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N39 Pagine Marxiste - Gennaio 2016
Dibattito sui GAP

 


 Spettabile Redazione di Pagine Marxiste,

sono un lettore occasionale ma interessato della rivista, con frequentazioni amatoriali di storia politica.

Scrivo in merito all’articolo a firma Graziano Giusti comparso nel numero 38 del luglio 2015. Non ho letto il testo recensito ma mi è capitato di conoscere altre opere di Santo Peli: “La Resistenza in Italia” e “La Resistenza difficile”, dove non solo l’esperienza gappista ma anche la bella guerra di montagna si rivela assai più controversa della consegna iconografica. Peli infatti appartiene ad una nuova generazione di storici che si vale di una ricerca documentale volta a far emergere le percezioni individuali e comunitarie degli eventi; ne risultano spesso quadri compositi e nient’affatto omogenei di quelli che spesso si suole ritenere vissuti ed esperienze compatte per il fatto di possedere la medesima denominazione storiografica. Nelle pagine introduttive Peli dichiara di voler rendere lo spessore storico degli eventi, arricchendo di esperienze piuttosto che vanificando quei concetti: il valore storico e politico della Resistenza non viene meno se scopriamo al suo interno ombre e umane differenze, diventa più maturo come bilancio generale di esperienze. La difficoltà del PCI di inquadrare ad esempio nel bresciano gli operai che per primi sono attaccati alla fabbrica e la proteggono anche dai sabotaggi sulla produzione bellica, nulla toglie alla classe che riscoprirà lo sciopero nel ’43 e impedirà il furto dei macchinari durante la ritirata tedesca. Ben conscio del pericolo di offrire materia di propaganda per i detrattori politici, Peli insiste in premessa mettendo in guardia da chi avversa questo tipo di studi per difendere l’altarino della Resistenza, come anche da chi, di destra o di sinistra, intende gettarla nel minestrone del “ognuno ha i suoi omicidi sulla coscienza”. Inevitabile che il dibattito sia altrimenti spesso paralizzato da posizioni ideologiche che richiamano il vizio dell’uno con quello dell’altro: “per difendere dalle critiche strumentali rendo intoccabile il recinto”, “la difesa acritica del santino mi permette di attaccarlo accanitamente con le omissioni che gli altri sono costretti a fare”.

L’uso storico che ne fa Giusti mi pare ascrivibile, da sinistra, al secondo gruppo.

C’è infatti uno iato nell’esposizione dell’articolo e, dopo l’efficace ricostruzione della vita gappista, improvvisamente appare il fantasma della spartizione fra imperialismi delle sorti della classe operaia in Italia, cui sembra quantomeno ingeneroso consegnare tutta quella vicenda. Il cortocircuito fra stalinismo e politica antiproletaria è un’equazione da articolare o agganciare a circostanze e fatti piuttosto che dare per pacifica. In secondo luogo la critica a Togliatti mi pare storicamente non corretta: basta dire che il PCI lavora all’interno del CLN e quindi ad obiettivi tra i quali quelli di unità nazionale, per concludere che esso ha già deposto la lotta di classe per obbedire all’ordine che sarà di Yalta -e quindi alla parola di garanzia di Stalin- che ha previsto per l’Italia una collocazione nella sfera di influenza americana? Se dal dopoguerra in poi quelle critiche possono avere appoggi più obiettivi, non mi pare lo siano per la guerra partigiana. È più vero per esempio per la diversa situazione della guerra di Spagna. Tralascio il passaggio d’eccesso per cui nell’articolo si ascrive all’organizzazione gappista perfino la deportazione dei prigionieri politici “senza colpo ferire” e rimango sul tema: basta dunque l’utilizzo della questione nazionale per qualificare una distrazione dai temi del proletariato, annacquati così di nazionalismo che ne altererebbe il solco marxista? Se non si comprende la questione strategica sottostante, calata nella situazione, si rischia di applicare solo schemi rigidi, che è proprio ciò cui la professione di storico di Peli invita a non fare. Non solo in definitiva si perde di vista il portato teorico gramsciano, ma si butta a mare tutta una grossa fetta delle storie socialiste che, per esempio dalla decolonizzazione in Africa e Sud America fino a Mao, hanno saputo stare nella lotta per la liberazione nazionale, con tutte le alleanze necessarie a fronteggiare lo scontro, ma al contempo indicando e praticando le vie rivendicative di matrice marxista. Ancora prima di parlare del campo socialista poi, in qualsiasi manuale di storia di liceo si cerca di aprire a questo ragionamento nella distinzione fra patriota e nazionalista.

Mi riconcilio con Giusti nelle righe finali, quando parla di tentativi di altre organizzazioni del campo comunista che non hanno saputo poi intercettare numeri e consensi e magari sono rimaste in attesa che la storia facesse il compito al loro posto: ecco, forse l’atteggiamento più appropriato evita le recriminazioni o gli anatemi fini a se stessi per fissare che, seppur “stalinista” o “al servizio di un altro imperialismo”, della grande famiglia fratricida l’organizzazione più operosa ed efficace fu quella. Se si pensa poi che essa non è stata inventata un dì del 1943 ma lavorava pazientemente con l’Ovra alle calcagna dal ’26, ogni residua facile accusa di tradimento della classe viene realmente stemperando.

 

David Leoni

 

 

Ciao David,

 

Scusami se potrò solo in piccola parte risponderti, ed in parte ancora più piccola chiarire meglio il mio pensiero (che è poi quello di quasi tutta la Redazione). Ma auspico di conoscerti di persona ed affrontare direttamente la questione.

Vorrei per prima cosa toglierti l'idea che con quell'articolo abbia voluto difendere alcun “santino”, se con questo termine intendi un'opera di genuflessione a “verità” indiscutibili ed ossificate.

Al contrario.

Conscio di attirarmi critiche speculari alle tue, provenienti da ambiti della sinistra comunista “storica” dalla quale pur noi deriviamo (una “sinistra comunista” troppo “storica”, al punto da apparire spesso mummificata), ho voluto riprendere il problema della lotta partigiana dalla particolare angolatura proposta dal Peli, proprio per smarcarmi in qualche maniera dai “santini” intesi nel senso suddetto.

Senza con questo però passare nel campo, che ritengo fermamente borghese, della “patria” e del “patriottismo”: di cui il PCI si fece alfiere e perciò, già dal '43 (ma anche prima) TRADITORE della classe operaia internazionale.

Sulla distinzione che fai tra “patriota” e “nazionalista” tornerò dopo.

Uno di questi “santini” dice - nella sua facciata A - che di fronte ad una guerra imperialista c'è solo la via del “disfattismo rivoluzionario” da parte proletaria. “Contro la guerra, rivoluzione!”, tanto per essere chiari.

Così come i rivoluzionari avevano proclamato (e praticato) durante la prima guerra mondiale del '14-'18. Così come Lenin aveva proclamato e praticato cedendo ai tedeschi 1/3 del territorio russo (pace di Brest Litovsk del '18) pur di tenere viva la rivoluzione mondiale.

E da qui non mi muovo: pena fare il servitore di questo o quell'imperialismo impegnato nella guerra. Ieri come oggi.

Dunque la facciata A del “santino” mi sta bene. È quella dell'internazionalismo proletario.

Il problema che pongo nell'articolo sorge immediatamente dopo aver aderito a tale impostazione, girando il “santino” sul retro, nella facciata B.

E cioè: SE le vicende belliche (come era il caso dell'Italia del '43-'44-'45) prendono una piega non “linearmente” classista, SE la questione sociale del proletariato (vera vittima della spartizione imperialista) viene “inquinata” da aspetti di occupazione nazionale da parte di uno o più imperialismi in guerra tra di loro, SE gli avvenimenti spingono masse di giovani proletari ad organizzarsi in bande armate sui monti per fuggire a rappresaglie, deportazioni, fucilazioni, SE la piega concreta che prende la lotta sociale si intreccia con la difesa delle fabbriche e del proletariato in carne ed ossa dall'occupante tedesco e dei suoi servi fascisti… In tal caso che fanno i rivoluzionari?

Si astengono perché le cose non prendono la piega da loro auspicata?

Si limitano a lanciare appelli che nessuno ascolterà?

Rimandano la rivoluzione a tempi migliori?

Oppure intervengono nella lotta, difendendo la classe ovunque e comunque sia attaccata, cercando di spingere ogni lotta parziale nella direzione non dell'“unità nazionale” (vedi PCI) ma della lotta per espropriare i padroni ed abbattere la PROPRIA borghesia? (Che tramava con entrambi i fronti?)

Lasciano agli stalinisti la “cura” delle giovani generazioni proletarie che si organizzano in bande (spesso spoliticizzate, dato che emerge dal lavoro del Peli), o vi intervengono come possono, magari organizzandone delle proprie? Dunque anche organizzando nella fattispecie i GAP urbani?

Senza cadere nel “mito” della Resistenza come “Rivoluzione Tradita” (proprio di gruppi che traducono automaticamente in “rivoluzione” il fatto, pur importante, che il proletariato conduca una lotta armata), ritengo che sia stato un grosso errore da parte delle formazioni internazionaliste di matrice bordighista la teorizzazione secondo cui “per la piega che avevano preso gli eventi” non ci fosse spazio per un'azione INDIPENDENTE da parte dei rivoluzionari.

Il vero problema stava nel fatto, che non richiamo a caso, della sconfitta negli anni '20 e '30 da parte del movimento rivoluzionario: non ancora smaltita, e meno che mai assimilata.

Fatte salve la rettitudine e l'onestà di una generazione comunista che aveva dovuto fronteggiare il mostro stalinista (ed in Spagna si erano addestrati i macellai di Mosca contro anarchici e poummisti), rimaneva un “buco” enorme in merito ad un partito in grado di orientarsi ed orientare NON SOLO SUI PRINCIPI, MA SU UNA STRATEGIA ED UNA TATTICA ADEGUATE.

E non ho problemi a ribadire che, in mancanza di tali requisiti da parte rivoluzionaria, il PCI ha potuto svolgere da par suo il compito di dirigere il proletariato italiano verso la pura e semplice “restaurazione capitalistica”, adottando una linea tanto “concreta” quanto controrivoluzionaria.

Dando certamente una lezione a quelli che si richiamavano al bolscevismo senza avere saputo coglierne il lato di “combinazione” tra centralizzazione politica e lavoro di massa, in ogni situazione concretamente determinata.

Vale anche per l'oggi: blaterare di partito e non essere in grado di rappresentare un bel nulla dentro la classe.

Questo non vuol dire però assolvere il PCI dalle sue gravi responsabilità storiche.

Per quanto riguarda il capo del PCI, Palmiro Togliatti, spia e complice dell'eliminazione dei comunisti immigrati in URSS, nonché dei comunisti polacchi, carceriere dei partigiani che “non ci stavano” alla sua “realpolitik” del dopoguerra, longa mano di Mosca nel “repulisti” spagnolo ecc. ecc. ... non solo confermo ciò che ho scritto, ma ragioni di spazio e di economia del testo mi impediscono di stendere un elenco ben più esaudiente su questo viscido stalinista di “tutte le stagioni”: servo di Stalin prima e del capitalismo di Stato italiano dopo.

Dunque la critica ad un simile personaggio non solo è corretta, ma doverosa.

Quella che chiami “l'apparizione improvvisa del fantasma della spartizione tra imperialismi”, caro David, sta sullo sfondo della drammatica storia che investe appieno gli stessi GAP: usati per “depistare” la lotta di classe contro il “tedesco invasore” ed il “fascista traditore” (che pur andavano colpiti, lo ribadisco) e poi boicottati dallo stesso PCI che li aveva fatti nascere, perché non più corrispondenti alle esigenze della “lotta nazionale”. Resi inoperanti verso le retate di masse di operai condotte dai nazi-fascisti. Lo documenta lo stesso Peli, ed io non faccio altro che riportalo.

A dimostrazione ulteriore (i “fatti” che richiami) che il “cortocircuito” tra stalinismo e “politica operaia” è molto ben documentato e documentabile, se appena si ha un po' di passione di ricerca, altro che storie...

Dovresti sapere, ad esempio, che il governo Badoglio (l'amico di Mosca, che fu la prima potenza a riconoscerlo), aveva DA SUBITO condotto una spietata politica di repressione armata (con centinaia di morti operai) per impedire che dalla crisi devastante dell'8 settembre sorgessero movimenti proletari tesi a sovvertire l'ordine sociale.

Ed il primo atto di Togliatti dopo il suo sbarco a Salerno fu proprio l'accantonamento della “questione monarchica” ed il pieno appoggio del PCI a Badoglio!

La lotta partigiana, nei piani del PCI, doveva servire a tutto fuorché alla rivoluzione sociale!

E non perché in Italia “c'erano gli americani”; bensì perché americani, russi ed inglesi si erano spartiti il mondo, e dunque non potevano che essere tutti antirivoluzionari. Ognuno nella sua “area d'influenza”. Ai proletari greci, che non l'intendevano, mal glie ne colse...

So bene che i libri di liceo distinguono “patriota” da “nazionalista”. È una distinzione che spesso usano per dividere il “patriota buono”, che ama la sua terra, dal “nazionalista cattivo”, che invece vuole primeggiare e dominare tra le nazioni.

Ma è una distinzione che - messa così - non condivido, perché ingenera un sacco di confusione, ed è buona per tutti gli usi.

Il problema sta secondo me nel distinguere tra ruolo progressivo delle guerre di liberazione nazionale (che unificano il mercato e sviluppano il proletariato), e ruolo reazionario della “difesa della patria” nelle guerre imperialiste (fatte per la spartizione del mondo) o “tardo borghesi” (un esempio su tutti: la guerra attuale in Siria).

Citando in contemporanea la Resistenza italiana, Gramsci, Mao, e le lotte di liberazione in Africa ed in America Latina... secondo me fai una bella confusione.

Mao ha condotto una grossa lotta per l'unificazione del mercato cinese, una lotta “patriottica” e “nazionalista”, ma non comunista, condotta infatti dai contadini e non dagli operai.

Progressiva in senso borghese, ma che ha lasciato intatto il problema della rivoluzione proletaria in Cina: oggi più di ieri, dopo il massacro di Tien Anmen, visto che stiamo parlando della prima potenza manifatturiera dal punto di vista capitalistico, sia statale che privato. In questo caso, come in molti paesi di Africa, Asia, America Latina, i termini “nazionalista” e “patriota” coincidono” e sono stati storicamente progressivi, nel senso che hanno sviluppato il proletariato e messo in crisi – temporanea – i precedenti schieramenti imperialisti (Vietnam, Algeria, Cuba...).

Ma che c'entra la Resistenza italiana con tutto ciò? Essa è stata diretta in senso controrivoluzionario, per rimettere in sella una borghesia imperialista uscita con le ossa rotte dal conflitto, e desiderosa di mettersi la nuova camicia “democratica” al posto del logoro orbace fascista.

E questo, ci tengo a puntualizzarlo, NONOSTANTE in essa vi fossero sani aneliti di lotta di classe e vaghe aspirazioni a una società “socialista” in consistenti masse giovanili.

Per questo la responsabilità del PCI - che ha remato in altra direzione - è funesta e incancellabile.

Il problema non stava nell'“utilizzo” della “questione nazionale”, ma nell'atteggiamento supino verso di essa da parte del partito di Togliatti.

Un partito a cui riconosco il “vantaggio” di aver saputo meglio interpretare il legame centralismo-lavoro di massa-formazione di quadri, traducendo in senso controrivoluzionario la lezione leninista.

Non sembri un paradosso. Lo è solo per i dottrinari.

Ma è un partito che non nasce alla lotta clandestina nel '26 per “merito” di Antonio Gramsci. Onestà vuole che non si dimentichi il lavoro della prima direzione del PCd'I, la quale non ebbe remore ad organizzarsi “armi in pugno” contro il fascismo trionfante del primo dopoguerra (ti consiglio la lettura di “Comunisti a Milano” delle nostre edizioni).

Spero di averti almeno chiarito meglio alcuni punti inerenti al mio articolo.

Un saluto ed un augurio,

Graziano Giusti

 



 




Pubblicato su: 2017-12-09 (120 letture)

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