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N41 Pagine Marxiste - Dicembre 2016
Ciuto Brandini, figura di precursore del sindacalismo operaio

Riceviamo da Giuseppe Mannucci e volentieri pubblichiamo uno scritto su un leader di un nascente movimento operaio nell'Italia dei Comuni: Ciuto Brandini, figura di spicco dei “Ciompi” fiorentini. Tale scritto venne redatto nel 1939 da Danilo Mannucci, comunista, internazionalista, mentre era confinato a Ponza in quanto irriducibile avversario del regime fascista.

Il tumulto dei Ciompi è il più famoso, ma non l'unico, moto proletario dell'epoca: i lanaioli di Perugia, la rivolta del "Bruco" a Siena (operai setaioli, guidati da un certo “Barbicone”) che anticipa quella di Firenze, poi quella degli operai delle Fiandre...

Sono i primi passi di una classe operaia all'interno di un capitalismo nascente. Una classe operaia ancora poco diffusa, con una presenza limitata alle poche “isole” manifatturiere della società feudale, frammentata dalle frontiere fra i piccoli stati della penisola. Una classe operaia che, essendo ancora esigua minoranza, non poteva vincere rovesciando il sistema di sfruttamento, vecchio o nuovo, salvo venire sconfitta in breve tempo.

La dittatura del proletariato dunque poteva costituire, in quelle condizioni date, solo una vaga aspirazione e nulla di più. Ogni rivolta che vede protagonisti quei salariati si traduce infatti in una subitanea e durissima repressione, da cui traggono vantaggio esclusivamente le classi borghesi, anch'esse emergenti.

Sarà solo con la maturazione del proletariato moderno, e con la diffusione del capitalismo industriale, che il proletariato approderà nella teoria e nella prassi alla “forma finalmente scoperta” della sua dittatura rivoluzionaria all'interno del processo di ribaltamento dei rapporti sociali e politici capitalistici.

Quelle prime lotte degli schiavi salariati del XIV secolo rimangono comunque dei punti di riferimento indimenticabili su cosa sia capace di fare una classe che ha da perdere “solo le sue catene”.


In questo periodo di battaglie politiche dei lavoratori, volevo ricordare la memoria di un uomo la cui azione politica è da considerare come uno dei primi tentativi di associazionismo tra lavoratori. Chi nei nostri giorni ricorda Ciuto Brandini (?-1345), un modesto operaio lanaiolo (cardatore) della repubblica fiorentina stabilita dal 1115 al 1532, e che fu senz’altro figura di precursore del sindacalismo operaio? Pur essendo un semplice ciompo, Ciuto Brandini si mostrò nel 1345 in grado di costituire un movimento del popolo minuto e di fomentare e guidare una ribellione, nel tentativo di organizzare i propri compagni di lavoro, operai e salariati senza mestiere, al fine di associarli in corporazione con i cardatori. Riporto qui sotto un paragrafo tratto da un saggio inedito di 226 pagine manoscritte (mezzo formato A4), stilato da mio padre, Danilo Mannucci quando era confinato a Ponza nel 1939, e al quale ho aggiunto alcune note personali in relazione ai fatti da lui riferiti. Il saggio relata le lotte di classe dal Medioevo al Giolittismo che cercherò di pubblicare corrente 2017. Il titolo del paragrafo è Il proletariato industriale.

GIUSEPPE MANNUCCI


Dal principio del ’300 in poi, la società fiorentina è come suol dirsi, una bilancia, il cui ago è tenuto dal popolo grasso ed oscilla sempre senza fermarsi mai. Solo nel secolo XVI, iniziatasi la decadenza delle industrie e dei commerci fiorentini e italiani, anche a Firenze, instaurata la Signoria Medicea, il Comune medioevale cede il passo allo stato moderno. Prima che questo avvenga, il Comune, o meglio, la borghesia in esso dominante, ha dovuto, specie nelle città ove più ferve l’attività industriale, superare un assalto ben più pericoloso di quelli che tentano muoverle gli scarsi e spersi residui della società feudale; l’assalto che, nella seconda metà del ’300 le muove nell’ambito della vita cittadina una forza recentissima e nuova; il proletariato industriale, formato dalla turbe di antichi servi e coloni fuggiaschi, inurbatisi durante la crisi agraria, nell’illusione di trovare nelle città, con la libertà giuridica, la propria indipendenza economica. Al difuori delle corporazioni delle quali fan parte solo i professionisti (albergatori, fabbri, falegnami, beccai, ecc...), brulica una folla di lavoratori che sono dalle medesime esclusi e che formano la vera classe lavoratrice del paese, un vero e proprio proletariato urbano, che non differisce in niente dal proletariato moderno, se non che le sue condizioni economiche e giuridiche sono talmente peggiori, che non è considerato come popolo, ma come gleba!!

Questa folla di lavoratori, esclusi da ogni diritto politico, sono, come i contadini delle campagne, sudditi, e non cittadini del Comune. Ne hanno tutte le arti, anche le minori, ma in special modo le maggiori, quelle della lana e la seta che han bisogno di un gran numero di operai specificati: filatori, cimatori, stamaioli, scardassieri, pettinatori, tessitori, sarti, tintori, ecc..., tutti gradi della lavorazione, attraverso cui passa la fabbricazione del manufatto, e nelle città più industriali, come Firenze, si contano a decine di centinaia. Essi sono i Senza Brache a Bologna, i Padroni a Milano, gli Straccioni a Lucca, i Ciompi a Firenze, e nelle stesse denominazioni con cui vengano designati dal linguaggio volgare, è l’indizio dello stato di inferiorità e di vassallaggio in cui sono tenuti. Tutta questa folla di lavoratori è al servizio dell’Arte, al cui arbitrio è dovuta la restaurazione di ogni controversia tra essi e i maestri. Ma il capitalismo moderno ha messo con più ferma coerenza in azione tutti i mezzi atti a garantire la persistenza del profitto; quali, oltre la elevazione del valore della terra; la riduzione del salario al minimo, l’impiego delle donne e dei fanciulli, il prolungamento della giornata di lavoro, ecc. ... ecc. ...

Specie per la diminuzione del salario, fonte importante di profitto per il capitalismo, tutti gli espedienti per ottenerla e mantenerla vengono messi in pratica, quale: il pagamento in natura o in merce, l’assunzione di lavoro a domicilio, a cottimo e a giornata, l’azione del capitale improduttivo, l’obbligo imposto all’operaio di pagare i debiti contratti con il padrone mediante lavoro, ecc....ecc.... Da qui, anche la necessità di precludere alla classe operaia ogni libertà di movimento e di mutua intesa diretta ad ottenere aumenti di salario capaci di compromettere il profitto, divieto di associazione tra lavoranti, che va a volte sino a impedir loro di partecipare oltre che a semplici assembramenti, persino alle radunate per funerali e cose religiose. Tutta la seconda metà del ’300, in Italia e fuori, è come solcata da insurrezioni operaie. Se ne hanno nelle Fiandre, a Bruges e Gand, in Francia, a Parigi e a Rouen, nella Linguadoca, in Inghilterra; a Londra, e tra noi a Bologna, Siena, Milano, Lucca, Firenze; insurrezioni, se pur momentaneamente represse, non spente mai del tutto, e pronte a riaccendere il fuoco che cova sotto la cenere. Inoltre, i cappellani del contado, che sollecitati dai Vescovi alle dipendenze dei giovani dell’Arte della lana, minacciano di scomunica gli operai che ‟non facciano il proprio dovere” e più che altro se la prendano cercando intimorirle con ‟la femminelle che non fanno lana di cosi buon filato”.

Ben altre idee religiose han però presa, durante il ’300, sull’animo dei salariati, e ispirano, forse più confusamente intuite che chiaramente intese, i segreti conciliaboli, ove si matura la coscienza rivoluzionaria della classe. Sono le vecchie idee, a sfondo comunistico, proprie di tutte le eresie mistiche, da secoli serpeggianti fra la parte più incolta e più facilmente suggestionabile del popolo: le idee diffuse dalla predicazione degli Apostolici, dei Flagellanti, dei Minoriti, dei Fraticelli, sullo stato di natura perfetto, in cui non c’era né MIO, né TUO, e sull’origine peccaminosa della proprietà privata e della ricchezza. Sorgono quindi tra le masse, e si propagano di paese in paese con una rapidità fulminea, cui non oppone ostacolo la scarsezza delle comunicazioni, miti e profezie apocalittiche e catastrofiche, in cui si manifesta e concreta l’attesa popolare di eventi rivoluzionari. Basta per dare un’idea citare sola una profezia che, venuta di Fiandra guadagna in poco tempo larghissima diffusione:

«Ci sono al mondo – essa dice – due parole; mio e tuo. Se si riuscisse a bandirle, la tranquillità e la pace sarebbe assicurate. Tutto sarebbe in comune, niente in proprio, uomini e donne, grano e vino, e, al di là dell’Oceano, come del Reno, non ci sarebbe più omicidi: Autore di tutti i mali è chi inventò le misure, i pesi, e la divisione del suolo».

Poco dopo, la cacciata del Duca d’Atene, a Firenze, si notano i primi indizi di una vera e propria coscienza di classe del proletariato cittadino, o almeno di alcune fra le più tipiche e caratteristiche sue categorie, quali i sottoposti ai due grandi stabilimenti della lana e della seta.

Si impersona essa, o pare, nella interessante figura di un oscuro scardassiere fiorentino, Ciuto Brandini (1). Proletario di vita e di animo, egli mostra di avere a mezzo del ’300, e nella città più industriale d’Italia, chiaramente intuito la necessità e lo spirito della lotta di classe. Non si leggono senza meraviglia e senza commozione, tra le carte giudiziarie del 1345, gli atti del processo intentatogli dal governo del Comune, atti da cui risulta ben chiara la originalità del suo pensiero. Egli non predica alle folle dei proletari cittadini, e specialmente alle migliaia di sottoposti all’Arte della Lana, la rivolta immediata o il tumulto, ma la organizzazione: non le spinge alla sommossa o al saccheggio, ma alla instaurazione di un’azione collettiva ed organica, disciplinata da leggi proprie, e forte di mezzi propri, anche precari; cioè alla costituzione di fratellanze mediante norme stabilite in comune, e il versamento regolare di quote da parte di soci organizzati. E ciò che è ancora più notevole, nella sua propaganda, egli prescinde da ogni accenno alle ibride alleanze dei proletari con i nemici dei proletari grassio delle Arti Maggiori, alleanze fino allora frequenti e normali. (1)

Ciuto Brandini questa bella figura di popolano, si rivolge soltanto ed unicamente ai suoi compagni, evidentemente convinto che questi, soltanto in sé stessi e nelle fede esclusiva della propria forza organizzata e compatta e nel proprio diritto di lavoratori, possono trovare i difensori e gli assertori veri del proprio interesse di classe.

Il suo pensiero è così netto e reciso e soprattutto nuovo nella vita del Comune, che fa paura persino ai più modesti artigiani, e il comune, nel cui governo sono rappresentate anche le Arti Minori, condanna a morte l’audace operaio come sovvertitore della pace pubblica e nemico della Patria.

Invano i suoi compagni, e le folle a cui egli ha detto la nuova parola, premono sulla Signoria per averlo salvo. La Signoria, conscia della gravità del pericolo, e in piena coerenza con la necessità della conservazione del Comune, esegue la condanna. Gli operai protestano e scioperano per alcuni giorni, uno dei primi scioperi politici, certo, che la storia ricordi.

Ma il sacrificio di Ciuto Brandini non pone fine alle agitazione delle masse operaie, alle lotte del proletariato contro le Arte Maggiori o le grandi industrie. Tutt’altro! Il dissidio si acuisce maggiormente, e nel 1347, una categoria di lavoratori, i tintori, categoria la più numerosa e forse la più bisognosa del proletariato, riesce a ottenere alcune importanti concessioni in una lotta con l’Arte della Lana, concessioni che potrebbero definirsi, una delle prime vittorie sindacali!

A esasperare il dissidio, succede la nota peste del 1348 con la carestia, le crisi commerciali e industriali, l’alto prezzo dei salari, il rapido e tumultuoso inurbarsi di contadini cacciati dalla fame in città.

Gli anni successivi al 1348 sono tra i più agitati nella storia non solo politica, ma anche economica di Firenze e in generale delle città toscane. È una lotta aspra e serrata che dura circa un trentennio tra l’aristocrazia magnatizia (2) annidata in parte guelfa (3) e popolani grassi da una parte, e la piccola borghesia e l’artigianato dall’altra.

Ma in questa lotta di interessi capitalistici e borghesi, il ceto operaio, anziché restar passivo come avanti, tende adesso ad infiltrarsi per cercare di aprire la strada alle proprie rivendicazioni di classe.

La vita dell’Arte della Lana e di tutte le Arti maggiori è dal 1348 in poi continuamente tormentata ed assalita dalla pressione del proletariato per il rialzo dei salari, o contro l’eccessivo costo dei generi di prima necessità; pressione che trascende talora, come a Siena nel 1371, in moti aperti e decisi, in vere rivolte che mettono in pericolo la compagine comunale.

La parola lanciata da Ciuto Brandini, non è rimasta dunque senza eco. Lo spirito di lui sembra specialmente aleggiare nelle frequenti e spesso minacciose agitazione del proletariato fiorentino, soprattutto in quella del 1368, iniziata da un solito tumulto di piazza contro la carestia e sboccante in un grandioso sciopero per l’aumento del salario. E seguente la guerra degli Otto Santi (1375-77) (4) quando in Firenze scoppiò la rivolta del popolo minuto, lo spirito rivoluzionario di Ciuto Brandini sembra ispirare le riunioni segrete misteriose del Ronco e di Santa Maria Novella (Luglio-Agosto 1378) donde le folle dei sottoposti alle Arti muovono alla momentanea conquista del comune durante il famoso Tumulto dei Ciompi (4), noto non solo nella storia di Firenze, ma in quella d’Italia.

Vi fu anzi chi l’ha definito il primo grande tentativo europeo di emancipazione dal giogo capitalista del proletariato industriale. Certo, esso fu fin nella sua ultima fase, un tentativo di dittatura proletaria nel Comune, tentativo la cui disfatta era fatalmente segnata nell’impreparazione della massa operaia ad assumere il governo, e anche nella immaturità dell’ambiente economico e sociale a subirlo.

E d’altra parte, dobbiamo pensare con un certo terrore, che se il movimento dei Ciompi fosse riuscito, se l’instaurazione del regime dittatoriale si fosse affermato in Firenze in quello scorcio del ’300, epoca di completa impreparazione sociale ed economica, l’opera appena iniziata della prima civiltà comunale sarebbe stata troncata dalla nascente dittatura del proletariato, e dal lavoro manuale e bruto, imposto alla classe dei borghesi e artigiani, non sarebbe mai più usciti i giganti del pensiero umano del ’400.



Note

1) Annotazione di Giuseppe Mannucci: Arrestato insieme ai due figli, giudicato dal podestà, Ciuto Brandini (?-1345), operaio lanaiolo (cardatore) della repubblica fiorentina e figura di precursore del sindacalismo operaio, fu mandato a morte per decapitazione nel giro di pochi giorni dopo l’arresto. Dopo i violenti tumulti popolari dell’autunno del 1344, repressi nel sangue con la condanna dei responsabili, Brandini, semplice ciompo, si mostrò in grado di fomentare e guidare nel maggio 1345 una nuova sollevazione e tentò di costituire una fratellanza” operaia e artigiana, con la cacciata di Gualtieri VI di Brienne (1302-1356), Duca di Atene, che teneva la città in balia, posizione a cui era stato avocato dagli stessi governatori della Repubblica comunale. La sua azione politica è considerata come uno dei primi tentativi di associazionismo tra lavoratori. Riporto qui con piacere la prima citazione storiografica del trecentesco Frammento di altra cronica (in Donato Velluti, Cronica di Firenze dall’anno 1300 in circa fino all’anno 1371, a cura di Domenico Maria Manni, Firenze, 1731, p.148) scritto in un vecchio Italiano: «A di 24 maggio ’345 il capitano di Firenze, cioè fue Messer Nuccio da Gobbio, prese di notte Ciuto Brandini iscardassiere e suoi due figlioli, imperocché detto Ciuto voleva fare una compagnia a Santa Croce e fare setta e ragunata cogli altri lavoratori di Firenze; e in questo medesimo di, i lavoranti di Firenze, cioè pettinatori e scardissieri, si incontanente ch’udirono, e seppero, che ‘il detto Ciuto era stato preso di notte in sul letto dal Capitano, incontanente veruno non voleano lavorare se ‘il detto Ciuto non riavessono. I detti lavoranti andarono a ’Priori, e pregandoli che ’I Ciuto faciessono ch’eglino il riavessino sano e lieto. E detti lavoranti di detta terra misono a bollire che se la sarebbono (...), se ‘I detto Ciuto non riavessono sano e lieto».

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Ciuto_Brandini


2) Nostra annotazione: “magnatizio” è derivato dal latino MAGNUS, grande, riferito alla classe sociale in genere chiamato “popolo grasso” in contrasto al “popolo minuto”; magnus, che è potente, ma si può leggervi anche un riferimento a chi mangia con abbondanza in antitesi a chi la pancia l’ha vuota...


3) Nostra annotazione: “annidata in parte guelfa”: schierata con i guelfi.


4) Annotazione di Giuseppe Mannucci: Guerra degli Otto Santi: Conflitto dal 1375 al 1378 che ha preso il nome dai magistrati fiorentini, gli Otto della Guerra”; Alessandro Bardi, Giovanni Dini, Guccio Gucci, Giovanni Magalotti, Giovanni Moni, Coluccio Salutati e Matteo Soldi, incaricati dal Comune di preparare una guerra per opporsi alle mire egemoniche del Papa Gregorio XI (1330-1378). Nel 1376 Gregorio XI scagliò la scomunica a Firenze, mentre i suoi mercenari commettevano ogni sorta di violenze (come gli eccidi di Faenza del 1376 e di Cesena del 1377). La guerra si esaurì dopo il ritorno del Papa a Roma (1377) e cessò (1378) per le difficoltà sorte da ambo le parti. La pace fu conclusa mentre a Firenze era in corso il Tumulto dei Ciompi. Fonte: http://sapere.it/enciclopedia/Otto+Santi+guerra+ degli-.html e https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_degli_Otto_Santi


5) Annotazione di Giuseppe Mannucci: Il Tumulto dei Ciompi, uno degli iniziali paradigmi di sollevazione per scopi economico-politici della storia europea, fu una rivolta popolare che ebbe luogo a Firenze il 20 luglio 1378 quando i Ciompi, cioè i salariati delle diverse Arti, in particolare quelli dipendenti dall’Arte delle lana, sottoposti a forte pressione economica e sociale, e privi di diritti politici, si ribellarono e presero il controllo del Palazzo dei Priori e della città. Michele di Lando (1343-401) fu la sua figura di protagonista storico che emerge nel contesto della rivolta dei Ciompi quando fu eletto gonfaloniere di giustizia a rappresentare gli interessi del popolo minuto. Egli ottenne l’istituzione di tre nuove Arti (Ciompi, Farsettai e Tintori) cioè il diritto di associazione e la partecipazione alle cariche pubbliche. Ma il 31 agosto la reazione delle altre Arti coalizzate costrinse molti dei ciompi a lasciare Firenze, gli altri restarono isolati e l’insurrezione fu soppressa nel sangue. Fonte: www.treccani.it/enciclopedia/tumulto-sei-ciompi_(Dizionaro-di-storia) e vari siti.




Pubblicato su: 2016-12-31 (155 letture)

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