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N41 Pagine Marxiste - Dicembre 2016
Jobs Act, voucher e false partite IVA, il governo spinge sulla precarizzazione del lavoro

 Il governo spinge sulla precarizzazione del lavoro


Il Jobs Act, la riforma del lavoro italiana, è un chiaro esempio di quali siano i reali obiettivi delle riforme propugnate dalla borghesia, e attuate dai vari governi nazionali all’insegna della modernità, dello sviluppo, dell’occupazione.

Queste formule propagandistiche sono state presto smentite dai dati di fatto riguardanti il mercato del lavoro in Italia, dati che dimostrano come esse servono unicamente ad accrescere lo sfruttamento dei lavoratori, riducendo le garanzie occupazionali, aumentando i ricatti e di conseguenza la flessibilità, svilendo la contrattazione collettiva a favore di quella a livello di singola azienda, al fine migliorare la competitività del capitalismo nazionale contro quelli rivali. Il tutto senza alcuna considerazione dei bisogni e dei diritti umani, dalla salute alla casa, alla procreazione.

Il renziano Jobs Act, la legge sul lavoro, è stato presentato come un nuovo ed efficace strumento di salvaguardia dell’occupazione. I dati sull’andamento dell’occupazione ne hanno presto smentito l’efficacia a questo riguardo, rivelando quale fosse lo scopo principale di questa riforma, scopo che ha egregiamente raggiunto: facilitare i licenziamenti e ridurre il costo del lavoro esclusivamente a spese del lavoratore. Lo ha ottenuto eliminando la possibilità di reintegra automatica sul posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato.

Il risultato di queste nuove regole, dimostrato dai dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, è che nei primi otto mesi del 2016 sono aumentati del 31% i licenziamenti complessivi, e ben del 28% i cosiddetti licenziamenti individuali per ragioni “disciplinari” rispetto allo stesso periodo 2015, mentre i rapporti di lavoro a tempo indeterminato, avviati con il cosiddetto contratto a tutele crescenti, sono crollati del 32,9% non appena terminati gli effetti dei 14 miliardi di sgravi contributivi garantiti per tre anni ai padroni.

Sono invece aumentati i rapporti di lavoro a tempo determinato (+2,5% rispetto al 2015 e +5,5% rispetto al 2014, e contratti in apprendistato +18%).

I buoni lavoro, buoni per il padrone

Il nuovo precariato di massa in Italia è quello dei voucher, i “buoni lavoro”, che ha sostanzial-mente sostituito altri contratti di lavoro parasubordinato già esistenti – co.co.co, co.co.pro - offrendo soluzioni più flessibili e meno costose per le aziende, creando nuove sacche di precariato sfruttate da piccole aziende, cooperative “sociali”, etc., per abbattere il costo del lavoro con un sistema di pagamento poco costoso anche per le procedure burocratiche e amministrative.

Con l’introduzione dei voucher, la legge1 introduce il lavoro precario e sottopagato, violando il valore "erga omnes" dei contratti nazionali di lavoro e agevolando il nero; in pratica istituisce i "working poor", salariati che nonostante lavorino hanno un reddito che si aggira attorno al limite di sussistenza. Il costo orario di un voucher è di 10 € al lordo, ma al lavoratore vanno solo 7,50€, 1,30€ all'INPS per i contributi pensionistici, 0,70€ all'INAIL per l'assicurazione anti-infortunio; 0,50€ per la gestione del servizio. A questi voucheristi è negata tutta una serie di diritti che la classe lavoratrice italiana si era conquistata con decenni di lotte: riposi o ferie pagate, malattia, congedi per maternità o paternità, congedo matrimoniale, possibilità di ottenere un mutuo per la casa.

I voucher rappresentano la massima flessibilità di impiego in un quadro di ampia riserva di forza lavoro, disposta ad accettare lavori saltuari a un prezzo da fame: disoccupati, cassintegrati, esodati, mobilitati, licenziati. Il padrone può assumere a ore o a giornata.

Destinati in teoria al pagamento di prestazioni occasionali, sono in realtà l’unica fonte di reddito di un ampio numero di precari che non hanno mai avuto un contratto stabile.2 Scrive il rapporto INPS a riguardo: «al netto dei pensionati, nella stragrande maggioranza non è tanto un popolo "precipitato" nel girone infernale dei voucher dall'Olimpo dei contratti stabili e a tempo pieno (Olimpo a cui spesso non è mai salito) ma un popolo che, quando è presente sul mercato del lavoro, si muove tra diversi contratti a termine o cerca di integrare i rapporti di lavoro a part-time».

I voucher non fanno emergere il lavoro sommerso, scopo dichiarato alla loro istituzione, ma creano e legittimano una forma di lavoro precario a basso costo e aiutano ad aggirare le norme. Come? Lo spiega Fabrizio Maritan della Cgil veneta: «Se un ispettore va a fare un controllo in una struttura … oggi i proprietari possono mostrare i buoni, magari da due ore, e dire che quel dipendente è lì solo per quel tempo. Salvo poi trattenerlo magari 9 o 10 ore e le altre pagargliele in nero come sempre fatto. Con il problema che adesso diventa ancora più difficile dimostrarlo.» Più che un’emersione del lavoro sommerso è una regolarizzazione, molto parziale, che serve per occultare la parte più consistente di attività in nero. I voucher sono come la punta di un iceberg: segnalano il nero, che però rimane in gran parte sott’acqua.

I mezzi per combattere questi abusi ci sarebbero: una procedura telematica per registrare i voucher prevista dallo stesso governo e dall'Inps, ma manca il decreto attuativo … per la cui presentazione non sono previste scadenze obbligatorie.

Nel 2015 sono stati staccati 115 milioni di buoni lavoro “per un valore complessivo di 1 miliardo e 150 milioni di €, con un aumento a livello nazionale del 67,7% rispetto al 2014; l’incremento però è stato del 97,4% in Sicilia, 85% in Liguria, 83% in Puglia e Abruzzo, 79% il Lombardia.

Il numero complessivo dei voucher era stato di 69 milioni nel 2014, e nel 2013 di 36 milioni.

Ne hanno usufruito 1,5 milioni di lavoratori, 2/3 al Nord; complessivamente vedono la parità di genere, 50% uomini e 50% donne.

È in calo l’età media: nel 2008 era di 60 anni per i maschi e 56 per le femmine; nel 2011 44 e 36 anni; nel 2015 37 e 34 anni rispettivamente.

Ne usufruiscono studenti e universitari, lavoratori che vogliono integrare la insufficiente paga di altri lavori part time; pensionati per rimpolpare la magra pensione di anzianità, lavoratori disoccupati la cui indennità di disoccupazione non basta a giungere a fine mese; ex lavoratori a progetto, ora in gran parte abolito; le finte partite IVA che (collaboratori, educatori, addetti di cooperative sociali e piccole società a responsabilità limitata) devono accettare di essere pagati per la gran parte in nero e in minima parte con questi buoni.

L’istituzione dei buoni-lavoro offre ai datori di lavoro la possibilità di non stabilizzare mai i loro dipendenti. Un settore diffuso che paga ormai solo con i voucher sono alcune cooperative che vincono l’appalto di un servizio per la Pubblica Amministrazione.

Chi, ricorrendo ai voucher, finisce in questo girone senza prospettiva di uscire dalla condizione di sottoprecariato sono i lavoratori oltre i 45 anni.

La legge pone solo due limiti economici all’impiego dei voucher: un massimo di 7000 € netti complessivi l’anno per ogni lavoratore, e 2€ massimi pagati da un unico committente.

II terzo limite, che si tratti di lavoro accessorio, è aggirato da tempo.

In Veneto e Friuli, i voucher hanno drasticamente ridotto i contratti part-time e stagionali nell’agricoltura, dove il rapporto tra la parte del salario in voucher e quella in nero è di 1 a 30: 37,50 € al mese in voucher e 1,50€ in nero.3 Ovviamente solo nelle settimane lavorate, quando le condizioni meteorologiche lo consentono, altrimenti niente. La paga giornaliera complessiva si aggira sui 40€, (contro i 25-30 € pagati dai caporali ai braccianti di Sicilia, Calabria, Puglia e Campania).

Come funzionano? Vengono acquistati negli sportelli INPS, ma anche e sempre più presso le Poste o nelle tabaccherie. Non essendoci l’obbligo di comunicare il giorno e l’ora del loro utilizzo, il padrone fa figurare data e ora come gli torna comodo.

In caso di incidente, ad esempio, basta far risultare attivo il voucher pochi minuti prima di esso. In caso di ispezione del lavoro, il lavoratore con voucher è sempre dichiarato essere al primo giorno di impiego. Gli ispettorati del lavoro non fanno controlli sistematici per appurare la veridicità delle ore di lavoro che risultano pagate con i voucher, anche perché sarebbero quasi impossibili mancando regole stringenti. In ogni caso il lavoratore non può far valere i suoi diritti, se vuole continuare ad essere chiamato a lavorare.

Come è formalizzato il rapporto di lavoro con il voucher, rispetto a quello “tradizionale”? Mentre sulla cedola di una busta paga devono essere riportati: ragione sociale dell’azienda, nome e cognome del dipendente, data di nascita, data di assunzione, scatti di anzianità, luogo di lavoro, mansione, figli a carico, ferie, permessi, Tfr, versamenti Inps e Inail, per il voucher occorre solo dichiarare: periodo di prestazione, Codice Fiscale del datore di lavoro e del lavoratore; firma del lavoratore.

Le false partite Iva

C’è un altro reparto di lavoro salariato precario, camuffato come lavoro autonomo, quello delle false partite IVA. Ai primi di novembre del 2015 il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, annunciò che con il Jobs Act venivano eliminati i rapporti di lavoro co.co.co e co.co.pro, e veniva dato un giro di vite alle partite Iva fittizie, le quali in presenza di determinate condizioni4 sarebbero state automaticamente trasformate in posti di lavoro stabili. Invece, quest'anno le false partite IVA sarebbero aumentate del 5-6%.5 È perciò ancora in pieno vigore un rapporto di lavoro di fatto subordinato, che permette a tanti datori di lavoro di sottrarsi ai costi dei contratti di lavoro dipendente e che di fatto non consentono al lavoratore, costretto a ricorrervi, di godere dei più elementari diritti, quali l'indennità di malattia, i permessi retribuiti, ferie, riposi, e spesso il pagamento degli straordinari, etc. E questo senza alcuna contropartita certa nella retribuzione, dato che essa può essere inferiore al minimo contrattuale, senza alcun diritto a rivendicarne il rispetto. Da inizio anno, la legge gentilmente offre ai committenti di "stabilizzare" i titolari di partita Iva, attraverso contratti a tempo indeterminato senza però prevedere alcuna sanzione fiscale, contributiva o amministrativa in caso di erronea qualificazione del rapporto di lavoro già in atto. Il messaggio è fin troppo chiaro, «una sanatoria tombale per coloro che hanno "assunto" con rapporti autonomi fittizi, al posto di un contratto di natura subordinata». [.] Infatti, «Per il biennio 2016-2017 è prevista una riduzione delle imposte per i titolari delle partite Iva con reddito inferiore a 30mila euro rendendo conveniente questo strumento. Insomma, c'è un sottobosco di lavori fragili e discontinui, dove il più debole soccombe.»6

Queste figure sono concentrate in alcuni settori: immobiliare, edilizia, servizi informatici, studi legali, servizi alla persona, …, e persino Pubblica Amministrazione. La formula della partita Iva è infatti utilizzata ad esempio per assumere negli ospedali personale sanitario e paramedico. Secondo uno studio del Laboratorio politiche sociali del Politecnico di Milano7 le partite Iva false sarebbero attorno al 12% del totale. Su oltre 3 milioni di lavoratori autonomi individuali i "mascherati" ammonterebbero a circa 400 mila.

Dalla ricerca “Avere 20 anni, pensare al futuro” su un campione di oltre mille giovani di Roma e provincia fra i 16 e i 29 anni,8 risulta che il 65% di essi ha livello alto o medio-alto di "remissività lavorativa", sono cioè pronti a rinunciare a contratti regolari e diritti dei lavoratori pur di avere un'occupazione; il 28,2% rinuncerebbe ai giorni di malattia, il 26,6% alle ferie, l'11,1% alla maternità; quasi un terzo (30,3%) accetterebbe un posto di lavoro non corrispondente al proprio corso di studi. È l'ennesima conferma del senso di precarietà diffuso nella generazione sotto i 30 anni, giovani costretti sempre più spesso ad accettare, per necessità, lavori sempre più precari, malpagati, se non in nero. Occorre ricordare che, al di là della facciata propagandistica di questa ricerca condotta sui giovani, di fatto nei rinnovi contrattuali la CISL + CGIL e UIL, al posto di combattere la remissività dei giovani, ne approfittano per fare concessioni su queste conquiste storiche.

Quali sono le condizioni oggettive di queste costrizioni? Bastano pochi dati per esemplificarle.

Nel 2015 la disoccupazione complessiva in Italia riguardava oltre 3 milioni di persone, pari all’11,9% degli attivi,9 quella giovanile (15-24 anni) al 37,9%, sempre sul totale degli attivi, (escludendo chi studia, per cui la percentuale sul totale dei giovani è circa pari a quella sulle altre fasce d'età); da ricordare che nel 2007, prima della crisi cioè, quest'ultima era al 19,4%, e che nel 2015 in Germania si aggirava sul 7%, mentre nell'Eurozona la media era del 22%.

Una conseguenza dell’aumento della disoccupazione è ovviamente l’aumento del numero di persone in povertà assoluta. Nel 2015 quattro milioni e 598mila residenti in Italia, pari al 7,6% per cento della popolazione e a 1 milione e 582mila famiglie, erano in condizioni di povertà assoluta, cioè sotto quella che viene definita la soglia minima di reddito.10 È la cifra più alta dal 2005. Inoltre la sua incidenza dal 2014 al 2015 è aumentata per le famiglie in cui la persona di riferimento è occupata, (da 5,2 a 6,1%), e in particolare se operaio (da 9,7 a 11,7%).

La condizione di indigenza diventa a sua volta un fattore di costrizione ad accettare condizioni di lavoro al ribasso, sempre più al ribasso e, in una spirale negativa, a indebolire la forza contrattuale complessiva dei lavoratori dipendenti.

Se guardiamo oltre i confini del mercato del lavoro e consideriamo gli effetti complessivi sulla persona umana, appare evidente che la precarietà della condizione lavorativa è precarietà di vita, che rischia di divenire anche precarietà psicologica. La particolare condizione di isolamento in cui si trovano i lavoratori precari non è facile da combattere, né a livello personale, né in quanto componente di una classe sociale, quella dei lavoratori salariati.

In Francia la “Loi Travail El Khomry”, una riforma del lavoro molto simile al Jobs Act, a partire dallo scorso marzo, ha incontrato per quattro mesi la decisa opposizione del movimento operaio e studentesco. Purtroppo però il movimento ha saputo coinvolgere solo una parte minoritaria dei lavoratori e non è riuscito ad avere il sostegno di una rete sindacale su scala europea. Per questo, dopo il 15 settembre, 14a giornata di lotta nazionale, ha dovuto prendere atto di non avere la forza sufficiente per continuare la lotta con iniziative nazionali contro la legge già promulgata a seguito del ripetuto ricorso alla fiducia da parte del democratico governo del "socialista" Hollande. Il sindacato ha comunicato che intende spostare la lotta nei luoghi di lavoro per impedire l'applicazione dei suoi aspetti più deleteri.

Invece in Italia “il padronato e i governi che lo rappresentano hanno avuto pressoché via libera alle loro manovre grazie alla passività e alla complicità dei dirigenti Cgil, Cisl, Uil, al logoramento dei movimenti di massa, alla frammentazione delle organizzazioni politiche di classe”11. Anche in Italia però è possibile difendersi dai continui attacchi di padronato e governo. I lavoratori possono imparare anche dalle sconfitte. L'unica possibilità di difesa passa per la solidarietà fattiva di classe: i settori organizzati della classe lavoratrice devono collegarsi con e sostenere questi settori oggettivamente più deboli, che lavorano soprattutto in piccole imprese e cooperative, perché vengano riconosciuti anche ad essi i diritti già conquistati dalle precedenti generazioni ed ora in via di smantellamento, e per avanzare rivendicazioni generalizzate per tutti, quale il salario minimo, che unifichino la classe nel suo insieme e la rafforzino politicamente.

Giulia Luzzi


Note

1 Legge n.133 del 6 agosto 2008.

2 Il gruppo più numeroso di prestatori di lavoro accessorio è rappresentato da occupati presso altre imprese (29%) ma la maggioranza è rappresentata da precari. Nel dettaglio: 23% disoccupati (età media elevata), 18% che percepiscono ammortizzatori sociali, 14% inoccupati, 8% pensionati e altrettanti che svolgono altro lavoro autonomo, parasubordinato ed operai agricoli.

3 L’Espresso, 07.03.2016: “OPERAI, POSTINI, PROFESSORI, CAMERIERI: I NUOVI SCHIAVI LAVORANO A VOUCHER”.

4 Collaborazione per almeno 8 mesi in un anno con la stessa azienda; almeno l'80% degli introiti con la stessa impresa; postazione fissa all'interno dell'azienda.

5 I dati del 2016 risultano da uno studio UIL, sono ottenuti estrapolando dal dato complessivo le tipologie di attività e le fasce anagrafiche più a rischio (partite Iva aperte da persone fisiche e da persone fino a 35 anni di età). Nel 2016 l’aumento complessivo delle partite IVA sarebbe del 9,2%, mentre quelle aperte da sole persone fisiche sarebbe +5,3%.

6 Studio UIL sulle partite IVA, Guglielmo Loy.

7 Condotto da Costanzo Ranci e Lara Maestripieri.

8 Studio condotto da Acli Roma e CISL Roma-Rieti in collaborazione con l’Iref.

9 I dati sono forniti dall’Istat, che spiega come dal calcolo del tasso di disoccupazione sono per definizione esclusi gli inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, e perciò dal punto di vista statistico non fanno più parte della platea dei disoccupati.

10 La soglia di povertà assoluta, differenziata a seconda dell’area, è fissata ad es. in 819,13 mensili per un adulto che vive solo in una città del Nord, a 552,39 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno.

11 Cfr. Pagine Mariste n. 40, La lotta contro il Jobs Act francese - Chi rinuncia a combattere ha già perso!



 




Pubblicato su: 2016-12-31 (580 letture)

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