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N41 Pagine Marxiste - Dicembre 2016
Note sul proletariato in Italia

Nessuna attività politica rivoluzionaria può prescindere da un lavoro di comprensione delle dinamiche economiche, sociali e politiche che in continuazione trasformano quantità, distribuzione territoriale, settoriale, aziendale e composizione demografica (età, sesso, famiglia), professionale, per livelli di istruzione, stratificazioni salariali e patrimoniali, condizioni lavorative, organizzazione sindacale, ideologie e coscienza di classe, morale e capacità di lotta del proletariato. Parte di queste conoscenze sono acquisibili attraverso lo studio dei dati statistici, altre soltanto attraverso l’intervento diretto nella classe e nella lotta di classe.

Una comprensione della nostra classe per quello che realmente è, e non per quello che ci piace immaginare, può aiutarci a trovare obiettivi e forme di organizzazione e di lotta che permettano al debole movimento attuale di estendersi e rafforzarsi, e dargli una direzione rivoluzionaria.

Quello che segue è un primo contributo per un lavoro in questa direzione, che stiamo portando avanti con altri compagni.


Occorre partire dal fatto che esiste ormai un mercato mondiale della forza lavoro. Fortemente segmentato, con differenziali salariali ancora enormi, ma con mercati locali sempre più interconnessi. 

I milioni di giovani che entrano sul mercato del lavoro in Cina, India, Messico, o Marocco in un modo o nell’altro influiscono sulle condizioni di vendita della forza lavoro negli Stati Uniti o in Italia: o perché una parte di loro va a produrre merci che poi vengono esportate a prezzi concorrenziali che ‘premono’ sui lavoratori degli stessi settori in questi paesi, o perché la loro forza lavoro a più basso costo attrae capitali che altrimenti sarebbero stati reinvestiti nelle metropoli, o perché uno strato di questi nuovi lavoratori emigra per vendere la propria forza lavoro nelle metropoli a un prezzo multiplo di quello ottenibile nel proprio paese.
Negli anni tra il 1960 e il 1980 la massa delle forze lavoro mondiali è cresciuta a un ritmo di circa 43 milioni l’anno; tra il 1980 e il 2000 la crescita è stata di oltre 60 milioni l’anno, ritmo mantenuto fino al 2015. A questi flussi demografici si è aggiunto un flusso sociale, derivante dalla disgregazione dell’economia contadina di sussistenza, con enormi processi di urbanizzazione e il passaggio da lavoratore più o meno indipendente a lavoratore salariato.
Tra il 1980 e il 2010 i lavoratori non agricoli nei paesi in sviluppo sono cresciuti di 900 milioni. Queste nuove braccia e nuovi cervelli che si presentano sul mercato della forza lavoro hanno attratto grandi quantità di capitale dalle metropoli, determinando il trasferimento di parte dell’apparato industriale preesistente dalle metropoli, e la costituzione di nuovi apparati industriali e terziari in queste aree. 
La classe operaia italiana è stata particolarmente investita da questi processi, perché l’industria italiana era posizionata soprattutto sui settori tradizionali (tessile-abbigliamento-calzature, mobile, elettrodomestici), e composta in prevalenza di aziende piccole, che hanno avuto maggiore difficoltà, ad esempio di quelle tedesche, a internazionalizzarsi.
Tra il 2015 e il 2030, secondo le proiezioni dell’ONU (molto verosimili, dato che le nuove forze lavoro sono già nate) la crescita della popolazione in età di lavoro rallenterà a circa 44 milioni l’anno, di cui metà in Asia e metà in Africa. Da notare che mentre l’India aggiungerà oltre 150 milioni di potenziali nuove forze lavoro, la Cina insieme all’Europa vedrà le sue forze lavoro contrarsi (di 27 e 38 milioni, rispettivamente). Ma la Cina ha ancora una ingente riserva da cui attingere nelle campagne dell’interno. Secondo le previsioni ONU (variante media) nel ventennio 2030-2050 la crescita rallenterà ulteriormente a 28 milioni l’anno, e sarà praticamente tutta in Africa. 
Mentre le forze lavoro sono aumentate a un ritmo del 2% annuo tra il 1960 e il 2000, tra il 2000 e il 2015 la crescita è scesa all’1,5% e nei prossimi 15 anni dovrebbe scendere sotto l’1%, e a mezzo punto percentuale tra il 2030 e il 2050.

Tabella 1 - Variazioni popolazione 15-64 anni, tra il 1960 e il 2030
(in milioni)

Fonte: elaborazione su dati ONU (World Population Prospects: The 2012 Revision)
 
Dalla velocità della disgregazione contadina e dei processi di urbanizzazione in Africa e Asia dipenderà l’offerta totale di nuova forza lavoro nei prossimi decenni. Secondo la FAO la popolazione rurale è scesa dal 53,4% del 2000 al 46% nel 2015. Secondo la Banca Mondiale tuttavia la popolazione attiva in agricoltura è già scesa al 18% del totale: la maggioranza della popolazione rurale sarebbe già ora attiva fuori dell’agricoltura. In ogni caso nell’arco di una generazione l’attuale fase in cui l’espansione dell’offerta di forza lavoro – soprattutto a bassa qualificazione – sopravanza il processo di accumulazione del capitale andrà esaurendosi e dopo un cinquantennio di mercato favorevole al capitale si creeranno condizioni più favorevoli al proletariato nella vendita della forza lavoro … se esisterà ancora un mercato della forza lavoro.
Questo quadro d’insieme permette di collocare il calo generalizzato delle lotte economiche (scioperi) nelle metropoli negli ultimi decenni all’interno di un quadro mondiale sfavorevole ai venditori e favorevoli agli acquirenti di forza lavoro. Condizioni oggettive prima ancora che soggettive. Tuttavia nessuna rivoluzione è mai nata dall’intensificazione di lotte salariali, tradunionistiche, che per loro natura sono interne al sistema capitalistico. Una ripresa delle lotte economiche, e la loro radicalizzazione, può tuttavia favorire il rafforzamento di un partito rivoluzionario, anche se non ne sono la precondizione necessaria.
Dal quadro generale consegue che non dobbiamo attenderci, almeno per il prossimo decennio, non solo un nuovo Autunno Caldo (manca una nuova leva di baby boomer), ma neppure una ripresa generalizzata di lotte a carattere offensivo. Tuttavia ciò non significa che non possano esserci lotte, anche generalizzate, di carattere sociale (e politico) e non necessariamente sindacale, nelle quali un’organizzazione politica rivoluzionaria può svolgere un ruolo di riferimento se non di direzione.
 
Italia invecchiata
Lo studio delle caratteristiche del nuovo proletariato serve comunque ad orientare l’intervento politico sulla base della composizione e delle condizioni della classe.
Un primo dato, è la composizione della popolazione per età. L’Italia sta velocemente invecchiando, con la generazione del baby boom che supera i 60 anni, mentre nascono meno bambini, anche se a partire dalla fine degli anni ’90 la tendenza si è parzialmente invertita al Nord e Centro con un aumento del tasso di fertilità da 1,1-1,2 a 1,4 figli per donna, grazie soprattutto alla maggiore, ma moderata fertilità delle donne immigrate (2,0 contro 1,3 delle italiane).
Il numero di bambini fino ai 14 anni, che superava un terzo della popolazione all’Unità d’Italia, ed era un quarto fino ai primi anni ’70, è sceso al 14%; il numero dei giovani tra i 15 e i 24 anni è passato dal 15% di fine anni ’60 al 10% attuale; gli ultra-65enni sono passati dall’11% nel 1971 al 21% attuale e supereranno presto un quarto della popolazione. A fine anni ’60 c’erano 3 giovani ogni 2 anziani, ora ci sono 2 anziani per ogni giovane. I giovani da maggioranza in movimento per “cambiare tutto” sono divenuti minoranza che cerca di inserirsi negli interstizi della società.
Il calo dei giovani contraddistingue l’Italia anche rispetto agli altri paesi dell’Europa Occidentale: tra il 1995 e il 2006 l’Italia ha perso quasi 2 milioni di giovani, mentre Germania, Francia, UK li hanno aumentati. Dal 2006 il calo si è arrestato, anche a seguito dell’immigrazione di giovani (peraltro controbilanciata dall’emigrazione di giovani negli ultimi anni).

Tabella 2

Fonte: elaborazione su dati Eurostat
 
In Italia questo dato si riflette in maniera amplificata sulle forze lavoro: a fine anni ’70 c’erano 3 milioni di giovani (15-24) occupati; nel 2015 ce n’erano solo 928 mila: meno di un terzo. 
 
Tabella 3 - Occupati 15-24 anni
Elaborazione su dati Eurostat
 
Un confronto con gli altri paesi europei mostra il rapido deterioramento della situazione occupazionale giovanile in Italia: nel 1995 lavoravano oltre 2 milioni di giovani, 150 mila più che in Francia, che ha una popolazione analoga; nel 2015 i giovani occupati in Italia erano meno della metà dei francesi, e un quarto degli inglesi (pure su una popolazione analoga). Dato che non vi è una maggiore scolarizzazione in Italia, il motivo di fondo è l’assenza di posti di lavoro confacenti alle aspettative dei giovani italiani (che peraltro soggiornano più a lungo di tutti in università).
Un’altra ragione, oltre all’impatto più pesante della crisi in Italia, è stato il drastico aumento dell’età pensionabile negli ultimi anni, che ha trattenuto nelle aziende il personale anziano che si accingeva ad andare in pensione. I giovani ringrazino i governi che si sono succeduti dal 1995 (riforma Dini) da Berlusconi e Prodi a Monti-Letta-Renzi. L’aumento dell’età pensionabile è stato spacciato come misura di giustizia intergenerazionale, “per non far pagare ai giovani le pensioni dei padri”…! Solo in Spagna vi è stato un analogo crollo dell’occupazione giovanile, mentre Germania e Gran Bretagna con la crisi hanno subito una flessione più contenuta. La Gran Bretagna ha un tasso di attività giovanile particolarmente elevato, un vantaggio per il capitalismo britannico, che riesce a sfruttare la forza lavoro lungo un arco temporale più lungo (anche se ora ciò fa da pendant a costi proibitivi dell’istruzione universitaria).
Da notare un altro aspetto tipico italiano: il basso tasso di occupazione femminile. Il rapporto tra le giovani occupate e i giovani occupati è pari a 88% in Germania e Spagna, 86% in Francia, 95% in Gran Bretagna (e 101% in Svezia), ma solo il 63% in Italia.
In questo modo gran parte dell’impatto occupazionale della crisi (-727 mila tra il 2008 e il 2015) si è abbattuta sui giovani.
Dato che in Italia solo 1 giovane su 6 lavora (in GB più di 1 su 2), non è con l’intervento sindacale che è possibile raggiungere i giovani (intervento territoriale, nelle scuole e università).
 
La dispersione della forza lavoro in Italia
Restando in Europa, nei paesi dell’Est vi è stato un vero e proprio crollo dell’occupazione giovanile: dal 2000 i giovani sono diminuiti del 40-55% in Romania, Bulgaria, Lettonia, del 25-30% in Slovenia, Slovacchia, Cekia; del 25% anche in Grecia, oltre che in Spagna. Anche qui l’emigrazione si è sommata al calo demografico.
 
Tabella 4
Elaborazione su dati Eurostat
 
La tabella 4 sintetizza gli andamenti occupazionali nella fase espansiva tra il 1995 e il 2008, e dopo la crisi del 2009. Mentre Germania e UK non hanno subito cali significativi, si può vedere come il forte calo in Spagna (-2,6 milioni), subito soprattutto da giovani e immigrati, segue un incremento di quasi 8 milioni nella fase espansiva.
All’interno di questo numero di occupati persiste in Italia una quota più che doppia (25,6%) di lavoratori autonomi rispetto agli altri paesi europei (Germania 10,3%, Francia 10,1%, Gran Bretagna 12,7%, Spagna 13,7%, con 6,6 punti in meno del 1992, mentre in Italia il calo è stato solo di 1,6 punti).
Questo dato è l’altra faccia della medaglia di una più bassa concentrazione, quindi maggiore frammentazione, delle aziende e della forza lavoro italiana.
Dal Censimento del 2011 risulta che in Italia quasi metà (46%) degli occupati lavorano in imprese con meno di 10 addetti. È il dato più alto tra tutti i paesi europei (Francia 29,7%, Gran Bretagna 18%, Spagna 38,5%, media UE 29,5%). Nelle aziende con più di 250 addetti lavora solo un lavoratore italiano su 5, contro una media europea di 1 su 3, e il 46,4% della GB, 37,5% della Germania, 36,6% della Francia).
Solo un terzo dei lavoratori italiani (32,8%) è in imprese con più di 50 addetti, dove è possibile organizzarsi sindacalmente (42,8% se consideriamo anche le imprese con più di 20 addetti). Questo significa che per il proletariato italiano è oggettivamente più difficile organizzarsi sindacalmente, con più di metà dei lavoratori praticamente tagliati fuori dalla lotta sindacale (tranne che in fasi di forte generalizzazione delle lotte tipo 1969). Ciò ha inoltre conseguenze immediate sulle condizioni salariali, a prescindere dalla possibilità di organizzazione.
Se infatti consideriamo il valore aggiunto per addetto, nelle imprese da 1 a 9 addetti esso è di soli 29,4 mila euro, contro i 41 mila della classe 10-19, i 48,5 mila euro tra 20 e 49 addetti, 61 mila euro tra 50 e 249 e 73,5 mila euro oltre i 250 addetti, quasi due volte e mezza rispetto alle piccole imprese. Indipendentemente da quanto questi differenziali riflettano diverse composizioni organiche del capitale, livelli tecnologici, produttività, o potere di mercato, vale il fatto che il salario può arrivare solo a una frazione del “valore aggiunto”, e quindi i lavoratori delle piccole imprese sono schiacciati in condizioni di bassi salari, quali che siano i profitti dei loro padroni. Dato che in Italia essi sono i più numerosi d’Europa, questo fatto spiega il grosso dei differenziali salariali con Germania, Francia, Gran Bretagna ecc.
Se consideriamo i costi del lavoro per le varie classi dimensionali delle imprese, quelli francesi superano quelli tedeschi, che a loro volta superano quelli italiani, e quelli inglesi sono ancora inferiori. È la maggiore concentrazione a portare i salari britannici e tedeschi sopra quelli italiani.
Solo una campagna rivendicativa che imponesse salari minimi più elevati in tutti i settori potrebbe costringere ad accrescere la concentrazione delle imprese (a costo della chiusura di tante fabbrichette e piccoli esercizi commerciali e di servizi). In questo senso la rivendicazione di un salario minimo nazionale pari a un salario medio attuale, per legge, potrebbe fare appello, anche sul piano politico, a questa maggioranza di lavoratori salariati che non hanno forza sul piano sindacale aziendale, scontrandosi con l’interclassismo dei partiti parlamentari che difendono i padroncini.
Per avere un’idea delle legislazioni sul salario minimo si riporta una tabella del suo importo nel 1° trimestre 2016 nei paesi dove è stato istituito (Tab. 5), tenendo conto che esistono poi molte “eccezioni” che permettono di andare sotto il salario minimo (stage, apprendistato, ecc.).
I settori con maggiore incidenza di bassi salari (definiti come inferiori al 60% del salario medio) sono, oltre le piccolissime imprese, quello alberghiero, degli spettacoli e servizi amministrativi e, in Germania, anche il commercio e i trasporti e logistica. Dalle statistiche Eurostat, che tuttavia prendono in considerazione solo le aziende dai 10 addetti in su e quindi escludono quasi metà delle forze lavoro italiane, e le peggio pagate, i divari salariali in Italia (dove il salario del 10% meglio pagato è 3,3 volte quello del 10% peggio pagato) sono inferiori a quelli di Germania e Gran Bretagna (4,1 volte), ma superiori a quelli della Francia (2,7 volte). Il 10% peggio pagato dei lavoratori tedeschi, con 7,05 euro l’ora è peggio pagato del 10% inferiore dei lavoratori italiani (in imprese con più di 10 addetti) con 7,54 euro, molto meno dei pari francesi (9,44 euro), a fronte di circa 2 euro l’ora nei paesi dell’Est.
 
Tabella 5 - Salario minimo in euro al mese, 1° semestre 2016
 
Quando si parla di Europa occorre innanzitutto affrontare la questione dei bassi salari nell’Est europeo. Una campagna per la convergenza (verso l’alto) dei salari europei sarebbe la prima risposta politica, prima ancora che sindacale, a tutti i populismi xenofobi dell’Ovest e dell’Est, riponendo il pallino sul terreno di classe. D’altra parte anche nella spesso mitizzata Germania del benessere abbiamo consistenti strati di lavoratori a basso salario: il 22% sono sotto il 60% della media, contro il 12% in Italia (un dato che crescerebbe di molto includendo le microimprese) e il 6% della Francia. Tra i lavoratori senza diploma sono a basso salario il 12% dei francesi, il 21% degli italiani e il 54% dei tedeschi. La bassa percentuale di bassi salari in Francia è dovuta anche all’introduzione del salario minimo. Per la Germania verosimilmente la Hartz IV ha aperto una quantità di deroghe al minimo salariale. Non è forse peregrino collegare la mobilitazione dei lavoratori francesi contro la loi travail e le loro condizioni salariali più egualitarie che in altri paesi, anche se essa ha riguardato solo una minoranza. Le minori differenze salariali favoriscono un movimento unitario.
I salari del 10% dei lavoratori meglio pagati è di euro 24,91 l’ora in Italia, 25,19 in Francia, 28,63 in Germania, 29,77 in Gran Bretagna, 39,36 in Irlanda e tra 8 e 10 euro nei paesi dell’Est.
Anche se consideriamo le differenze salariali tra i lavoratori con laurea e quelli senza diploma (salario orario mediano), troviamo un rapporto 2 a 1 in Italia (19,45 euro l’ora contro 9,95), leggermente inferiore in GB e Spagna, 2,5 a 1 in Germania (24,96 contro 9,83), ma poco più di 1,5 a 1 in Francia e meno di 1,2 a 1 in Svezia, dove i lavoratori manuali hanno forti organizzazioni sindacali (ma non c’è salario minimo).
Nel capitalismo la forza lavoro è una merce, e il suo prezzo è determinato dal mercato; dati i diversi “costi di produzione” (istruzione, formazione, ecc.) e i diversi rapporti tra domanda e offerta, non è possibile conseguire un salario uguale per tutti nel capitalismo. È però possibile individuare obiettivi il più possibile unificanti del movimento dei lavoratori salariati, a livello nazionale e internazionale, contro le divisioni settoriali e professionali, e quelle nazionali, nazionaliste e razziste, per spingere in avanti il movimento di classe. Consapevoli che l’unificazione completa non può avvenire sul terreno economico, ma solo su quello politico. Fino a che non verrà abolito il lavoro salariato.

RL



 




Pubblicato su: 2016-12-31 (146 letture)

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