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N°44 Pagine Marxiste - Ottobre 2017
Fallimento del “socialismo” rentier
Venezuela

In Venezuela la primavera e l’estate 2017 hanno visto grandi e spesso violente manifestazioni contro il governo Maduro; negli scontri si sono contati oltre 120 morti. Il terreno su cui è cresciuto un forte malcontento sociale è quello dell’inflazione che ha fatto salire alle stelle i prezzi dei generi di consumo riducendo i salari a una miseria, e la scarsità di molti prodotti di prima necessità, trovabili solo sul mercato nero. Tuttavia a scendere in piazza contro il governo non sono state le masse diseredate, ma in prevalenza gli strati impiegatizi e la piccola borghesia, mobilitati dall’opposizione di centro-destra contro l’elezione dell’Assemblea Costituente, fatta su misura, su base corporativa, per garantire il predominio del partito di governo PSUV ed esautorare il Parlamento, in cui l’opposizione ha la maggioranza.

Abbandonato dai governi latino-americani oltre che da quelli europei che avevano sostenuto Chavez, ma ancora sostenuto da Russia e Cina, il governo Maduro trova l’appoggio della maggior parte di ciò che resta della “sinistra” a livello internazionale, sia di matrice stalinista che trotzkista, avvezze al “campismo”, ossia a schierarsi in funzione degli schieramenti internazionali delle potenze e non sulla base degli interessi di classe e della prospettiva rivoluzionaria anticapitalista.

Noi riteniamo che i comunisti In Venezuela debbano lavorare per dirigere la giusta protesta sociale contro il governo e contro il capitalismo corrotto che rappresenta, sottraendola all’opposizione di centro-destra che ha usato in modo strumentale le mobilitazioni di questi mesi e che quando al potere ha garantito grandi ricchezze alla borghesia tradizionale sulle spalle della miseria per grandi masse


La storia del Venezuela nell’ultimo secolo è ritmata dal fattore petrolio. Sulla base dei più recenti rinvenimenti, il Venezuela è il paese con le più grandi riserve petrolifere del mondo. Questa grande ricchezza potenziale è stata al contempo la benedizione e la maledizione del Venezuela, perché il traino del petrolio sull’insieme dell’economia e sulla valuta nelle fasi di boom ha sfavorito lo sviluppo di altri settori produttivi condannando la popolazione a un tenore di vita dipendente dal prezzo del greggio. Vasti fenomeni di parassitismo e corruzione hanno amplificato questa dipendenza. L’illusione che con Hugo Chavez si fosse spezzata la maledizione è rapidamente svanita con la ridiscesa dei prezzi petroliferi nel 2014, e il drastico peggioramento delle condizioni di vita degli strati più poveri della popolazione.

Il ciclo della rendita petrolifera

Già negli anni ’50 e ancor più negli anni ’70 con gli alti prezzi del petrolio che durarono fino ai primi anni ’80, il Venezuela fu il paese con redditi e salari più alti dell’America Latina, analoghi ai paesi europei. I partiti di centro, Azione Democratica e Partito Sociale Cristiano strinsero un patto di governabilità che garantì la stabilità politica dal 1958 alla fine degli anni ’80, quando i tagli e sacrifici imposti a proletari e semiproletari per mantenere i redditi dei borghesi anche con bassi prezzi del petrolio, fecero esplodere una insurrezione popolare (Characazo, 1989) che non trovò una direzione politica rivoluzionaria e fu repressa nel sangue con centinaia e probabilmente migliaia di morti.
Negli anni ’90, nonostante una ripresa della produzione, il reddito disponibile era rimasto al di sotto di quello degli anni ’70 causa il crollo della rendita petrolifera: sostanza di classe delle politiche liberiste è che la borghesia cerca il recupero della rendita perduta con l’aumento dello sfruttamento, la riduzione dei salari e del welfare: per questo continuano una forte inflazione e il peggioramento delle condizioni di vita per la massa del proletariato. Il numero delle persone in condizioni di povertà aumenta dal 36% nel 1984 al 66% nel 1996.

Socialismo del XXI secolo?

Nel 1998 il valore del prodotto procapite era ridisceso al livello del 1963 e il potere d’acquisto del salario medio era caduto a un terzo di quello del 1978. Il malcontento popolare covato sotto la cenere per tutti gli anni ’90 trovò espressione nel 1998 con l’elezione alla Presidenza della Repubblica di Hugo Chavez, un militare che aveva diretto un fallito golpe nel 1992.
Caratterizza Chavez un forte spirito nazionalista (soprattutto contro le interferenze dell’imperialismo americano, con un atteggiamento molto più amichevole nei confronti dei governi europei, soprattutto spagnolo e italiano – compresi i governi Berlusconi) e una aspirazione populista alla ridistribuzione della ricchezza per realizzare una vaga “giustizia sociale”. La base ideologica da cui parte Chavez è il “bolivarismo” (vedi P.M. n. 10, 2005): indipendenza e abolizione della schiavitù, aspirazione all’unione del continente sudamericano; alla ricerca di una via originale alla “giustizia sociale” Chavez assumerà man mano una terminologia marxista, associando nei suoi governi anche ministri che si richiamano al marxismo, e come programma farà propria infine l’espressione “Socialismo del XXI secolo”. Si tratta di una formula teorizzata nel 1996 da Heinz Dieterich Steffan e poi fatta propria, anche se ciascuno in una propria versione nazionale, pure dal presidente ecuadoriano Rafael Correa e da quello boliviano Evo Morales.
Tra i cardini ideologici del “socialismo del XXI secolo” è l’accettazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, eventualmente corretta dalla statizzazione, quindi anche l’esistenza del mercato e del lavoro salariato, quindi di tutti i presupposti del modo di produzione capitalistico, ma con la “condizione” che le merci siano vendute a un prezzo corrispondente al lavoro necessario per produrle. Un’aspirazione proudhoniana corrispondente alla piccola produzione mercantile basata sullo scambio tra lavoratori indipendenti, ma impossibile da realizzarsi nel sistema capitalistico, dove l’equilibrio dinamico (ossia generato dal costante squilibrio) del mercato delle merci e dei capitali determina prezzi delle merci tali da livellare il saggio di profitto, quindi superiori al valore-lavoro delle merci là dove si impiega molto capitale costante, e inferiore nei settori dove l’intensità di capitale è minore (vedi Marx, Il Capitale, libro III, cap. VIII, IX e X). La pretesa che le merci siano vendute al loro valore-lavoro è quindi del tutto velleitaria e impossibile da realizzare stanti lavoro salariato (quindi capitale e sfruttamento del lavoro salariato) e mercato, perché nessuno metterebbe capitali nei settori a più alto investimento di capitale fisso per averne un ritorno inferiore alla media. È quindi velleitaria l’idea di un mercato “democratico” in cui non ci sia anche sfruttamento dell’uomo sull’uomo (che anzi diventa il motore del tutto) e che non produca e riproduca le ineguaglianze sociali.
Questa idea di fondo del “socialismo del XXI secolo” è ancora più contraddittoria per un paese come il Venezuela, dove la principale risorsa economica, il petrolio, è venduta costantemente (sul mercato mondiale) a un prezzo che è di parecchie volte superiore al suo valore-lavoro, e anche al suo “prezzo di produzione” che tiene conto del capitale impiegato. Un paese cioè che sistematicamente preleva dal resto del mondo una quota consistente di plusvalore sotto forma di rendita petrolifera si alimenta proprio della vendita delle merci al di sopra del loro valore-lavoro.
Prezzi del greggio dal 1881

Le illusioni del “socialismo” rentier


La riduzione delle disuguaglianze sociali è quindi limitata, nel modello chavista, alla distribuzione della rendita petrolifera tra i vari strati della popolazione, senza intaccare i profitti ottenuti dalla borghesia con lo sfruttamento della forza lavoro. Hugo Chavez ebbe la fortuna di essere stato eletto sull’onda del malcontento popolare a seguito di 15 anni di riduzione dei salari e tagli al welfare, di peggioramento in generale delle condizioni di vita, ma di avere potuto quasi subito trarre vantaggio dalla forte ascesa dei prezzi petroliferi a partire dal 1999 (per l’aumento della domanda con la ripresa delle economie asiatiche dopo la crisi del 1998, parallela al calo della produzione petrolifera dovuta al mancato investimento in nuovi pozzi negli anni di prezzi bassi).
Il prezzo del petrolio sale da circa 20 dollari al barile nel 1998 fino oltre i 100 dollari intorno al 2005-07 e poi ancora nel 2010-13 dopo una parziale ricaduta nella fase più acuta della crisi (2008-09). Con questo enorme incremento della rendita Chavez ha avuto a disposizione una ricchezza aggiuntiva superiore anche a quella degli anni d’oro 1975-83, utilizzata in parte per il lancio di programmi di welfare. Con questi programmi Chavez ha consolidato la sua base sociale tra gli strati inferiori del proletariato e della piccola borghesia, riducendo la quota della popolazione in condizioni di povertà dal 66% del 1995 al 28% nel 2008, sotto il livello del 1984 (36%).
La serrata indetta dai dirigenti del monopolio petrolifero PDVSA nel 2002, che quasi bloccò la produzione e le esportazioni di petrolio per un paio di mesi, si può spiegare soprattutto come il tentativo di settori della borghesia e della vecchia dirigenza capital-statale ad essa legata e con rapporti diretti con il capitale statunitense, di continuare a mettere le mani su una quota preponderante della rendita petrolifera.
Tuttavia il perdurare della spesa sociale e quindi il consolidamento della base di massa del chavismo sono rimasti dipendenti dalla rendita petrolifera e quindi dai prezzi del petrolio, perché nonostante i proclami del governo sulla diversificazione della produzione e sostituzione delle importazioni con produzione interna, è avvenuto il contrario: l’afflusso di capitali negli anni del boom ha fatto rivalutare la moneta venezuelana (il bolivar fuerte) rendendo meno competitive le esportazioni, e meno care le importazioni, che quindi hanno sostituito produzione interna. Ciò è avvenuto anche in agricoltura, accelerando l’esodo dalla campagna verso lavori urbani più remunerativi, svuotando i campi e aumentando la dipendenza dall’import alimentare. L’esportazione di petrolio e gas, pari al 75% delle esportazioni totali nel 1997-98, è salita al 97% nel 2013 (ultimo dato disponibile), cosa che indica un crollo dell’export di prodotti industriali e agricoli.
La produzione manifatturiera, pari al 23,2% del Prodotto Interno Lordo (PIL) nel 1997, era scesa al 12,6% nel 2013 (ultimo dato disponibile: lo stop alla pubblicazione di buona parte dei dati statistici dopo il 2013 è indice del tentativo di celare il forte dissesto economico dal 2014 in poi): mentre altri paesi Opec, Arabia Saudita in testa, stanno investendo in un loro apparato industriale, in Venezuela è in corso il ridimensionamento di quello esistente sotto la pressione delle forze di mercato.

Disastro finanziario e corruzione

Un esame più dettagliato dei dati economici venezuelani (fonte: Banca Mondiale) mostra tuttavia non poche anomalie. Innanzitutto il forte indebitamento con l’estero, che cresce già negli anni di alte entrate petrolifere, da 37 miliardi di dollari nel 2002 a 132 miliardi nel 2013, con un servizio annuo del debito che sale da 7,5 a 23,1 miliardi di dollari. Il Venezuela ha contratto grossi prestiti nonostante un quasi costante attivo della bilancia commerciale (esportazioni superiori alle importazioni) che gli forniva ampia disponibilità di valuta. Cosa è stato fatto di questi prestiti? Non sono stati utilizzati per investimenti, la cui quota sul prodotto non è aumentata; si deve presumere che siano stati utilizzati in prevalenza per finanziare la spesa pubblica, salita dal 26% del PIL nel 1999 al 40% nel 2012-2013 mentre le entrate dello Stato, salite dal 26% del 1999 al 37% del 2005-2006, sono poi ridiscese al 21% nel 2010 e 26% nel 2013: una spesa pubblica crescente finanziata non con tasse fatte pagare ai ricchi, ma con la rendita petrolifera e i prestiti esteri quando la rendita non ha più tenuto il passo con la spesa.
Una ricetta quindi per il disastro finanziario, già preannunciato nel 2013 quando, nonostante il prezzo del petrolio ancora alto, il deficit pubblico è arrivato al 15% del PIL e le importazioni pagate con il denaro elargito per scopi elettorali (l’ultima elezione vinta da Chavez) hanno superato l’import. Da questo momento la banca centrale ha iniziato a stampare moneta per finanziare con carta la spesa pubblica, provocando una crescente inflazione e quindi la rapida svalutazione del “bolivar fuerte”, il cui nome è divenuto un’ironia.
Un’altra anomalia è l’enorme crescita dei “risparmi” (ossia del reddito non speso) che risultano dalla contabilità nazionale (fino a un massimo tra il 37% e il 42% del PIL per gli anni 2005-2008), senza un aumento degli investimenti. Tra il 2000 e il 2011 una cifra pari al 129% del PIL è stata “risparmiata” senza essere reinvestita. C’è da ritenere che ciò abbia molto a che fare con quanto denunciato da due ex ministri dei governi di Hugo Chavez, Héctor Navarro, ex ministro dell’Energia elettrica e dell’Istruzione, e Jorge Giordani, ex ministro della Pianificazione: alti funzionari della Pubblica Amministrazione (indicati con nome e cognome) si sarebbero appropriati di più di 300 miliardi di dollari, soprattutto mediante frodi legate al controllo statale sulle importazioni e sul cambio (dollari stanziati per l’import e acquistati a un cambio ultra-favorevole rispetto a quello di mercato, e persi per strada senza registrazione delle relative importazioni) da parte di ex dirigenti della Commissione per l’Amministrazione dei Cambi (Cadivi) e del Sistema per i Titoli denominati in Valute Straniere (Sitme). Un caso di corruzione scoperto è stato quello di 55 dirigenti della catena di supermercati pubblici Abastos Bicentenarios. Secondo Navarro, a questi ammanchi, di importo pari al PIL venezuelano di un anno, corrisponde la crescita dei conti in banche estere di cittadini venezuelani.
Si tratta quindi di una grossa fetta della rendita petrolifera intercettata dai dirigenti della “repubblica bolivariana” proprio attraverso i meccanismi messi in atto nell’illusione di tenere a freno le forze di mercato, come il controllo dei cambi, istituito nel 2003. Il fenomeno della corruzione è tuttavia molto più ampio – un esempio recente l’appalto concesso alla società di trasporti boliviana Trenaco per l’esplorazione ed estrazione di greggio pesante nella Falda dell’Orinoco, per la quale, secondo quanto emerso dalle denunce delle società petrolifere bocciate, sarebbero state pagate tangenti per oltre 1 miliardo di dollari, molti rintracciabili in 700 conti correnti in Svizzera. Il procuratore generale della Repubblica Luisa Ortega, già sostenitrice di Chavez, è stata rimossa dal suo incarico e inseguita da mandato di arresto dopo che ha iniziato a denunciare casi di corruzione.
Nulla di nuovo sotto il sole, si può dire, rispetto a quanto avviene nei paesi capitalistici avanzati, e in Italia in particolare. In Venezuela, dato che una fetta importante della ricchezza, oltre che dallo sfruttamento diretto dei lavoratori da parte delle imprese, proviene dalla rendita petrolifera che passa attraverso la statale PDVSA e la Pubblica Amministrazione, le occasioni di arricchimento per politici, alti burocrati e supporter del governo sono ancora più ghiotte. È così che negli anni della “Repubblica Bolivariana” si è andata formando quella che è stata definita “bolibourguesia”, o borghesia bolivariana (vedi appendice), che costituisce il vero e ceto dominante della “repubblica bolivariana”, da distinguere dalla sua base sociale.
Tra le caratteristiche del chavismo o bolivarismo (termine questo che assume diverse accezioni in altri paesi come la Bolivia o l’Ecuador) spiccano: il nazionalismo con forte retorica antimperialista, la politica di welfare “popolare” per attenuare le condizioni di indigenza di ampi strati del proletariato e sottoproletariato e consolidarvi un base di massa, tentativi di coinvolgimento diretto di settori organizzati della classe operaia con forme di cogestione e nazionalizzazioni.

Nazionalismo bolivariano

Vediamo questi tre aspetti. Il nazionalismo in veste antimperialista è una forma ideologica e politica diffusa in America Latina, i cui sostenitori sono andati al potere in quasi tutti i paesi del Sud America nello scorso decennio (Brasile – Lula da Silva già dal 2003, poi Dilma, 2011-16, ma ora Temer, centro-destra; Bolivia – Evo Morales; Ecuador – Lenin Moreno; Perù – Humala, coalizione di sinistra, 2011-16, seguito da Kucynsky, destra dal 2016; Cile – Michelle Bachelet, nuove elezioni prossimo novembre 2017; Uruguay – Vasquez, centro-sinistra; ma: Colombia – Santos, centro, Paraguay – Partido Colorado, centro-destra, Argentina – Macri, centro-destra) e così anche in diversi paesi del Centro America (Nicaragua, Salvador).
Questa ideologia è stata “praticata” con la nazionalizzazione del petrolio e della rendita petrolifera negli anni ’70 (sottraendola alle compagnie petrolifere internazionali) e raccolta dagli ufficiali dell’esercito della generazione di Hugo Chavez, sulla tradizione di Simon Bolivar. Essa ha trovato più ampio spazio internazionale con la fine della “Guerra Fredda” e l’affermarsi del multipolarismo: contro la “dottrina Monroe” che vedeva l’America Latina come il “giardino di casa” dell’imperialismo americano i governi sudamericani hanno potuto praticare la libera contrattazione dei rapporti commerciali, produttivi, finanziari e anche politico-militari con tutte le potenze, in particolare quelle europee, il Giappone, e negli ultimi 15 anni la Cina, divenuta primo o secondo partner commerciale per diversi paesi dell’America Latina. In generale i governi di sinistra favoriscono rapporti più stretti con gli imperialismi europei e con la Cina, quelli di destra con gli USA.
Nel caso del Venezuela è da notare che anche con i governi “bolivariani” gli Stati Uniti sono rimasti il principale partner economico, sia per l’import che per l’export di petrolio (circa un quarto del totale va negli USA), e anche per gli investimenti esteri del Venezuela, che tramite la PDVSA controlla la statunitense CITGO, un’importante società di raffinazione del petrolio venezuelano e di distribuzione di benzina negli USA. Questi stretti rapporti economici non hanno subito alcun ridimensionamento durante i governi di Chavez e Maduro, nonostante la loro retorica anti-americana.

Scontro tra multinazionali sulle risorse venezuelane

Lo scontro con gli USA è sulle concessioni di quote nell’esplorazione ed estrazione di petrolio nei grandi giacimenti del bacino dell’Orinoco (i giacimenti più grandi del mondo), dove nonostante la nazionalizzazione delle attività petrolifere (1976) negli anni ’90 di bassi prezzi petroliferi erano state date concessioni di esplorazione ed estrazione alle statunitensi ExxonMobil, Conoco Phillips e Chevron, alla anglo-olandese Shell e alla francese Total (anche perché richiedono grandi capitali e tecnologie complesse di estrazione e raffinazione, a causa alla densità dell’olio pesante – la cosiddetta apertura petrolera). Lo stesso Chavez nei primi anni di governo assegnò contratti per 5 miliardi di dollari a Texaco ed Exxon Mobil per l’esplorazione di petrolio e gas nella falda dell’Orinoco.
Nel 2007, con i prezzi petroliferi alle stelle, il governo Chavez decideva la trasformazione delle concessioni straniere in joint venture a maggioranza statale (tramite PDVSA e la sua controllata PDV). Mentre Chevron, Total e Shell hanno accettato di rimanere con quote di minoranza, ExxonMobil e ConocoPhillips hanno rifiutato, e dopo essere state espropriate hanno aperto un contenzioso giuridico ed economico non ancora risolto.
PDVSA non è tuttavia stata in grado di dare impulso allo sviluppo dei giacimenti dell’Orinoco, per cui ha poi avviato ben 45 joint venture con una serie di società, tra cui l’Italiana ENI, la spagnola Repsol, la norvegese Statoil, l’indiana ONGC Videsh, la cinese CNPC, la russa Rosneft, che hanno apportato capitali e know how in cambio di forniture di petrolio. Il 40% del petrolio venezuelano è ora estratto da queste joint venture, per cui il Venezuela è ora meno indipendente nelle stesse attività petrolifere di quanto lo fosse nei decenni precedenti.
Con l’aggravarsi della crisi, PDVSA ha usato le joint venture per ottenere prestiti. PDVSA si è indebitata per 4-5 miliardi di dollari nei confronti di Rosneft e in cambio di un credito di 1,5 miliardi di dollari PDVSA ha dato in pegno a Rosneft il 49% dell’americana CITGO… Ora Rosneft chiederebbe, in cambio della restituzione dei diritti su CITGO a PDVSA, la possibilità di sfruttare direttamente il petrolio dell’Orinoco, in luogo di limitarsi a quote di minoranza. Non è un caso che proprio su questa questione si sia prodotta l’impasse tra governo chavista e parlamento controllato dall’opposizione, il quale ha bloccato le concessioni a Rosneft in quanto “incostituzionali”. Qui è la destra a giocare la carta nazionalista e antimperialista … in funzione filo-americana.
Lo scontro è aperto tra società americane, europee, russe, cinesi ecc. per il petrolio dell’Orinoco e la lotta politica in Venezuela riflette anche questo scontro, con l’opposizione su posizioni filo-USA e il governo che privilegia Russia e Cina, mentre gli imperialismi europei, che inizialmente avevano appoggiato Chavez, si sono ora schierati contro Maduro a seguito dell’elezione dell’Assemblea Costituente che esautora il Parlamento.

Ruolo crescente della Cina

Più defilata politicamente della Russia, la Cina è ormai di gran lunga il maggior creditore e investitore in Venezuela. Il Venezuela è il paese al quale la Cina ha fornito più crediti in assoluto, e nel quale ha investito i maggiori capitali. Si calcola che i crediti concessi dalla Cina al Venezuela ammontino a 62 miliardi di dollari, e che ne abbia inoltre investito altri 50 miliardi nell’economia venezuelana in più di 650 “progetti strategici”, soprattutto nel settore minerario (nichel, carbone, oro), metallurgico (acciaio, alluminio), cemento e nell’agroalimentare. Dal punto di vista cinese la logica è chiara: assicurarsi anche a lungo termine una quota delle più grandi riserve petrolifere del mondo, e altre materie prime. La CNPC partecipa con quote del 40% ad almeno 6 joint venture di estrazione, offshore e nel bacino dell’Orinoco, dove ha elevato la produzione a oltre 220 mila barili al giorno, e a un impianto di emulsionamento. È inoltre stato firmato un accordo per la costruzione di una raffineria in Cina (quota CNPC 60%) per la raffinazione del petrolio venezuelano.
I 62 miliardi di crediti cinesi hanno finora evitato il tracollo finanziario del regime bolivariano già durante la crisi del 2008-09, e soprattutto dopo la caduta dei prezzi del petrolio nel 2014. Diventano ancor più vitali per il Venezuela dopo le recenti sanzioni USA, volte a impedire il riscadenzamento del debito estero venezuelano. Tuttavia questi crediti non sono gratuiti. Essi prevedono il pagamento delle rate in petrolio, ma con la caduta del prezzo del petrolio, le quantità da consegnare mensilmente alla Cina sono notevolmente aumentate e il Venezuela è in forte arretrato nelle consegne, anche perché la produzione è in calo per le difficoltà tecniche, organizzative, logistiche e finanziarie (ritardi nei pagamenti a società di servizi petroliferi, come Schlumberger e Halliburton che assicurano la manutenzione degli impianti). Se la situazione si protrae, il Venezuela potrebbe essere costretto a cedere parte della sua “sovranità petrolifera” al principale creditore. Ma a quel punto si riaprirebbe lo scontro tra i fautori delle multinazionali americane e di quelle cinesi. Il multipolarismo apre quindi maggiori spazi di manovra per Stati come il Venezuela, che tuttavia non può sfuggire alle logiche del capitale.

Welfare bolivariano

Il welfare bolivariano è stato strutturato soprattutto nella forma delle “misiones”, progetti per promuovere l’istruzione gratuita, l’assistenza sanitaria, e la costruzione di case popolari. Si tratta certamente di iniziative a carattere progressivo nella misura in cui hanno contribuito, per alcuni anni, ad aumentare i tassi di scolarizzazione, ad estendere l’assistenza sanitaria, a dare la casa a più di un milione di famiglie, secondo quanto pubblicizzato dal governo. Il loro limite di fondo è che sono finanziate non con quote della produzione interna, tramite le imposte sui redditi derivanti da questa produzione , ma sostanzialmente con la rendita petrolifera, che dipende dall’andamento del prezzo del petrolio sul mercato mondiale. È la distribuzione di una manna che cade dal cielo solo in certi e imprevedibili periodi. Oltre a non essere un modello riproducibile in altri paesi, esso non è quindi neppure un modello sostenibile, e infatti è crollato con la caduta del prezzo del petrolio. Al polo opposto la Norvegia – che parte da una posizione certamente più favorevole – ha accantonato gran parte della rendita petrolifera in un fondo per le pensioni e il welfare dei decenni futuri, fondo che ha raggiunto 1 trilione di dollari pari a $190 mila per abitante, e che detiene l’1,3% di tutto il capitale azionario mondiale e quindi alla rendita petrolifera somma quella finanziaria, appropriandosi con entrambe di quote del plusvalore prodotto dal proletariato internazionale. Ma le pensioni da nababbi (se le prossime crisi finanziarie non le manderanno in cenere) non sono per i proletari ordinari.
Il Venezuela non ha potuto approfittare appieno degli alti prezzi del petrolio anche perché come accennato la sua produzione è diminuita causa insufficienti investimenti e manutenzione. Tra il 2005 e il 2016 la produzione venezuelana di greggio è diminuita del 27%, da 3,32 a 2,41 milioni di barili al giorno (mbg), passando dal 4% al 2,6% della produzione mondiale, aumentata nello stesso periodo da 82 a oltre 92 mbg. Ciò ha fatto mancare circa un quarto della rendita, già prima del dimezzamento dei prezzi petroliferi avvenuto nel 2014 e ha contribuito dapprima a far aumentare, poi esplodere il deficit pubblico, l’inflazione e la svalutazione della moneta.
Si sta ripetendo il ciclo che negli anni ‘80, con la caduta dei prezzi petroliferi, vide salire deficit pubblico e inflazione, fuga di capitali, fino al tracollo del bolivar nel “venerdì nero” del 18 febbraio 1983 cui il governo Campins cercò di far fronte con il controllo e un regime differenziato dei cambi, sul quale a sua volta fiorirono ampi fenomeni di corruzione – gli stessi fenomeni degli anni recenti, in versione “bolivariana”.
Le cronache, con le code per i generi di cui vi è penuria, dalla carta igienica alla farina, i dati sulla svalutazione dei salari, le immagini dei poveri che cercano cibo nei bidoni della spazzatura, la perdita di peso di 8kg in media per i tre quarti della popolazione, indicano una forte risalita della povertà, almeno ai livelli del 1998, anche se il governo tiene nascosti i dati. La forte inflazione continua a falcidiare i salari, ormai schiacciati verso il salario minimo integrato di una componente chiamata “cestaticket” (una specie di mini-scala mobile) equivalente a un pasto equilibrato al giorno, che viene rivalutato ormai con frequenza bimestrale (l’inflazione ufficiale nel 2016 è stata del 720% e del 249% nei primi 7 mesi del 2017).
Il fallimento è completo anche sul piano del welfare, con il deterioramento della salute per scarsità di medicinali e di risorse oltre che dell’alimentazione: sono ricomparse malattie quasi scomparse quali difterite, paludismo, tubercolosi, è aumentata la mortalità infantile e soprattutto quella materna.
Secondo i dati di Wikipedia, il valore del salario minimo + il cestaticket all’1/9/2017 era di 136.544,18 +189.000,00 “bolivar fuerte”, pari a un totale di 325.544,18 Bs mensili. Si tenga conto che i 189mila Bs secondo l’amministrazione statale rappresentano il costo di 30 “pasti equilibrati”, quindi un salario non sarebbe in grado di garantire neppure due pasti al giorno (mentre in Italia la spesa alimentare incide per circa il 18% sul reddito familiare medio). A prezzi costanti (in Bs del 1999), questo salario minimo integrato con il cestaticket sarebbe diminuito da oltre 200 nei primi dieci anni del 2000 a soli 115 Bs a settembre 2017. (Non prendiamo qui in considerazione i calcoli in dollari sulla base del cambio di mercato, che danno salari di 19 dollari al mese, perché riflettono le distorsioni della speculazione). Dovendo far quadrare i conti con affitto, luce, gas, ecc. si spiega il dimagrimento della maggioranza della popolazione.
Anche se non siamo in grado, anche per il blackout delle statistiche ufficiali, di quantificare i mutamenti in corso nella distribuzione dei redditi, è evidente che i lavoratori salariati, anche quelli professionalizzati, si stanno impoverendo, mentre altre categorie borghesi si stanno arricchendo pur nella crisi.
L’ascesa della bolibourguesia
Riportiamo le notizie circostanziate riportate sul Correo Internacional della LIT Liga Internacional de los Trabajadores del 22 giugno 2016, riguardo l’ascesa della bolibourguesia fino a divenire la frazione borghese dominante nella “Repubblica Bolivariana”.
L’articolo nota innanzitutto che la bolibourguesia non è un fenomeno nuovo in quanto “la quasi totalità dei gruppi economici e settori borghesi esistenti (e alcuni scomparsi) sono sorti a partire dal parassitismo sulla rendita petrolifera, dall’uso del bilancio statale e dai favori ricevuti dallo Stato tramite i governi di turno. Esempi ne sono i gruppi Alfonzo Rivas (scomparso con l’acquisizione da parte della statunitense Cargill), Delfino e Mendoza, ecc. Con il temine bolibourguesìa si intendono “sia coloro che, da diversa origine di classe si sono convertiti in imprenditori multimilionari a partire da affari leciti o illeciti facilitati dai governi Chavez-Maduro, sia coloro che, essendo già grandi, medi o piccoli imprenditori hanno preso parte al progetto chavista fin dall’inizio accrescendo la propria ricchezza con lo stesso genere di affari.”
L’articolo osserva come il movimento chavista sia stato eterogeneo fin dall’inizio, comprendendo “attivisti del movimento popolare, militanti di partiti della sinistra riformista, vecchi politici riciclati dei partiti della destra tradizionale, militari, banchieri, imprenditori e burocrati sindacali”. La base materiale di questo processo è stata “l’abbondanza fiscale iniziata nel 1999, quando Chavez trovò il petrolio a nove dollari il barile e partì il rialzo fino a 62 dollari e poi, dopo il 2006, oltre i 100 dollari il barile”.
“I meccanismi di arricchimento sono stati diversi: fare da intermediari negli affari” tra le imprese private e le multinazionali con lo Stato, “ricevere tangenti e favori con l’aggiudicazione di appalti pubblici, le società di facciata, la deviazione di voci del bilancio, la corruzione, la frode commessa soprattutto da parte dei gestori delle imprese statali con l’assegnazione delle valute per le importazioni di generi alimentari, le scorte …”.
“L'economista di sinistra, giornalista e storico Domingo Alberto Rangel ha segnalato l'esistenza di tre grandi gruppi economici. Il primo e il più forte ruota intorno a Diosdado Cabello e Rafael Sarría, entrambi militari in pensione. Le proprietà di questo gruppo comprendono banche, diversi stabilimenti industriali e partecipazioni in società di servizi. Dopo il gruppo Polar, è forse il primo impero finanziario del paese.
Un secondo gruppo è quello costruito intorno ad un altro militare in pensione, Jesse Chacon. Suo fratello sarebbe il proprietario o il capo apparente di questo gruppo, che nei primi otto anni di chavismo avrebbe acquisito una banca, una delle più grandi fabbriche di latte in polvere nel Sud America, e diversi possedimenti.
Infine, ha fatto riferimento a un terzo gruppo oligarchico i cui leader sarebbero Ronald Blanco La Cruz e Edgar Hernandez Behrens, entrambi militari in pensione, il primo governatore dello stato di Tachira (2006), e l'altro banchiere, presidente del Fondo di garanzia dei depositi (Fogade), del CADIVI (Commissione di Amministrazione dei Cambi) e della SUDEBAN (Superintendenza delle Banche) per un lungo periodo. A quel tempo, erano i tre gruppi economici, tra i quali si suddivideva la boliburguesia allora emergente.”
“A questi gruppi vanno aggiunti gli imprenditori e banchieri che hanno accompagnato Chavez dall'inizio (o che si sono avvicinati nei primi anni) e che con il chavismo hanno visto aumentare le loro fortune. Tra questi sono Alberto Cudemus, presidente di FEPORCINA [settore suinicolo]; Alberto Vollmer proprietario di Ron Santa Teresa e oggi rappresentante del Venezuela nel Mercosur; Miguel Pérez Abad presidente di FEDEINDUSTRIA; Irasqüín Victor Vargas, titolare del Banco Occidental de Descuento (BOD), chiamato all'epoca "banchiere preferito Chavez" e suocero di Louis Alphonse (duca d'Angiò e pronipote del dittatore Franco); Víctor Gil, presidente della banca Fondo Comun, liquidata; Wilmer Ruperti, armatore petrolifero miliardario che, dopo aver aiutato Chávez durante la serrata petrolifera del 2002, ha visto la sua fortuna crescere a 10 miliardi di dollari; Luis Van Dam, imprenditore metallurgico, chavista dal 2005 (nel 1988 è stato coinvolto in uno scandalo su una presunta truffa alla nazione dell'ordine di 70 milioni di dollari, nel caso di un contratto per il repowering di alcuni carri armati AMX-30), e oggi presente nel settore petrolifero e elettrico.”
E ancora: “David Cabello (fratello di Diosdado), Ministro delle Infrastrutture dal 2006 al 2008 e, da allora, direttore del SENIAT (Agenzia delle Entrate). Tutto il commercio estero di beni in entrata e in uscita è nelle sue mani; tutte le imposte, le tasse, i contenziosi, le liti e le procedure sono gestite da lui. Rafael Ramírez Carreño (ex presidente di PDVSA e ex ministro dell'Energia e del petrolio fino al suo licenziamento da parte di Maduro) ha partecipato al programma alimentare del governo che importa cibo attraverso PDVAL, alla costruzione di alloggi (Gran Mision Vivienda) e al finanziamento delle "missioni sociali", tutto questo accanto agli affari nell'energia. Si stima che maneggiasse almeno 150 miliardi di dollari l'anno.”
Molti sono i profittatori della rendita petrolifera a livello regionale, e non mancano coloro che hanno acquisito proprietà a livello internazionale. Media dell’opposizione segnalano come boliborghesi anche:
“Diego Carreño Salazar, alias il "rosso d'oro" figlio di un guerrigliero e poeta degli anni '60 e cugino del citato Rafael Ramírez, che si è aggiudicato il contratto miliardario di assicurazione e la riassicurazione di PDVSA, passando da venditore di polizze assicurative a uno degli uomini più ricchi del paese. Alejandro José Andrade Cedeño (tenente dell'esercito, ha partecipato alla tentativo di golpe 1992). Si stima che abbia una fortuna di 5 miliardi di dollari. Pedro Torres Ciliberto, con un patrimonio di 700 milioni di dollari. E' stato indicato come prestanome del giornalista chavista José Vicente Rangel. Leonardo González Dellán, ex presidente del Banco Industrial de Venezuela (con capitale misto tra lo Stato e le banche private); si stima una fortuna di 1 miliardo di dollari. Eudo Carrullo Perozo (figlio di Eudomaro Carrullo, un ex direttore PDVSA che ha offerto collaborazione a Chavez durante la serrata petrolifera) a quanto pare ha un patrimonio netto di 500 milioni di dollari. Baldo Sansón, ex consigliere finanziario di PDVSA, ha una fortuna di 600 milioni di dollari. Armando Capriles Capriles (collegato alle società di famiglia, amico dell'ex ministro delle Finanze Nelson Merentes e cugino dell'oppositore Henrique Capriles Radonsky): fortuna stimata di 2 miliardi di dollari.
L'elenco potrebbe continuare: Samark José López Bello (di umili origini, con genitori insegnanti), è attualmente il presidente della Profit Corporation (società i cui clienti principali sono PDVSA, PDVSA GAS e il Ministero degli Affari Interni). È coinvolto negli scandali dell'importazione di cibo avariato tramite PDVAL. Possiede un capitale di 1 miliardo di dollari.
Raúl Antonio Gorrín Belisario ("L'uomo dalle stufe in Venezuela"). Associato a attività illecite, con il sostegno di potenti uomini governativi, si dice che agisca come prestanome di magnati dei media. Appare come acquirente del canale Globovisión (per un importo di 68 milioni di dollari). Egli possiede l'assicurazione La Vitalicia, e la sua ricchezza è pari a 2.000 milioni di dollari. Ci sono altri come Walid Makled (ha acquistato la compagnia aerea AEROPOSTAL); Eligio Cedeño, Leopoldo Castillo Bozo (proprietario della Banvalor, casa di commercio) e Miguel Mawad, tutti possessori di enormi patrimoni e in rapporto con funzionari governativi, attuali ed ex (Freddy Bernal, Aristóbulo Istúriz e Luis Felipe Acosta Carles, tra gli altri).”
Come si vede non si tratta di casi particolari, né di piccoli imprenditori rampanti, ma di grandi gruppi finanziari, miliardari, cresciuti all’ombra del chavismo, con importante presenza di (ex) militari, e in grado di rivaleggiare con la preesistente borghesia privata nel campo economico, finanziario, e… politico. La sua possibilità di restare al potere democraticamente dipende dalle quote di rendita petrolifera che essa può elargire ad ampi strati della popolazione dopo aver rimpinguato i propri conti all’estero. Con i bassi prezzi del petrolio degli ultimi anni ha perso il sostegno della maggioranza e deve quindi ricorrere ai rimaneggiamenti istituzionali (Assemblea Costituente, dove non vale il principio “una testa, un voto”, e l’intervento diretto dell’esercito e polizia contro la piazza e gli oppositori). ■
Nonostante il governo cerchi di alleviare la miseria con elargizioni ai poveri, le risorse disponibili non sono sufficienti, non volendo/potendo bloccare la rapina da parte della boliborghesia, né far pagare più tasse alla borghesia nel suo complesso, mentre Maduro si vanta di continuare a pagare puntualmente il debito estero. Per questo è da prevedere che, a meno di un rialzo dei prezzi petroliferi, aumenterà l’impoverimento e la protesta sociale, dopo che quella diretta dalla destra si è acquietata a seguito dell’elezione dell’Assemblea Costituente e del tentativo di avviare negoziati governo-MUDii sponsorizzati dall’ex premier spagnolo Zapatero e favoriti anche dagli Stati Uniti.

Dal controllo operaio al controllo sugli operai

Nella sinistra anche italiana permane un attaccamento romantico al chavismo perché almeno ha parlato di socialismo, perché là sono stati tentati esperimenti di “controllo operaio” come primo passo verso una società diversa. Il 16 gennaio 2010 il presidente Hugo Chavez lanciò l’elezione da parte dei lavoratori dei dirigenti della Corporación Venezolana de Guayana (CVG), il maggior gruppo statale nelle industrie di base (acciaio e alluminio) affermando “Qui andiamo a costruire una grande zona socialista”. Racconta il cronista: “Con evidente allegria il capo dello Stato invita il movimento operaio a demolire il sistema capitalista e a costruire quello che ha chiamato ‘il meraviglioso socialismo’”.
Ammesso (e non concesso, come vedremo) che Hugo Chavez fosse convinto di ciò che diceva, l’esperimento era destinato a fallire dall’inizio perché ipotizzava il controllo da parte di operai che restavano lavoratori salariati, su imprese che mantenevano intatta la loro natura di imprese capitaliste operanti sul mercato. Non è la volontà dei singoli, nemmeno dei CEO o dei padroni, che imprime il carattere capitalistico a un’attività lavorativa; sono i rapporti di produzione, il fatto che i lavoratori ricevono un salario e la loro produzione viene venduta sul mercato con l’obiettivo di realizzare un profitto, altrimenti il processo produttivo si arresta, a determinare una dinamica per cui l’interesse dell’impresa è opposto a quello dei lavoratori, e la produzione è determinata dalla domanda solvibile e non dai bisogni sociali. Il socialismo è innanzitutto abolizione del lavoro salariato, e produzione secondo un piano sociale, ma ciò presuppone il potere politico dei lavoratori e la riorganizzazione della società nel suo complesso. Non si dà socialismo in una sola impresa, e nemmeno in tutte le imprese. Ad es. Sidor, la più grande impresa siderurgica del Venezuela con circa 16 mila lavoratori, dopo la nomina del “presidente operaio” Carlos D’Oliveira (in realtà un personaggio senza esperienze né meriti particolari, tranne l’essere sodale di Hugo Chavez) vendeva l’80% del tondino al Brasile per gli impianti olimpici anziché fornirlo per la costruzione di case in Venezuela. Questo primo e unico “presidente operaio” venne destituito per malversazioni dopo più di un anno, avendo trafugato parecchi milioni con la vendita privata della produzione. Nonostante i vari tentativi di gruppi di sinistra sostenitori di Chavez di costituire comitati di controllo nelle varie sezioni del grande stabilimento, l’esito fu la nomina di ben tre militari a capo di Sidor tra il 2013 e il 2014, in rapida successione perché combinavano rapacità nell’arricchimento personale e inefficienza organizzativa, un modello che non è cambiato fino ad oggi, basti pensare che nel 2016 Sidor ha lavorato al 6% (sic! al sei per cento) della sua capacità produttiva per mancata manutenzione, mancanza di pezzi di ricambio e di materiali, dissesto organizzativo e finanziario. Nel 2017 la produzione dovrebbe risalire intorno al 20%.
I militari non solo sono rimasti al potere (il generale della Guardia Nazionale Justo Noguera Petri è stato a capo della Sidor per alcuni mesi del 2013, e poi della holding CVG, per dimettersi a fine agosto 2017 allo scopo di candidarsi alla carica di governatore, succeduto al vertice sia di CGV che di Sidor dal colonnello Humberto Calles Gonzalez, già direttore marketing di Sidor. Anziché il controllo operaio sulla gestione abbiamo così il controllo militare sugli operai, con arresti, condanne, licenziamenti – e anche assassinii – di dissidenti. Tutto questo mentre corruzione e malversazioni continuano, e sempre più militari entrano per questa via nella “boliborghesia”.
Non solo gli operai di fatto non hanno mai avuto la possibilità di nominare e controllare i dirigenti, ma neanche di eleggere i propri rappresentanti. Nel 2017 il partito socialista unificato PSUV al governo ha fatto intervenire la Corte Suprema per impedire – tre giorni prima del loro svolgimento – le elezioni degli organismi sindacali dei lavoratori (nel sindacato unico Sutiss), temendo di esservi messi in minoranza. Solo dopo due anni di blocco, con la commissione elettorale messa sotto il controllo del PSUV e molti leader sindacali di opposizione fatti oggetto di misure repressive, si potranno svolgere le elezioni.
Il contratto collettivo di lavoro per Sidor firmato nel 2008 (l’anno della nazionalizzazione) e scaduto nel 2010 non è più stato rinnovato fino al luglio 2017, quando è stato dettato dal presidente Maduro per avere l’appoggio all’Assemblea Costituente, senza essere discusso e approvato dai lavoratori.
Nel luglio 2016 dodici lavoratori Sidor sono entrati in sciopero della fame, perché la fine della copertura sanitaria li stava condannando al deterioramento delle condizioni di salute. Le assicurazioni con cui l’azienda aveva sottoscritto polizze sanitarie per i dipendenti avevano dichiarato fallimento e la società aveva loro sostituito un’assicurazione “autogestita”, che tuttavia non offriva una copertura sanitaria corrispondente ed escludeva molti familiari e pensionati prima coperti. Non abbiamo spazio per illustrare più in dettaglio il rovesciamento del “controllo operaio” nel controllo e repressione sugli operai da parte della nuova borghesia di Stato, ma questo desolante quadro della situazione in quelle che dovevano essere le roccaforti del “potere operaio” ci confermano nelle considerazioni sul “Socialismo del XXI secolo”: al potere c’è una nuova borghesia con forte componente militare, e l’esperimento del controllo operaio nelle industrie di base, probabilmente lanciato con l’intenzione di creare un’aristocrazia operaia che costituisse una solida base di massa per la boliborghesia, è miseramente fallito non solo per il calo del prezzo del petrolio, ma anche per l’insipienza organizzativa e la rapina del patrimonio pubblico da parte di questa nuova frazione della classe dominante, che non merita alcun sostegno da parte dei lavoratori contro la vecchia.
Come comunisti riteniamo corretta la posizione di quei pochi gruppi, come l’Unidad Socialista de los Trabajadores (UST), che durante i moti di primavera-estate non hanno fatto cerchio attorno al governo di Maduro, ma hanno cercato di strappare la protesta sociale dalle mani della destra per indirizzarla in senso classista, chiedendo tra l’altro le dimissioni di Maduro, libere elezioni e la chiusura dell’Assemblea Costituente, il non pagamento del debito estero, l’espropriazione di multinazionali e boliborghesia, la nazionalizzazione delle risorse minerarie, lavorando per dare una direzione genuinamente rivoluzionaria in senso anticapitalista ai prossimi “Caracazo” delle masse proletarie del Venezuela; contro il governo Maduro ma anche contro i vecchi partiti del centro-destra.
A fronte di questa posizione, molto minoritaria della UST (che fa parte della LIT), abbiamo da un lato i partiti di derivazione stalinista schierati in appoggio incondizionato al PSUV e al governo Maduro, dall’altro il “chavismo critico” dell’area “Marea”, che rivendica la politica di Chavez con qualche correzione criticandone l’abbandono da parte di Maduro, i gruppi trotskisti centristi che, pur denunciando il carattere borghese del governo Maduro affermano che occorre difenderlo contro il “golpe” della destra e degli USA; altri gruppi centristi che sostengono la linea “né Maduro, né la MUD”, e con ciò non danno una indicazione di lotta politica. In campo internazionale, oltre alle posizioni pro-MUD, dei governi filo-americani, vi sono poi le posizioni di governi di “centro-sinistra” (Bachelet in Cile, e il governo uruguayano) che hanno appoggiato la sospensione del Venezuela dal Mercosur, criticando, insieme al Blocco delle Sinistre in Portogallo, al Front de Gauche di Mélenchon in Francia, alla Linke tedesca e al PSOL brasiliano, l’abbandono della democrazia parlamentare con l’elezione dell’Assemblea Costituente, sostanzialmente allineati con la posizione dei governi europei, che vorrebbero un accordo PSUV-MUD (che potrebbe aprire maggiori spazi alle multinazionali europee).
Tutte queste posizioni hanno come criterio lo schierarsi rispetto ai “fronti” politici e statali, e non rispetto alle classi, che sono invece il riferimento cardine di ogni posizione rivoluzionaria.
Un’ultima considerazione, che vale per tutti i paesi esportatori di petrolio o gas: rovesciato il capitalismo, in una società senza classi insieme alla forma di merce dei prodotti e al profitto, scomparirà anche la rendita, in quanto le risorse naturali saranno considerate patrimonio di tutta la specie umana e non proprietà di chi le controlla militarmente, e il loro uso sarà pianificato su scala mondiale. Si dovrà quindi superare la forma della nazionalizzazione per arrivare alla socializzazione, nella quale paesi come il Venezuela saranno aiutati a sviluppare proprie lavorazioni all’interno di una diversa divisione internazionale del lavoro, e la sorte della popolazione cesserà di essere dipendente dagli alti e bassi del prezzo dell’oro nero. È per questa società che i lavoratori del Venezuela devono lottare insieme ai lavoratori di tutto il mondo. ■







ROBERTO LUZZI

Pubblicato su: 2018-05-03 (166 letture)

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