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N46 Pagine Marxiste - Novembre 2018
Un grande poeta ci ha lasciati
Sulla scomparsa di Claudio Lolli



Il 17 agosto è morto Claudio Lolli, uno dei protagonisti del grande rinnovamento culturale che ha investito l’Italia degli anni Settanta del secolo scorso, rinnovamento strettamente intrecciato ai grandi movimenti sociali dei lavoratori, degli studenti, delle donne che hanno caratterizzato quegli anni.
Lolli era conosciuto come un “cantautore”, il suo ambito artistico era, quindi, quello della musica cosiddetta popolare, considerata tradizionalmente dagli esperti “minore” rispetto alla musica “per eccellenza” vale a dire la musica classica. Questo è indubbiamente un pregiudizio nella misura in cui si riferisce alla musica autenticamente “popolare”, vale a dire quella che viene creata ed eseguita dalle classi sfruttate, pregiudizio assurdo dato che i grandi compositori di musica “colta” del passato hanno sempre attinto al patrimonio della musica popolare. Nella misura in cui per musica popolare, invece, si intendessero le canzonette spensierate che l’industria discografica aveva propinato “al popolo” fin dalla sua nascita e che in gran parte continua anche oggi a diffondere il pregiudizio poteva dirsi ben fondato perché si trattava di prodotti commerciali di puro intrattenimento. L’affermarsi della canzone d’autore, negli anni Sessanta del Novecento, costituì un punto di rottura rispetto a questo genere di “musica popolare” diffusa nelle radio, nelle televisioni e nelle sale da ballo. In Europa emerse, nel secondo dopoguerra, un gruppo di autori di lingua francese (Brel, Brassens, Ferré) che ebbero una grande influenza, in Italia. La svolta decisiva però venne dall’irrompere sulla scena dello statunitense Bob Dylan che divenne ben presto il principale modello di riferimento della nuova canzone “colta”. A questi precursori va aggiunto il nome di un altro grande artista, Leonard Cohen, un poeta canadese che, però, solo più tardi,a partire dalla fine degli anni Sessanta, si sarebbe dedicato alla “canzone d’autore”. Sulla scia dei francesi e poi anche di Dylan e di Cohen anche in Italia emersero, negli anni Sessanta, i primi pionieri della canzone d’autore. I loro nomi sono notissimi: De André, Tenco, Gaber, Jannacci, Guccini, Endrigo, Ciampi, Paoli. Tuttavia solo negli anni Settanta venne a maturazione il distacco totale della canzone d’autore dalla musica “industriale” usa e getta, in parte con gli autori emersi già negli anni sessanta(De André e Guccini in primo luogo) e in buona parte con autori giovanissimi che pubblicarono i loro dischi a partire dall’inizio del decennio. A questi ultimi apparteneva Claudio Lolli. La nuova canzone d’autore “rompeva” completamente con il concetto della canzone disimpegnata e frivola: nella nuova canzone d’autore i testi diventavano carichi di significato, spesso (nel caso dei cantautori migliori) erano vere e proprie poesie messe in musica; la musica dei nuovi cantautori era molto più sofisticata con livelli di complessità impensabili nella tradizionale “canzone all’italiana” fino ad allora dominante nei carrozzoni messi in piedi a uso e consumo dei profitti dell’indu-stria discografica come il festival di Sanremo o quello di Castrocaro. Non era raro infatti che i nuovi cantautori (ma anche De André e Guccini) collaborassero con musicisti di grande preparazione tecnica, spesso provenienti da quel “progressive rock” che proprio in quegli anni dava una rispettabilità internazionale alla musica italiana fino ad allora considerata consacrata esclusivamente alla canzonetta di matrice commerciale (il caso più noto è quello della collaborazione di De André con la PFM). Questa nuova canzone d’autore ebbe la forza di imporsi perché un nuovo pubblico non si accontentava più delle solite banalità propinate dalla radio e dalla televisione ma ricercava qualcosa che fosse in sintonia con “lo spirito dei tempi”.
Claudio Lolli, tra questi artisti, non raggiunse mai la popolarità di massa ottenuta da nomi come De André, De Gregori, Venditti, Guccini, rimase principalmente un artista “di culto” ma, comunque, con un seguito non irrilevante.
Dopo la sua morte i giornali lo hanno definito come "il cantautore del 77", ma Lolli pur essendo tra i cantautori di quella generazione uno dei più caratterizzati politicamente nell’estrema sinistra era molto, molto più che questo: era un grandissimo poeta i cui testi meriterebbero di essere insegnati a scuola. Nessuno meglio di lui ha saputo descrivere l'ipocrisia, la meschinità, il totalitarismo mascherato da democrazia della società borghese così come la mediocrità dilagante, l'angosciosa solitudine delle periferie urbane, il tutto senza frasi da comizio, retoriche o altisonanti ma sempre con un uso della parola ricercato ed efficace. Il grande contributo di Lolli alla poesia e alla musica del Novecento è racchiuso essenzialmente in 5 dischi, tutti degli anni Settanta: in ordine di uscita, Aspettando Godot; Un uomo in crisi (canzoni di vita e di morte); Canzoni di rabbia; Ho visto anche degli zingari felici; Disoccupate le strade dai sogni. Sono 5 capolavori che hanno lasciato un segno indelebile nella canzone d’autore in Italia (purtroppo all’estero per evidenti motivi legati alla lingua, parlata solo in Italia, la sua opera non ha trovato adeguati riscontri mentre potrebbe essere benissimo accostata, per l’eccezionale livello artistico, a quella di un altro maestro, l’inglese Nick Drake, probabilmente il più grande cantautore britannico). In barba agli stereotipi giornalistici Lolli non era il cantautore delle canzoni da cantare in coro nelle piazze durante i cortei (ruolo che invece ricoprirono i bravissimi, nel loro campo, Pietrangeli, Della Mea, Masi). Lolli potrebbe essere definito un esistenzialista, le sue poesie non si perdono in futili giochi linguistici (come talvolta accadeva per i testi ermetici, pur affascinanti, del primo De Gregori). I suoi versi stavano sempre nella realtà, nella vita vissuta da individui schiacciati dal peso di una vita in cui a predominare è l’oppressione sociale, politica, religiosa, familiare e gli individui non trovano spesso altro che illusioni o una solitudine senza sbocchi.
Nulla può descrivere la poetica di Lolli meglio che i versi della sua canzone Io ti racconto, canzone presente nel secondo disco Un uomo in crisi (canzoni di vita o di morte), vero e proprio manifesto letterario dell’artista bolognese :
Io ti racconto lo squallore
di una vita vissuta a ore,
di gente che non sa più far l'amore.
Ti dico la malinconia
di vivere in periferia,
del tempo grigio che ci porta via.
Io ti racconto la mia vita
il mio passato il mio presente,
anche se a te, lo so, non importa niente.
Io ti racconto settimane,
fatte di angosce sovrumane,
vita e tormenti di persone strane.
E di domeniche feroci
passate ad ascoltar le voci,
di amici reclutati in pizzeria.
Io ti racconto tanta gente
che vive e non capisce niente
alla ricerca di un po' d'allegria.
Io ti racconto il carnevale,
la festa che finisce male,
le falsità di una città industriale.
Io ti racconto il sogno strano
di inseguire con la mano
un orizzonte sempre più lontano.
Io ti racconto la nevrosi
di vivere con gli occhi chiusi,
alla ricerca di una compagnia.
Ti dico la disperazione
di chi non trova l'occasione
per consumarsi un giorno da leone.
Di chi trascina la sua vita,
in una mediocrità infinita
con quattro soldi stretti tra le dita.
Io ti racconto la pazzia
che si compra in chiesa o in drogheria,
un po' di vino un po' di religione.
Ma tu che ascolti una canzone,
lo sai che cos'è una prigione?
Lo sai a che cosa serve una stazione?
Lo sai che cosa è una guerra?
E quante ce ne sono in terra?
E a cosa può servire una chitarra?
Lo sai che siamo tutti morti
e non ce ne siamo neanche accorti,
e continuiamo a dire e così sia.
Lo sai che siamo tutti morti
e non ce ne siamo neanche accorti,
e continuiamo a dire, a dire, a dire: così sia.
Questa caratteristica “esistenzialista” è particolarmente evidente nei primi tre dischi che, in un certo senso, costituiscono un unico corpus poetico che gli valgono un seguito di fedelissimi ma che “mettono in fuga” il grande pubblico a causa di tematiche considerate troppo tristi o addirittura deprimenti: Lolli in questi tre dischi, infatti, pigia il tasto principalmente su tematiche “pesanti” come il suicidio,1 la pulsione di morte,2 la falsa felicità delle feste in famiglia,3 le delusioni d’amore.4 Per molti, pertanto, Lolli è il prototipo del cantautore depresso (e deprimente) magari si riconosce una non comune efficacia poetica ai suoi testi ma si cerca di starne alla larga preferendo il ben più rassicurante Venditti o il concittadino Guccini che ha pure una spiccata indole esistenzialista ma certamente meno cupa di quella di Lolli che, comunque, prosegue per la sua strada. Il suo intento non è certo quello di diventare una rockstar ma di esprimersi come sa. E, infatti, a dispetto dei detrattori, la qualità dei suoi versi è sempre elevatissima, le sue canzoni che suscitano solidarietà nei confronti di personaggi che subiscono il peso di una immensa sofferenza vengono apprezzate da un sempre più numeroso gruppo di appassionati. I suoi versi son capaci di commuovere e indurre alla riflessione ma Lolli non è un discepolo di Leopardi con un secolo di ritardo. In questi suoi primi tre dischi è sempre presente una spietata e corrosiva denuncia sociale e politica.5 Una menzione particolare è dovuta alla straordinaria “Borghesia”, una delle sue canzoni più famose, contenuta nel primo album. Il titolo della canzone è in realtà fuorviante perché Lolli descrive ferocemente la natura meschina, ipocrita e perfino viscida della piccola borghesia. L’autore conosceva fin troppo bene quell’ambiente provenendo da quella classe ma il risultato è veramente eccezionale: un manuale marxista non potrebbe descrivere meglio la natura della piccola borghesia:
Vecchia piccola borghesia
per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia,
pena, schifo o malinconia.
Sei contenta se un ladro muore
se si arresta una puttana
se la parrocchia del Sacro Cuore
acquista una nuova campana.
Sei soddisfatta dei danni altrui
ti tieni stretti i denari tuoi
assillata dal gran tormento
che un giorno se li riprenda il vento.
E la domenica vestita a festa
con i capi famiglia in testa
ti raduni nelle tue Chiese
in ogni città, in ogni paese.
Presti ascolto all'omelia
rinunciando all'osteria
cosi grigia così per bene,
ti porti a spasso le tue catene.
Vecchia piccola borghesia
per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia,
pena, schifo o malinconia.
Godi quando gli anormali
son trattati da criminali
chiuderesti in un manicomio
tutti gli zingari e intellettuali.
Ami ordine e disciplina,
adori la tua Polizia
tranne quando deve indagare
su di un bilancio fallimentare.
Sai rubare con discrezione
meschinità e moderazione
alterando bilanci e conti
fatture e bolle di commissione.
Sai mentire con cortesia
con cinismo e vigliaccheria
hai fatto dell'ipocrisia
la tua formula di poesia.
Vecchia piccola borghesia
per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia,
pena, schifo o malinconia.
Non sopporti chi fa l'amore
più di una volta alla settimana
chi lo fa per più di due ore,
chi lo fa in maniera strana.
Di disgrazie puoi averne tante,
per esempio una figlia artista
oppure un figlio non commerciante,
o peggio ancora uno comunista.
Sempre pronta a spettegolare
in nome del civile rispetto
sempre lì fissa a scrutare
un orizzonte che si ferma al tetto.
Sempre pronta a pestar le mani
a chi arranca dentro a una fossa
sempre pronta a leccar le ossa
al più ricco ed ai suoi cani.
Vecchia piccola borghesia,
vecchia gente di casa mia
per piccina che tu sia
il vento un giorno ti spazzerà via.

Lolli mantiene sempre l’aggancio con il sogno di una vita diversa, la speranza di una emancipazione collettiva che restituisca alla vita offesa la sua pienezza : persino là, in Compagni a venire, presente nel terzo disco, dove arriva a rimproverare ai suoi genitori di averlo messo al mondo il poeta intravede la grandezza di una prospettiva diversa in cui si identifica, quella dell’emancipazione sociale:
“Potrò mai perdonare alla gente per bene di avere amareggiato le mie bandiere rosse e di avere deriso sui muri della mia gioia l’immagine di Lenin che parla alla sua gente.”
La speranza di emancipazione collettiva è intravista con maggiore nitidezza in quella fase in cui il “movimento” ha trovato la sua maggior forza, nella metà degli anni Settanta. E non a caso le piazze degli anni Settanta e, in particolare, quella Piazza Maggiore della sua Bologna danno una forte spinta vitale al cantautore che a metà anni Settanta non è più l’ “uomo in crisi” dei primi tre dischi. Le piazze sono al centro del suo disco più famoso, l’unico che abbia avuto un grande successo di pubblico: Ho visto anche degli zingari felici. E’ un Lolli più solare rispetto ai tre dischi precedenti, con questo lavoro fornisce, forse spontaneamente, la colonna sonora a un movimento che,allora, sembrava inarrestabile(forse i giornalisti che hanno scritto su di lui nei giorni successivi alla morte hanno ascoltato solo quel disco). Difficile dire qualcosa che non rischi di scadere nella retorica su questo disco veramente epocale. Ma è impossibile dimenticare la figura di donna di Anna di Francia, il buffo anziano militante del PCI che voleva unire la sinistra “vecchia” e “nuova”… con il vino di Albana per Togliatti, l’atroce descrizione delle vittime innocenti martoriate nell’esplosione del treno Italicus di agosto, l’epica bellezza di Piazza bella piazza. E come non menzionare la canzone (divisa in due parti una in apertura e una in chiusura dell’opera) che fornisce il titolo all’album? Nella seconda parte della canzone Lolli intona uno degli inni più belli mai scritti in onore all’emancipazione della classe lavoratrice, una canzone che giustamente è rimasta nella memoria collettiva a quattro decenni dalla fine di quel grande movimento.

Siamo noi a far ricca la terra
noi che sopportiamo
la malattia del sonno e la malaria
noi mandiamo al raccolto cotone, riso e grano,
noi piantiamo il mais
su tutto l'altopiano.
Noi penetriamo foreste, coltiviamo savane,
le nostre braccia arrivano
ogni giorno più lontane.
Da noi vengono i tesori alla terra carpiti,
con che poi tutti gli altri
restano favoriti.
E siamo noi a far bella la luna
con la nostra vita
coperta di stracci e di sassi di vetro.
Quella vita che gli altri ci respingono indietro
come un insulto,
come un ragno nella stanza.
Ma riprendiamola in mano, riprendiamola intera,
riprendiamoci la vita,
la terra, la luna e l'abbondanza.
È vero che non ci capiamo
che non parliamo mai
in due la stessa lingua,
e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero
che abbiamo tanto da fare
e che non facciamo mai niente.
È vero che spesso la strada ci sembra un inferno
o una voce in cui non riusciamo a stare insieme,
dove non riconosciamo mai i nostri fratelli.
È vero che beviamo il sangue dei nostri padri,
che odiamo tutte le nostre donne
e tutti i nostri amici.
Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l'amore
e rotolarsi per terra.
Ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l'amore
e rotolarsi per terra.
Ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.


Questo momento di vitalità e di forza rimarrà purtroppo episodico: il “grande freddo” sta per arrivare; la borghesia si riorganizza con la complicità del PCI per ricacciare indietro quel movimento. Bologna diventa un laboratorio del PCI “che si fa Stato”: la complicità del partitone nella repressione dei moti a carattere insurrezionale del marzo 1977 contribuisce a determinare le tematiche del suo ultimo grande capolavoro: Disoccupate le strade dai sogni. Il disco fu commercialmente un vero e proprio fiasco: Lolli si voleva emancipare dalla multinazionale discografica EMI che aveva pubblicato i primi 4 dischi e approdò ad una piccola etichetta indipendente, L’ultima spiaggia. La nuova casa discografica era, però, priva di mezzi e il disco non ebbe una grande diffusione né una promozione adeguata ma il tempo rende giustizia alle cose. Disoccupate le strade dai sogni fu davvero un disco eccezionale e non solo per la straordinaria caratura artistica ma perché fu l’opera che chiuse, simbolicamente, un epoca, quella del “lungo 68 italiano”. La solare sensazione di forza collettiva che caratterizzava Ho visto anche degli zingari felici cedeva qui il posto alla cupa consapevolezza che “la restaurazione” era alle porte, una restaurazione che avveniva con la complicità del partito, il Pci, nel quale le masse avevano riposto le speranze di cambiamento: Lolli canta in “Alba meccanica” che apre il disco

“L’alba si inventa un ingranaggio
il sole lo unge con il suo grasso
l’alba si inventa una ruota che gira
respira compagno l’aria che tira
respira compagno una goccia di grasso
che esce da questo ingranaggio
ma non respirarlo con cortesia
è la socialdemocrazia
e non respirarla troppo forte
è la meccanica della tua morte”


Non si può che concordare con quanto ha scritto sull’opera Fulvio Abbate :
“Disoccupate le strade dai sogni, un ellepì che vale dieci cento mille diecimila editoriali di Umberto Eco o di Eugenio Scalfari o di Franco Ferrarotti, li vale per lucidità chirurgica. Lolli cantando nel 1978, spiegava verso cosa saremmo, appunto andati, da quale piano inclinato saremmo precipitati”.6
Dopo questo disco la carriera artistica di Lolli andò incontro a notevoli difficoltà: negli anni Ottanta fece alcuni dischi, buoni qualitativamente, che, però, passarono nell’indifferenza generale. Il clima politico e sociale era ormai cambiato radicalmente e l’arte di Lolli non trovava più un pubblico pronto a recepirla. Il cantautore a quel punto scelse di farsi da parte e per guadagnarsi da vivere optò per la carriera di docente di lettere piuttosto che scendere a compromessi per lui inaccettabili. Di tanto in tanto usciva un suo disco o un suo libro ma la vena poetica (e anche la qualità musicale) dei suoi nuovi dischi era rinsecchita, si trattava sempre di dischi molto dignitosi, contenenti, a volte, ottimi spunti (notevole a questo proposito l’ultimo album, uscito recentemente, Il grande freddo) ma in ogni caso era una produzione artistica ben lontana dai vertici assoluti degli anni Settanta. Ma ciò non è capitato solo a lui: tutti i grandi cantautori italiani dopo gli anni Ottanta(con la sola eccezione di De André) hanno prodotto opere la cui qualità è ben lontana da quella del decennio degli anni Settanta. A differenza di molti suoi colleghi, però, Lolli non è diventato la caricatura di se stesso, tantomeno è diventato un giullare di regime né si è "riconciliato con il mondo(e col PD)”: è rimasto sempre un compagno che continuava a cantare per chi voleva sentire le sue indimenticabili canzoni (va detto che negli ultimi anni, dopo gli anni dell’oscuramento più totale, si è evidenziata una certa riscoperta della sua opera, anche da parte di giovani che riconoscevano in lui un maestro della canzone d’autore).
La notizia della sua morte a 68 anni ha suscitato una forte emozione in chi amava la sua arte: una gran folla (si parla di circa 2000 persone )si è ritrovata a Bologna per dargli l'ultimo saluto. La giunta PD di Bologna, seguendo il solito costume ipocrita della politica borghese ha cercato di darsi lustro mettendo a disposizione Palazzo D'Accursio, sede del comune, per onorare l’illustre bolognese, fingendo di ignorare che il defunto aveva a suo tempo cantato in La socialdemocrazia (presente in Disoccupate le strade dai sogni):"
La socialdemocrazia non va
a caccia di farfalle.
Il nemico marcia in testa a te
ma anche alle tue spalle.
Il nemico marcia con i piedi
nelle tue stesse scarpe.
Quindi anche se le tracce non le vedi
è sempre dalla tua parte.
La socialdemocrazia è
un mostro senza testa.
La socialdemocrazia è
un gallo senza cresta.
Ma che nebbia, ma che confusione
che vento di tempesta.
La socialdemocrazia è
quel nano che ti arresta.


Tra la folla presente a Palazzo D’Accursio si percepiva chiaramente una grande commozione: lacrime non certo di circostanza, un lunghissimo applauso e una gran quantità di pugni chiusi hanno accompagnato il suo ultimo viaggio.
La morte di Claudio Lolli costituisce senza dubbio una perdita dolorosa ma siamo certi che la sua poesia rimarrà e sarà fatta propria da quei giovani che si riconosceranno nella sua ansia di libertà.
Si ascoltino, in proposito, le raggelanti “Quanto amore” nel primo disco e” Morire di leva” nel secondo
“Aspettando Godot”,canzone che dà il titolo al primo disco e “Compagni a venire” nel terzo disco “Canzoni di rabbia”
“La guerra è finita” nel secondo disco, “Prima comunione” nel terzo
“Quello che mi resta” , nel primo disco
“Angoscia metropolitana” nel primo disco, “Quello lì (compagno Gramsci)” nel secondo, “Delle capre” e “Al milite ignoto” nel terzo
Nel libro “Disoccupate le strade dai sogni”, edizioni Goodfellas, 2018, libro che contiene i testi di tutte le canzoni pubblicate da Lolli e pertanto caldamente raccomandato. ■



1. Si ascoltino, in proposito, le raggelanti Quanto amore nel primo disco e Morire di leva nel secondo

2. Aspettando Godot, canzone che dà il titolo al primo disco e Compagni a venire nel terzo disco Canzoni di rabbia

3. La guerra è finita nel secondo disco, Prima comunione nel terzo

4. Quello che mi resta, nel primo disco

5. Angoscia metropolitana” nel primo disco, Quello lì (compagno Gramsci) nel secondo, Delle capre e Al milite ignoto nel terzo

6. Nel libro “Disoccupate le strade dai sogni”, edizioni Goodfellas, 2018, libro che contiene i testi di tutte le canzoni pubblicate da Lolli e pertanto caldamente raccomandato.




SILVIO CARATOZZOLO

Pubblicato su: 2018-12-19 (105 letture)

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