Moduli
· Home
· Abbonati al giornale
· Archivio
· insiemecontroilrazzismo
· Volantini

Chi Online
In questo momento ci sono, 0 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Languages


English French Italian

N41 Pagine Marxiste - Dicembre 2016
Fidel Castro e il Messico. Fidel ha muerto, le sue ombre no

 


Fidel Castro, protagonista della rivoluzione cubana del febbraio 1959, che “sganciò” l’isola caraibica dalla totale sudditanza verso l’imperialismo statunitense, sopravvissuto a dieci presidenti USA sei dei quali hanno tentato di eliminarlo, esecutore della nazionalizzazione della produzione, della riforma agraria, dell’espropriazione delle multinazionali USA del petrolio, è stato ricordato ed esaltato, spesso acriticamente, in occasione della sua morte avvenuta il 25 novembre scorso all’età di 90 anni, dal variegato mondo di ciò che rimane della sinistra ex filosovietica e tradizionalmente anti USA, e persino da ambienti “trotskisti”.
Si è ricordato – giustamente - il programma che portò Cuba ad eliminare l’analfabetismo ed elevare l’accesso alla sanità pubblica per tutti. “Delle migliaia di bimbi nel mondo che muoiono di denutrizione e malattie curabili nessuno è cubano”, si legge spesso nei media latino americani.
Ma, come abbiamo scritto nel nostro sito all’indomani della scomparsa di Castro, “riconosciuta la “progressività” del castrismo-guevarismo in ordine alle vicende “interne” di Cuba e della lotta antimperialista, non va assolutamente sottaciuta l’altra faccia di questo movimento politico: spacciare le nazionalizzazioni per “comunismo”, cambiare imperialismo di riferimento (dagli USA all’URSS), cercare nei cosiddetti “paesi socialisti”, e non nel proletariato internazionale, una deviante strada per il “superamento del capitalismo”.
In particolare, v’è un aspetto specifico della politica portata avanti da Castro e dal governo cubano, di cui si è sempre parlato assai poco: il rapporto tra il Castrismo e lo stato messicano.
Il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha scritto, pochi minuti dopo la morte di Castro: “Fidel Castro fue un amigo de México, promotor de una relación bilateral basada en el respeto, el diálogo y la solidaridad”. Ed è vero. Tra il leader “comunista” cubano e il corrottissimo PRI messicano nacquero un’amicizia e un tacito patto che hanno attraversato tutta la seconda metà del ‘900. Un patto basato sulla necessità di stabilizzare le rispettive situazioni interne, attraverso una mutua collaborazione e, contemporaneamente, un mutuo “girare la testa dall’altra parte” per i diritti umani a Cuba quanto per i movimenti sociali e la guerriglia in Messico.
Ciò non nacque solo per la riconoscenza che Fidel Castro doveva al Messico, che aveva raggiunto nel 1955, e da dove ebbe tutto il tempo di agire indisturbato per preparare l’attacco alla Cuba di Batista fino allo sbarco col Granma. Il pragmatismo avrà il sopravvento nelle future relazioni tra i due paesi.
Il Messico fu l’unico paese membro dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) che nel 1962, anno della crisi missilistica, si rifiutò di rompere le relazioni col governo cubano e votò contro l’espulsione di Cuba dall’OEA. Nello stesso anno, la “seconda dichiarazione di L’Avana” proiettava la dirigenza cubana verso un appoggio aperto ai movimenti armati dell’America Latina; subito dopo Fidel ci tenne a precisare che vi erano delle eccezioni, una in particolare: il Messico.
Disinteressandosi in tal modo della brutale repressione cui andarono incontro le formazioni armate clandestine rurali e urbane, alcune delle quali s’ispiravano proprio a Cuba, o s’illudevano che Cuba fosse un punto di riferimento, favorendone l’isolamento e l’annientamento. Ma non tenendo conto neanche di tutto quanto era successo prima nelle lotte dei lavoratori messicani, repressi brutalmente. Quantomeno una contraddizione per chiunque si dica comunista, dunque sostenitore della lotta di classe. Nel marzo 1959, due mesi dopo la presa del potere da parte di Castro, il presidente messicano Adolfo López Mateos arrestava cinquemila ferrovieri. Negli anni successivi si formarono in vari stati messicani formazioni armate; nel 1968 il presidente messicano Díaz Ordaz in occasione delle olimpiadi massacrò centinaia di studenti a Tlatelolco; la testa di Cuba era girata dall’altra parte. In quello stesso anno (1968) venivano fondate a Monterrey le Fuerzas Armadas de Liberación Nacional (FALN), movimento guerrigliero apertamente castrista. Eppure nonostante a Cuba si teorizzasse la “teoría del foco guerrillero” da esportare nel Sud del continente, non arrivò appoggio alcuno, e lo stato messicano poté reprimere la guerriglia con la “guerra sucia” (guerra sporca) contraddistinta da numerosissime sparizioni e torture, senza che Cuba si voltasse a guardare.
Nel corso degli anni ’70 ai guerriglieri messicani di varie formazioni (si va dal Frente Urbano Zapatista alla Liga de los Comunistas Armados al Partido de los Pobres di Lucio Cabañas) che raggiunsero Cuba a tre riprese (1971-1972-1973) venne impedito di svolgere ogni attività politica e, soprattutto, militare. Tutte le illusioni di armarsi e tornare a combattere svanirono.
Nel 1988 le elezioni presidenziali messicane videro la vittoria del candidato di sinistra del PRD, la frode elettorale con cui Salinas de Gortari prese il potere al posto del candidato della sinistra, Cuauhtémoc Cardenas. In tutti questi eventi Castro non appoggiò Cardenas nelle sue denunce, e ancora una volta stette col PRI. Ragion di stato.
Nel nuovo millennio qualcosa cambiò. Le relazioni tra Cuba e Messico, dopo un primo incrinarsi sotto la presidenza Zedillo, successore di Salinas de Gortari, si ruppero ufficialmente il 21 aprile 2002 sotto la presidenza di Vicente Fox del PAN, partito che aveva scalzato dalla presidenza il PRI, partito ormai corrottissimo che governava il Messico da 70 anni e che aveva imbastito lo stretto rapporto con la Cuba di Castro di cui abbiamo parlato. Alla commissione Onu per i Diritti umani a Ginevra il Messico votò una risoluzione contro Cuba di condanna sul rispetto dei diritti umani. Fino a quella data, negli anni precedenti si era sempre astenuto o aveva votato contro. Il giorno dopo Fidel Castro divulgò la registrazione di una conversazione telefonica privata, nella quale Fox gli chiedeva di lasciare anticipatamente Monterrey, dove si svolgeva la conferenza dell’Onu sullo sviluppo sostenibile: “Comes y te vas” (“mangi e te ne vai” prima che arrivi Bush).
Nelle elezioni presidenziali del 2006 si ripeté lo scenario del 1988. La frode colpì il candidato della sinistra Andrés Manuel López Obrador, al suo posto venne dichiarato vincitore Felipe Calderón del PAN. Stavolta Castro ribaltò di 180° la posizione precedente. Molto era cambiato nel mondo, l'Urss era finita da tempo, la presa di posizione di Castro arrivò dopo quasi mezzo secolo in cui il variegato mondo dell'opposizione messicana si era illusa ed aveva cercato, invano, il suo sostegno. La solidarietà di classe e l'internazionalismo non erano di casa a L'Avana.

Alessandro Pellegatta



 




Pubblicato su: 2016-12-31 (136 letture)

[ Indietro ]

 


You can syndicate our news using the file backend.php

   Get Firefox!