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N46 Pagine Marxiste - Novembre 2018
Proletari italiani e immigrati: per lunit degli sfruttati

Il razzismo apertamente propagandato e fomentato dalla Lega e praticato dal Governo è un razzismo di classe, borghese e antioperaio. Sul piano economico-sociale è funzionale al supersfruttamento dei lavoratori immigrati, che permette ai padroni di realizzare la rendita razzista. Anche il Decreto Sicurezza ha per scopo non la riduzione, ma l’aumento degli immigrati irregolari, da sfruttare senza regole. Sul piano politico esso punta a dividere lavoratori italiani da quelli immigrati, e a iniettare nei primi il virus del nazionalismo oltre che del razzismo.

Per questo il nostro antirazzismo non si limita all’umanitarismo e all’appello alla fratellanza, ma è un antirazzismo proletario e internazionalista.

Combattere il razzismo, promuovere l’unità dei proletari, autoctoni e immigrati, in Italia e negli altri paesi, nella lotta contro i padroni e i loro governi, contro il capitalismo, è un compito fondamentale per i comunisti oggi in Italia e in Europa.


La forsennata campagna razzista e xenofoba in corso, utilizzata dal capo della Lega Salvini per conquistare consensi, è una campagna di falsità, anche se si basa su percezioni comuni.
Ma anche a sinistra si accettano spesso come “oggettive” parte delle tesi antiimmigrazione, come quelle secondo cui non c’è più posto per nuovi immigrati, e che l’immigrazione fa aumentare la disoccupazione e abbassare i salari dei lavoratori autoctoni (cioè nati nel paese considerato).
Per vincere le elezioni Lega e Cinquestelle hanno fatto leva proprio sulle false percezioni e le paure irrazionali, rilevate dalle indagini demoscopiche e amplificate dal battage mediatico su ogni episodio di criminalità che coinvolga immigrati, contro i rifugiati “parassiti”, gli immigrati che “rubano” il lavoro, i posti al nido e nelle case popolari. E Salvini continua quotidianamente a rinfocolare questi pregiudizi, con lanci di agenzia, interventi polizieschi e misure governative dalla sua poltrona di ministro dell’Interno, per sorpassare i socirivali nel voto potenziale.
Una tesi che va per la maggiore è che “siamo invasi dagli stranieri”. Una recente indagine Eurispes rileva che un italiano su 4 (il 25,4%) ritiene che gli immigrati siano il 24% della popolazione (circa 1 su 4), e più di 1 su 3 (35%) siano il 16% della popolazione:
oltre il 60% ritiene che gli immigrati siano almeno il doppio della loro presenza reale. Questa percezione potrebbe sembrare fondata se osserviamo i passanti in una via di una città del Nord, o se contiamo gli immigrati quando saliamo su un autobus. Ma i dati ISTAT dicono che sono “stranieri” l’8,5% dei residenti, poco più di 5 milioni su oltre 60. Il dato arriva probabilmente vicino al 10% se si includono le persone nate all’estero che hanno acquisito la cittadinanza italiana dopo almeno 10 anni di residenza, e coloro che non hanno una residenza. Quindi circa una persona su 10 tra quelle presenti in Italia è nata all’estero, 6 milioni su 60 milioni di abitanti; nel Nord e nel Centro la quota è un po’ più alta, al Sud è molto più bassa. Non esattamente un’invasione barbarica! Ma il fatto che gli immigrati sono più giovani e quindi più attivi della media degli italiani, li rende più visibili e si crea la percezione che siano molti di più e stiano addirittura per soppiantare gli “italiani doc”.Nati, morti, saldo naturale per anno 1862-2017
È vero tuttavia che nell’ultimo decennio c’è stato un rapido aumento degli immigrati:
tra il 2007 e il 2017 in Italia i residenti con cittadinanza estera sono aumentati di 2,1 milioni di unità (+72%), il dato maggiore d’Europa tranne la Gran Bretagna (+2,4 milioni, +66%), mentre per la Germania abbiamo un aumento di poco inferiore ai 2 milioni e per la Francia inferiore al milione.
Questo anche perché in Italia l’immigrazione è più recente che nell’Europa centrale e settentrionale; ma la quota di stranieri risultava di tre punti inferiore a Germania, Irlanda e Belgio, ma inferiore anche a Spagna, Gran Bretagna e Svezia.
La percezione dell’incremento esponenziale degli stranieri è poi stata rafforzata dalla campagna martellante di Lega e Cinquestelle sull’ “invasione” in TV e sui giornali.
Mentre è messo a tacere chi sottolinea un’altra realtà di fatto: proprio la più giovane età degli immigrati controbilancia in parte il progressivo invecchiamento della popolazione italiana, a seguito del crollo delle nascite iniziato a fine anni ’70.
Lasciamo quindi da parte le ideologie, e analizziamo dati e fatti reali sulla presenza degli immigrati in Italia, dal punto di vista di classe.

PIÙ MORTI CHE NATI
Un primo aspetto è quello demografico.
Sotto questo aspetto, l’immigrazione è l’unico modo perché l’Italia non riduca la propria popolazione, le proprie forze lavoro e capacità produttiva, e non diventi un paese di vecchi che pesano su un numero decrescente di persone in età di lavoro.
Per mantenere la popolazione costante sul lungo periodo occorrerebbe che mediamente ogni donna avesse 2,1 figli (non 2, perché alcuni non arriveranno a riprodursi).
Questo “tasso di fertilità totale” era stato superiore a 2,1 per tutti gli anni ’50 e fino al 1976, arrivando fino oltre 2,6 figli per donna durante il baby boom di metà anni ’60 (nel quale si combinavano il passaggio da una società contadina a una urbana e l’ottimismo del boom economico). Nel 1965 le nascite superarono il milione. Dal 1977 il tasso di fecondità è sceso sotto 2 figli per donna, per crollare fino a 1,2 figli medi per donna negli anni ’90, e risalire di poco a 1,3 – 1,4 figli per donna negli anni ‘2000, anche a seguito dei figli di immigrati, ma si tratta di un tasso di natalità che porta all’inesorabile declino e ulteriore invecchiamento della popolazione senza nuova immigrazione.tasso ocupazione %, 15-64 anni
La controprova è nel rapporto tra i nati e i morti nei vari anni: le nascite sono state superiori a 800 mila ogni anno dagli anni ’50 fino a metà degli anni ’70; da metà anni ’80 si sono attestate tra le 500 e le 600 mila ogni anno fino all’ultimo decennio; ma nel 2017 sono nati solo 458,151 bambini in Italia, di cui quasi 68 mila figli di “stranieri”, mentre i morti sono stati 649.061, con un saldo negativo di oltre 190 mila, che sarebbe stato di – 250 mila senza l’apporto dei figli di immigrati (che hanno avuto solo 7300 morti). E il divario tra morti e nati, apertosi nell’ultimo decennio con il calo delle nascite sotto le 500 mila per anno e l’aumento dei decessi oltre i 600 mila, è destinato ad allargarsi ogni anno, con le generazioni più numerose del baby boom che superano la soglia della vecchiaia, mentre le generazioni in età di riproduzione sono sempre meno numerose oltre che meno fertili.
Il grafico di Figura 1 evidenzia questo declino, che fa della nostra epoca una nuova epoca di declino, dopo le pestilenze dei secoli passati e i massacri delle due guerre mondiali.
D’altra parte anche l’apporto degli immigrati già presenti non inverte il trend: se nel 2016 la fecondità media per i cittadini italiani era a 1,26 figli per donna, per le donne immigrate era 1,97, quindi insufficiente a mantenere la stessa popolazione immigrata sul lungo periodo: anche se è più frequente vedere una donna immigrata che un’italiana con la carrozzina, gli stessi fattori che inducono gli italiani a fare pochi figli (precarietà del lavoro, costo della casa e della vita in generale, mancanza di asili nido, timori per un futuro che sembra divenire sempre più tetro, atomizzazione della società con disfacimento della famiglia tradizionale e aumento dei single, assenza di supporto comunitario, sociale alla crescita dei figli, aumento dell’infertilità collegata ai lavori nocivi e allo stress) agiscono anche sugli immigrati. È un fenomeno che tende ad assumere carattere generalizzato nelle metropoli. Anche se in Francia e Gran Bretagna il bilancio demografico è ancora leggermente positivo, in Germania è da anni negativo, come lo è per l’insieme della UE (il 2017 è il secondo anno in cui i morti hanno superato i nati, per 204 mila unità).Popolazione tra i 15 e i 65 anni
Anche in Cina, dove la politica del figlio unico è stata imposta spesso con la violenza statale, oggi che viene allentata per assicurare le prossime generazioni di forza lavoro, le coppie urbane si limitano in genere a un solo figlio. Il sistema capitalistico nelle società a sviluppo avanzato priva la specie umana della capacità/volontà di riprodursi. È questa una ragione in più per la quale il capitalismo, che asservisce la nostra specie al profitto, va rovesciato. Esso va soppiantato da un modo di produzione in cui i rapporti sociali siano finalizzati non al profitto di pochi, ma al soddisfacimento dei bisogni e al libero e consapevole sviluppo tanto degli individui che della specie umana.
Tornando all’Italia: con un tasso di fertilità poco sopra 1 figlio per donna la popolazione dimezzerebbe per ogni generazione successiva (4 nonni, due figli, un nipote…).
Non siamo a questi livelli, ma molto vicini. Nei prossimi anni e decenni, a meno di un radicale cambiamento delle politiche sociali (assegni familiari, asili nido, case a costi accessibili, sostegno all’istruzione superiore) solo l’ingresso di nuovi immigrati potrà contrastare il decino demografico e l’invecchiamento progressivo della popolazione, con tutti i problemi che ne conseguono (semplificando: un singolo giovane che deve lavorare in aggiunta ai due genitori per mantenere i 4 nonni…). Questo lo sanno tutti coloro che sono informati, compresi Salvini e Di Maio, ma a loro serve sbraitare contro gli immigrati e richiedenti asilo non perché li vogliano veramente rimandare a casa (lo faranno con singole azioni dimostrative da sbattere in prima pagina, ma il loro numero continuerà ad aumentare), ma perché come vedremo è funzionale all’interesse dei padroni tenere una parte della forza lavoro in condizione di minaccia e ricattabilità, per poterla sfruttare a proprio piacimento, e impedire il fronte comune con i lavoratori italiani.

“CI RUBANO IL LAVORO”?
Una delle accuse agli immigrati è che “rubano il lavoro agli italiani”. Per chi vede le cose in superficie sembra un’evidenza incontrovertibile: se ci sono 3 milioni di immigrati che occupano un posto di lavoro e 3 milioni di disoccupati italiani, basterebbe “mandare a casa loro”, gli immigrati “ladri” di lavoro, e mettere i disoccupati al loro posto. Il singolo disoccupato, quando vede un lavoratore dall’Africa, Asia o America Latina lavorare in un cantiere, in un ristorante, in una ditta di pulizie, in una fonderia, non può fare a meno di pensare:
“se lui non fosse venuto in Italia avrei potuto lavorare io al suo posto” (anche se molti disoccupati con titolo di studio non ne sarebbero particolarmente entusiasti). Questi ragionamenti contengono un errore di fondo:
pensare che l’economia abbia una dimensione fissa, con un numero fisso di posti di lavoro da ripartire. Niente di più falso.
Innanzitutto la disoccupazione non è esplosa a causa dell’arrivo degli immigrati, ma per due ragioni principali: 1) la crisi che dopo dieci anni non è stata ancora superata in Italia, e 2) l’allungamento dell’età della pensione, che ha incollato al posto di lavoro chi avrebbe dovuto far spazio ai giovani. La crisi ha fatto saltare più di 1 posto di lavoro su 3 nell’edilizia (crollo dei mutui bancari per l’acquisto di una casa, giovani precari nell’impossibilità di pagare un affitto o avere un mutuo rinunciano a “metter su casa”) e 1 su 5 nell’industria (fabbriche che chiudono per la concorrenza dei paesi a bassi salari, altre che trasferiscono la produzione verso questi paesi).
Per la perdita del lavoro i disoccupati devono “ringraziare” il sistema capitalistico con le sue crisi cicliche, i capitalisti italiani che a seguito della crisi hanno accresciuto le delocalizzazioni della produzione all’estero, i governi italiani che hanno incatenato uomini e donne al lavoro fino a 65-70 anni, non gli immigrati! La realtà è che se non ci fossero i 6 milioni di immigrati in Italia, non ci sarebbero neanche i 3 milioni di posti di lavoro che occupano.
Sono loro che nel 2015 hanno prodotto merci e servizi per circa 124 miliardi, in parte ricevuti come salari (o redditi vari per gli indipendenti), in parte finiti nelle tasche dei loro datori di lavoro come profitti, generando una domanda equivalente in alimenti, vestiti, abitazioni, mezzi di trasporto privati e pubblici, attrezzature, elettricità, gas, e servizi di ogni genere, dalla scuola per i figli alle telecomunicazioni ecc. Senza i 6 milioni di immigrati chiuderebbero supermercati, cantieri edili, classi scolastiche, linee di autobus e tante altre attività. Sparirebbe un pezzo di economia italiana, con i posti di lavoro collegati, in gran parte occupati da lavoratori italiani.
Gli immigrati hanno semmai svolto il ruolo di ammortizzatori nei confronti dei lavoratori italiani, perché sono stati colpiti molto più pesantemente dalla disoccupazione. Tra il 2007 e il 2015 la percentuale di uomini immigrati con un lavoro (posto = 100 il totale delle persone tra 14 e 65 anni) è diminuita di 14 punti; per gli italiani la flessione è stata di 4,7 punti; per le donne: - 2% per le immigrate e +0,5% per le italiane (vedi tabella 1).
Un immigrato su 7 è rimasto senza lavoro a causa della crisi, contro un italiano su 21 circa. Ciò si è riflesso anche sull’incidenza della povertà. Secondo l’Indagine della Banca d’Italia sui Redditi delle Famiglie Italiane, 2016, tra il 2006 e il 2016 le famiglie “a rischio di povertà” sono aumentate per gli italiani dal 18,8% al 19,5%, per le famiglie immigrate di ben 21 punti, dal 33,9 al 55,0%. Riguardo la povertà assoluta l’incidenza media per le famiglie di italiani era del 5,1% (3,1% al Nord e 9,1% al Sud); per le famiglie di immigrati il 29,2% (27,7% al Nord e ben 42,6% al Sud). Da un calcolo sommario possiamo ricavare che in tutta Italia un terzo delle famiglie povere sono costituite da immigrati, e nel Nord circa la metà delle famiglie povere sono famiglie di immigrati, soprattutto quelle di recente immigrazione. Escludendole dal “reddito di cittadinanza” si escludono metà delle famiglie povere al Nord.
Gli immigrati, che sono intorno al 10% della popolazione, costituiscono quindi una parte molto più consistente degli strati inferiori del proletariato (anche se non manca un certo numero di famiglie straniere borghesi e ricche). Abbiamo già osservato su queste pagine che l’Italia si distingue dagli altri paesi europei per il fatto di “importare” forza lavoro immigrata a qualificazione relativamente bassa. Questo fatto ci dice molto sul modello economico italiano, ma anche sulla maggiore diffusione di idee e atteggiamenti razzisti e antiimmigrati in Italia rispetto agli altri paesi dell’Europa Occidentale.
Solo il 17,2% degli italiani tra i 15 e i 64 anni è laureato, più o meno la metà dei francesi, spagnoli, inglesi, belgi, olandesi, svedesi, finlandesi, lituani, ecc., tutti con oltre il 30% di laureati. I tedeschi hanno “solo” il 25% di laureati, perché hanno molti più diplomati tecnici, anche con post-diplomi, e hanno solo il 16% che non sono andati oltre la media inferiore, contro il 39% degli italiani. La media UE è superiore di 11 punti all’Italia per numero di laureati, e di 16,6 punti più bassa per coloro che non sono andati oltre la media inferiore (vedi Tabella 2).
Questa bassa qualificazione della forza lavoro determina e riflette un sistema produttivo a livello tecnologico medio-basso, e a bassa concentrazione, rispetto alle altre metropoli. Per questo l’Italia ha subito un contraccolpo più forte degli altri “paesi avanzati” a seguito della crisi del 2008-9, dalla quale non si è ancora ripresa. Il PIL italiano è ancora del 5% inferiore al 2007, e la produzione industriale è ancora sotto del 12% (e l’edilizia del 32%) rispetto ai livelli pre-crisi, mentre il PIL tedesco è risalito del 12,3% oltre il livello del 2007. Questo perché le produzioni italiane erano più vulnerabili alla concorrenza dei paesi emergenti. I posti di lavoro scomparsi nella crisi (un 20% dell’occupazione nell’industria) li hanno “rubati” questi paesi che hanno imparato a produrre le stesse merci a minor prezzo, e gli industriali italiani che sono andati a produrre in Cina, Polonia, Marocco, Turchia, ecc. per ridurre i costi e aumentare i profitti, e non sarà cacciando gli immigrati dall’Italia che si recupereranno.
Se nella Tab. 2 guardiamo i dati sul livello di istruzione degli immigrati, vediamo che esso è correlato al livello di istruzione medi dei vari paesi, e che l’Italia è ancora più fortemente distaccata dagli altri paesi europei più sviluppati per numero di laureati tra gli immigrati che tra gli autoctoni. Dalla tabella risulta che nella media europea c’è addirittura una percentuale leggermente più alta di laureati tra gli immigrati (28,9%) che tra gli autoctoni (27,8%). Questo è particolarmente vero per Danimarca (40% tra gli immigrati contro 31% tra i danesi), Irlanda (addirittura 50% tra gli immigrati contro il 37% tra gli irlandesi), Gran Bretagna (47% degli immigrati contro 37% dei britannici). In Italia solo il 12% degli immigrati è laureato, a fronte del 17% degli italiani (il livello più basso tra i paesi in elenco, tranne Romania e Turchia. Ma la quota di laureati tra gli immigrati, il 12,3%, è più bassa anche degli immigrati in Romania e Turchia…).
Approfondiamo la questione prendendo in considerazione non la cittadinanza (in Italia gli immigrati residenti da più di 10 anni possono acquisire la cittadinanza italiana – anche se di solito devono attendere qualche anno in più; da quel momento scompaiono dalle statistiche degli “stranieri” per entrare in quelle degli “italiani”), ma il luogo di nascita, sia individuale che della famiglia di provenienza (immigrati di prima generazione se nati all’estero; di seconda generazione se nati in Italia, ma almeno una delle famiglie di provenienza viene dall’estero).
Il numero degli “immigrati di seconda generazione” (Tab. 3) è più elevato in paesi a più antica immigrazione, come in Francia, dove è maggiore di quelli di prima generazione, ma anche in Belgio, Austria, Svezia, Svizzera; in Germania è minore perché negli anni ’60 e ’70 i Gastarbeiter (lavoratori ospiti) italiani e turchi venivano rimandati al loro paese alla prima crisi che rendeva superflua la loro presenza. Nei paesi baltici e nella ex-Jugoslavia il numero delle seconde generazioni è particolarmente alto a seguito degli spostamenti di gruppi etnici nell’area regionale negli scorsi decenni. In Italia il numero delle seconde generazioni di immigrati era ancora basso nel 2014 (1,7%, corrispondente a circa 280 mila persone tra i 15 e i 64 anni), ma è più che triplicato negli anni successivi a seguito delle acquisizioni di cittadinanza. La Tab. 4, che prende in considerazione i soli lavoratori dipendenti, e anziché la cittadinanza considera il luogo di nascita del lavoratore e della famiglia di provenienza, permette di vedere un altro aspetto importante: in diversi paesi gli immigrati di seconda generazione hanno una quota di laureati superiore a quelli di prima generazione o agli stessi cittadini “doc” del paese. Ciò è vero in Spagna, Francia, Regno Unito, Norvegia e per la stessa Italia (seconda generazione 24,3% di laureati contro il 20,5% degli italiani “doc”). Un indice del fatto che la famiglie degli immigrati, figli compresi, investono di più nell’istruzione rispetto agli autoctoni, quale canale di ascesa sociale.

IMMIGRATI SOTTOImmigrati prima e seconda generazione
È quindi evidente che il sistema italiano seleziona negativamente gli immigrati sotto l’aspetto dell’istruzione: tiene i meno istruiti, e respinge i più istruiti. Conferma ne è che una buona parte dei più istruiti è sottoutilizzata, in lavori di manovalanza o di produzione non qualificata, o di servizio non qualificato (pulizie, facchinaggio, trasporto, colf o badante, ecc.). La riprova del basso livello di istruzione medio in Italia l’abbiamo dal dato (ancora Tab. 4) di coloro che hanno conseguito al massimo la licenza della media inferiore, con i dati dell’Italia tra i più alti, sia per gli italiani (29,3%) che per gli immigrati (40%). È anche qui significativo il fatto che gli immigrati di 2a generazione hanno una percentuale più bassa (19,3%) nel livello inferiore di istruzione.
Ora si pone la domanda: come mai l’Italia seleziona gli immigrati alla rovescia rispetto al livello di istruzione? La politica delle altre maggiori metropoli (a partire dagli USA con la green card per i laureati, ma anche la UE ha istituito la sua blue card) è quella di scremare coloro che vorrebbero immigrare sulla base della qualificazione, per permettere ai capitalisti nazionali di disporre di ingegneri, tecnici, scienziati, anche insegnanti di materie scientifiche per la cui formazione lo Stato non ha speso nulla (una specie di rapina dei cervelli formatisi in altri paesi, il brain drain) per mantenere il proprio sistema produttivo in posizione dominante, riducendo i costi di formazione. L’Italia invece fa la politica opposta: prende soprattutto immigrati a bassa qualificazione e manda all’estero (o si fa scappare) i propri laureati e ricercatori, dopo avere pagato le spese per la loro formazione, perché non trovano in Italia lavori confacenti, o se li trovano sono sottopagati. Sono decine di migliaia i laureati che ogni anno lasciano l’Italia per la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, gli USA.
Perché questo fenomeno da imperialismo straccione, per usare la definizione di Lenin? Per rispondere è utile verificare il livello di utilizzo della forza lavoro in Italia e negli altri paesi europei.
La Tab. 5 mostra il livello di qualificazione nel lavoro dipendente degli immigrati rispetto agli autoctoni in Italia e nei vari paesi europei. Per semplificare, sono stati riuniti i tre profili lavorativi più alti (manager, professionisti e tecnici), lasciando fuori le posizioni: impiegati di supporto, addetti a servizi e vendita, lavoratori specializzati dell’agricoltura e della pesca, artigiani e mestieri collegati, operatori di macchine e impianti, addetti al montaggio, lavori elementari.
Se osserviamo la prima colonna vediamo che la quota di lavori ad alta qualificazione in Italia (36%) è inferiore di 8 punti alla Francia, di 9 punti alla Germania, di 11 punti alla Gran Bretagna, di 15 punti alla Svezia. A testimonianza di un sistema produttivo a minore livello tecnologico medio.
In più occasioni in queste pagine abbiamo collegato questo fenomeno alla bassa concentrazione, al prevalere delle piccole imprese con scarsa capacità tecnologica e manageriale. Un sistema che necessita di meno tecnici e ancor meno ricercatori, ma anche meno manager, perché il loro ruolo è svolto dai padroncini.
Se passiamo a considerare la terza colonna, relativa agli immigrati nati all’estero, vediamo che solo 1 su 10 in Italia occupa posizioni elevate, e una parte significativa di questi viene da altri paesi dell’Europa Occidentale o dagli USA, al seguito delle rispettive multinazionali. Solo la Grecia, tra i paesi per i quali sono disponibili i dati, ha una percentuale inferiore. In Spagna è occupato in lavori ad alta qualificazione il 14% degli immigrati, in Germania il 25%, in Belgio, Francia, Ungheria, Finlandia un terzo o più, In Gran Bretagna, Svezia e Svizzera tra il 43% e il 49%. Una differenza abissale rispetto agli immigrati in Italia. Abbiamo rapportato questo dato con quello dei laureati per ogni paese (parte destra della Tab. 5). In Italia gli immigrati laureati sono il 13%, ma tra essi quelli che sono adibiti a mansioni ad alta qualificazione sono 3 punti in meno. Ancora più accentuato il sottoutilizzo da parte della Spagna (- 15 punti). Per la Francia i due dati coincidono, per la Germania la differenza è addirittura positiva (un numero maggiore svolge lavori altamente qualificati rispetto al numero dei laureati); per la Gran Bretagna la differenza è negativa, ma siamo su livelli incomparabili con l’Italia. In generale comunque questa differenza è più negativa per gli immigrati di prima generazione che per quelli di seconda generazione e per gli autoctoni è più elevata ancora, a dimostrazione che ovunque vi è un certo sottoutilizzo degli immigrati a parità di livello di istruzione. Se osserviamo la seconda colonna della tabella (immigrati di seconda generazione) vediamo che in molti paesi essi hanno una percentuale di posizioni elevate addirittura superiore agli autoctoni (questo vale anche per l’Italia, ma per numeri ancora piccoli).Livelli di istruzione
Se al polo opposto dello spettro occupazionale, consideriamo le sole “mansioni elementari” (lavori di manovalanza), troviamo che esse occupano il 9,3% degli italiani doc, e ben il 33,9% degli immigrati di prima generazione; aggiunto al 22% di mansioni di servizio e l’8,7% di operai di fabbrica abbiamo che circa 2/3 della forza lavoro immigrata è impiegata per lavori di manovalanza o di servizio. Solo Spagna e Grecia superano il dato italiano per la manovalanza. In Francia svolge lavori di manovalanza il 17,6% degli immigrati, in Germania il 21%, in Gran Bretagna il 13,9%, in Svezia il 10,2%, in Svizzera il 7,5%. Non perché ci siano più autoctoni manovali (è vero solo per la Francia), ma perché vi sono meno lavori di manovalanza (Spagna 15,2% del totale lavoratori, Italia 13,1%, Francia 11,8%, Gran Bretagna 9,1%, Germania 8,3%, Svezia 4,9%, Svizzera 3,8%).
Dove il lavoro costa di più, viene meccanizzato o razionalizzato, quindi ci sono meno manovali.
Il quadro che otteniamo da questi dati è quindi quello di un’Italia in cui gli immigrati sono selezionati alla rovescia rispetto alla qualificazione, e sono più discriminati e tenuti, quasi schiacciati, nello strato più basso della società, dove, diversamente che negli altri paesi europei, non si cercano professionalità tra gli immigrati, ma solo braccia e muscoli, e anche coloro che hanno una professionalità vengono adibiti a lavori di manovalanza o comunque di fatica fisica o di servizio, dove le capacità superiori non sono utilizzate (dalle insegnanti ucraine che fanno le badanti all’ingegnere romeno che fa il muratore al chirurgo che fa lo spazzino). Tra le eccezioni potremmo citare molti aneddoti in cui lavoratori immigrati sono stati utilizzati per le loro capacità (ad esempio nel software), ma senza riconoscere loro la qualifica corrispondente, e quando essi l’hanno richiesta sono stati trasferiti a un lavoro meno qualificato.
Non dev’essere che un italiano abbia un immigrato sopra di sé! L’immigrato deve stare sotto l’italiano, anche quando ha conoscenze e capacità superiori. Deve svolgere i lavori più ingrati, più sporchi e malpagati, che l’italiano se appena può rifiuta – i lavori da negher, appunto. Così vuole l’ordine sociale “italiano”. Un ordine razzista in cui la concorrenzialità si basa sulla riduzione, legale o illegale, dei salari, non sull’innovazione. In questo senso la società italiana è più razzista degli altri paesi dell’Europa Occidentale, perché abbina maggiormente la provenienza alla posizione sociale, e ha visto vincente a livello di opinione pubblica la campagna anti-immigrati di Lega-Cinquestelle.
Lo confermano diverse indagini demoscopiche, che pongono gli italiani in testa ai paesi con l’atteggiamento più negativo rispetto all’immigrazione (dopo la Turchia che ha subito l’impatto di circa 3 milioni di siriani). Ad es. secondo l’indagine IPSOS sulle opinioni relative all’immigrazione, il 63% degli italiani condividono l’affermazione che “L’immigrazione ha provocato nel mio paese cambiamenti che non mi piacciono”, contro il 49% dei francesi, il 46% degli americani, il 45% dei tedeschi e il 43% degli inglesi; alla domanda se l’immigrazione abbia avuto un impatto positivo sull’economia risponde affermativamente solo il 15% degli italiani contro il 47% degli inglesi (non a caso, dato che in Gran Bretagna più di metà degli immigrati sono laureati). Certo su queste valutazioni incide anche il fatto che l’economia italiana versa in uno stato più comatoso degli altri paesi europei, ma questo ordine razziale è funzionale allo specifico modello italiano.

IL SISTEMA DELLA RENDITA RAZZISTAOccupazione ad alta qualificazione
In Italia l’immigrato, il cui permesso di soggiorno è legato al rapporto di lavoro, che spesso ha trovato un lavoro dopo lunghi mesi di ricerca, per non perdere lavoro e permesso, per non ricadere nella condizione di “clandestino” condannato al lavoro saltuario in nero, è costretto ad accettare un inquadramento inferiore alla mansione che svolge, il pagamento di solo una parte delle ore lavorate, il non pagamento o parziale pagamento di straordinari, festivi, ferie, permessi, malattia, tredicesima, quattordicesima – financo la restituzione in contanti al padrone di 300-400 euro della somma in busta paga ricevuta con bonifico – sono la norma per le “cooperative” cui viene normalmente data in appalto la gestione della manodopera immigrata. Oltre ad avere vantaggi giuridici, fiscali e contributivi rispetto alle altre imprese, spesso esse inseriscono nel proprio statuto il non pagamento di diverse voci contrattuali. Interi settori dell’economia, quali la logistica e l’autotrasporto, l’alberghiero, le pulizie, ma anche una quantità crescente di lavorazioni industriali sono “organizzate” con queste modalità.
Anziché trovare metodi per elevare la produttività oraria investendo in macchine e attrezzature (l’estrazione di plusvalore relativo, secondo la terminologia marxiana), si cerca la competitività e il profitto abbassando il costo della forza lavoro ed intensificandone l’uso (plusvalore assoluto).
Le doti necessarie per la gestione non sono le capacità tecniche e organizzative, ma il cinismo, il disprezzo per la persona che lavora, il dispotismo del padrone di schiavi che punisce al minimo cenno di messa in discussione del suo arbitrio. La punizione più frequente è la sospensione dal lavoro, e ovviamente dalla retribuzione – per uno o più giorni, comminata a voce.
In gran parte dei casi le cooperative che realizzano questo super-sfruttamento lavorano per un committente sulla base di un contratto di appalto. Quasi mai la motivazione di questi appalti di attività è nella specializzazione, competenza, possesso di tecnologie e attrezzature da parte dell’appaltante. La principale e quasi sempre unica motivazione è la riduzione dei costi violando norme contrattuali e di legge (nei casi di evasione fiscale e contributiva), ma facendo ricadere su altri i rischi penali. Quanto ai rischi economici, nella gran parte dei casi sono pressoché nulli, in quanto se si ruba ai lavoratori il peggio che può capitare è di dover restituire il maltolto; ma solo una piccola percentuale di lavoratori fa causa per il risarcimento, e le transazioni o le sentenze si limitano alla restituzione di una percentuale di quanto sottratto. Passati due anni dalla fine dell’appalto, la committenza non è più responsabile in solido verso i lavoratori. Se poi, com’è prassi diffusa, la “cooperativa” apre e chiude nel giro di un anno (per riaprire sotto altro nome e prestanome), passati i due anni né i lavoratori né il fisco, né l’INPS hanno più nessuno su cui rivalersi… E in ogni caso, passati 5 anni “liberi tutti”. Questo sistema ha l’ulteriore vantaggio di “risparmiare” investimenti di capitale e quindi di aumentare ulteriormente i profitti netti.
Su questo sistema di rapina a base razziale – rapina rispetto a quanto previsto dalla legge, perché tutto il sistema del lavoro salariato è una rapina legale che trasferisce una parte del prodotto del lavoro altrui nelle mani del capitalista – si basa come detto una parte notevole del sistema Italia, non solo delle piccole imprese con scarse risorse finanziarie e tecniche, che non hanno altro modo per sopravvivere, ma anche le grandi imprese italiane e multinazionali del trasporto, della logistica, dell’ecommerce, della grande distribuzione, della moda, delle carni, e in diversi altri settori industriali.
È un modello basato su quella che possiamo definire “rendita razzista”, che deriva dal supersfruttamento e sottopagamento della forza lavoro in virtù del fatto che è “straniera”. Il razzismo è una ideologia strettamente funzionale a questo modello, perché considera “naturale” la superiorità dell’autoctono e l’inferiorità dello straniero, ed impedisce con ciò l’unione tra lavoratori italiani e stranieri. Questo sistema fiorisce in molte fabbriche, dove i lavoratori italiani sono assunti direttamente dall’impresa principale, con applicazione del CCNL di settore (metalmeccanico, chimico, alimentare, plastica), mentre parte dell’attività produttiva è data in appalto a cooperative o s.r.l. (in reparti specifici, come imballaggio e spedizioni, ma spesso anche nei medesimi reparti di produzione) che assumono solo immigrati, con il CCNL “Pulizie e Multiservizi” di CGIL, CISL, UIL, oppure altri contratti di comodo (sottoscritti da una fantomatica UNCI o dall’UGL), con paghe molto più basse e normativa sfavorevole al lavoratore, e generalmente hanno carichi di lavoro più pesanti dei lavoratori italiani. In questi casi i lavoratori italiani si sentono appagati per il trattamento “privilegiato”, e quando sono organizzati con CGIL, CISL o UIL questi sindacati in genere si guardano bene dal porre la rivendicazione dell’applicazione del medesimo contratto e della parità di trattamento a parità di lavoro. Per certi settori sono i confederali stessi ad aver sottoscritto un CCNL di pura svendita salariale: l’esempio più eclatante è il CCNL per i “Servizi Fiduciari”, ossia Vigilanza per supermercati ecc., dove al Nord sono occupati quasi solo immigrati, in particolare dal Senegal, con un salario d’ingresso di euro 4,40 l’ora, che salgono a euro 5,37 lorde dopo un anno di lavoro. Un vergognoso CCNL razzista offerto dai confederali alle imprese di vigilanza e ai loro committenti.

OPPOSIZIONE NECESSARIA E POSSIBILE
Il modello razzista dello sfruttamento funge anche da base per far penetrare tra i lavoratori italiani l’ideologia del nazionalismo: il sentirsi superiori in quanto italiani, l’identificarsi con la propria nazionalità, che garantisce presunti privilegi, anziché con la propria classe dei lavoratori salariati, sfruttati dai medesimi capitalisti. Questa ideologia, che sia a destra che a sinistra si veste spesso dei colori sociali (del resto il socialismo nazionale, come il nazionalsocialismo non è una novità…), nella storia è stata funzionale a trascinare il proletariato dietro alle bandiere della “patria” contro altri proletari in immani massacri.
Questo sistema deve e può essere combattuto.
Le lotte dei lavoratori immigrati là dove sono più concentrati, come nella logistica (organizzate dal SI Cobas, e nel Nordest dell’AdL Cobas) hanno dimostrato in centinaia di magazzini che il modello razzista può essere abbattuto conquistando per tutti i lavoratori, immigrati e italiani, non solo l’applicazione del CCNL Trasporti e Logistica, eliminando tutti i furti e furtarelli sulla retribuzione, ma anche miglioramenti ulteriori, in termini di salario e normativi, con passaggi automatici di livello per anzianità, e una riduzione dell’orario di lavoro annuo di due giornate retribuite, un’assicurazione a vita per i casi di invalidità, e soprattutto hanno conquistato rispetto e dignità dopo essere stati trattati per anni come schiavi. Per alcune decine di migliaia di lavoratori il salario effettivo per ora lavorata è spesso raddoppiato, ma si tratta ancora di un ambito ristretto rispetto ai 2,5 milioni di lavoratori salariati immigrati, e rispetto allo stesso settore dei Trasporti, nel quale queste lotte si stanno ancora estendendo (nei magazzini e tra le centinaia di migliaia di autisti di furgone e di camion); ma incontrano una crescente resistenza da parte del padronato, e dello Stato con polizia e magistratura, perché esse mettono a rischio la divisione razzista della classe e quindi la sottomissione ideologica dei lavoratori italiani e di parte degli stessi immigrati. L’estensione delle lotte ad altri settori, coinvolgendo anche i lavoratori italiani, è cruciale per la resistenza alla repressione.
Combattiamo il razzismo istituzionale non solo perché sul piano economico-sociale è funzionale alla rendita razzista, ma anche e soprattutto perché, sul piano politico, è funzionale alla divisione dei proletari e a diffondere il virus del nazionalismo tra i proletari italiani, anche nella forma subdola del “sovranismo”.
Il razzismo è doppiamente di classe, borghese e antioperaio. Anche il nostro antirazzismo è di classe, proletario, sul doppio fronte sociale e politico. Oltre a sostenere le lotte economiche che vedono l’unità tra lavoratori italiani e immigrati, come comunisti siamo quindi impegnati a costruire un fronte internazionalista contro il razzismo e il nazionalismo istituzionale e “sociale”, che deve avere una chiara caratterizzazione di classe anticapitalista e respiro internazionale, nel collegamento con movimenti e gruppi di altri paesi. ■







R.L.

Pubblicato su: 2018-11-27 (34 letture)

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