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N°45 Pagine Marxiste - Aprile 2018
A 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre
La lunga marcia del proletariato


100 anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre abbiamo cercato su queste pagine di trarre degli insegnamenti politici da quell’esperienza e dalla sua successiva sconfitta, riguardo la questione del partito e del suo rapporto con la classe, e la questione dello Stato tra “dittatura del proletariato” e dittatura del partito. In questo articolo affrontiamo il tema dei mutamenti sociali avvenuti nell’ultimo secolo, e dei loro riflessi sulla prospettiva strategica della lotta per il socialismo.
Nel 1917 il proletariato era maggioranza solo nelle principali metropoli imperialiste, circondato da un mare di contadini in paesi dove la borghesia avviava la sua marcia per la sottomissione delle braccia e dei cervelli della grande maggioranza alla produzione per il profitto, una marcia di sudore e di sangue. Quel processo è oggi alla sua fase finale, il proletariato è oggi la maggioranza dell’umanità quasi ovunque.

Occorre che i comunisti siano consapevoli dei cambiamenti per guidare la marcia del proletariato per spezzare le catene del lavoro salariato e aprire la strada alla società senza classi.


La Rivoluzione d’Ottobre ha segnato il primo assalto vittorioso del proletariato (dopo la Comune di Parigi). Nei cento anni seguiti numerosi governi si sono richiamati a quell’esperienza, ma in nessun caso si è trattato della presa del potere da parte di un movimento proletario. Nell’Est europeo furono installati al potere governi filo-URSS nella zona di influenza militare di quest’ultima; in Cina il PCC prese il potere dopo una lunga guerra contadina, senza neppure indire uno sciopero del proletariato urbano; nelle lotte di liberazione nazionali in Asia e Africa ascesero al potere partiti che pur organizzando anche settori del ristretto proletariato, per la loro politica nazionalista traevano forza dalla piccola e media borghesia urbana e rurale, alla cui debolezza avrebbe presto sopperito l’accumulazione condotta nella forma del capitalismo di Stato. Anche in Sudafrica il passaggio di potere all’ANC ha sancito la fine della legislazione razzista ma non quella di uno spietato sfruttamento sul proletariato nero (e in parte bianco e asiatico).
Cento anni, quattro generazioni, non sono poca cosa nella storia, ai cui tempi l’affermarsi del modo di produzione capitalistico ha impresso una potente accelerata negli ultimi due secoli. La popolazione mondiale, aumentata da circa un miliardo all’inizio dell’800 a 1,5 miliardi all’inizio del ‘900, negli ultimi 100 anni è più che quadruplicata, dagli 1,8 miliardi del 1917 ai 7,5 miliardi odierni, ma il mutamento qualitativo, sociale è ancora più dirompente, con la transizione da economie precapitalistiche prevalentemente agricole ad economie capitalistiche industrializzate, dall’economia di sussistenza dell’autoconsumo contadino alla produzione per il mercato mondiale, dal lavoro autonomo – spesso con dipendenze feudali o semifeudali – al lavoro salariato (dipendente direttamente dal capitale) o comunque dipendente dal mercato. All’inizio del secolo scorso il mondo era diviso, secondo la famosa definizione di Lenin, tra un pugno di potenze imperialiste ad avanzato (relativamente all’epoca) sviluppo capitalistico (con il 5-10% della popolazione mondiale), e il resto del mondo, composto dalle loro colonie e da semicolonie, dove il capitalismo non era penetrato che in piccole enclave e interstizi.

La profezia del Manifesto

L’affermazione dell’imperialismo, peraltro già in corso sotto lo sguardo attento di Marx ed Engels che denunciano le rapine coloniali dell’Inghilterra e delle altre potenze europee, non sospende, anzi accelera l’operare delle tendenze profonde individuate da Marx già nel Manifesto del Partito Comunista:
“Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni. Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un'impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell'industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All'antica autosufficienza e all'antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. […] Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza.”
La globalizzazione attuale segna la definitiva conferma della visione strategica del marxismo, che appare profetica alla luce delle dinamiche degli ultimi decenni.

Dinamica dell’imperialismo

Nel suo “saggio popolare” “L’imperialismo” Lenin analizza gli sviluppi di questa dinamica, trascurato o negato dai terzomondisti, nel IV capitolo sull’Esportazione del capitale: “per il più recente capitalismo, sotto il dominio dei monopoli, è diventata caratteristica l’esportazione di capitale” rispetto all’esportazione di merci. Dopo aver osservato come la posizione monopolistica dei pochi paesi più ricchi avesse determinato una enorme accumulazione di capitali e “un’enorme “eccedenza di capitale”” che cerca nuovi sbocchi ad alto tasso di profitto, Lenin afferma che “La possibilità dell’esportazione di capitali è assicurata dal fatto che una serie di paesi arretrati è già attratta nell’orbita del capitalismo mondiale, che in essi sono già state aperte le principali linee ferroviarie o ne è almeno iniziata la costruzione, sono assicurate le condizioni elementari per lo sviluppo dell’industria, ecc.”
Dopo aver fatto un quadro dell’esportazione di capitali da parte di Inghilterra, Francia e Germania, e sulla sua distribuzione tra Europa, America e Asia, Africa, Australia, Lenin osserva:
“L’esportazione di capitali influisce sullo sviluppo del capitalismo nei paesi nei quali affluisce, accelerando tale sviluppo. Pertanto tale esportazione, sino a un certo punto, può determinare una stasi nei paesi esportatori, tuttavia non può non dare origine a una più elevata e intensa evoluzione del capitalismo in tutto il mondo”.
È la descrizione della dinamica osservabile distintamente negli ultimi cicli del capitalismo mondiale, in particolare quello seguito all’ultima grande crisi: la ricerca dei più alti tassi di profitto spinge il capitale internazionale, a partire dai grandi monopoli multinazionali e dal capitale finanziario allo stato “puro”, a spostare capitali e attività produttive nei paesi con più bassi salari e mercati in espansione, dalle metropoli ai “paesi emergenti” (le delocalizzazioni) e ad espandere la base produttiva in questi ultimi, anche se spesso all’interno di una divisione internazionale del lavoro che tiene conto non solo del costo del lavoro e della disponibilità di forza lavoro ai vari livelli di qualificazione (ad es. ora molte multinazionali hanno costituito centri di ricerca in un paese come la Cina, divenuto il maggior fornitore di ingegneri del mondo, mentre lavorazioni manuali si spostano verso l’Indocina a più basso costo del lavoro), ma anche della strategicità di prodotti e funzioni.
Abbiamo documentato su queste pagine questo spostamento del baricentro mondiale della produzione verso Est, acceleratosi dopo l’ultima crisi. Ciò che nella seconda metà del secolo scorso poteva ancora essere una ipotesi di lavoro, con il nuovo secolo è divenuto una tendenza irrefutabile: un numero crescente di paesi ex-“arretrati” (definizione utilizzata fino alla Seconda Guerra Mondiale), ex-“sottosviluppati” (definizione del dopoguerra fino agli anni ’70), ex-“in via di sviluppo” (definizione tra gli anni ’70 e ’90), ora “emergenti” hanno attraversato le varie fasi dello sviluppo capitalistico, spesso in maniera molto più accelerata delle vecchie metropoli anche a causa dell’intervento dei capitali di queste ultime, e oggi presentano livelli di industrializzazione e sviluppo sociale ed economico capitalistico anche superiore a quello che le metropoli imperialiste avevano un secolo fa.
Forniamo qui alcuni dati sintetici di questi processi, che esamineremo più in dettaglio a parte.
Investimenti di capitali. Se ci limitiamo agli Investimenti Diretti Esteri, che hanno un carattere reale e stabilità molto maggiore rispetto agli investimenti finanziari speculativi, notiamo una loro forte progressione dal 1980 (primo anno di sistematico rilevamento da parte dell’agenzia dell’ONU, UNCTAD): il loro stock è aumentato dai 40 miliardi di dollari (MD$) del 1980 a 461MD$ nel 2000, a oltre 1.000 MD$ nel 2007, per poi crescere ancora fino a 1.960 MD$ nel 2016; in termini reali la crescita è di più di 7 volte tra il 1980 e il 2000, e nel 2007 è 12 volte il 1980 passando dal 5,7% al 35% del Prodotto Lordo Mondiale, e lo stock di capitali esteri nei “paesi in via di sviluppo” (un insieme molto spurio tuttavia, dato che comprende paesi che sono giunti a un alto livello di sviluppo capitalistico come ad es. la Corea del Sud) è passato nello stesso periodo dal 10,8% al 30% del loro PIL. Il fatto che nel decennio dall’inizio dell’ultima crisi i paesi ex “in via di sviluppo” abbiano accresciuto i loro investimenti all’estero dal 12,5 al 22% del totale mondiale indica la formazione al loro interno di grandi gruppi che, consolidatisi sui loro mercati interni, iniziano a partecipare alla lotta per la spartizione del mercato mondiale (gruppi cinesi in testa).
Il fatto che le “economie avanzate” hanno ridotto la quota di investimento sul PIL dal 26% al 20% tra gli anni ’80 e l’ultimo decennio non può essere visto isolatamente come un segno di “crisi strutturale”, o declino del capitalismo, perché nei paesi emergenti e in sviluppo l’investimento è aumentato dal 26% al 32% del PIL - e al 40% nei paesi asiatici. Il capitale è mondiale e deve essere visto nella sua dinamica mondiale. Se esso rallenta e inciampa nelle vecchie metropoli, trova ancora sfogo sui mercati più giovani. Lo spostamento dell’investimento verso quello che era chiamato il “Sud del mondo” indica un processo ineguale di accumulazione capitalistica, con un passo accelerato nei paesi a più giovane capitalismo, la cui quota sul prodotto mondiale, a parità di potere d’acquisto, è infatti passata da poco più di un terzo (36,3%) contro quasi due terzi (63,7%) delle metropoli nel 1990, a un rapporto 58/42% a favore dei primi nel 2016. Dietro a queste diverse quantità di produzione sta una diversa qualità sociale: proletariato e lavoro salariato al posto di contadini semi-indipendenti. Il mondo non è più quello di 25 anni fa, e ancor meno quello di 100 anni fa.

La base sociale della Rivoluzione

Cosa ha prodotto dal punto di vista sociale un secolo di espansione del capitalismo su scala mondiale? È importante che nel dare una risposta non ci si affidi alle valutazioni soggettive, ma si ricorra ad indicatori oggettivi sulle classi e la loro composizione. Solo di recente l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO nell’acronimo inglese) ha iniziato a pubblicare stime sulle forze lavoro e l’occupazione a livello mondiale, che partono dal 1991, per cui non sono possibili confronti secolari su scala mondiale, ma solo per singoli paesi.
Un indicatore dello sviluppo capitalistico e della formazione delle classi tipica delle società capitalistiche sviluppate è il dato del passaggio della popolazione da attività agricole alle attività industriali e dei servizi, passaggio che si accompagna da un lato al fenomeno dell’inurbamento, quindi della concentrazione della popolazione nelle città, di dimensioni sempre più grandi; un altro e più diretto indicatore è quello del passaggio da lavoratori formalmente indipendenti nell’agricoltura di sussistenza a lavoratori dipendenti, nell’agricoltura, nell’industria e nei servizi, ossia il processo di proletarizzazione. I due processi sono paralleli ma non coincidono: una parte dei contadini che lascia la campagna, non volendo cadere nel proletariato o non trovando un lavoro come dipendente, tenta un’attività autonoma, soprattutto nel commercio. Il dato della riduzione della quota della forza lavoro agricola e il dato parallelo dell’aumento degli occupati nell’industria, nelle costruzioni, nei trasporti, telecomunicazioni, nell’energia, nel commercio, servizi alle persone e alle imprese, scuola, sanità, pubblica amministrazione, finanza ecc. sono indicatori della disgregazione della società agricola precapitalistica, dell’aumento della produttività agricola con la meccanizzazione, della formazione di un mercato nazionale in cui tutte le attività si rapportano tra loro attraverso lo scambio mediato dal denaro e gran parte della produzione avviene in forma capitalistica.
In questo processo si formano anche le classi moderne, e la società si polarizza sempre di più tra borghesia e proletariato. È questa “maturazione” sociale che pone le basi per il superamento dell’involucro capitalistico che permea, avvolge e costringe ogni attività umana.
La stessa Rivoluzione d’Ottobre esplose perché la guerra in cui si era lanciato l’impero zarista aveva gettato le masse in una miseria insopportabile, al fronte e nelle retrovie, ma anche perché nelle maggiori città era presente un proletariato industriale concentrato e organizzato: circa 500 mila operai a San Pietroburgo e 400 mila a Mosca 1. Il loro peso sociale e politico si è dimostrato ben superiore a quello dei più numerosi contadini. Rispetto alle stime tradizionali che contavano circa 3 milioni di operai industriali in Russia allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, secondo stime più recenti 2 che includono le imprese di Stato, in realtà il proletariato industriale e dei trasporti avrebbe contato ben 15 milioni di persone, di cui 6 milioni nella grande industria propriamente detta. Se questi dati fossero verificati, sarebbe smentita la tesi di Gramsci della “rivoluzione contro il Capitale”, essendo lo sviluppo capitalistico della Russia superiore a quanto allora creduto. Ma comunque sia, senza quel proletariato una rivoluzione sarebbe stata impensabile; avrebbero potuto scoppiare delle rivolte contadine, che sarebbero però state come sempre schiacciate nel sangue.

Le campagne si svuotano

Utilizzando i dati di B.R. Mitchel (Historical Statistics), abbiamo cercato di ricostruire il livello di sviluppo sociale delle metropoli imperialistiche nel periodo dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, per confrontarlo con il livello odierno dei paesi ex coloniali e semicoloniali.
Come si può vedere, quando si confrontarono nella Prima Guerra Mondiale tutti gli Stati imperialisti, ad eccezione della Gran Bretagna, erano ancora in uno stadio di transizione verso il capitalismo pienamente sviluppato. La quota dei lavoratori agricoli era pari al 9% in Gran Bretagna, al 28% in Olanda, al 36% negli Stati Uniti, al 37% in Germania, al 41% in Francia; l’Italia con il 57% aveva ancora una maggioranza di lavoratori agricoli (anche se una parte consistente erano salariati), seguita da Spagna e Russia. Le quote dell’industria hanno un andamento inverso, anche se Francia e Italia avevano livelli relativamente più alti (ma bisogna considerare che la voce “industria” comprende anche l’artigianato). Qui ci interessa, oltre all’evoluzione sociale di questi paesi durante un secolo, un raffronto con la condizione attuale dei paesi che allora erano paesi “arretrati”, colonie o semicolonie.
Un dato sintetico è quello ricavabile dalla ripartizione del mondo per livelli di sviluppo economico, o di reddito, elaborata dall’ILO (International Labour Office, Ufficio Internazionale del Lavoro), un’agenzia dell’ONU con sede a Ginevra (Tabella 2).
Dalla tabella risultano una serie di fatti:
Nei 25 anni considerati l’occupazione mondiale è aumentata di quasi un miliardo di persone, pari a +44%; Gli occupati in agricoltura sono rimasti costanti come numero, diminuendo dal 42% al 29% del totale. Nei paesi ad alto reddito sono dimezzati al 3,1% del totale, nei paesi a reddito medio-alto sono diminuiti di 138 milioni, dimezzando dal 45% al 23% degli occupati; nei paesi a reddito medio-basso sono invece aumentati di oltre 50 milioni, tutti nel primo decennio, ma sono scesi dal 56,5% al 40% come quota. Il gruppo di paesi a basso reddito ha invece visto raddoppiare l’occupazione agricola, che è rimasta sopra i due terzi dell’occupazione complessiva.
Gli occupati nell’industria (comprese le costruzioni) sono aumentati di circa 230 milioni, un aumento del 50%, ma sono rimasti quasi costanti come quota, poco sopra un quinto dell’occupazione complessiva. Il loro aumento si è distribuito tra paesi a reddito medio-alto, dove sono quasi un quarto degli occupati, e i paesi a reddito medio-basso, dove hanno peso pari a quello complessivo mondiale. Nei paesi a basso reddito sono rimasti intorno all’8% degli occupati, e verosimilmente in gran parte in attività artigianali.
Gli occupati nei servizi sono quasi raddoppiati a livello mondiale, raggiungendo la metà di tutti gli occupati. Nei paesi ad alto reddito hanno raggiunto i tre quarti degli occupati, in quelli a reddito medio-alto hanno superato il 50%, in quelli a reddito medio-basso sono vicini al 40%, e solo in quelli a basso reddito non sono aumentati come percentuale. Nel complesso quindi alla riduzione della quota agricola è corrisposto l’aumento della quota dei “servizi”, un settore oltremodo eterogeneo essendo definito in modo residuale rispetto a “primario” e “secondario”, comprende attività estremamente eterogenee sia dal punto di vista tecnico (dei valori d’uso) che sociale (rispetto al processo di produzione e ripartizione del plusvalore), spaziando da attività produttive materiali quali l’energia, le telecomunicazioni, i trasporti, le riparazioni, la progettazione ecc. ad attività improduttive quali la finanza, il commercio e la pubblica amministrazione.

La crescita del terziario
Rispetto a un secolo fa l’occupazione industriale si ferma su livelli percentualmente inferiori per due motivi. Il primo è la scomposizione delle attività svolte internamente dalle imprese industriali fino agli anni ’50-60 del secolo scorso in attività di trasformazione e attività di “servizio” (progettazione, contabilità, pulizie, manutenzione, movimentazione, trasporto-logistica, marketing), oggi spesso esternalizzate e quindi computate nei “servizi”. Il secondo motivo è che la produttività della produzione industriale (produzione per ora lavorata o per dipendente) è aumentata proporzionalmente più delle attività di servizio, soprattutto dei “servizi alla persona”, dal barbiere alla sanità alla scuola, e quindi occupa una parte decrescente della “giornata sociale” complessiva, nonostante l’aumento dei prodotti materiali messi sul mercato. Anche in un paese divenuto la “fabbrica del mondo” come la Cina, i servizi hanno superato l’industria già dall’inizio del nuovo secolo. Data la sua rapida e imponente accumulazione di capitali, la Cina può essere vista come un modello puro e accelerato di trasformazione sociale capitalistica, che in sole due generazioni ha ridimensionato l’agricoltura dall’80% a poco più di un quarto degli occupati, e ha portato l’industria vicino al 30%, mentre i servizi sono passati da meno del 10% a oltre il 40%. Con questa quota di occupati nell’industria le imprese cinesi sono in grado di invadere il mondo intero con i loro prodotti. I livelli cinesi si possono quindi considerare livelli limite dell’industrializzazione (tuttavia, se considerassimo solo la Cina “moderna” escludendo le province dell’interno, la quota di industria e servizi salirebbe ulteriormente).
Nella Tabella 4 è possibile vedere una ripartizione più dettagliata per settori e per grandi regioni. Si può notare innanzitutto che solo nell’Africa Subsahariana esiste ancora una maggioranza di contadini, anche se l’ultimo decennio ha visto una accelerazione della dinamica capitalistica. Segue l’Asia Meridionale (India, Pakistan, Bangladesh ecc.) ancora con il 44% di contadini, ma in forte riduzione rispetto al 60,5% del 1991. Nel Nordafrica (la fascia che va dal Marocco all’Egitto) l’agricoltura è scesa a un quarto degli occupati, come nell’Asia Orientale, dove però la dinamica è stata molto più accelerata. Si tratta di un livello raggiunto in Italia durante l’esodo agricolo degli anni ’60, che portò milioni di persone dalle campagne del Sud e del Triveneto al Triangolo industriale MI-TO-GE e in Germania, Francia, Belgio, Argentina. In secondo luogo nella Tab. 4 la disaggregazione dell’industria in industria di trasformazione e costruzioni mostra che l’industria in senso stretto occupa poco più di un decimo del totale occupati, con un massimo di uno su sette in Europa (ma in forte calo rispetto a uno su quattro ancora nel 1991), mentre in diverse regioni le costruzioni occupano un numero di addetti analogo o superiore all’industria, indice di forti processi di urbanizzazione e di costruzione di infrastrutture, soprattutto per i trasporti.
Spicca inoltre il dato del commercio, i cui occupati a livello globale e nella maggior parte delle regioni sono più numerosi di quelli dell’industria, mentre sono in notevole crescita in tutte le regioni anche trasporti e logistica, effetto della globalizzazione e concentrazione della produzione, parallela alla formazione di mercati nazionali che sostituiscono i mercati locali in grandi paesi come la Cina; anche alberghi e ristorazione sono in crescita. I settori finanza e assicurazione e immobiliare e amministrazione vedono una forte crescita soprattutto in Nordamerica ed Europa, dove hanno raggiunto rispettivamente il 18% e il 14% degli occupati: indice di un crescente parassitismo finanziario e speculativo.
Per le attività della Pubblica Amministrazione e Difesa spicca l’alto peso di Stati Arabi del Medio Oriente e il Nordafrica: la forte militarizzazione di queste aree è da collegare sia alla difesa esterna, per la protezione della rendita petrolifera contro i molti appetiti delle potenze mondiali e regionali, che per la repressione interna, contro il proletariato, tramite apparati polizieschi e militari tra i più repressivi e sanguinari del mondo.
Anche Istruzione e Sanità presentano una tendenza generale alla crescita, anche se con forti differenze tra regioni. Questi dati indicano che il settore industriale, anche se centrale nella produzione del plusvalore, occupa solo una minoranza del proletariato. Anche se la classe operaia industriale è il nucleo centrale del proletariato mondiale, lo sforzo di organizzazione dei comunisti, sia sul terreno economico che politico, deve rivolgersi al proletariato di tutti i settori.

Proletariato maggioranza dell’umanità
I dati finora forniti ci danno la composizione settoriale degli occupati, ma non la composizione di classe, anche se il percorso storico dei paesi capitalisticamente sviluppati mostra che la crescita dei settori extra-agricoli è parallela al processo di proletarizzazione.
La Tabella 5 presenta le stime dell’ILO sulla composizione sociale della forza lavoro suddividendo i paesi per livello di reddito.
Su scala mondiale il processo di proletarizzazione è proseguito a ritmi notevoli anche se inferiori ai ritmi dell’esodo agricolo, in quanto parte degli ex contadini si mettono in proprio o comunque non trovano un lavoro dipendente per un certo numero di anni. Tra il 1991 e il 2016, periodo per il quale sono disponibili dati omogenei, gli occupati nel mondo sono aumentati di un miliardo (+45%), mentre i lavoratori salariati sono aumentati di oltre 800 milioni e dell’82%. Gli indipendenti sono aumentati di 214 milioni e del 17%, tenendo conto della forte riduzione dei coadiuvanti familiari non retribuiti (specie nell’agricoltura).
I lavoratori dipendenti sono così saliti dal 43,7% al 54,6% degli occupati, divenendo maggioranza su scala mondiale. Nei paesi ricchi i dipendenti hanno raggiunto l’86%, nei paesi a reddito medio-alto il 66,5% (con un aumento di 24 punti in una generazione); nei paesi a reddito medio-basso i lavoratori dipendenti sono tuttavia ancora solo un terzo del totale (ma erano un quarto nel 1991) contro il 52% di lavoratori indipendenti cui si aggiunge il 14,5% di coadiuvanti; nei paesi a basso reddito poi non vi è stato nessun aumento della quota del lavoro dipendente, che resta sotto il 20% (anche se dal 2000 c’è stato un aumento di 3 punti).
La Tabella 6, che presenta il lavoro dipendente per le diverse aree geografiche, mostra tuttavia una più netta tendenza alla proletarizzazione.
Le tre aree in cui i proletari sono ancora una minoranza sono l’Asia Meridionale (24%), dove tuttavia nel periodo considerato vi è stato un sostanziale incremento di 6,4 punti, l’Africa Subsahariana (30%), dove l’incremento è stato di soli due punti, e il Sudest asiatico (46%), dove la crescita è stata invece di ben 17 punti e il traguardo del 50% sarà superato in pochi anni. In tutte le altre aree, secondo le stime dell’ILO, i lavoratori dipendenti sono sopra il 60% della popolazione (Nordafrica 61%, America Latina 64%, Asia Orientale 67% con un balzo di 30 punti – l’effetto Cina –, Stati Arabi 79%, UE 84%, Nordamerica 90%).
Il dato molto basso della proletarizzazione dell’Asia Meridionale è dovuto al basso livello dell’India (15,2%) che richiederà un approfondimento perché sembra mal conciliarsi con i forti ritmi di crescita economica dell’India dell’ultimo decennio. Per un confronto storico con le metropoli al tempo della Rivoluzione Russa, utilizziamo i dati della Francia ai censimenti del 1911 e 1921 (Tabella 7).
Nel censimento francese al posto della voce “imprenditori” abbiamo “capi”, voce che oltre agli imprenditori-proprietari può includere anche alcuni manager formalmente stipendiati, anche se questa figura era ancora molto ridotta al tempo, e abbiamo il termine “isolati” al posto di “autonomi”. Risulta che in Francia i lavoratori dipendenti erano il 50,4% nel 1901 e il 52,7% nel 1921, quando l’agricoltura (dove i dipendenti erano meno di un terzo) occupava il 41,5% della popolazione attiva, poco meno dell’Asia Meridionale, contro il 36% dell’industria (dove la quota dei dipendenti era di oltre due terzi). Si tratta di dati di poco superiori a quelli odierni nel Sudest asiatico, ma decisamente inferiori a quelli di Nordafrica, America Latina e Asia Orientale, due regioni con livelli di proletarizzazione vicini a quelli della Germania del tempo, dove già nel 1907 l’agricoltura era scesa al 37%, contro il 40% dell’industria, e i lavoratori dipendenti erano il 65%.

Gli alleati dei proletari sono i proletari

Lasciamo qui la disamina statistica, consapevoli che essa ci fornisce inevitabilmente un quadro schematico di strutture sociali molto più complesse, perché nei paesi in forte trasformazione sociale una parte consistente della popolazione vive rapporti sociali ibridi, di lavoro informale, dipendente e indipendente al tempo stesso, e lo stesso lavoro dipendente è spesso intermittente – come peraltro sempre più avviene anche nelle metropoli. D’altra parte abbiamo esaminato solo i dati medi nazionali, mentre le aree decisive sono le città, soprattutto le grandi città, dove i livelli di proletarizzazione sono maggiori. Si deve inoltre tener conto del fatto che a cento anni di distanza le tipologie di lavoro sono cambiate, e la qualificazione media della forza lavoro è aumentata. Ciò che emerge tuttavia con assoluta certezza è che il mondo all’inizio del XXI secolo è socialmente molto diverso dal mondo dell’inizio del XX secolo, che il proletariato è maggioranza assoluta in gran parte del pianeta e nella parte restante lo diventerà in tempi ravvicinati, e che quindi anche i compiti politici dei comunisti sono mutati di conseguenza. Il 60% di lavoratori salariati del Nordafrica è un dato pari a quello dell’Italia del 1960. Certo i paesi del Nordafrica non hanno la forza industriale dell’Italia degli anni ’60, ma questo riguarda più i rapporti di forza tra Stati e tra borghesie che la struttura sociale e la lotta di classe.
I compiti strategici dei comunisti in un determinato paese sono determinati dal suo grado di sviluppo sociale: dove il capitalismo ha svolto la sua opera di sottomissione al capitale della gran massa della popolazione e quindi l’antagonismo borghesia/proletariato si è pienamente sviluppato, compito dei comunisti è indirizzare e dirigere la lotta del proletariato verso la presa del potere e la soppressione del capitalismo – una lotta che si svolge sul terreno nazionale, ma che è internazionale.
Questo era chiaro ai comunisti nelle metropoli dell’inizio del XX secolo, quando i paesi capitalisticamente sviluppati, con un proletariato ormai maggioranza della popolazione, erano anche i paesi imperialisti, per cui la lotta di classe in questi paesi era (o doveva essere) anche al tempo stesso lotta contro l’imperialismo, a partire da quello di casa propria. La strategia dei bolscevichi e poi della Terza Internazionale fu chiara in questo senso. Oggi i compiti strategici sono complicati dal fatto che questi paesi a nuova maturazione capitalistica si trovano di fronte i vecchi paesi imperialisti, che oltre ad aver concluso il processo di proletarizzazione su livelli spesso intorno al 90%, hanno accumulato una potenza produttiva e finanziaria molto maggiore, che permette loro di mantenere il controllo su parte delle risorse economiche, e spesso anche sulla politica, dei paesi a più recente sviluppo.
Guerre come quelle dell’Iraq, Afghanistan, Siria e Yemen, dove gli interventi imperialisti si intrecciano (in modi diversi) con quelli delle potenze regionali, complicano ulteriormente la situazione. Diverse correnti che pur si richiamano al marxismo, ripetono le posizioni della Terza Internazionale sui “paesi arretrati” le “colonie e semicolonie” facendo prevalere l’aspetto della lotta “antimperialista” su quello della lotta anticapitalista. Ripetere delle formule in una situazione di classe profondamente mutata non è fedeltà alle posizioni, ma un loro travisamento. Come se i comunisti avessero interesse a difendere un inesistente “capitalismo nazionale” e non imperialista, contro il “cattivo” capitalismo imperialista. Come se un Assad o Khamenei o al-Sisi, massacratori di ogni genere di oppositori a partire dai comunisti, fossero meno reazionari dei Trump, Putin, Macron o Gentiloni.
In tutti i paesi dove il capitalismo ha proletarizzato la maggioranza della popolazione all’ordine del giorno c’è la rivoluzione proletaria e lo spodestamento della borghesia, esattamente come lo era per Marx ed Engels nel loro tentativo di orientare la socialdemocrazia tedesca, come lo fu per la Luxemburg nella generazione successiva e come venne indicato dalla Terza Internazionale ai partiti comunisti dei paesi capitalisticamente sviluppati.
Ma anche nei paesi dove il proletariato è ancora minoranza, esso è in realtà maggioranza sociale perché la massa dei contadini dispersi nelle campagne, oltre a non avere una forza proporzionale al suo peso numerico, è una classe destinata ovunque alla proletarizzazione e all’estinzione. Se all’inizio del secolo scorso si poteva ancora immaginare un futuro con una quota significativa della popolazione addetta all’agricoltura, oggi è un fatto che basta una quota tra il 2 e il 5% per nutrire tutta la società. La storia di questo secolo ha dimostrato che tra la zappa e il trattore non c’è partita. Ogni 100 contadini dell’agricoltura di sussistenza, 95 sono destinati ad abbandonare la terra o a vivere di stenti. Una parte dei 5 che restano diventeranno salariati agricoli, parte integrante del proletariato. E non c’è nulla di più reazionario di volere tenere questa massa legata alla gleba e alla zappa.
Difficilmente in alcun paese, anche dove sono ancora maggioranza come in India e Africa Subsahariana, i contadini potranno più giocare il ruolo sociale e politico giocato nella Russia del 1917 a fianco della rivoluzione proletaria. L’aspirazione del campesino alla proprietà della terra lo rende conservatore dal momento in cui la ottenesse, e lo mette nelle mani del capitale finanziario o dei sussidi statali pagati dal proletariato. I programmi di riforma agraria devono tenerne conto. La distribuzione di terra senza meccanizzazione agricola è distribuzione della miseria. Ma la meccanizzazione significa espulsione della grande maggioranza dalla terra.
100 anni fa i bolscevichi presero il potere spezzando l’anello più debole della catena imperialista puntando sulla rottura di tutta la catena ad opera del proletariato europeo. Questa rottura non avvenne, e le forze capitalistiche ripresero il sopravvento in Russia, dove non si era riusciti a sopprimere il lavoro salariato. La massa contadina dei paesi arretrati costituì la base sociale della rivoluzione cinese e dei movimenti anticoloniali, diretti da borghesie nazionali (spesso espresse dai militari) le quali, per superare la propria debolezza hanno utilizzato lo Stato quale principale agente della accumulazione. Oggi quelle borghesie, in combinazione con il capitale imperialista, sfruttano e opprimono la maggioranza del proletariato mondiale.
Nei 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, mentre il proletariato è stato politicamente sconfitto e ricacciato nella condizione di classe “in sé”, generatrice di pluslavoro e plusvalore a vantaggio della classe dominante, il suo numero è enormemente aumentato ovunque nel mondo, ponendo all’ordine del giorno la lotta per abbattere il capitalismo anche dove 100 anni fa si trattava di favorirne lo sviluppo. Occorre ribadire, perché dimenticato anche da una buona parte di coloro che si rifanno al marxismo, che scopo della presa del potere non è una diversa politica economica all’interno di questa società, ma è il rovesciamento di questa società, con l’abolizione del lavoro salariato e quindi l’abolizione della divisione della società in classi.
La concentrazione della produzione e della distribuzione, realizzate dal capitalismo in parallelo con lo sviluppo del capitale finanziario, rendono questa prospettiva molto più concretamente realizzabile di quanto potesse esserlo nell’Europa del 1917 (nella sola Russia d’allora, arretrata, distrutta e isolata, non si poté realizzare). In questa lotta il proletariato non ha ormai più bisogno di alleati di altre classi, mentre più impellente che mai è l’esigenza di collegare e organizzare internazionalmente la classe proletaria sotto le bandiere della rivoluzione sociale. Un compito che non si realizza a tavolino, ma nel campo della lotta delle classi. Spetterà ai comparti più avanzati in questa lotta (che nelle metropoli è in questi anni ai suoi minimi storici) promuovere e dirigere la formazione della nuova Internazionale. Mai come oggi vale il motto di Marx:
Proletari di tutti i paesi, unitevi!



Note:

1.  Vedi Kevin Murphy, Revolution and Counterrevolution. Class Struggle in a Moscow Metal Factory, Berghahn Books, 2005.

2.  Michael S. Melancon, Auburn University, “Labour (Russian Empire)”, vedi https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/labour_russian_empire




R.L.

Pubblicato su: 2018-05-21 (76 letture)

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