giorno più del padrone, per non essersi lasciati intimidire dalle “forze dell’ordine” borghese, perché  l’esempio si espanda a macchia d’olio sul territorio e faccia alzare la testa a chi l’aveva abbassata per troppi anni, e per conquistare le simpatie di altri lavoratori, ex lavoratori e giovani che si uniscono alla lotta ponendo fine al suo isolamento.
Quelle di Prato sono solo un esempio tra centinaia di lotte operaie combattute incessantemente soprattutto da immigrati, ora per conquistare miglioramenti, ora per respingere attacchi padronali, quasi del tutto ignorate dai più per il disinteresse o la censura dei media. E sono un esempio di come la lotta può influire sulle coscienze non solo di chi le conduce, ma anche di chi con esse viene a contatto, e aprire loro nuove prospettive, di impegno collettivo e di lotta, superando la passività e la rassegnazione, o le illusioni/delusioni del voto/non voto.



 




Pubblicato su: 2019-06-24 (51 letture)

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