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N47 Pagine Marxiste - Giugno 2019
Giochi torbidi
editoriale



Una guerra mondiale è già in corso, mentre sugli schermi dell’Italietta si rappresenta la seconda stagione della tragicommedia Salvini / Di Maio. Se sia una guerra fredda negoziale per imporre un accordo alle proprie condizioni, o la preparazione di una guerra calda, forse non lo sanno neppure Mr. Trump e Mr. Xi, ma ormai il mondo gira intorno a questo scontro tra la superpotenza americana, che per tre decenni si era illusa di poter plasmare un mondo unipolare a propria immagine e somiglianza, e la grande potenza cinese in ascesa, la fabbrica del mondo che sta rapidamente scalando le vette tecnologiche per conquistare la supremazia – il 5G è solo l’inizio.
La presidenza Trump, lungi dall’essere uno strafalcione del caso politico, un errore della storia, incarna la determinazione dell’imperialismo americano di tenere sotto il potente rivale, anche a costo di demolire il sistema che da Bretton Woods al GATT-WTO e con ONU-Banca Mondiale-FMI ha prodotto la “globalizzazione”, a costo di gettare nel fosso il libero mercato e la libera concorrenza che sono stati la bandiera dell’imperialismo americano per tutto il secolo scorso. Non è il mercato, ma il più forte a stabilire le regole del gioco – e le deve cambiare finché è il più forte, il tempo stringe. 
La vecchia superpotenza alza un muro tariffario del 25% contro le esportazioni della nuova, e lancia poderose cannonate contro Huawei, il campione nazionale cinese nelle telecomunicazioni, facendone arrestare l’erede in Canada, vietandone i prodotti e vietando la fornitura di tecnologia USA a Huawei, accusata senza prove di spionaggio in combutta con il governo cinese. In realtà gli USA cercano di mette KO un gruppo che ha raggiunto il vertice mondiale nelle telecomunicazioni, superando tutti i rivali. Per piegare ai cinesi il braccio dietro la schiena e costringerli a nuovi “trattati ineguali”, o per tentare un grande “blocco continentale” contro la rivale, prima che sia troppo tardi? 
Altro che tramonto dello Stato divenuto appendice delle multinazionali! Lo Stato USA che accusa i grandi gruppi cinesi di essere appendici del loro Stato intima alle proprie multinazionali di comportarsi come divisioni di un esercito in guerra contro il partner-nemico cinese, ed esse si allineano, Google e Facebook in testa, così come i Democratici si allineano ai Repubblicani.
A loro volta i cinesi, che forniscono l’80% delle terre rare agli USA (necessarie per l’elettronica e le tlc) minacciano di bloccare la fornitura perché “la Cina non tollererà che prodotti high tech stranieri, realizzati con l’uso di terre rare prodotte in Cina, siano utilizzati per contenere o reprimere lo sviluppo della Cina” (ossia in prodotti che non potranno essere venduti a Huawei). E fanno sapere di avere altre e più potenti armi in arsenale. Il mondo si dividerà in due sfere economiche e tecnologiche contrapposte, e come si dividerà? Oppure il fronte globalista-multilateralista (Cina-UE-UK-Giappone) reggerà, isolando gli USA?
Trump intanto dopo aver disfatto, con uno schiaffo agli europei, l’accordo sul nucleare iraniano, ha vietato l’acquisto di petrolio iraniano e mandato una flotta nel Golfo Persico, mentre Netanyahu scalpita per bombardare. Zio Sam agita il suo grande randello senza riguardo per i presunti alleati.  Gli europei hanno fatto proclami di resistenza, escogitato un meccanismo finanziario per vanificare l’embargo USA, ma di fronte alla portaerei yankee si sono messi al coperto… La disunità di un’Europa che perde la Britannia non basta tuttavia a dar partita vinta agli USA. Se con i loro miliardollari, le migliaia di bombe e centinaia di migliaia di soldati non sono riusciti neanche a mettere l’Irak sotto controllo, se in Siria sono poco più che una comparsa appena tollerata da Putin, Erdogan e Rohani, se in Yemen gli sceicchi loro bellicosi alleati coi loro mercenari non riescono ad aver ragione degli ‘straccioni’ Houthi, è difficile che possano mettere fuori gioco un grande Stato come l’Iran. Il bastone americano rafforza anzi il regime reazionario degli ayatollah contro il fermento rivoluzionario interno, dando credibilità all’appello alla sacra unione nazionalista contro il “grande Satana”. 
Il grande randello delle tariffe doganali è stato levato contro il Messico, il cui neoeletto presidente Obrador si è subito piegato accettando l’impegno umiliante di inviare 6 mila soldati al confine dell’Honduras quale guardia di confine avanzata contro i migranti, e di dare loro la caccia, per conto degli USA. Trump toglie inoltre a Turchia e India lo status preferenziale GSP che permetteva ai loro prodotti di accedere al mercato americano senza dazi, chiedendo l’apertura ai prodotti americani.
Il declino americano è una certezza per i prossimi decenni. Ciò che è incerto è il grado di violenza e di distruzione che la lotta degli USA per contrastarlo porterà con sé. Da parte nostra non tifiamo per i vecchi né per i nuovi paesi imperialisti; anche il nuovo imperialismo cinese ha avuto il suo battesimo di sangue 30 anni fa nel massacro di migliaia di giovani nella piazza Tienanmen, deciso per impedire la formazione di una organizzazione indipendente degli operai, oltre che degli studenti. Solo se toglieranno il potere dalle mani degli sfruttatori i lavoratori potranno volgere le conquiste della tecnica a vantaggio di tutta l’umanità e di una natura in armonia con essa.
Come si colloca l’Italia (l’imperialismo italiano) in questo contesto? Indebolita rispetto ai concorrenti, ma pur sempre settima potenza industriale mondiale, dovrà scegliere come collocarsi. Conte con l’appoggio di Di Maio ha firmato l’accordo per entrare nella Belt and Road Initiative cinese (BRI, italianizzata come Nuova Via della Seta) per potenziare l’infrastruttura portuale e ferroviaria di Trieste e Monfalcone, per farne porte di ingresso delle merci cinesi verso l’Europa Centrale (è anche prevista una partecipazione dell’Autorità del Porto di Trieste all’investimento cinese in un mega terminale intermodale in Slovacchia). L’Italia ha aderito alla BRI nonostante la diffida pubblica degli USA, e la contrarietà di Salvini, che dopo il proprio rafforzamento elettorale dovrà scegliere tra gli interessi del Nordest e la fedeltà agli Stati Uniti. Questioni ineludibili, anche se tenute lontano dai riflettori mentre si cacciavano i voti sui porti chiusi e la flat tax. Questioni su cui anche l’italo-americana Fca, pure quasi assente sul fronte asiatico, ha tentato una propria soluzione con la proposta di fusione con la Renault, che con Nissan e Mitsubishi ha aperte le porte dell’Asia, ma che sembra naufragata di fronte ai paletti posti dallo Stato francese. Viene ipotizzata perfino un’alleanza cinese.
Il primo anno di governo gialloverde ha logorato i Cinquestelle ma rafforzato la Lega. Il governo populista italiano è andato al potere praticamente in assenza di un movimento operaio, sconfitto da decenni, che ha abbandonato la pratica della lotta e si è disgregato, e al quale sono già state tolte gran parte delle conquiste del passato. Non dovendosi confrontare con un movimento rivendicativo che incalza nelle fabbriche e nelle piazze, anziché predicare nuova austerità come i suoi predecessori del centro-sinistra, dice di voler ‘dare agli italiani’. In realtà ha dato un reddito di povertà agli ultimi (se italiani) in un pacchetto insieme a più strette catene per vincolarli allo sfruttamento (si veda l’articolo). Ha invece più che dimezzato le tasse a professionisti, commercianti e altri indipendenti con redditi fino a 65.000 euro (flat tax). Ora Salvini vuole estendere la “tassa piatta” al lavoro dipendente e ai pensionati, per conquistare il “ceto medio”. Il movimento operaio ha sempre rivendicato una imposta progressiva, che toglie in proporzione di più a chi guadagna di più. La tassa piatta fa il contrario: dà a chi più ha, toglie a chi meno ha. Perché non ci sono pasti gratis: le minori tasse per chi guadagna più di 30 mila euro finiranno per essere pagate da chi ne guadagna meno: se non sull’IRPEF, con l’IVA o le tasse e tariffe comunali (e con l’inflazione, se l’Italia fosse espulsa dall’euro). Ma Salvini dice solo a chi dà, non dice chi pagherà. Il suo piano è “dare” in deficit, per poi scaricare la rabbia dei proletari, quando saranno chiamati a pagare, contro la UE.
Mentre il governo populista polacco ha potuto aumentare fortemente gli assegni familiari (circa 120 euro per ogni figlio a partire dal secondo, fino a 18 anni) grazie a un’economia in espansione, il taglio delle tasse ai ricchi aprirebbe un buco nel bilancio italiano (in Germania si parla di un deficit intorno al 5%) che contrappone il governo italiano alla UE – e alla finanza. L’aumento dello spread non solo aumenta il costo del debito pubblico e di quello privato (es. dei mutui), ma fa cadere il valore dei titoli del debito pubblico, in gran parte posseduti dalle banche, italiane ed europee – soprattutto francesi – minacciandone l’insolvenza e il crollo. Per questo la Commissione UE, in rappresentanza della finanza europea ha avviato la procedura di infrazione per eccesso di debito. Sulla stampa tedesca circola ampiamente una frase di Salvini traducibile con qualche censura con “vedremo chi ce l’ha più duro”, tra il governo italiano e la Commissione UE, affermando di non voler sottostare alle regole di Maastricht su deficit e debito per far crescere economia e occupazione. 
Il calcolo di Salvini è che, diversamente dalla Grecia, l’Italia è “too big to fail”, troppo grande per lasciarla fallire, perché il fallimento di grandi banche italiane provocherebbe una reazione a catena anche fuori dell’Italia, a partire da quelle francesi, olandesi per arrivare a quelle tedesche (come avvenne con il fallimento dell’austriaca Creditanstalt nel 1931). Quindi Salvini punta sull’assunto che può tirare la corda con la UE, che non potrà lasciare che “i mercati” facciano fallire banche e Stato italiani ritirando i loro investimenti dall’Italia. Se poi il governo italiano sarà costretto a cedere (ad es. aumentando l’IVA) la colpa sarà della UE, e non di Salvini che ha ridotto le tasse ai ricchi… I tedeschi rispondono che se si dovesse arrivare a un salvataggio, dovranno pagare gli investitori, soprattutto italiani, con l’abbattimento del valore dei titoli di debito italiani, per non far ricadere il costo sui contribuenti francesi, olandesi, tedeschi. Quel che è certo è che comunque si svolga questa partita a scacchi tra il governo populista italiano e quelli europei tramite la UE, il costo vero sarà, come sempre, addossato ai lavoratori, in termini di tasse, disoccupazione, sacrifici.
Mentre il PD si allinea ai diktat UE, i populisti di sinistra (tra cui varie componenti di Potere al Popolo e della campagna Eurostop) cavalcano le posizioni di Salvini, accusandolo non di essere antioperaio, ma troppo remissivo con la UE, e adombrano una “alternativa euro mediterranea”.
Occorre lavorare perché i lavoratori scoprano questo gioco torbido dei populisti nostrani sulle loro spalle: con la denuncia e la propaganda, ma soprattutto generalizzando le lotte ora limitate a ristretti settori della classe, in prevalenza immigrati, superando le divisioni tra sigle sindacali e tra i piccoli gruppi su posizioni classiste e internazionaliste.



 




Pubblicato su: 2019-06-24 (98 letture)

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