Moduli
· Home
· Abbonati al giornale
· Archivio
· insiemecontroilrazzismo
· Volantini

Chi Online
In questo momento ci sono, 0 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Languages


English French Italian

N41 Pagine Marxiste - Dicembre 2016
USA: elezioni presidenziali. Un governo di miliardari e generali per pi sfruttamento e pi guerre
Trump Presidente

Donald Trump sarà il nuovo presidente della nazione più potente del mondo, avendo vinto le presidenziali contro tutti i pronostici, e contro lo stesso establishment del partito repubblicano nel quale si è candidato. Ciò che sembrava impossibile ed era visto come una sciagura non solo da gran parte dei media e dal partito democratico, ma anche dai maggiori gruppi industriali e finanziari, non solo è una realtà per i prossimi 4 anni, ma è stato accolto da questi ultimi con l’hurrah di un rialzo delle borse a nuovi massimi storici, euforiche per la prospettata riduzione delle tasse, l’aumento della spesa militare e nelle infrastrutture.

Il candidato che ha vinto presentandosi come anti-establishment e anti-banche, come il paladino di chi lavora duro contro i parassiti e i politicanti sta mettendo insieme la squadra di governo con il più alto numero di miliardari (come lui), militari e professionisti dello sfruttamento dei lavoratori. “La democrazia borghese, benché sia stata un grande progresso storico in confronto al Medioevo, rimane sempre — e sotto il capitalismo non può non rimanere — limitata, monca, falsa, ipocrita, un paradiso per i ricchi, una trappola e un inganno per gli sfruttati, i poveri” (Vladimir Lenin, in La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, 1918). Ciò è vero oggi ancor più di cent’anni fa, negli Stati Uniti come nell’Italia di Berlusconi e di Renzi-Gentiloni. Ai lavoratori l’illusione che le loro condizioni potessero migliorare costruendo un muro sul confine messicano e bandendo i prodotti cinesi (i cui bassi prezzi aumentano il loro potere d’acquisto), ai borghesi la polpa del taglio delle tasse e dei contributi sanitari, e una ancor maggiore libertà di sfruttamento. Coi voti dei proletari si portano avanti gli affari dei loro sfruttatori. Né più né meno di quanto avviene in Italia (o in Francia dove Hollande, che vinse le elezioni promettendo di tassare i profitti al 75%, finisce la sua carriera forzando la loi travail e reprimendo il movimento di lotta dei lavoratori). Questa la democrazia borghese, per questo non è al voto, ma alla lotta, che i proletari devono affidare le speranze di un futuro migliore.

L’elezione di Trump va anche vista come un tentativo dell’imperialismo americano di reagire alle sue crescenti difficoltà a mantenere le posizioni sul piano economico, finanziario, e politico militare in un mondo che vede l’ascesa di nuove potenze, Cina in primis. E’ presto per dire quali mutamenti porterà la presidenza Trump sullo scacchiere mondiale, ma di certo instabilità e conflitti sono destinati ad aumentare.


 Donald Trump ha vinto le elezioni pur avendo ottenuto 2,9 milioni di voti in meno di Hillary Clinton. Questo apparente paradosso è il risultato di un sistema elettorale che riflette il forte ruolo dei singoli Stati dell’Unione, dove lo stesso Presidente è l’espressione della maggioranza ponderata degli Stati, non degli elettori votanti, e in ogni Stato il candidato che ha ottenuto più voti, anche se per un margine minimo, prende tutti i “grandi elettori” dello Stato. 

Del resto in tutti i sistemi elettorali maggioritari è possibile che il numero dei seggi non corrispondano al numero dei voti, e che un partito che ha ottenuto complessivamente più voti abbia meno seggi.
Non è questo fatto ad essere contraddittorio.
Lo è invece il fatto che Trump abbia vinto le elezioni nonostante fosse appoggiato da soli 11 quotidiani contro 360 che hanno sostenuto Hillary Clinton (fonte: Nieman Lab), nonostante avesse la grande maggioranza delle TV contro, e nonostante che i finanziamenti ricevuti e la sua spesa (dichiarata) per la campagna elettorale risultino inferiori di quasi un terzo rispetto a quelli della Clinton (439 contro 631 milioni di dollari, dati provvisori parziali). La “regola” finora verificatasi valida, secondo cui vince le elezioni chi ha avuto a disposizione più finanziamenti e più supporto tra i media, è stata smentita da questa campagna presidenziale, che quindi richiede una riflessione supplementare. Certo, dato l’esiguo margine in molti Stati possono avere influito anche fattori soggettivi come il carisma personale (e la sua mancanza nella Clinton), ma le dimensioni delle macchine elettorali, con migliaia di persone arruolate, ridimensionano il ruolo individuale e fanno ritenere che ci siano anche altri importanti fattori nella determinazione del risultato.
Da un lato vi è stato, soprattutto da parte di Trump, l’utilizzo massiccio di nuovi strumenti mediatici, quali i “social media” Facebook, Twitter, Instagram, che permettono di individualizzare il messaggio elettorale (Nota 1).1 Obama ha ufficialmente accusato la Russia di aver utilizzato l’hackeraggio di email per mettere in cattiva luce la Clinton, minacciando ritorsioni. Anche i colpi bassi ci stanno nelle campagne elettorali e non sarebbe la prima volta che le potenze straniere – che hanno i loro lobbisti al Congresso – cercano di influenzare le elezioni.
Ma ciò che molte analisi hanno mostrato è che sullo spostamento di voti a favore di Trump, soprattutto negli “swing states” (ossia negli Stati dove vigeva una sostanziale parità, o comunque un margine di incertezza tra democratici e repubblicani, e su cui si sono concentrate le campagne elettorali) ha influito la campagna protezionista e xenofoba di Trump volta a conquistare il voto degli “operai bianchi”. Nelle ultime tornate elettorali gli strateghi delle campagne di democratici e repubblicani ritenevano che la vittoria sarebbe stata determinata dalla conquista del voto di neri e ispanici, minoranze in costante crescita numerica insieme agli asiatici. Obama ha vinto grazie a una solida maggioranza tra queste minoranze. Trump ha invece puntato sulla conquista di un’ampia maggioranza del voto dei bianchi, ottenuta spostando il voto di settori operai – soprattutto negli Stati dove l’industria è stata più colpita dall’importazione di prodotti cinesi e dove più forte è la pressione migratoria.
I toni forti anti-establishment, irriguardosi e rozzi quando non volgari, talvolta quasi eversivi utilizzati da Trump nella sua campagna elettorale (come già nelle primarie, nelle quali l’apparato repubblicano non è riuscito a trovare un candidato capace di tener testa a questo outsider), erano volti a catturare il voto di strati di lavoratori manuali con livello di istruzione e di reddito medio-bassi, sono stati in sintonia con il loro risentimento verso un sistema che dopo aver fatto balenare il “sogno americano” ai loro padri, negli ultimi decenni ha visto i ricchi diventare sempre più ricchi, e la classe operaia, che aveva sognato di diventare middle class, restare al palo di partenza. Il malcontento non riguarda tanto la disoccupazione, rientrata a livelli “fisiologici” minimi (il 4,6% il tasso ufficiale di disoccupazione a novembre 2016, che sale al 9,3% se si includono i lavoratori “scoraggiati”, che non hanno cercato lavoro nell’ultima settimana ma lavorerebbero se lo trovassero, e i lavoratori a part-time che vorrebbero un lavoro a tempo pieno, ma non lo trovano), ma il fatto che la ripresa non ha portato un miglioramento delle condizioni di vita. Secondo The Economist il salario mediano (quello dei lavoratori che si collocano a metà strada tra il 50% con i salari più bassi e il 50% con salari più alti) negli USA è ancora inferiore in termini reali a quello degli anni ’70 (l’aumento dei salari medi è ingannevole, perché essi sono trascinati verso l’alto dallo sproporzionato incremento delle retribuzioni milionarie dei manager e dei salari più alti).
L’analisi della percezione sociale della propria situazione vede più del 60% dei lavoratori, in particolare quelli manuali, dichiarare che la loro situazione è peggiorata a causa delle delocalizzazioni (80%) della concorrenza dei prodotti esteri (77%) per l’espansione di contratti a termine (57%) per l’aumento dell’automazione (50%) per il calo della sindacalizzazione (49%) per l’aumento del numero dei migranti (45%). Soprattutto fra i giovani la sindacalizzazione è calata drasticamente (riguarda il 10% dei lavoratori e copre principalmente i servizi). Sono aumentati i lavori precari, part time, a chiamata e tramite agenzie o con contratti analoghi alla nostra partita Iva. Questo ha avuto un impatto significativo sulle retribuzioni in particolare dei giovani: un operaio fra i 16 e i 24 anni a tempo indeterminato e orario pieno nel 1980 guadagnava mediamente 28.131 $ oggi ne guadagna 25 mila. Un lavoratore di più di 55 anni guadagnava 36,483 $ nel 1980 oggi guadagna circa 50 mila $ (valori calcolati al netto dell’inflazione in $ 2014).
Una spia indiretta del peggioramento salariale per i giovani è un fenomeno, che in Italia conosciamo molto bene, come la lunga coabitazione dei giovani coi genitori oltre la maggiore età e il crollo delle convivenze e dei matrimoni. Nel 2014 il 32,1% degli adulti fra i 18 e i 34 anni vive coi genitori, erano il 20% nel 1960, quando coloro che vivevano con un partner erano il 62%; mentre oggi quella quota è del 31,1%.
Vivere in famiglia, dichiarano i giovani, non è una scelta, ma mette al riparo dai problemi economici; infatti la quota di giovani che vive ancora coi genitori è più alta fra coloro che non sono arrivati alla laurea e quindi guadagnano di meno (38%) e più bassa fra i laureati (19%) viceversa fra i primi vive in coppia il 27%, fra i secondi il 46%. 
Mentre Hillary Clinton ha fatto campagna di tipo tradizionale, promettendo di far risalire i redditi della middle class, di garantire scuole materne per tutti e un sistema scolastico più uniforme, di regolamentare più strettamente i gruppi finanziari (con i quali lei stessa ha forti legami), e ha rinnegato il suo precedente appoggio ai trattati di libero scambio come quello Trans-pacifico per recuperare i voti degli strati che sono colpiti dalla globalizzazione o comunque la temono, Trump ha condotto una campagna all’offensiva, indicando agli elettori i nemici da combattere: i finanzieri parassiti (con cui intrattiene redditizi rapporti di affari), gli immigrati che rubano il lavoro agli americani e lo svalorizzano, i cinesi che invadono l’America con i loro prodotti, facendo chiudere le fabbriche: quindi costruire un muro al confine col Messico per fermare l’invasione di latinos (il cui afflusso è peraltro in forte riduzione), espellere gli immigrati irregolari (ma Obama, con 2,9 milioni di espulsioni, ha già quasi realizzato il suo obiettivo di 3 milioni) e non concedere la cittadinanza ai nati negli USA da genitori stranieri (come già è la regola in Italia…), bandire i musulmani quale barriera contro il terrorismo, barriere doganali contro i prodotti dei paesi emergenti, annullamento dei trattati multilaterali di libero scambio e revisione dello stesso NAFTA, riduzione delle tasse (soprattutto ai ricchi), ridimensionamento dell’obbligatorietà dell’assicurazione sanitaria; in politica estera, un riavvicinamento alla Russia e un più duro confronto con la Cina. Il tutto, in sintesi, farà di nuovo “più grande l’America”, che creerà così 25 milioni di posti di lavoro in 10 anni: un forte dose di nazionalismo imperialista per far sperare che in un’America più forte anche chi oggi sta male potrà godere delle ricadute (le briciole) di tale forza: non con la lotta in quanto classe, ma tirando il carro dei propri padroni per renderli di nuovo vincenti.
Con queste promesse Trump è riuscito a spostare un certo numero di voti di operai bianchi che avevano in precedenza votato per i democratici – circa un milione di elettori secondo il New York Times, soprattutto nei distretti industriali di Stati come l’Ohio, la Pennsylvania e il Wisconsin sui quali ha concentrato la sua campagna con comizi anche davanti alle fabbriche – sufficienti a conquistare la maggioranza, quindi tutti i “grandi elettori” degli “swing states” (gli Stati dove democratici e repubblicani erano testa a testa, decisivi per il risultato finale). Questo gli ha assicurato la vittoria. Come mostra la tabella che segue, Trump ha conquistato i tre Stati industriali Pennsylvania, Wisconsin e Michigan con meno di 60 mila voti complessivi di vantaggio sulla Clinton (meno dell’1% di differenza), ottenendo i 46 “voti elettorali” o grandi elettori che gli hanno assicurato la vittoria. La stessa Florida è stata conquistata con solo l’1,2% di margine. Si può dire che la vittoria di Trump è stata decisa dallo spostamento di 30 mila votanti. Al confronto, i 4,45 milioni di vantaggio della Clinton su Trump in California le hanno assicurato solo i 55 voti elettorali del più popoloso Stato.

Tabella 1 - Trump conquista gli swing states per una manciata di voti 

 
Il Wall Street Journal riporta uno studio da cui risulta una netta correlazione tra l’incidenza negativa dell’import di prodotti cinesi sull’occupazione industriale e lo spostamento di voti tradizionalmente democratici (i “delusi della globalizzazione e del libero commercio”) su Trump. La sirena del protezionismo contro i prodotti cinesi e messicani, e della cacciata degli immigrati illegali ha fatto presa su parte degli strati inferiori della working class, ed ha la funzione di deviare il malcontento e il rancore operaio dai propri sfruttatori a un nemico esterno, siano essi i cinesi o gli immigrati, analogamente a molti movimenti della destra in Europa. (Nota 2)
Proprio negli swing states nelle primarie democratiche aveva trionfato il candidato rivale della Clinton il “democratico socialista” Sanders: molti di quelli che l’avevano votato nelle primarie si sono poi rifiutati di votare Clinton per presidente. Secondo diverse analisi la Clinton avrebbe perso anche perché non è riuscita a confermare i risultati di Obama tra le minoranze razziali: avrebbe perso 3 milioni di voti tra gli afroamericani, e anche tra giovani e donne; non è riuscita ad accrescere i voti degli ispanici nonostante il loro forte accrescimento numerico, anche perché il 45% di quelli immigrati di recente e il 63% di quelli nati in USA e  si è dichiarato deluso da Obama.
Il fatto che Trump sia riuscito a catturare una parte dei voti operai, non significa che la sua base sociale, sia operaia. Un primo fatto è che negli Stati Uniti votano soprattutto i ricchi, i più istruiti, gli anziani, i “bianchi”, e quindi i poveri e meno istruiti, i neri e gli ispanici (e gli asiatici) sono meno rappresentati nelle basi elettorali di TUTTI i candidati. 
 
Secondo i dati del US Census Bureau (l’Istat statunitense) i residenti Usa al novembre 2016 sono 325,3 milioni. Togliendo i minori di 18 anni, i residenti in età di voto sono circa 251 milioni; ma 8,4% non ha la cittadinanza, quindi, ha calcolato lo United States Elections Project gli aventi diritto sarebbero 231.556.622. Tenuto però conto di coloro che sono esclusi dal voto per motivi psichici o per condanne varie si arriva a 218.959.000 votanti potenziali. Gli Stati Uniti faro della libertà hanno la più grande popolazione carceraria del mondo, 2,2 milioni, spesso utilizzata per lavoro quasi gratuito con cui si arricchiscono profittatori senza scrupoli e direttori di carcere, cui si aggiungono 4,7 milioni in libertà vigilata – dati 2013. Immigrati e carcerati, gli strati più poveri, sono quindi esclusi anche dal diritto di voto.
Per votare poi ci si deve registrare e quest’anno, in seguito a un emendamento della Corte suprema del 2013, in 4 stati è stato introdotto l’obbligo del documento di identità con foto per iscriversi al voto e in 20 stati sono state introdotte restrizioni; novità che hanno ridotto la partecipazione al voto da parte delle minoranze, neutralizzando l’effetto della loro crescita demografica. 
Alla fine si sono registrati in 146 milioni e 311mila, e avrebbero votato in 138 milioni e 338 mila. Quindi mancano all’appello circa 80 milioni di astenuti. Il 6% ha votato altri candidati, di cui oltre il 3% per il candidato “libertario” Gary Johnson. Rispetto agli elettori potenziali Clinton ha ricevuto il 28,4% dei voti e Trump il 27,2% (meno di un quarto se consideriamo anche i non aventi diritto).
Il tasso di registrazione è del 72,8 fra le donne e del 69,1% fra gli uomini; se si considera l’appartenenza etnica si registrano il 73,5% dei bianchi (nota 3) – il 69,7% dei neri – il 59,4% degli ispanici e il 55,3% degli asiatici; se si considera l’età si va dal 58,5% della fascia 18-29 anni al 78,1% della fascia 65-74 anni; la percentuale cresce anche con il livello del titolo di studio e con il livello di reddito: si registra il 63,7% di chi guadagna meno di 20 mila $ all’anno e il 79,2% chi guadagna più di 50 mila. 
Non abbiamo ancora una analoga analisi sui votanti del 2016, ma quella disponibile del 2008 (prima elezione di Obama) conferma che il presidente Usa è scelto da circa un americano su due, ed è scelto prevalentemente da un elettorato bianco, ricco e istruito, cioè da chi ha qualcosa da guadagnare dalle scelte di governo.
Nel 2008 infatti la “media del pollo” relativa ai votanti dava il 58,2% degli aventi diritto; ma fra chi aveva meno di 15 mila $ di reddito i votanti sono stati solo il 41,2% contro il 78,1% di coloro che guadagnavano più di 150 mila $; fra ispanici ed asiatici ha votato il 31,9% contro il 64,8% dei bianchi; nella fascia d’età 18-24 anni ha votato il 41% dei maschi e il 47,7% delle femmine; mentre oltre i 65 anni votano sia maschi che femmine al 70,1%; infine fra coloro che hanno meno di 9 anni di studi aveva votato solo il 23,4% mentre fra coloro che hanno master o dottorati il 76,2%. 
Il principio democratico “una testa, un voto” è quindi vero solo in parte, perché un dato numero di ricchi esprime il doppio dei voti di un uguale numero di working poor e un dato numero di laureati esprime tre volti i voti dello stesso numero di dropout che non hanno raggiunto il diploma. Un fenomeno analogo si verifica anche in Italia con l’aumento dell’astensionismo.
Per quanto sia stato reale e decisivo uno spostamento su Trump di parte degli operai bianchi, non si può affermare che in generale Trump sia stato votato in prevalenza dagli operai o comunque dagli strati a basso reddito: la maggioranza di questi strati non ha votato, e tra coloro che hanno votato la Clinton ha ottenuto il 51% di coloro che hanno redditi familiari inferiori ai 50 mila dollari, contro il 41% di Trump, il quale invece ha ottenuto il 47% dei votanti oltre i 50 mila dollari, contro il 47% della Clinton. Il 20% dei voti per la Clinton vengono da famiglie con meno di 30mila dollari di reddito, contro solo il 12% dei voti per Trump.
Il netto divario elettorale emerge se al posto del reddito consideriamo il colore della pelle: circa il 58% dei bianchi ha votato per Trump contro il 37% per Clinton (ma tra i laureati ci sono solo 4 punti di differenza), mentre l’88% dei votanti neri e il 65% degli ispanici ha votato per Clinton, che tuttavia ha perso 5-6 punti tra queste minoranze razziali rispetto a Obama. Un altro divario importante è quello tra piccoli e grandi centri urbani: Trump ha vinto nei piccoli centri, mentre Clinton ha vinto nelle città maggiori.
 
La “trappola e l’inganno” della democrazia borghese ha funzionato anche questa volta. Trump ha catturato quel tanto di voti dei poveri e sfruttati che, aggiunti a quelli della middle class, pure in gran parte composta di lavoratori salariati, gli ha permesso di vincere la presidenza e mettere a capo del governo una squadra di miliardari, finanzieri, generali e sfruttatori di professione. Avrebbe funzionato anche se a vincere fosse stata la Clinton, preferita dall’establishment politico-finanziario americano.
Una parte significativa dei sostenitori di Sanders ha scelto di non votare per una candidata con la quale condivideva molto poco. In particolare fra gli ispanici era insoddisfatto dei due mandati di Obama il 45% di quelli immigrati di recente e il 63% di quelli nati negli Usa; questo benché gli ispanici per tradizione votino democratico. (Nota 3) 
Fra il 2001 e il 2014 sono stati deportati 4,3 milioni di immigrati di cui solo 1,6 milioni accusati di un qualche reato, gli altri solo perché immigrati illegali.
L’anno record è stato il 2013 con 435 mila espulsi. Nel 2015 sembra siano stati 235 mila.
In questi dati non sono compresi i ben più numerosi immigrati bloccati nelle acque territoriali Usa o quelli fermati prima di varcare la frontiera. I repubblicani però hanno impugnato come fulcro della loro propaganda il decreto presidenziale con cui nel gennaio 2015 Obama aveva concesso la cittadinanza a circa 5 milioni di clandestini. Ben 26 governatori repubblicani, cappeggiati dal Texas, hanno presentato ricorso e infine nel giugno 2016 la Corte Suprema ha bloccato il provvedimento, che la Clinton si era impegnata ad appoggiare.
Trump ha puntato il dito contro i messicani perché sono il 52% degli 11,3 milioni di clandestini ed effettivamente hanno inciso nell’abbassamento delle retribuzioni dei lavori manuali o che non richiedono competenze specifiche. Se invece si considerano i nuovi arrivi annuali, a partire dal 2009, essi vedono la prevalenza degli asiatici, con il 36% circa seguiti dai latinos col 31%; ma gli asiatici hanno alti livelli di istruzione e sono per lo più in regola, al contrario dei latinos. Trump ha proposto l’espulsione di tutti gli irregolari, creando molto allarme fra i datori di lavoro, questi clandestini costituiscano il 5,1% della forza lavoro (con punte del 10% in Nevada, Texas e California) e quindi contribuiscono non poco al “successo americano”. Trump invece ha raccolto parziale adesione fra gli immigrati delle generazioni precedenti ormai cittadini a pieno titolo, fenomeno già visto in Gran Bretagna durante la campagna elettorale per la Brexit, perché i vecchi immigrati vedono nei nuovi una minaccia alla loro integrazione e temono di essere coinvolti nell’ondata xenofoba.


Molti cittadini Usa che non hanno raggiunto il diploma nutrono rancore per gli immigrati recenti, spesso molto più istruiti di loro. Il 53% degli immigrati recenti hanno il diploma e il 16% la laurea. 
Comunque un altro sondaggio della Brookings Institution della primavera 2016 rileva che l’espulsione degli irregolari trova contrari l’82% dei neri e il 78% degli ispanici contro il 67% dei bianchi; la costruzione del muro con il Messico vede contrari l’82% dei neri e il 68% degli ispanici contro il 46% dei bianchi. Ma il 66% dei bianchi senza diploma hanno affermato che la loro condizione negli anni recenti è peggiorata e che la discriminazione nei loro confronti è un grosso problema esattamente come quella contro i neri e le altre minoranze. Il 61% ritiene che la presenza degli immigrati li renda più deboli sul mercato del lavoro, ma anche nell’ottenere una casa o cure mediche e che abbassi i salari. I lavoratori bianchi laureati hanno dato risposte molto diverse alle stesse domande.
Quindi a essere centrale per la vittoria di Trump non è tanto un generico razzismo, ma la crisi economica e il peggioramento netto delle condizioni di strati di lavoratori che la crisi ha emarginato. In assenza di una organizzazione di classe che li difenda, si illudono che la soluzione a portata di mano sia eliminare i concorrenti che contendono i lavori a basso salario. Certamente Trump ha raccolto facili consensi perché ha cavalcato il senso di precarietà combinando slogan razzisti a una campagna contro le delocalizzazioni da un lato e contro la concorrenza sleale dei prodotti messicani e cinesi. La Clinton sull’argomento ha proposto corsi di aggiornamento, formazione e tirocinio per permettere agli operai “sorpassati” di reggere le moderne sfide del mercato del lavoro; una ricetta che contrasta con l’esperienza dei disoccupati di lungo periodo. I corsi danno lavoro a qualche giovane precario ma non risolvono il loro problema: Come non lo risolverà la ricetta di Trump. Nel capitalismo vige la regola del “lavoratore usa e getta”, la concorrenza fra lavoratori è la norma, se non sono i lavoratori stessi a organizzarsi per impedirlo, unico modo per opporsi all’abbassamento dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro. E l’imprenditore se non riesce ad abbassare i salari delocalizza o introduce l’automazione.
Ma logicamente se non c’è una voce contraria ed efficace la “sirena Robin Hood-Trump” funziona almeno sul breve periodo. L’assurdo è che ci creda anche il “socialista” Sanders, che non solo si è accodato a Clinton, ma ha disapprovato le manifestazioni contro Trump una volta eletto ed è arrivato a dichiarare “nell’ipotesi che Mr. Tump sia serio nel perseguire politiche che migliorino le vite delle famiglie operaie in questo paese, io e gli altri progressisti siamo pronti a lavorare con lui” (The Guardian 10 nov.)
È questo, dal nostro punto di vista, l’aspetto più pericoloso del fenomeno Trump: che il malessere sociale del proletariato non si traduca in lotta sociale e radicalizzazione politica, ma sia incanalati in un messaggio reazionario di restaurazione e sciovinismo nazionale. E’ la ricetta della destra borghese degli anni ’30, quella che ha dato origine ai fascismi di tutti i tipi e che ha avuto una base sociale fra i lavoratori e i disoccupati, naturalmente usati poi come carne da cannone nella guerra mondiale imperialistica.
D’altro canto sul piano elettorale non c’era una soluzione. L’“awful choice”, la scelta orribile (felice definizione di Krauthammer) era fra l’orrido Trump e la reazionaria e guerrafondaia affarista Clinton, verniciata appena appena di qualche orpello liberal. Lo stesso Obama ha combattuto altrettante guerre di un qualsiasi Bush, ha presieduto a un trasferimento epocale di ricchezza dai lavoratori alla classe borghese, consentendo la costante erosione della qualità di vita della maggioranza della popolazione. Non a caso dopo la grande partita elettorale sia Obama sia Clinton hanno ribadito di essere parte della stessa classe dominante, sottolineando la priorità dell’appartenenza identitaria nazionale (siamo innanzitutto americani) rispetto all’appartenenza di classe. E lo ha fatto anche Sanders.
Un aspetto poco noto della tornata elettorale del 4 novembre sono i referendum tenuti negli Stati di Arizona, Colorado e Maine per innalzare il salario minimo a $ 12 l’ora, e nello stato di Washington a 13,5 $, entro il 2020 (dopo di che dovrebbe entrare in funzione una scala mobile del salario minimo). Le categorie pagate prevalentemente con le mance, come i camerieri di ristorante, passano a 5 dollari e saliranno fino al salario minimo entro il 2024. Si tratta di aumenti dei salari di 3,75 e 4,03 dollari l’ora (poco sotto il 50% di aumento) per oltre 2 milioni di lavoratori al minimo salariale in questi Stati. È un successo della campagna per il salario minimo di 15 dollari in corso in tutti gli Stati Uniti per innalzare i salari dei working poor, dei lavoratori dei fast food, dei supermercati, degli alberghi, dell’agricoltura e di altri settori, soprattutto nelle piccole imprese a basso salario. Nello Stato di Washington e in Arizona è anche stato approvato il pagamento parziale delle assenze per malattia.
L’aumento del salario minimo ha diversi risvolti. L’Amministrazione Obama era a favore di un moderato aumento del salario minimo federale, che è a 7,25 $ l’ora dal 2009. Tra l’altro con un suo video sostiene esservi una correlazione diretta tra aumento dei salari minimi e riduzione della criminalità. L’aumento del salario minimo costituisce anche una spinta alla concentrazione delle imprese e all’adozione di tecnologie più automatizzate, quindi al ridimensionamento del numero delle piccole imprese (molto meno numerose negli USA che in Italia), la cui competitività è basata soprattutto sui bassi salari.
Trump si è schierato contro l’aumento del salario minimo (da sostituire con incentivi fiscali) e addirittura per la sua abolizione. In ciò tuttavia, oltre a cercare i voti dei padroncini punta a rappresentare gli interessi dei settori sopra citata, con manodopera a bassa qualificazione e bassi salari. Non a caso ha nominato segretario (ministro) al Lavoro un CEO del fast food, Andrew Puzder, che in un libro scritto con David Newton propone la totale deregolamentazione del mercato del lavoro con l’abolizione di ogni garanzia per i lavoratori, e si esprime contro i sindacati.
 
 
Finanziamenti, frazioni borghesi e futuro governo Trump
 
Voci non confermate dicono che molti fondi sono arrivati a Trump per vie traverse, cioè sotto forma di elargizioni alle numerose organizzazioni filantropiche in cui è coinvolto.
Studiare i finanziamenti dei candidati alle presidenziali serve non solo a ribadire che il vincitore viene imposto come un qualsiasi prodotto a suon di dollari, ma anche per capire quali frazioni borghesi lo sostengono e per quale futura politica di governo “si sono spesi” (ci sia consentito il gioco di parole). 
Per quanto eccentrico rispetto alla tradizione partitica americana, Trump non giunge al potere con le sue sole forze e non governerà da solo, oltre a dover mediare con il Congresso repubblicano (scheda 2) eletto in contemporanea. Dovrà rispondere ai suoi veri “grandi elettori”, che non sono quelli che il 17 dicembre invieranno le lettere per la formale investitura, ma quelli che hanno versato i milioni di dollari per la sua campagna. Se l’analisi degli elettori ci fa capire il clima politico e sociale del paese, i finanziamenti ci dicono quali interessi orienteranno il governo di Trump anche se, una volta conquistata la presidenza, molti altri gruppi cercheranno di influenzarlo e condizionarlo.
 
Nel complesso, considerando tutti i partecipanti alle lunghe primarie e tutte le fonti – dunque da Sanders a Cruz passando per Bush, Rubio, Kasich, Carson, Fiorina e tutti gli altri – i fondi raccolti dai candidati nel 2015-16 per le presidenziali ammontano a 1,3 miliardi di dollari secondo la Federal Electoral Commission Usa. È una cifra enorme, pari a oltre 6 mesi di retribuzione a 2.000 dollari per 100 mila persone. Ma è solo lo 0,65% della spesa pubblicitaria USA: in fondo le imprese americane per ogni dollaro che spendono in pubblicità possono permettersi di devolvere meno di un cent per il candidato che ritengono possa fare meglio i loro interessi. Nella raccolta di fondi Hillary Clinton ha staccato tutti con 497,8 milioni contro i 247 raccolti di Donald Trump – che tuttavia ha alcuni miliardi di suo. Sanders aveva raccolto 240,6 milioni prima del suo ritiro a luglio. Fra i repubblicani poi ritiratisi dalla corsa Ted Cruz ha raccolto 181,9 milioni, Jeb Bush 159,3 e Marco Rubio 128,4.
Trump ha promesso una politica espansiva, con una riduzione fiscale ampia (solo tre scaglioni di imposta da 10%, 15% e 25%; tetto del 15% di imposte per le imprese; abolizione della tassa di successione) che porterebbe a un calo annuo nelle entrate federali di 950 miliardi di $ e che beneficerebbe solo il 55% dei contribuenti (quelli più ricchi). I tagli alle tasse sarebbero compensati dall’aumento dei dazi (dal 35 al 45%) sulle merci importate da Messico e Cina.
Il mondo degli affari è anche favorevole in media al rilancio delle infrastrutture che tirerebbe il volano all’edilizia ma anche a molti settori manifatturieri. Il piano di Trump prevede mille miliardi di $ di investimenti in 10 anni per ricostruire autostrade, ponti, tunnel, aeroporti, scuole e ospedali”.
L’unico neo al questa riedizione del New Deal riguarda la compatibilità col bilancio. L’attuale debito pubblico Usa è di circa 19 mila miliardi di $. È vero che attualmente gli oneri sui prestiti si aggirano sull’1,6% cioè la metà della crescita del PIL e quindi una politica espansiva sarebbe meno rischiosa che non quella adottata negli anni ’80. Ma comunque se si vuole spendere di più per infrastrutture e per spesa militare occorre anche risparmiare su altri capitoli e per ora gli unici risparmi proposti da Trump riguardano l’affossamento della riforma sanitaria che ha esteso la copertura sanitaria. Trump ha inoltre proposto di arruolare 90.000 soldati in più, costruire 42 nuove navi e 100 nuovi aerei da combattimento, accrescere la capacità nucleare e la dotazione di missili. Il CSIS calcola una spesa militare aggiuntiva di 640 miliardi all’anno contro gli 80 previsti da Obama.
Il progetto di valorizzare la produzione mineraria nazionale, compresa l’estrazione di petrolio da scisti, sganciandosi dall’importazione e quindi dalla corsa ai pozzi del Medio Oriente e del Golfo corrisponde a precisi interessi, che in passato sono stati rappresentati da Sarah Palin e da McCain. Ce n’è abbastanza per spiegare il boom borsistico seguito alla sua elezione, specie per i settori bellico, delle costruzioni e minerario-energetico.
Il punto che preoccupa di più il mondo degli affari è quello commerciale. I dazi proposti sulle merci messicane peserebbero anche sulle importazioni delle multinazionali Usa che hanno delocalizzato. Anche molti repubblicani dissentono vigorosamente dall’affos-samento del TTP o del Nafta. Temono che scateni nuove guerre commerciali o che viceversa apra la strada a una maggiore presa della Cina sulle piccole medie potenze del Pacifico. Quella di Trump sembra la reazione della old economy, cioè l’ultimo colpo di coda di settori che non possono rappresentare la strategia Usa nel prossimo futuro.
 
 
Una squadra di governo piena di falchi
 
Analizzando i grandi donatori si evince che Clinton è stata sostenuta da gruppi finanziari, assicurazioni, grandi università, dai giganti della new economy e anche da un’importante associazione femminista.
Trump da gruppi finanziari, immobiliaristi, catene commerciali, gruppi minerari (attratti dalla sua linea di liberalizzazione delle attività estrattive), dal settore dello spettacolo e da gruppi filantropici (cfr. scheda 3). Non va poi dimenticato che a fianco di Trump c’è il genero Jared Kushner, marito di Ivanka, proprietario del New York Observer ed erede del magnate immobiliarista Charles Kushner (condannato a due anni di carcere per evasione fiscale, frode e minaccia a testimoni).
Ma se allarghiamo lo sguardo allo staff che Trump sta riunendo per il futuro governo si scoprono fra le pieghe altri sostenitori, perché molti di loro sono plurimiliardari come lui e legati a specifici interessi.
Ad esempio il futuro segretario del Tesoro, il milionario Steven Mnuchin, è azionista di numerose banche e fondi di investimento, è stato membro per 17 anni del Comitato esecutivo della Goldmann Sachs, ma ha collaborato anche con il Soros Fund. Inoltre è un produttore cinematografico di successo. Mnuchin ha guadagnato moltissimo con l’acquisto a prezzi stracciati dei subprime durante la crisi del 2008 (a un penny per ogni dollaro) e vuole cancellare il Dodd-Frank Act firmato da Obama nel 2010, che voleva obbligare gli azionisti a rispondere dei fallimenti delle banche dovuti a speculazione (legge che peraltro non ha funzionato finora).
Al dicastero del Commercio Trump ha nominato il miliardario William Ross, 78 anni, che è nel consiglio di amministrazione di numerose banche, imprese siderurgiche e petrolifere, tessili e delle comunicazioni. Si è arricchito comprando banche e miniere sull’orlo del fallimento, per questo è soprannominato, come già Trump, “re del debito”, anche perché spesso acquista a credito speculando sui cambi. È indagato per la morte di 12 minatori della Sago Mine in Virginia, a causa delle mancate misure di sicurezza. Ha importanti investimenti in Russia. È l’alfiere della rinegoziazione del Nafta, il trattato di libero scambio con Canada e Messico, del TPP e del TTIP. A coadiuvarlo al Commercio come sottosegretario va Todd Ricketts, erede di una famiglia di miliardari di Chicago, proprietari di banche e della locale squadra di basket.  
Il futuro direttore della Cia Mike Pompeo è legato ai ricchi e influenti fratelli Koch, che possiedono la seconda più grande società industriale a controllo familiare (dalla raffinazione ai minerali al manifatturiero), finanziatori della Heritage Foundation e del Cato Institute, fortemente contrari alla politica di controllo dell’inquinamento. Come congressista ha ricevuto l'endorsement della National Rifle Association, la potente lobby delle armi.
A occuparsi di educazione Trump ha chiamato Betsy DeVos, moglie dell’erede della ricca famiglia Amway, che si occupa fra l’altro di voli charter e di servizi di cafeteria per le scuole (alla faccia dei conflitti di interesse).
Al ministero dei Trasporti va Elaine Chao erede in una ricca famiglia di proprietari di navi emigrati da Taiwan. Il marito Mitch McConnell, senatore del Kentucki, è noto per essersi opposto strenuamente a tutte le leggi che miravano a ridurre la circolazione delle armi, che introducevano controlli ambientali e che appoggiavano rivendicazioni dei lavoratori (es. discriminazioni salariali, molestie sessuali ecc.). Ha votato contro l’Obamacare. È per sostenere le nuove esplorazioni alla ricerca del petrolio su tutto il territorio nazionale. È finanziato dalla Alltech, colosso per la produzione di cibo per animali e produttore di etanolo da alghe in Kentucky. 
Quale Segretario di Stato Trump ha scelto Rex Tillerson, capo del più grande gruppo petrolifero americano, la Exxon, per la quale ha costruito stretti rapporti con i russi e con Putin (per investimenti a Sakhalin e per esplorazioni nell’Artico con Rosneft), dai quali è stato insignito con l’Ordine dell’Amicizia. Tillerson si è espresso contro le sanzioni contro la Russia per l’Ucraina. Con Tillerson Trump intende riorientare la politica estera americana con un ravvicinamento alla Russia e un confronto più duro con la Cina, di cui la telefonata alla Presidente taiwanese è un primo ballon d’essay. Del segretario al Lavoro abbiamo già detto.
Questa sia pur breve panoramica da un’idea di quali gruppi di interesse hanno sostenuto Trump. Wall Street ha reagito bene alla sua elezione. Molti uomini d’affari approvano il progetto di ridurre le tasse.
Preoccupazione c’è anche per la scelta di altri personaggi nella nuova squadra di governo, personaggi che appartengono agli schieramenti della destra repubblicana, non coerenti con la faccia moderata presentata da Trump al momento della vittoria.
Quello che si teme è l’aumento delle tensioni con le minoranze etniche, ma anche uno scollamento con le giovani generazioni. Fra questi la nomina a ministro della Giustizia di Jeff Sessions, 69 anni, senatore dell’Alabama dal 1997 strenuo oppositore dell’immigrazione anche legale; negli anni ’80 dovette rinunciare alla carica di giudice federale per i suoi commenti razzisti nei confronti degli afroamericani. Sessions si oppone a ogni possibilità di cittadinanza per gli immigrati senza documenti ed è sostenitore della costruzione del muro al confine con il Messico. Anche Stephen K. Bannon, futuro consigliere strategico della Casa Bianca, si è in passato battuto per restringere il diritto di voto degli afroamericani, ha diretto Breitbart News, un fogliaccio xenofobo e misogino, anche lui sostenitore del muro col Messico. Mike Pompeo si è sempre opposto alla chiusura di Guantanamo e difende l’uso della tortura negli interrogatori. 
Ma Pompeo e altri preoccupano soprattutto per le scelte di politica estera. Pompeo è il più acceso nemico dell'accordo nucleare con l'Iran, ha dichiarato che lo vuole smantellare. Stessa idea esprime il generale in pensione James Mattis, 44 anni nella Marina, soprannominato “Cane pazzo”, sponsorizzato da John MacCain e nominato segretario della Difesa. “Eroe” della guerra in Afghanistan e Iraq, vuole rovesciare la politica di Obama in Medio Oriente, considerata priva di visione strategica, quindi riavvicinarsi a Israele, opporsi strenuamente all’Iran, “contenere la Russia”, ripristinare il rispetto dei paesi arabi, in primis, l’Arabia, per l’esercito Usa. Al di là delle battute per cui è famoso, è davvero un esperto di strategia militare e un conoscitore dell’area. In linea con le sue prese di posizione, la decisione del Senato Usa che il 2 dicembre ha votato il prolungamento delle sanzioni Usa contro l’Iran per altri 10 anni. I democratici lo accusano di conflitto di interesse, essendo nel Consiglio di amministrazione della General Dynamics, ditta appaltatrice della Difesa che costruisce sottomarini, blindati, aerei. Mattis è stato accusato di crudeltà quando fece bombardare un villaggio afghano dove si celebrava un matrimonio, quasi come il generale (in pensione) Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale del presidente, attaccato da Human Rights Watch per "un profondo disprezzo per i diritti umani e le leggi di guerra". Il suo intervento in Afghanistan e Iraq ha riguardato più che altro il ruolo dell’intelligence. Direttore della DIA (Defense Intelligence Agency) dal 2012-2014, è stato spesso criticato al Pentagono per le sue posizioni filo-russe e per la forte avversione all’Islam, causa delle sue divergenze con Obama, che Flynn ha criticato aspramente in pubblico per l’appoggio dato in Siria, Iraq e Afghanistan ai gruppi islamici. Inoltre dopo il pensionamento ha fondato una società che ha fatto azione lobbistica per conto di governi stranieri, es. la Turchia (per ottenere l’estradizione di Fetullah Gülen) e avrebbe utilizzato i suoi contatti con gli ambienti dei servizi segreti per fare affari con potenze straniere. Flynn potrebbe essere l’uomo giusto per creare un condominio russo americano in Medio Oriente a direzione, però, Usa.
Le nomine citate delineano un quadro abbastanza chiaro per quanto riguarda il Medio Oriente, un po’ meno per quanto riguarda l’Asia dove Trump, e con lui i repubblicani, vuole ristabilire un ruolo forte degli Usa, ma accollando buona parte delle spese agli alleati Giappone e Sud Corea.

AM






Scheda 1
Distribuzione percentuale del voto fra i due candidati per categorie






Scheda 2
L’elezione di Camera e Senato
In questa tornata elettorale, come nelle precedenti, si è votato anche per il rinnovo dell’intera Camera (435 membri, il cui mandato è di due anni) e di un terzo del Senato (100 membri, il cui mandato è di sei anni)
Alla Camera i Repubblicani si sono aggiudicati 239 seggi contri i 192 dei Democratici
Al Senato i Repubblicani dispongono di 51 seggi contri i 47 dei democratici.
Nel caso del Congresso si conferma la legge per cui chi ha più finanziamenti e spende di più si aggiudica più seggi: 
I Repubblicani hanno speso 445,9 milioni per la Camera e 252,7 milioni per il Senato.
I Democratici rispettivamente 359,3 e 244,2 milioni.
In teoria quindi Trump ha un Congresso a lui favorevole, ma in realtà i segnali di scollamento con il suo partito di riferimento sono molti. Primo fra tutti la difficoltà ad individuare il Segretario di Stato.
 


Scheda 3
Se si guarda ai dati disaggregati per stato Clinton ha raccolto di più in California (83,8 milioni di dollari) New York (58) Texas (20,1) Florida (19) Massachusetts (18,7) Virginia (14,3) Washington, Pennsylvania (11,2 in entrambi) New Jersey (10,9); Trump in Texas (11,7) Florida (9)
Chi sono i più importanti finanziatori di Clinton? L’hedge fund Paloma Partners (19,1 milioni), il fondo di investimento Renaissance Technologies (12,5 milioni) e Pritzker Group (11,3 milioni), il Soros Fund di George Soros con 11.542 milioni di dollari, l’università della California ( 1,2 milioni di dollari) Alphabet, la holding di Google, (1,1 milioni), la associazione femminista Emily’s List 692mila dollari, il broker assicurativo Morgan & Morgan (626mila dollari), l’università di Harvard con 610mila, Microsoft con 574mila, l’Università di Stanford con 565mila, Apple con 519mila e infine governo e dipartimento di Stato Usa rispettivamente con 513mila e 488mila dollari. 
Per Trump hanno versato ancora la stessa Renaissance Technologies (15,5 milioni), il gruppo immobiliare GH Palmer associates (2 milioni) la filantropica Marcus Foundation (2 milioni) il gruppo minerario Murray Energy, gigante del carbone e del bitume (102mila dollari), Alliance Resource Partners (66mila), un altro gruppo minerario, il dipartimento della Difesa Usa (54mila). 6 milioni di dollari di Linda McMahon (ex amministratore delegato della WWE, legata a spettacoli e intrattenimento) e i 5 milioni del co-fondatore del gruppo commerciale Home Depot, Bernard Marcus.
Interessante è uno sguardo alle donazioni inferiori a 200 $, che sono un indice della popolarità del candidato: esse hanno costituito il 16% della raccolta diretta di Clinton, Trump il 27%. Obama nel 2012 raccolse così il 34% dei suoi fondi.



Nota 1: Trump ha investito molte risorse per una campagna su Facebook, Twitter, Instagram (aziende fra l’altro di cui era importante azionista), pubblicando tweet a lui favorevoli. Secondo l’Oxford University il 32,7% di questi tweet sono stati postati da macchine programmate con apposito software. Almeno un 15% dei tweet pubblicati (in tutto circa 1.738.500) provenivano da account in Russia (e con ciò non si teorizza un regalo dal Cremlino, ma semplicemente l’utilizzo di programmatori meno costosi), Albania, Slovenia, Serbia.

La stessa funzione hanno avuto i memes, che hanno avuto come protagonista prevalente Trump e le sue sparate. Secondo gli esperti lo staff democratico ha fatto l’errore di prenderli sul serio e quindi hanno polemizzato, facendogli in realtà un favore presso i cosiddetti NEET (Not in Employment, Education or Training), che, trascurati da parte democratica, sono spesso andati a votare per la prima volta, e per Trump. 

Nota 2: Secondo l’analisi di 4 diversi ricercatori con posizioni anticinesi (appartenenti al MIT, all’Università della California, all’Università di Zurigo e alla svedese Lund University) già alle primarie Trump ha conquistato l’89% dei voti in quelle contee in cui l’effetto della concorrenza dei prodotti cinesi è più forte. Con un’analisi che considera solo gli effetti diretti l’export della Cina è considerato responsabile della perdita di 2,4 milioni di posti di lavoro fra il 1999 e il 2011 ed il calo di voti per la Clinton è strettamente correlato alle situazioni locali di crescente disoccupazione a causa delle importazioni dalla Cina. 



Nota 3: Fiumi di inchiostro in particolare sono stati spesi sull’elettorato ispanico. Gli elettori ispanici potenziali nel 2016 erano 27,3 milioni, pari al 12% del totale. Il 44% degli elettori ispanici hanno oggi fra i 18 e i 36 anni e il 20% vota per la prima volta (sono quindi millenial). Il voto dei latini è significativo in Arizona (22%) Florida (18%) Nevada (17%). Il 65% degli ispanici ha votato Clinton (contro il 71% per Obama nel 2008 e il 67% nel 2012). Il 29% ha votato Trump (contro il 31% che votò McCain nel 2008 e il 27% di Mitt Romney nel 2012) 

 


 




Pubblicato su: 2016-12-31 (493 letture)

[ Indietro ]

 


You can syndicate our news using the file backend.php

   Get Firefox!