Moduli
· Home
· Abbonati al giornale
· Archivio
· insiemecontroilrazzismo
· Volantini

Chi Online
In questo momento ci sono, 0 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Languages


English French Italian

N47 Pagine Marxiste - Giugno 2019
Il diritto penale contro le lotte sociali

 Riportiamo di seguito un resoconto della relazione di Livio Pepino (1) al convegno su “Il diritto penale contro le lotte sindacali e sociali” organizzato dal SI Cobas il 13 aprile 2019 a Milano.


 Dopo aver definito il tema del proprio intervento come ricostruire il quadro della repressione in Italia, lasciando agli altri interventi l’esame della repressione delle lotte nella logistica, ha così sintetizzato le proprie riflessioni dopo 40 anni di attività come magistrato: il conflitto sociale è assolutamente inevitabile, è il motore del cambiamento. Il sistema reagisce ad esso con la repressione proprio perché il sistema legislativo è teso a tutelare l’esistente.

Nel periodo presente l’intervento repressivo è diverso da quello in epoca liberale o fascista, quando oggetto della repressione era il conflitto sociale in quanto tale. Solo con la sentenza della Corte Costituzionale n. 29 del 1960 (che ha abolito l’art. 502, comma 2 del codice penale) viene abolita la legge che considerava lo sciopero come un reato (per quanto attenuato dall’art. 40 della Costituzione). Con questa attuazione della Costituzione lo sciopero diventa uno strumento legittimo e, data la libertà di opinione e di associazione, anche il conflitto sociale è legittimo, mentre sono considerati reati solo fatti specifici che si possono verificare nell’ambito del conflitto sociale.
Ma dall’inizio del millennio vi è stato un salto di qualità, prima con i fatti di Genova del luglio 2001 (G8) poi con la repressione del movimento NO TAV. Sono questi i principali filoni di lotte sociali da analizzare, su cui poi si innesta la repressione di altri conflitti locali e più di recente, sempre più, anche di conflitti di lavoro. In questi 20 anni vi sono stati cambiamenti su 6 linee:
 
 Il numero e la quantità degli interventi repressivi. 
Essi sono sempre di più numericamente significativi: non è repressione esemplare, ma repressione del movimento in quanto tale. Non è una cosa nuova (già nel 1969 vi era stato un numero sproporzionato di denunce, quasi 10 mila; agli inizi degli anni ’80, per lotte operaie a Torino vi furono un centinaio di denunce. Ma l’attuale è una novità rispetto agli ultimi decenni del secolo scorso, con una crescita estremamente elevata). Per i fatti di Genova 2001 sono state denunciate oltre 600 persone, solo alla Diaz ci furono 80 arresti; in Val Susa dal 2011 ci sono state tra le 1.500 e le 2.000 denunce, concentrazione più alta rispetto alla popolazione che in territori ad alta densità mafiosa.
 
 La contestazione di ipotesi di reato gravissime, sproporzionate rispetto ai fatti. 
Ad es. per Genova è stato contestato il reato di “devastazione”, fino allora applicato sono per il terrorismo alto-atesino, per le grandi proteste in carcere e contro gli hooligans. Non venne contestato nemmeno per le manifestazioni dopo l’attentato a Togliatti. La devastazione comporta 8 anni di carcere, mentre per il danneggiamento aggravato (nel quale possono essere fatti rientrare gran parte dei fatti contestati) si può stare al di sotto dei due anni e avere la sospensione condizionale. In Val Susa l’assalto a un compressore senza danni alle persone è stato contestato come attentato con finalità terroristiche, con effetto di criminalizzazione del movimento. Si delinea una differenza significativa tra Genova e Val Susa. Inoltre mentre a Genova vi è un evidente conflitto e differenza tra l’operato della polizia e della magistratura (per la Diaz i GIP respinsero le richieste di misure cautelari di Polizia e Procura per 78 casi, smentendo il loro operato); in Val Susa vi è invece un continuum tra polizia e magistratura, in termini di contestazioni e di custodia cautelare (anche se poi dopo un anno accuse tipo terrorismo cadranno in sede di Cassazione, ma intanto quei provvedimenti sono stati presi).
 
 La dilatazione impropria dell’ipotesi di concorso di persone in un reato. 
Ad es. un’ordinanza del Tribunale del Riesame di Torino del settembre 2011 afferma che “è ragionevole ritenere che allorché l’imputata avesse avuto l’intenzione di limitarsi a manifestare pacificamente, non appena la manifestazione ha assunto carattere violento, si sarebbe allontanata”; “è superflua l’individuazione di ogni oggetto specifico che ha raggiunto ogni singolo appartenente alle forze dell’ordine rimasto ferito, come è l’individuazione del manifestante che l’ha lanciato, atteso che tutti i partecipanti agli scontri devono rispondere di tutti i reati commessi…”!  è la “responsabilità da contesto”, si è responsabili per il fatto di essere lì, indipendentemente dall’avere commesso uno specifico fatto violento o comunque integrante reato. Ciò è estremamente grave, dal momento che si trasferiscono al momento del conflitto sociale elementi giuridici che riguardano altri fatti. Se dieci persone compiono una spedizione punitiva nei miei confronti, è evidente che c’è una responsabilità di tutti, ma se delle persone decidono di partecipare a una manifestazione, il cui obiettivo non è quello di commettere quel reato, ma fare altre cose, e nel corso della manifestazione si verifica un reato, ascrivere quel reato a tutti i partecipanti è un’estensione pericolosissima, fino a vanificare alcuni diritti fondamentali. E qui siamo molto più vicini al tema del diritto di sciopero, che sembrava ormai chiuso con gli anni ’80.
 
 Estensione degli elementi costitutivi del reato, fino a vanificare i diritti fondamentali. 
Ad es. per la Val Susa si parla di “minaccia implicita derivante dal numero di persone schierate”! in cui non si denuncia un fatto specifico, ma “il numero di persone schierate”. Dato che le manifestazioni non credo si possano fare in una persona, ma sono per definizione un numero di persone, si va qui a vanificare e ad attaccare un diritto fondamentale, la libertà di manifestare. Su queste questioni c’era stato un dibattito molto ampio (vedi la voce “Sciopero” di Pulitanò sull’Enciclopedia del diritto), o un articolo di Guido Neppi sul primo n. di “Questione giustizia”, in cui si parlava di “azioni sussidiarie per l’effettiva attuazione del diritto di sciopero”  (ad esempio picchetti ecc., in cui il reato c’era se ad es. veniva picchiata una persona: reato di lesione, commesso nel corso di un comportamento lecito). Ora invece per es. nella sentenza di condanna per un picchetto alla DHL del 2015, le persone condannate, lavoratori RSA e organizzatori del SI Cobas, e solidali, vengono condannate non per aver commesso personalmente un reato, ma per avere partecipato a un picchetto sufficientemente numeroso da dissuadere (senza “calci o spinte” e senza minacce, quindi senza violenza fisica né verbale) alcuni lavoratori dal recarsi al lavoro. (Nel caso del coordinatore nazionale del SI Cobas non aveva neppure partecipato al picchetto, ma solo a un’assemblea in cui veniva deciso il suo scioglimento).
 
 L’uso a raffica di misure cautelari, ad es. per la presunta “pericolosità” dell’autore, con passaggio dal diritto del fatto al diritto d’autore. 
Tra i motivi della presunta “pericolosità” di una persona incensurata, anche se imputata per dei fatti del 2011, e giustificativa di misure cautelari, troviamo citato ad es. l’aver partecipato a manifestazioni di Lotta Continua e Potere Operaio nel …  1970, ben 41 anni prima! Si assiste inoltre all’adozione di misure cautelari che sono particolarmente gravi e afflittive, per es. che prevedono la presentazione alle autorità di polizia due volte al giorno magari per un anno, anche se distante 40 km dall’abitazione in un caso cui ho assistito: sono 80+80 km ogni giorno, mattino e sera…: quasi afflittivo quanto il carcere, che impedisce un’attività lavorativa.
 
 Vi è infine l’affiancamento al provvedimento penale di altre misure di carattere repressivo, quali: 
la sempre più frequente previsione di zone rosse cui non si può accedere, da quella di Genova alle 39 ordinanze per “necessità e urgenza” da parte del Prefetto di Torino per la zona di Chiomonte. Misure di prevenzione, quali: a) azioni civili per il risarcimento del danno. Es. oltre € 200.000 a tre esponenti del movimento NO Tav (per aver impedito l’accesso a un terreno per fare trivellazioni). Così abbiamo azioni di risarcimento per un picchetto davanti a una fabbrica che impedisce il passaggio di merci, una cosa che non si era mai vista (quale esempio citiamo la richiesta di  quasi due milioni di euro di danni da parte dell’americana XPO a circa 150 lavoratori e organizzatori del SI Cobas per scioperi seguiti al licenziamento di due RSA). b) L’estensione sempre più frequente del DASPO (creato contro gli ultrà del calcio, con poche critiche, tra cui le mie) …  a soggetti che partecipano a lotte: ai licenziati FCA di Pomigliano è stato vietato di tornare a Roma per tre anni a seguito di una manifestazione. (Possiamo qui aggiungere il “foglio di via” da Piacenza per tre anni dato ad Aldo Milani dal Questore per aver partecipato ai picchetti dei lavoratori dell’Ikea  nel 2013, e nel 2018 a molti solidali che hanno partecipato ai picchetti di sciopero del SI Cobas). Così una circolare di Salvini dell’11 aprile dà facoltà ai sindaci di impedire l’accesso a certe zone a determinati individui: giustificata contro lo spaccio di stupefacenti, sarà estesa anche ad altri “reati”. 
 
Perché questo salto di qualità rispetto agli anni ’80 e ’90? Livio Pepino ha così sintetizzato i motivi:
 
 Per la debolezza del sindacato in genere, e la mancanza di rappresentanza politica del lavoro. 
Non è solo una questione di rapporti di forza, ma anche un problema di capacità di egemonia. La stagione delle lotte del 1969 si chiuse con l’ultima amnistia politica in Italia, da parte di un governo democristiano, anche per reati punibili con 10 anni di detenzione, anche per la devastazione, perché vi era forza sindacale e capacità di egemonia.
 
 Perché vi è nel pensiero dominante l’idea che il conflitto sociale abbia oggi manifestazioni più violente che in passato. 
Storicamente non è vero, se pensiamo alle manifestazioni dopo l’attentato a Togliatti (1948), agli scontri del luglio 1960 a Genova in cui venivano buttate le auto in mare (con 182 agenti e 40 dimostranti feriti secondo i dati ufficiali), e Piazza Statuto (nel luglio 1962 con mille arresti), e corso Traiano (1969) a Torino. Arriviamo nel 1999 a realizzare la depenalizzazione di alcuni reati collegati al conflitto, che nei 20 anni successivi vengono di nuovo penalizzati (nel 2009 l’oltraggio a pubblico ufficiale; il blocco stradale, in parte ripenalizzato dal decreto Salvini).
 
 La progressiva sostituzione dello stato sociale con lo stato penale, quello che non si governa sul piano dello stato sociale si governa sul piano repressivo: la guerra alla povertà è stata sostituita dalla guerra ai poveri, veicolando la distinzione tra poveri italiani e poveri immigrati, per realizzare una divisione tra chi potrebbe opporsi.

 Profondi cambiamenti all’interno degli apparati dello Stato. Ad es. la Polizia, che con la sindacalizzazione e smilitarizzazione sembrava avviata alla democratizzazione, mentre ora per entrare in Polizia nella stragrande maggioranza dei casi bisogna aver fatto prima un periodo nell’esercito (ora solo di professionisti), con il risultato di portare dentro la polizia una mentalità militare, con alcuni che sono stati in zone di guerra e riflettono la guerra esterna nel conflitto sociale (ndr in passato fu il contrario: in Africa Crispi mandò i reparti che avevano represso il brigantaggio; gli inglesi mandarono in Irak a rastrellare le truppe che prima avevano operato a Londonderry). 
 
 Altri cambiamenti sono avvenuti dentro la magistratura. Magistratura Democratica negli anni ’60, ’70 e ’80 aveva avuto un impatto dirompente rompendo il rapporto con le istituzioni rappresentative del potere (ogni giudice soggetto soltanto alla legge). Il fenomeno è rientrato a fine anni ’90, anche se sembra di vedere segnali positivi. 
Non sono le istituzioni che risolveranno i problemi posti dal conflitto sociale, ma l’atteggiamento delle istituzioni può consentire al conflitto di svolgersi in un modo oppure nell’altro. 
Altri relatori al convegno, dei quali qui non possiamo dar conto esaustivo, sono intervenuti sul Decreto Sicurezza, la repressione delle lotte sindacali (tra 100 e 150 denunce penali per le sole lotte organizzate dal SI Cobas in Lombardia), e in particolare sul processo per “estorsione” contro il coordinatore del SI Cobas Aldo Milani, la cui sentenza di assoluzione con formula piena pronunciata il 13 maggio (dopo tre partecipate manifestazioni a suo sostegno a Modena) ha reso giustizia contro la montatura poliziesca e padronale e la campagna mediatica di falsità costruita su quel teorema, mentre la magistratura non è finora intervenuta contro la sentina di illegalità, evasione e collusioni mafiose che è emersa dalle carte del processo. Altri interventi hanno denunciato la repressione del movimento per la casa a Roma e del movimento NO TAV.
Ne possiamo trarre la conclusione che con il restringersi dell’estensione e intensità delle lotte sociali, la “giustizia” borghese inasprisce la repressione, e solo la ripresa e allargamento di queste lotte può arrestare e far retrocedere i confini della repressione.



 




Pubblicato su: 2019-06-24 (47 letture)

[ Indietro ]

 


You can syndicate our news using the file backend.php

   Get Firefox!