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N41 Pagine Marxiste - Dicembre 2016
Ungheria '56. Spunti e riflessioni su una Rivoluzione

Il 4 novembre di 60 anni fa l'esercito sovietico reprimeva nel sangue la rivoluzione dei Consigli Operai d'Ungheria


Sono trascorsi ormai sessant'anni da quel 1956 da molti definito “indimenticabile”.
Ed il perché è presto detto.
Nel febbraio di quell'anno si tiene il memorabile XX Congresso del PCUS (il partito stalinista al potere in URSS), che clamorosamente mette alla gogna tutte le infamie del “personaggio” Stalin: cassandone le ormai sorpassate forme di gestione del potere, ma preservandone allo stesso tempo i principi di fondo, ed in parte anche i metodi.
L'URSS inizia così ufficialmente quel processo di “destalinizzazione” (di cui si aveva avuto qualche assaggio l'anno precedente), che altro non sarà se non un riposizionamento dell'imperialismo moscovita nei confronti dei nuovi rapporti tra le potenze, avente come base un lungo (e disuguale) ciclo di sviluppo capitalistico, nonché la ridefinizione in atto delle sfere d’influenza.
Le ricadute di questa “bomba” lanciata dai figliocci del dittatore georgiano (Kruscev in testa) saranno terrificanti per il cosiddetto “movimento comunista internazionale”; in pratica per le filiali estere dell'imperialismo russo, impegnate anch'esse in una difficile operazione di “ri-nazionalizzazione” all'interno dei rispettivi paesi di appartenenza.
Tanto per stare in Italia, nel corso di tutto il 1956, l'allora PCI, partito russo - poggiante su settori del capitalismo di Stato italiano e su ampi strati della piccola borghesia artigiana e commerciale - subirà un vero e proprio tracollo di iscritti (circa 300.000), e dovrà compiere degli ignobili “falsi ideologici” per non perdere del tutto la faccia di “partito dei lavoratori” ...
In questo maquillage biecamente prono ai loro referenti moscoviti, soprattutto dopo la repressione ungherese, si distinsero - oltre all'immarcescibile Palmiro Togliatti - anche altri noti “campioni” della democrazia e della libertà, corrispondenti ai nomi di Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Pietro Ingrao...
Ad ogni buon conto, non si erano ancora diradati gli effetti della “bomba” del XX Congresso che esplosero in rapida successione i fatti di Polonia e d'Ungheria.
Fu come se la storia - come spesso accade - s'incaricasse, con la sua sottile quanto spavalda ironia, di smentire tutte quelle dilaganti ideologie borghesi, impegnate a dimostrare che stavano finendo i “tempi bui” della “contrapposizione frontale tra sistemi”, a tutto vantaggio della “convivenza” e della “pace” nel mondo.

Nell’ottobre del '56 scoppiano i moti operai in Polonia
La “destalinizzazione” messa in atto dal nuovo gruppo dirigente del capitalismo di Stato russo, autorizza le borghesie dei “paesi satelliti” a credere che ora sia possibile sganciarsi dalla cappa di piombo del dominio moscovita senza pagare pesanti pedaggi.
Tra l'altro è da notare che i fermenti nazionali più significativi avvengono proprio nei paesi più industrializzati del “blocco sovietico” (dopo che già nel '53 a Berlino Est era stata stoppata sul nascere qualsiasi illusione a riguardo, massacrando operai in sciopero).
Paesi chiamati a rispondere direttamente alle richieste di sfruttamento semi-coloniale provenienti da Mosca.
La Cecoslovacchia aveva dovuto subire a cavallo tra gli anni '40 e '50 una violenta decapitazione di un gruppo dirigente nazional-borghese accusato di intendersela con Tito (che nel '48 era stato “scomunicato” da Stalin in quanto fautore di un inaccettabile “stalinismo in proprio”, a caccia di corsie preferenziali dentro e fuori dal “blocco”).
Ne avevano fatto le spese uomini politici come Rudolf Slansky e Vlado Clementis (rispettivamente ex segretario generale del PCC ed ex ministro degli Esteri), accusati di spionaggio e condotti al patibolo.
In Ungheria aveva pagato lo stesso pedaggio l'alto dirigente Laszlo Rajk (ex segretario dell’MDP, il Partito dei Lavoratori Ungheresi sorto nel 1948 dalla fusione tra stalinisti e socialisti, ex ministro degli Interni e poi degli Esteri), seguito da una miriade di arresti, tra cui Janos Kadar (ex ministro degli Interni e inquisitore dello stesso Rajk).
Anche la Polonia, già ridimensionata territorialmente dall’URSS nell’immediato dopoguerra, deve subire l'ondata repressiva di Mosca: Wladislaw Gomulka, ex segretario del partito, è anch’esso incarcerato con le medesime accuse.
A metà degli anni '50 l'URSS si rende conto che, per non vedersi sfilare di mano il suo impero dell’Est Europa, deve passare da un dominio di tipo semi-coloniale (razzie di materie prime e macchinari, super-sfruttamento della manodopera, obbiettivi economici a senso unico rigorosamente “calati dall’alto”) ad un dominio più prettamente capitalistico, basato sugli interscambi, sull’aumento della produttività del lavoro, sulla “collaborazione” tecnologica e politica. Il tutto senza ovviamente intaccare l'equilibrio politico-militare uscito dalla guerra. Più facile a dirsi che a farsi dopo le recenti “purghe” verso i gruppi dirigenti locali, e dopo il feroce sfruttamento di milioni di operai delle varie nazionalità in nome di un fantomatico “socialismo”.
Ora, oltre al conflitto insanabile tra capitale e lavoro salariato tipico di ogni società borghese, la contraddizione socio-politico-ideologica (che di lì a poco esploderà) tra “QUEI” capitalismi di Stato e la classe operaia stava proprio nel fatto che da un lato il sistema politico stalinista (e post-stalinista) affermava a più riprese la “socializzazione” dei mezzi di produzione, mentre dall’altro la realtà quotidiana s'incaricava di smentire clamorosamente ogni apparenza a tal riguardo.
Sarà proprio questa “particolarità” a far sì che la rivoluzione operaia in Ungheria venga ad assumere caratteri direttamente “socialistici”, sfociando nella costituzione dei Consigli come organismi indipendenti del temporaneo potere del proletariato. Anche se la mancata direzione politico-rivoluzionaria di essi da parte di una avanguardia “specializzata” (come era avvenuto in Russia nel '17) impedirà quella necessaria “azione strategica a tutto campo” in grado di dispiegare al massimo le potenzialità della lotta.
La “soluzione” che Mosca escogita per gestire il passaggio dallo stalinismo al post-stalinismo è l'apertura di caute trattative di conciliazione con le borghesie dei paesi del “blocco” che si stanno risvegliando e pongono delle condizioni.
Già nel marzo del '56 Gomulka viene riabilitato insieme ad altri perseguitati dallo stalinismo.
Il “vecchio” gruppo dirigente polacco raccolto attorno al maresciallo K. Rokossovski si vede ora fronteggiato da una “nuova leva democratica” guidata dall’ex leader del partito. Lo stesso avviene in Cecoslovacchia.

Dalla Polonia all’Ungheria

Il 28 giugno, a Poznan, gli operai scioperano e manifestano per protestare contro i bassi salari ed i ritmi di lavoro. A seguito dell’arresto di una delegazione recatasi a Varsavia per farsi ascoltare dal governo, il movimento si allarga a macchia d'olio e diventa “immediatamente” politico: alla richieste di salari più alti ed abolizione delle norme sul cottimo si sommano quelle per la “democrazia” e la “libertà” ... La polizia spara, provocando così una radicalizzazione dei lavoratori, che assaltano uffici pubblici, carceri, radio e armerie e rispondono al fuoco. Ci vorranno carri armati ed aviazione per domare la rivolta. Più di un centinaio le vittime che gli operai lasciano sul terreno.
Se per il governo polacco, quello russo ed i loro tirapiedi dei PC occidentali questi fatti sanguinosi vanno ascritti ai soliti “provocatori e gangster”, non alla stessa maniera la pensano i proletari ungheresi; i quali colgono l'occasione per manifestare, contro il loro governo, la loro piena solidarietà di classe.
In Polonia però, la borghesia di Stato e l'imperialismo russo riescono a recuperare l'ondata di rivolta, che - invece di smorzarsi dopo la repressione - si sta diffondendo in tutto il paese, grazie alla “rivalutazione piena” del “liberale” Gomulka. Infatti, questi, in ottobre, scalza Rokossovsky e “scambia” riforme politiche e qualche concessione economica ai lavoratori (a cui si erano uniti gli studenti) con il graduale soffocamento del movimento.
Ed è proprio in quei giorni che esplode l’Ungheria. Partendo dalla grande manifestazione popolare che accompagna le esequie del “riabilitato” Rajk (6 ottobre), si susseguono una serie incalzante di eventi che screditano completamente il regime stalinista al potere.
Non solo: il fatto decisivo, oltre alla crescente insofferenza nelle fabbriche, è la scesa in campo di un movimento studentesco (sono i figli degli stessi operai) deciso a sganciarsi da ogni “riverenza” verso il regime ed a muoversi in maniera indipendente.
Questa unione studenti-operai sarà la miscela che farà esplodere una piazza che non ci sta più ad essere sottomessa, che intende farsi ascoltare, che vuole imporre “sue” piattaforme.
Piattaforme che spaziano dalle rivendicazioni più “minute” (via i cottimi e aumenti salariali per gli operai, indennità di mensa e trasporti gratis per gli studenti) a quelle più direttamente politiche: via il gruppo di potere raccolto dietro a Rakosi (lo Stalin ungherese), autogestione operaia delle aziende, revisione della politica verso i contadini, libertà di parola, di stampa, di opinione, di riunione. Libere elezioni, liberazione dei prigionieri politici, processi pubblici ai criminali stalinisti, uguaglianza tra URSS ed Ungheria...
Per comprendere l’odio della popolazione ungherese per il dominio russo e l'oppressione della sua borghesia di Stato, basti ricordare che nel periodo che va dal 1952 al 1955 ben 1.140.000 persone su 9 milioni e mezzo di abitanti erano state denunciate, oltre 500.000 accusate o condannate, ben 300.000 internate in campi di concentramento.
Governo e AVH, la criminale polizia politica del regime, marciano all’unisono.
Così, quando il 23 ottobre, dopo che una folla immensa si è assiepata nella piazza del Parlamento di Budapest ... e dal palazzo della radio, invece che la diffusione delle richieste dei manifestanti, si odono in risposta le mitragliate indiscriminate degli agenti AVH lì asserragliati, la situazione - come si suol dire - “scappa di mano”.
Sarà quella la sanguinosa scintilla (un po’come le fucilate davanti al Palazzo d’Inverno nel 1905 russo) che farà tracimare il fiume in piena della rivolta.
Da notare, ad uso e consumo di quelli che vogliono comunque “mettere le brache” alla storia, che il movimento insurrezionale che subitamente sorgerà dopo i fatti appena narrati, nasce su una piattaforma rivendicativa praticamente “democratica”, senza un preciso “piano insurrezionale”, e per di più a seguito di una manifestazione che solidarizzava sì con gli operai polacchi, ma dietro le icone del generale polacco Bem (eroe della rivoluzione ungherese del 1848-'49) e del patriota nazionale L. Kossuth...
Fatto è che, una volta innescata la dinamica insurrezionale (gran parte dell’esercito ungherese si schiera coi rivoltosi e li arma, soprattutto per contrastare l'intervento delle truppe russe di stanza a Budapest), il corso degli eventi dipende dall’iniziativa che le singole classi mettono sul terreno. Iniziativa che va valutata su tutto il complesso dei rapporti di forza tra le classi in oggetto. E sulle loro aspirazioni.

Una vera rivoluzione operaia

Il regime stalinista ed i suoi apparati (partito al potere, polizia politica, sindacato ufficiale), crollano miseramente di fronte alla pressione delle masse in lotta. L’MDP, forte di un milione di iscritti, si dissolve. Parte dei suoi aderenti diventa anzi elemento attivo dell’insurrezione e degli scontri armati nella capitale ed altrove. Dobbiamo dunque registrare un primo elemento importante in una rivoluzione: il dissolvimento della forza “morale” e repressiva dello Stato borghese.
La potenza dominante ed in parte occupante il suolo ungherese, l'URSS, vorrebbe da un lato applicare anche in Ungheria lo “schema polacco”; ma qui vede con crescente preoccupazione l’impotenza dei vari governi, anche “riformisti” a tenere sotto controllo la situazione (Imre Nagy viene richiamato al governo, ma non riesce a fare il “Gomulka ungherese” nonostante vari rimpasti in pochi giorni).
Secondo elemento: difficoltà manifesta da parte dell’imperialismo “di riferimento”. Per di più le truppe russe impiegate nel primo intervento a Budapest contro i rivoltosi sono composte da militari della Russia “europea”, insediati da tempo nella capitale, influenzabili in molte maniere dalla propaganda di studenti, donne ed operai: i quali si difendono, ma al contempo incitano i militari a passare dalla loro parte in nome di quel “socialismo” così vituperato da chi li manda a sparare contro i loro “fratelli d classe”.
Mosca rimedierà a questo problema quando, col secondo e decisivo intervento militare, quello del 4 novembre, saranno soldati venuti dalla Mongolia a sparare sui proletari ungheresi...
Terzo elemento: la partecipazione all’insurrezione di fette consistenti di piccola borghesia (per lo più agricola) e di intellettuali, i quali inalberano come loro primo punto “la rivoluzione democratica nazionale”, spingendo per una mediazione riformista con Mosca e per un equilibrio di potere interclassista. Comunque: il venir meno di uno dei puntelli tradizionali di appoggio dello Stato.
Quarto e decisivo elemento: la radicalizzazione della classe operaia (1.600.000 componenti, assai concentrati in grandi fabbriche, soprattutto nella capitale, che conta 1.700.000 abitanti).
Tale radicalizzazione, oltre a determinare la spinta alla lotta armata, porta alla rapida costituzione dei “Consigli Operai”, che già dal 26 ottobre sono attivi ed operanti in tutto il paese. I loro membri sono eletti direttamente dai lavoratori, e si trasformano da “comitati di sciopero” in “comitati di gestione” (ed autogestione) nei luoghi di produzione, ricercando da subito forme di coordinamento tra le varie provincie. A fianco di essi nascono Consigli su base territoriale, speso eletti dai delegati dei Consigli Operai. La maggior parte di essi è per la costituzione di una “Repubblica dei Consigli”.
Tra le loro rivendicazioni (ritiro dei russi, scioglimento degli AVH, istituzione di una guardia nazionale, liberazione dei prigionieri politici, libertà personali-di stampa-di associazione, abolizione dell’ammasso obbligatorio da parte dei contadini) spicca la “socializzazione di mezzi di produzione”, che è un sonoro ceffone alle pretese staliniane di aver realizzato il socialismo.
Il movimento dei Consigli arriverà il 31 ottobre a riunire il “suo” parlamento della grande Budapest, che sancirà tutta una serie di questioni di “potere” molto simili a quelle svolte dai Soviet nella rivoluzione del 1905 e del 1917 in Russia.
Se si studiano attentamente le dinamiche delle classi messe in moto dall’insurrezione ungherese si può arrivare, in estrema sintesi, a definire tale evento come una rivoluzione: in cui la componente sociale operaia è preponderante e trainante, ed alla quale manca “solo” l’innesto di una chiara e strategica direzione politica che metta a frutto sino in fondo la “spinta” politica di base verso l'affermazione di una VERA società socialista.
“Spinta” in qualche maniera indotta nelle masse operaie - contraddizione della storia - anche dalla tambureggiante, quanto ipocrita, propaganda stalinista: che aveva millantato (ai soli fini del profitto capital-statale) il “diritto” dei proletari a dirigere l'intera società!
In Occidente, qualcuno, in quei drammatici giorni e poi in sede di bilancio, storcerà la bocca di fronte ai simboli “nazionali” messi in primo piano nei fatti d’Ungheria, di fronte ai numerosi obbiettivi “democratici” fatti propri dai rivoltosi, di fronte agli appelli di aiuto rivolti da essi alle potenze “oltre Cortina” ...
Noi riteniamo che simili questioni non siano sufficienti a screditare o minimizzare la rivoluzione ungherese. Anzi: riteniamo che un partito rivoluzionario (vero elemento mancante nel panorama dello scontro politico) avrebbe POTUTO e DOVUTO ricondurre il tutto dentro una strategia di ribaltamento dei rapporti di produzione e di sovvertimento dell’ordine costituito.
Porre la “questione nazionale” della “non ingerenza” dell’URSS sulle questioni ungheresi, e del ritiro delle truppe russe dall’Ungheria, ERA COSA SACROSANTA DAL PUNTO DI VISTA PROLETARIO.
L'insegnamento degli stessi Marx e Lenin andava in questa direzione: non verso la negazione del problema - nei termini storici concreti in cui esso si presenta - ma casomai verso la sua subordinazione agli interessi della lotta di classe e della rivoluzione proletaria. Cosa, questa, che nell’Ottobre ungherese non viene posta in tale maniera per il semplice fatto che manca una direzione politica proletaria “a tutto campo”.
Le rivendicazioni “democratiche”, di QUEL tipo di democrazia, di massa e di liberazione dalla cappa di piombo di una feroce tirannide, non vanno disprezzate pensando che nella dittatura del proletariato viene abolita, ad esempio (per i borghesi), la “libertà di stampa” o di “associazione”. Ma - al contrario - esse vanno assunte a pieno titolo dai rivoluzionari dentro un movimento dirompente avente simili caratteristiche.
La presenza di un partito rivoluzionario avrebbe fatto sì che gli "appelli ai paesi "democratici" si sarebbero molto più opportunamente e proficuamente tramutati in appelli ai proletari del mondo, e russo in primo luogo, mettendoli di fronte ad un ribaltamento del “proprio governo interno” (riformista) e ad una conseguente implementazione della dittatura proletaria.
Dunque il problema scottante del rapporto Partito-Consigli (o Soviet che dir si voglia) proprio con la rivoluzione ungherese si ripresenta nel suo crudo passaggio “dalle armi della critica alla critica delle armi”, per dirla con Marx. Con gli elementi di continuità-discontinuità che vanno colti rispetto alla tradizione rivoluzionaria fino allora prodotta, e che permettono ancora oggi di mettere in discussione la pura e semplice “ricopiatura con ricalco” dell’Ottobre bolscevico.

Partito, Consigli, Sindacati

Lo scavalcamento del sindacato, e l'assenza del partito rivoluzionario nelle vicende ungheresi, con il relativo confluire della massa operaia nei Consigli, se da un lato è sicuramente indice della forte spinta dal basso che il proletariato di un paese industrializzato come l’Ungheria è in grado di esprimere (riprendendo il lascito della rivoluzione tedesca del 1919-'21-'23), dall’altro non possono indurre a ritenere storicamente superate le due forme “separate” di organizzazione economica e politica della classe.
Occorre anche qui, secondo noi, condurre una analisi concreta di una situazione concreta, evitando di tirare delle frettolose conclusioni.
Occorre, in pratica, partire dalla considerazione che in qualche maniera, la radicalità operaia (compressa dentro l'involucro stalinista) non poteva far altro che passare direttamente all’auto-organizzazione consiliarista ANCHE per sostenere le rivendicazioni più “minute” e “immediate”, bypassando così obbligatoriamente ogni altra forma di “mediazione” e di coinvolgimento dei cosiddetti “corpi intermedi”. Bypassando quel mix di riformismo-conservatorismo-reazione insito nel DNA del sindacalismo storico di ispirazione socialdemocratica (ed in quel caso stalinista).
Però la realtà del sindacalismo comunque aggettivato, da allora in poi, non è stata affatto “superata”: non solo nella lotta politica condotta dalla classe dominante contro i proletari (e usata per smussarne e deviarne le punte di conflittualità più forti), ma anche nella prassi diffusa di milioni di proletari di ogni latitudine, spinti “oggettivamente” dalle dinamiche del mercato del lavoro e dell’organizzazione del lavoro a dividersi in categorie, sotto-categorie, aziendalismi, localismi vari.
E quand’anche si sono prodotte lotte generalizzate e radicali (vedi ad esempio quelle degli operai egiziani dal 2011 in poi) esse non hanno messo in contraddizione l'organizzazione in sindacati con l'organizzazione in Consigli (nei pochi casi in cui questi ultimi sono sorti).
Dunque, se la rivoluzione ungherese ha avuto certamente l'enorme merito di mettere in primo piano il ruolo - anche e diremmo soprattutto politico - dei Consigli Operai, superando nei fatti alcune vecchie querelle sorte all’interno del movimento comunista internazionale negli anni '20 del secolo scorso, non per questo è lecito ritenere inutilizzabile (o peggio dannoso) il ruolo del sindacato nel quadro generale delle prospettive della rivoluzione comunista.
Meno che mai, è peraltro lecito prendere come riferimento la rivoluzione ungherese del '56 allo scopo di sminuire o cassare il problema del partito rivoluzionario dal percorso di emancipazione della classe.
Della mancata direzione “strategica” dei Consigli abbiamo già accennato.
Potremmo aggiungere, anche qui, che se la novità positiva dell’Ungheria '56 è l'affermazione - nel fuoco della guerra civile - che DEVE ESSERE ABOLITO OGNI “SOSTITUZIONISMO” DEL PARTITO RIVOLUZIONARIO rispetto al ruolo dei Consigli Operai all’interno del processo insurrezionale e di quello dell’instaurazione della dittatura proletaria, allo stesso modo viene riaffermato, anzi rafforzato, il concetto che la rivoluzione non può vivere se non è guidata da quadri provati, conosciuti e riconosciuti dalle masse, in grado di irradiare la politica comunista in tutti i suoi aspetti multiformi.
Infatti, la linea tenuta dal Consiglio Operaio della Grande Budapest (COGB) se è coerente col suo ruolo di mobilitazione rivoluzionaria, che non cede né di fronte ai governi Nagy prima e Kadar dopo, né di fronte alla protervia dei vari Krusciov, Molotov, Malenkov, Mikoyan, Suslov ... essa non è mai in grado praticamente di lanciare la parola d'ordine dell’abbattimento dello Stato ungherese, e della sua sostituzione con la dittatura degli operai ungheresi in armi.
In questa maniera il riformismo nazionalista e piccolo-borghese di Nagy & C. non potrà fare altro che attendere di consegnarsi ai russi come agnello sacrificale, cercando di pagare il minor prezzo e sperando nel soccorso di Tito (che farà il doppio-gioco) e di Eisenhower (impegnato a trovare un “asse” coi russi nella crisi di Suez contro gli anglo-francesi).
Non mancheranno il coraggio e l'abnegazione nei Consigli (i combattimenti e gli scioperi dureranno mesi dopo l'intervento russo del 4 novembre).
Mancheranno la tattica, la strategia, l'organizzazione politica in grado di formulare e perseguire gli “obbiettivi sensibili” del momento.
Il punto nodale, che porterà l’URSS a decidere l'intervento risolutivo (oltre all’uscita del governo Nagy dal Patto di Varsavia, l'alleanza militare del “Blocco Sovietico”), sarà la presa d'atto che “l'ordine socialista” doveva passare per forza dalla distruzione dei Consigli, i quali - dal canto loro - non erano in grado di conquistare più nulla di significativo se non spazzando via l'imperialismo moscovita ed i suoi servi, ma parimenti si erano lanciati in una lotta impari senza carte politiche da giocare “in proprio”.
Detto del messaggio che ci viene dall’Ottobre ungherese in merito al “sostituzionismo” del partito verso i Consigli, il discorso va visto anche rovesciando i termini: i Consigli non possono “sostituire” la funzione propria del partito rivoluzionario; il quale non può nascere nel fuoco della lotta insurrezionale, ma ha bisogno di una incubazione e di un radicamento tali che richiedono altri metodi di lavoro ed altre tempistiche.
Riguardo al rapporto Consigli-sindacato, abbiamo già citato il fatto inoppugnabile che in Ungheria i secondi vennero NEI FATTI superati dai primi: in primo luogo per l'estrema corruzione dei sindacati di regime, in secondo luogo perché nella dinamica insurrezionale è evidente che le rivendicazioni “immediate” vengano accorpate negli organismi che conducono l'insurrezione stessa. E l’insurrezione in Ungheria era appunto condotta dai Consigli Operai. La lotta brevissima e feroce di quei dieci giorni non permise neppure la presa in considerazione di organismi sindacali più adatti a situazioni di “lungo respiro”.
Il che, lo ripetiamo, non significa “escludere” a tavolino la possibilità che lo strumento “sindacato”, soprattutto se diretto dai rivoluzionari, non possa e debba svolgere il suo ruolo attivo a fronte di una situazione rivoluzionaria.
Spostandoci un attimo sull’attualità, è vero ad esempio che, prendendo in considerazione la presente fase controrivoluzionaria ed a basso tasso di conflittualità sociale nelle metropoli imperialiste (con le debite eccezioni, vedi la Francia), qui in Italia l'azione di un soggetto sindacale come il Si-Cobas (che pratica la lotta di classe “vera”), porta ad interrogarsi su quali siano diventati OGGI i rapporti tra lotta “economica” e lotta “politica”.
Sicuramente tali rapporti non possono più essere separati con l'accetta, se non altro perché - nelle condizioni date - ogni serio risveglio “conflittuale” del proletariato pone dei problemi politici DIRETTI tra esso e lo Stato borghese, in tutte le sue articolazioni.
Dunque lo sciopero, quando non è una burla, torna ad essere veramente una “palestra” per la rivoluzione, e il sindacato che lo pratica una “scuola di guerra”. Scioperi ed organizzazione sindacale che, se seriamente dirette, potrebbero fare da VIATICO all’insediamento di un partito veramente proletario e comunista.
Ma detto questo, siamo ancora solo alle premesse. La “palestra” della rivoluzione non è la rivoluzione, e la “scuola di guerra” non è la guerra. Anche la lotta radicale, per benemerita che sia, nel mentre risolve tutta una serie di problemi anche di natura politica, ne pone al contempo degli altri di maggiore portata che possono essere affrontati solo dal partito politico del proletariato.
Occorre dunque che - parallelamente all’azione di mobilitazione permanente sul terreno della lotta “immediata” - si liberino energie comuniste che facciano della politica e della lotta per il potere lo scopo principale di tutta l'attività, nei suoi aspetti multiformi.
Si può stare nei sindacati, nei comitati, nei coordinamenti, nei gruppi “conflittuali” di ogni sorta, ma poi occorre avere la possibilità di ricondurre il tutto ad una visione complessiva; ad una strategia politica che può veramente unificare i compagni già attivi e quelli che si affacciano ad uno scontro che va al di là della singola fabbrica e categoria, ed al di là della pur fondamentale lotta “immediata”.
Questo è esattamente il lascito leninista mai abbastanza conosciuto e valorizzato dalle successive generazioni di rivoluzionari ... più intente magari a disputare in modo formalistico sul “Che Fare?” di Lenin piuttosto che afferrare il nodo di quella storica polemica sulla concezione del partito.
In fondo, la concezione leninista ci sembra praticamente indirizzata ad affermare un partito di quadri radicato nelle masse, capace di svolgere campagne di denuncia politica, pronto ad abbinare il lavoro legale con quello illegale, sicuro e compatto negli orientamenti.
Piuttosto schematica e formale, invece, è la posizione di quelli che derivano dal "Che Fare?" una visione del partito che mette al centro di esso il "rivoluzionario di professione", o che traduce la cosiddetta "coscienza portata dall'esterno" in "coscienza portata dagli intellettuali rivoluzionari" (ricopiando pedissequamente questa perlomeno datata formulazione di Kautsky). Quando, per noi, piuttosto, la traduzione più consona all'interpretazione leninista vede il momento di maturazione "esterna" della coscienza proletaria nel superamento dell'angusto rapporto operaio-padrone; per elevarsi contro tutte le altre classi e contro lo Stato borghese, in ogni loro manifestazione.
Se lo stalinismo poteva dare involontariamente ai proletari ungheresi una vaga coscienza (deformata) che li portava ad “esigere” di prendere in mano le sorti della società, non poteva certamente insegnare loro come si organizza e si dirige una rivoluzione proletaria.
Dal momento che di quest’ultima esso ne era lo spietato affossatore.
Lo stalinismo, con la repressione ungherese del 1956, mette una pietra tombale sulla sua pretesa ideologica di essere espressione internazionale del movimento operaio.
La rivoluzione dei Consigli è l’inizio della fine di un regime che “cambiava il pelo ma non il vizio”. Al punto che, alla caduta del Muro nel 1989, e negli anni a seguire, nessun movimento di classe si ergerà a difesa di questo falso socialismo in via di decomposizione.
La rivoluzione ungherese pagherà nel sangue (2.700 morti, centinaia di condanne capitali, 250.000 esuli) la sua “pretesa” anticipatrice sulle future rivoluzioni.
Questa pagina sanguinosa ed allo stesso tempo gloriosa deve insegnarci a fare piazza pulita di ogni illusione in merito all’esistenza di borghesie ed imperialismi “più buoni”.
Nel mentre i boia moscoviti massacravano gli operai ungheresi insorti, l’Occidente lanciava strali contro il “comunismo” ma si guardava bene dal mettere in discussione le succose prospettive aperte dalla “convivenza pacifica”.
Dal canto suo Tito, espressione dei paesi “non allineati” e noto come fautore del “socialismo autogestito”, contento del suo recente riavvicinamento col Cremlino, faceva il salto della quaglia, ospitando nella sua ambasciata il governo Nagy per poi consegnarlo ai russi.
E per finire, la Cina maoista definiva l’intervento russo come “grande vittoria del popolo ungherese” (!!!)
Il quadro è completo.
La rivoluzione ungherese del '56 ci dimostra che gli operai hanno un solo amico, hanno un solo alleato: il proletariato internazionale.

GRAZIANO GIUSTI  







Pubblicato su: 2016-12-31 (594 letture)

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