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N41 Pagine Marxiste - Dicembre 2016
Il Socialisti Labor Party di Daniel de Leon nel giovane movimento operaio statunitense

 


 Una delle cose che verrà ricordata della campagna per le presidenziali del 2016 negli USA è stata la presenza di Bernard Sanders, un aspirante candidato definito dalla stampa “socialista”. Sanders ha raccolto molti consensi, specialmente fra i giovani, nonostante il palese boicottaggio dell’apparato democratico. La possibilità di un candidato della “sinistra radicale” alle presidenziali stava già suscitando entusiasmi anche fuori dagli Stati Uniti quando, con grande delusione di chi lo aveva appoggiato, Sanders ha dichiarato di sostenere la candidatura di Hillary Clinton. A dispetto dei tanti che avevano creduto nelle belle parole dell’anziano uomo politico non possiamo non rilevare che la sua velleità di condurre una battaglia socialista (in realtà socialdemocratica) all’interno del marcio partito democratico era votata in partenza al fallimento e il suo appoggio alla Clinton più che un “tradimento” è il naturale approdo di tutti i tentativi di una socialdemocrazia che, messa alla prova dei fatti, opta sempre per la soluzione più favorevole a perpetuare il sistema di sfruttamento capitalistico.

Le illusioni sono dure a morire ma questa illusione di confidare in quanti sembrano garantire una via al cambiamento sociale di facile accesso, senza le asprezze della lotta di classe, senza la solidità di un inquadramento scientifico dei fenomeni sociali, senza un programma chiaro per la trasformazione sociale e senza una strategia coerente per attuarlo è particolarmente coriacea. La pianta senza frutti delle facili scorciatoie per la trasformazione sociale deve essere estirpata, se si vuole evitare di ricominciare sempre dal punto di partenza e questo vale in ogni tempo e a ogni latitudine, anche per il paese guida del capitalismo mondiale, gli Stati Uniti.
 
Il Socialist Labor Party negli USA
In questo paese, sembra che il socialismo scientifico non abbia mai avuto terreno per affermarsi. In realtà le cose non stanno così e anche da quelli parti c’è stato un tentativo, purtroppo sconfitto, di impiantare un movimento autenticamente socialista e rivoluzionario: tale tentativo si deve a un piccolo ma tenace partito fondato da emigrati tedeschi negli Stati Uniti, il Socialist Labor Party e al suo leader, il più eminente teorico marxista della storia di quel paese, Daniel De Leon.
L’SLP fu fondato nel 1877. Durante i primi anni della sua esistenza il partito rimase una sorta di corpo estraneo rispetto alla società americana e Engels ne denunciò il limite di essere un ghetto di emigrati tedeschi che non avevano neanche imparato a parlare l’inglese, un partito, insomma, solo di nome e non di fatto. Tuttavia Engels riconosceva che si trattava di un partito “armato dell’esperienza di lunghi anni di lotta di classe in Europa e della conoscenza delle condizioni generali dell’emancipazione della classe operaia, conoscenza che è di gran lunga più vasta di quella che finora hanno gli operai americani”. In virtù di queste considerazioni Engels giungeva alla conclusione che se il partito si fosse sforzato di uscire dal ghetto degli emigrati tedeschi e avesse saputo adattare la sua attività alle specifiche condizioni americane, avrebbe potuto giocare un ruolo importante nel movimento di classe degli Stati Uniti. Fu proprio questo che si accinse a fare De Leon quando, dopo aver abbandonato la carriera universitaria, si unì nel 1890 al partito di cui sarebbe diventato ben presto il principale dirigente, dedicando tutto il resto della sua vita alla lotta per il socialismo.
Nel numero 37 (novembre 2014) di Pagine marxiste avevamo reso omaggio a Daniel De Leon a 100 anni dalla sua scomparsa. Rinviando a quella nota per una sintetica biografia del grande marxista, qui vogliamo soffermarci su alcuni aspetti della sua coraggiosa e tenace lotta per impiantare un partito autenticamente votato all’emancipazione della classe lavoratrice, un partito ben piantato sulle solide radici del socialismo scientifico che aveva avuto i più noti rappresentanti in Marx ed Engels.
 
Lotte e difficoltà del proletariato statunitense
Il movimento operaio negli USA aveva condotto epiche battaglie ma il socialismo come corrente politica stentava a decollare in un paese la cui stupefacente crescita economica faceva già intravedere ai più attenti osservatori il futuro di paese guida del capitalismo mondiale. Il socialismo in quell’epoca appariva negli Stati Uniti come un articolo di importazione europea privo di solide radici nel paese. De Leon individuò con estrema lucidità le cause sociali che fino ad allora avevano impedito al socialismo americano di ottenere i grandi successi che stava ottenendo in Europa. Per rendersi conto di tale lucidità basta leggere il rapporto per il congresso dell’Internazionale Socialista del 1904: a dirigenti socialisti che ormai misuravano in gran parte la forza di un partito socialista dal numero di voti ottenuti alle elezioni De Leon presentò un’analisi rigorosamente marxista della realtà sociale ed economica degli Usa, realtà nella quale esisteva ancora una febbre giovanile della produzione materiale che si trascinava dietro tutte le vecchie illusioni di ascesa sociale che contagiavano tutte le classi, compresa la classe operaia e perfino gli strati più miseri di essa, gli immigrati.
De Leon sostenne che il criterio di giudizio per la solidità del socialismo nelle particolari condizioni degli Usa dovesse essere la natura della sua attività di agitazione, di educazione e di organizzazione, la quantità e qualità dei suoi opuscoli, la stretta disciplina autoimposta, la fermezza e l’audacia delle sue attitudini (tutte cose che, ovviamente un Sanders qualunque mai potrebbe anche solo ipotizzare).
Nonostante il grande sviluppo e la maturità capitalistica rendessero la società americana pienamente matura per la realizzazione di una repubblica socialista, De Leon riteneva che “l’ora socialista” non fosse ancora arrivata anzi era ancora lontana nel tempo (dimostrando in ciò un realismo che molti marxisti a lui contemporanei non possedevano). I lavoratori avrebbero dovuto prepararsi al raggiungimento della meta finale (la repubblica socialista) con anni di organizzazione e di lotta che avrebbero consolidato la coscienza di classe e reso idonea la classe lavoratrice alla gestione della società dopo l’espropriazione dei capitalisti. Il leader dell’SLP non aveva per nulla una visione mitologica del proletariato: a differenza di tanti marxisti di oggi, non vedeva sempre dietro l’angolo situazioni rivoluzionarie. Per il marxista americano “Il proletariato è una forza sociale di cui ogni componente ha uno stomaco da riempire, e una moglie e dei figli con stomaci da riempire, e, per di più, ha una capacità precaria di rispondere a tali urgenti bisogni”. Il che solo in modo incostante può essere un punto di forza: “la miseria produce la scarsa fiducia in sé; l’insicurezza materiale suggerisce il ricorso a espedienti provvisori; le briciole dei ricchi e le loro promesse diventano tentazioni allettanti; e tutto questo è a disposizione della classe dominante e delle sue manovre.” Questi ostacoli, enormi, nel cammino di liberazione della classe lavoratrice impongono a essa di attrezzarsi in maniera adeguata, l’organizzazione è considerata da De Leon una esigenza della rivoluzione proletaria, una difesa contro le debolezze del proletariato come forza rivoluzionaria.
Per il leader dell’SLP il proletariato necessita di una visione scientifica e informazioni precise, la sua organizzazione deve essere basata sulla cooperazione intelligente fra i suoi aderenti e non può pertanto consistere in un’accozzaglia, le concezioni socialiste basate sull’improvvisazione e la confusione sono totalmente nocive per la causa proletaria. In sostanza per De Leon il partito socialista non poteva essere basato su principi malfermi e tattiche oscillanti, doveva, al contrario, essere guidato dalla scienza perché “le pantomime, le ambiguità e le messinscene possono soddisfare un movimento nel quale i proletari hanno semplicemente il ruolo di stupide bestie da soma.” Per De Leon nella lotta condotta dall’esercito proletario alla cittadella del capitale il successo dipende dalla “testa della colonna”, vale a dire dalla minoranza profondamente convinta, fondata sui principi e determinata nell’azione di trascinare le masse per la conquista del potere. Il partito della rivoluzione deve per De Leon avere principi chiari: tra classe capitalista e classe operaia non ci sono interessi comuni ma interessi antagonisti; lo stato è lo strumento al servizio della classe dominante che utilizza il governo per sostenere e sviluppare il sistema capitalistico; i lavoratori dotati di coscienza di classe devono, pertanto avere come obiettivo la conquista del potere politico e l’instaurazione della repubblica socialista. Per De Leon cedere su tali principi significherebbe condurre a sicura disfatta l’esercito proletario.
Il partito politico è per De Leon uno strumento indispensabile per la lotta di emancipazione della classe operaia: “Il movimento politico dà al movimento operaio l’opportunità di diffondere i suoi fini, le sue aspirazioni e i suoi metodi liberamente e a carte scoperte, alla luce del sole, mentre senza di esso la loro agitazione sarebbe confinata negli interstizi della società.” È in sostanza necessario per rendere il movimento operaio all’altezza delle sfide poste dall’epoca del dominio capitalistico in cui non sono efficaci né praticabili i metodi cospirativi e le masse stesse devono essere protagoniste della trasformazione sociale.
Il partito secondo il leader dell’SLP non solo deve avere principi chiari irrinunciabili ma deve anche dotarsi di una buona disciplina interna: “Nessuna organizzazione che non sottolinei e non realizzi nelle sue file la disciplina riuscirà a ispirare rispetto nelle masse all’esterno. Se voi permettete che i vostri membri si prendano gioco del partito, chi guarda si convincerà che voi permetterete al capitalismo, nel momento decisivo di prendersi gioco di voi. Non vi rispetteranno e il loro ingresso nelle vostre file sarà ritardato.”
Ma un tale modo di pensare non poteva non allarmare quanti, in quegli anni tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento gironzolavano nel movimento operaio per conseguire vantaggi e una, altrimenti difficile, ascesa sociale (capi sindacali, intellettuali declassati, politicanti); parimenti era motivo di allarme per i ribelli romantici che, del tutto giustamente schifati dai primi, ritenevano l’azione politica una inutile perdita di tempo e che si illudevano che in una società capitalistica avanzata come quella statunitense potesse essere sufficiente “l’azione diretta”, il rispondere “colpo su colpo” alle angherie dei capitalisti e dei loro sgherri, con o senza divisa. Tutti costoro inseguivano facili successi, da ottenere a qualsiasi prezzo, a costo di radere al suolo le solide fondamenta del socialismo scientifico sostituendole con principi vaghi, confusi e con metodi accomodanti con il capitalismo gli uni o avventuristi gli altri. Per costoro De Leon e il Socialist Labor Party divennero la “bestia nera”, le accuse di settarismo, le calunnie, l’irrisione diventarono moneta corrente: demolire De Leon e l’SLP era fondamentale sia per i politicanti-carrieristi che per i romantici della rivoluzione.
 
Lo scontro con le derive del movimento operaio
De Leon e l’SLP non si piegarono né si scoraggiarono per l’isolamento e proseguirono con tenacia sulla strada intrapresa nella convinzione che i successi degli avversari all’interno del movimento operaio si sarebbero rivelati effimeri. De Leon e l’SLP combatterono con pari vigore contro tre tendenze, diverse ma ugualmente dannose, per l’emancipazione della classe lavoratrice e per l’affermazione di un socialismo autenticamente proletario: la tendenza del sindacalismo “puro e semplice”, quella del socialismo “riformista e revisionista” e quella anarchicheggiante dei sindacalisti rivoluzionari.
Per quanto riguarda la prima De Leon dimostrò come il sindacalismo “puro e semplice” (espressione coniata dal boss del sindacato corporativo American Federation of Labor, Gompers) che si limitava ad una azione di difesa di alcuni limitati strati privilegiati della classe operaia, aveva come unico risultato quello di rendere perpetue le divisioni della classe a tutto vantaggio dei capitalisti. Il sindacato corporativo e, apparentemente, apolitico demoralizzava la classe operaia e la consegnava mani e piedi ai capitalisti. Tale funzione era talmente palese che il senatore repubblicano Hanna, fautore della collaborazione tra le classi e dell’integrazione nel sistema dei sindacati, aveva definito i dirigenti del sindacalismo di mestiere “luogotenenti della classe capitalista”. De Leon fece propria tale espressione e, da allora, nel linguaggio del comunismo proletario, per designare i servi sciocchi sindacali del padrone, si usa tale espressione. Per De Leon era del tutto inconcepibile “il recupero” di un sindacalismo così marcio e corrotto. E in effetti il sindacalismo corporativo dell’AFL rese servizi incalcolabili al capitalismo americano e vanificò tutti i tentativi, dei socialisti e comunisti di tutte le tendenze, a lui contemporanei o a lui posteriori, di recuperare a una linea di classe l’AFL, diventata col trascorrere del tempo sempre più reazionaria e filo imperialista.
Non solo però “il sindacalismo puro e semplice”, in quei tempi cancro del movimento operaio specificamente statunitense, costituiva un avversario che ostacolava il rafforzamento di una tendenza coerentemente classista e rivoluzionaria. De Leon e l’SLP dovettero fronteggiare anche le tendenze opportuniste riformiste e revisioniste che, anche in Europa, stavano prendendo piede nei partiti socialisti. Tali tendenze furono stroncate nell’SLP e portarono all’uscita di un buon numero di dissidenti che si unirono a un preesistente gruppo socialdemocratico esterno all’SLP. La fusione portò alla nascita dell’American Socialist Party che, in breve tempo, riuscì a raccogliere significativi consensi, sia in termini di aderenti che di voti alle elezioni.
In questo nuovo partito esistevano una corrente di sinistra autenticamente classista - il cui rappresentante più noto fu Debs, che però non riuscì mai a determinare la concreta linea politica del partito - una di centro e una di destra apertamente revisionista. La tendenza di centro fu succube e complice della destra, e ciò portò a una deriva sempre più moderata dell’ASP. A differenza dell’SLP il Partito Socialista Americano non disdegnava il sindacalismo dell’AFL nel quale faceva entrismo con la speranza di riuscire a conquistarlo dopo aver fatto sloggiare Gompers e compari. La lotta senza tentennamenti di De Leon contro il socialismo all’acqua di rose dell’ASP apparve a molti contemporanei come testimonianza del suo inguaribile settarismo. Tuttavia, non si può non riconoscere che, come aveva previsto De Leon, i successi immediati ottenuti dal nuovo partito, grazie alla sua linea “moderata”, svanirono dopo pochi anni e l’ASP perse terreno progressivamente: dopo i notevoli successi del suo primo decennio di vita, il partito navigò a vista, ondeggiando a destra e a sinistra, senza più risollevarsi al livello della forza dei primi anni del Novecento.
Non meno vigorosa fu la battaglia che De Leon condusse contro le tendenze anarchiche e semianarchiche all’interno del movimento operaio. Queste prevalsero all’interno dell’organizzazione che l’SLP aveva sostenuto con forza, gli IWW. Mentre De Leon sosteneva l’importanza dell’azione politica, e quindi del partito politico rivoluzionario della classe lavoratrice, i principali dirigenti degli IWW, anarchici o socialisti, escludevano l’importanza dell’azione politica o quantomeno la minimizzavano fino ad annullarla nella sostanza (come nel caso del più famoso leader degli IWW, Haywood, militante dell’ASP poi espulso dal partito per il suo radicalismo). Che ciò per un marxista come De Leon fosse del tutto inaccettabile è cosa che può essere facilmente compresa.
Non si tratta, ovviamente, di misconoscere il ruolo importante che ebbero gli IWW nella storia del movimento di classe negli USA, ma, a differenza degli autonomi o degli operaisti che li esaltano acriticamente, non possiamo non riconoscere che dopo l’espulsione di De Leon, le derive avventuriste, minoritarie e inconcludenti hanno preso piede nel sindacato e, anche in conseguenza di ciò, l’organizzazione non è stata in grado di reggere l’inaudita repressione alla quale fu sottoposta.
 
La sconfitta dell’SLP
Tali battaglie, cruciali per l’affermazione di una tendenza autenticamente marxista negli Usa, si conclusero con una sconfitta: De Leon e l’SLP pagarono con l’isolamento e la marginalizzazione progressiva il tentativo di impiantare negli USA un partito socialista rivoluzionario. L’SLP perse rapidamente forza ed aderenti mentre da un lato le tendenze anarchicheggianti e dall’altro il revisionismo piccolo borghese, nel primo decennio del Ventesimo secolo, ottennero una temporanea ribalta che si tramutò in una rovinosa e tragica disfatta dalla metà del decennio successivo. Il vero vincitore della contesa fu il capitalismo statunitense che, durante la guerra mondiale e nel dopoguerra, condusse una repressione spietata nei confronti di tutte le tendenze socialiste, anche le più moderate. Tale repressione condotta con omicidi, arresti in massa, deportazioni, linciaggi, processi imbastiti su accuse inventate, ebbe il risultato di isolare e indebolire il movimento di classe, in tutte le sue articolazioni.
Si disse spesso, anche in ambienti rivoluzionari, che l’emarginazione del marxismo negli Usa fu causata dall’esasperato settarismo di De Leon e dell’SLP. Chi ritiene plausibile tale spiegazione dovrebbe essere in grado di spiegare per quale motivo le altre tendenze del movimento rivoluzionario, sia quelle contemporanee a De Leon che quelle successive (non consideriamo appartenente al movimento rivoluzionario la tendenza stalinista, rappresentata negli Usa dal Partito Comunista, che comunque visse anch’esso nella marginalità politica dopo qualche iniziale successo), quella trotskysta, quella consiliarista (il cui più eminente rappresentante in terra americana, il tedesco Paul Mattick, dagli anni Venti viveva negli Usa), non riuscirono mai a creare organizzazioni di una consistenza tale da influenzare in maniera significativa e duratura il corso della lotta di classe negli USA. Ma tale dimostrazione è impossibile perché tali organizzazioni ebbero una consistenza e soprattutto un’influenza sulla classe operaia americana inferiori a quella avuta dall’SLP tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La realtà è che il movimento operaio americano, proprio per le cause illustrate da De Leon al congresso dell’Internazionale socialista di Amsterdam, rimase irretito nelle esche ad esso offerte dal capitalismo americano che, grazie al suo successo economico, fu in grado di mantenere e perpetuare nella classe operaia tutte le illusioni di ascesa sociale, di successo individuale che fanno parte a pieno titolo della “ideologia americana”.
Ovviamente tali illusioni non potevano durare nel tempo se non al prezzo di larghe concessioni per settori di classe quantitativamente rilevanti, concessioni ovviamente fatte dopo che, con la repressione spietata di cui si è detto, il capitalismo americano era riuscito a isolare ed emarginare totalmente tutte le correnti socialiste dal corpo centrale della classe operaia. Lo spettacolare aumento del tenore di vita di larghi strati della classe lavoratrice statunitense (per gli strati emarginati, come immigrati, ribelli e afroamericani, rimaneva la segregazione razziale, il linciaggio, lo stato d’assedio) favorì la tendenza a quella che il filosofo Marcuse definì “l’integrazione nel sistema” della classe operaia.
Tale tendenza (che noi marxisti riteniamo non permanente, transitoria e ribaltabile) ebbe basi oggettive nella formidabile affermazione del capitalismo statunitense. L’SLP, per quanto di minuscole dimensioni, era un bastione in terra americana del socialismo marxista, nei tempi bui della repressione e negli anni successivi sarebbe potuto essere il fortino che sarebbe potuto diventare un punto di riferimento qualora la situazione si fosse ribaltata e la classe operaia americana avesse ripreso combattività e autonomia di classe...
L’evoluzione o meglio l’involuzione del socialismo della Seconda internazionale prima e del comunismo della Terza internazionale dopo determinarono, invece, l’affermazione su scala internazionale di due forme, contrapposte ma convergenti quanto a potenza controrivoluzionaria, di un socialismo e di un comunismo borghesi nella teoria e nella prassi. Ciò tolse linfa vitale e respiro internazionale all’SLP che, pur essendo in grado di sopravvivere per decenni alla morte di De Leon nel 1914, si trasformò, non diversamente da tutte le altre correnti rivoluzionarie del Ventesimo secolo (bordighisti, trotskisti, consiliaristi), in setta senza influenza e seguito di massa.
A una giovane generazione di militanti rivoluzionari spetta il compito di ricostruire un comunismo autenticamente proletario. Su questa strada difficile ma necessaria l’opera di maestri come Daniel De Leon servirà sempre da lezione illuminante contro ogni tentazione a cercare scorciatoie, facili successi, accomodamenti che hanno come sicuro risultato quello di condurre il movimento di classe a nuove cocenti sconfitte.

SILVIO CARATOZZOLO



 




Pubblicato su: 2016-12-31 (139 letture)

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