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N40 Pagine Marxiste - Agosto 2016
Un organizzatore esemplare

24 luglio 1866 – 24 luglio 2016: 150° anniversario della nascita di Vittorio Buttis


 Parlare di Vittorio Buttis (Venezia, 1866 – Chicago, 1950), è impresa quantomeno impegnativa. Buttis appartiene a quella schiera di militanti che hanno dato davvero tutto di sé, pagando in prima persona, alla causa della lotta di classe. Una vita fatta di sacrifici, dedizione totale, abnegazione, coraggio, determinatezza, persecuzioni. Buttis, alternando i lavori di muratore, contabile e pubblicista alla professione di sindacalista a tempo pieno, organizza senza soluzione di continuità ovunque si trovi assemblee, agitazioni, scioperi di minatori, muratori, scalpellini, tessitori, pagandone le conseguenze tra domicilio coatto, confino e numerosi arresti. Per sfuggire alle condanne sarà costretto a riparare più volte all’estero. Eppure …

… Eppure Buttis non è affatto un comunista, né un rivoluzionario. Non a caso il primo arduo compito è proprio quello d’inquadrare la collocazione di un militante che le Regie Prefetture inseguiranno per mezzo mondo schedandolo come “anarchico pericoloso incorreggibile”, mentre il titolo di “curioso tipo di riformista” gli verrò affibbiato da un tal Giacinto Menotti Serrati. Riformista, dunque? In realtà, se anche accuserà delle oscillazioni verso il riformismo, rimane un “socialista intransigente”, alla Oddino Morgari per capirci. Anche se, a differenza di quest’ultimo, Buttis mai simpatizzerà per il “vulcano bolscevico”. Dunque un Buttis paragonabile ad esempio all’operaio torinese Francesco Barberis che, pur combattivo, rimarrà nel campo politico del Partito socialista senza compiere il salto della barricata verso il comunismo rivoluzionario.

Il “riformismo operaio” della lotta di classe, di cui Buttis è stato una nobile espressione, non esiste più, ma la presa del riformismo borghese sul movimento sindacale è ancora uno dei principali ostacoli alla conquista del movimento operaio alle posizioni rivoluzionarie.

Nella natia Venezia Vittorio Buttis, otto fratelli di cui sei morti nell’infanzia, già orfano di padre si ferma alla licenza di terza elementare e ad undici anni lavora come “commesso di stoviglie e merci”. Legge moltissimo, e soprattutto rimane colpito dalle feroci repressioni delle Guardie Regie nei confronti delle manifestazioni di operai e contadini. “Non avevo ancora letto Carlo Marx, ma compresi facilmente fino da allora che la popolazione era composta da due classi opposte l’una contro l’altra”.1 Convinzione che si rafforza nel corso del servizio militare a Lecce, dove assiste alle bestiali condizioni di lavoro dei contadini. Tornato a Venezia viene assunto come “manovale facoltativo” presso la Società Ferrovie Adriatiche. Aderisce alla Lega per l’emancipazione dei lavoratori, fondata dal monselicese Carlo Monticelli e legata al PSRR di Andrea Costa. Licenziato dopo aver denunciato la responsabilità di un ufficiale per la morte di un soldato nel corso del richiamo a militare, s’impegna nei comizi elettorali per l’elezione dell’ex comunardo Cipriani e diviene gerente responsabile de «La Nuova Idea». Processato per vilipendio dell’Esercito, viene difeso da Enrico Ferri. Condannato nuovamente, espatria in Ticino, dove viene arrestato con l’anarchico spezzino Pasquale Binazzi ed estradato in Italia. Finisce al domicilio coatto a Porto Ercole, poi in carcere a Piacenza ed infine al confino alle Tremiti. Liberato, passa da Ancona, dove s’incontra con Malatesta, e raggiunge Venezia; nuovamente arrestato (1897), viene inviato al confino a Ventotene e poi a Pantelleria. Su queste esperienze pubblica l’opuscolo Carceri e domicilio coatto. Quindi una serie di trasferimenti con altrettanti incarichi da organizzatore: Svizzera tedesca, Germania, Friuli, di nuovo Germania. Dall’agosto 1901, diviene segretario della Camera del Lavoro di Varzo-Iselle, che organizza i lavoratori che stanno costruendo la galleria del Sempione, 20 km tra Italia e Svizzera; una delle esperienze più significative della sua vita intensa. I socialisti si inseriscono nella competizione tra cattolici e protestanti, che hanno costruito due chiese nel villaggio operaio per influenzare i lavoratori. Buttis conduce una intensa attività su due fronti, quello salariale e quello delle condizioni di vita e di lavoro; tra esplosioni, asfissia, frane, le morti e gli infortuni in galleria si susseguono, mentre la situazione degli alloggi è disastrosa. Le sue battaglie e denunce gli comportano processi, condanne, detenzione, in quei mesi scrive un manualetto di comportamento operaio (Dottrina operaia). Mentre è rinchiuso nel carcere di Pallanza i deputati socialisti cercano di convincerlo a presentare domanda di grazia: lui si rifiuta. Dopo 34 mesi di carcere viene rimesso in libertà grazie alla sottoscrizione firmata dagli scalpellini del Sempione e da quelli di Barre (Vermont, USA), che annulla il resto della pena.

Terminati i lavori per il tunnel, dal versante italiano del Sempione passa ad Intra, dove organizza gli scioperi dei tessitori; oltre cinquanta giorni di lotta contro i baroni dei cotonifici, con scontri e feriti nelle strade. Lo sciopero si conclude con un arbitrato, e per Buttis, che denuncia le disumane condizioni delle ragazze spedite dal Sud e di fatto “recluse” nel convitto delle monache, arrivano altri processi e condanne. Nel 1908 è nuovamente costretto a riparare all’estero. Ritorna in Ticino. E qui avviene un incontro tra due esuli, due straordinari “apostoli della lotta di classe”: il Buttis ed Ines Oddone Bitelli, magnifica figura di combattente (da noi ricordata in molti scritti), maestra elementare, inseguita da mandato di cattura per vilipendio delle forze armate ed incitamento al regicidio. Nel maggio 1914 piangerà la prematura scomparsa della sindacalista rivoluzionaria gallaratese, sottolineando in uno scritto inviato da Chicago che “il proletariato italiano con la dipartita della nostra amata Ines ha perduta una delle sue più valide consigliere. La buona Ines fu una propagandista tenace, perseverante della causa proletaria”.

Poi di nuovo in cammino. Arriva in Germania, quindi nel 1911 in Brasile, dove dirige i giornali degli immigrati socialisti. Nel 1915 si imbarca per gli Stati Uniti, che sarà l’ultima tappa della sua tormentata esistenza. Anche qui dirige vari giornali socialisti, conduce la campagna antimilitarista (è in contatto, tra gli altri, con Fortichiari e Costantino Lazzari) ed effettua lunghi viaggi di propaganda nel corso dei quali, nelle tappe dei centri minerari, avvengono incontri commoventi con operai che lavoravano al Sempione, poi immigrati negli Stati Uniti, che ritrovano il loro vecchio organizzatore. Illinois, Colorado, Massachusetts; qui, in occasione della grande lotta di Lawrence (1919, che segue quella più famosa di sette anni prima), critica quella che lui chiama la “mancanza di pratica e di tatto” dell’anarchico Carlo Tresca.

La parola di Buttis arriva ovunque vi sia concentrazione di proletari immigrati: Connecticut, Vermont, Washington, New Jersey. In questo periodo prende le distanze dalla Rivoluzione bolscevica scrivendo che “Carlo Marx dimostrò a suo tempo l’impossibilità di mantenere sulla base socialista una sola nazione immersa in un mondo capitalista”, ma al tempo stesso accusa i bolscevichi di aver diviso il proletariato internazionale. Quando gli viene chiesto di attenuare le critiche ai comunisti, rassegna le dimissioni da direttore de «La parola dei socialisti», giornale della Federazione Socialista Italiana aderente al Socialist Party of America. Successivamente raggiunge la Pennsylvania, dove è attivo tra i minatori e non manca di intervenire nella campagna pro Sacco e Vanzetti. Quando la degenerazione stalinista prenderà il sopravvento nel movimento comunista statunitense, le sue critiche ai seguaci di Browder si faranno ancora più sferzanti. Rispetto all’Italia, in più occasioni esprime la convinzione che nella realtà italiana del dopoguerra non vi siano le condizioni per un’insurrezione, giustificando la tattica del PSI.

Come scrive Serrati: se hai cercato il Buttis e non l’hai trovato “gli è perché, in quel tempo, Vittorio Buttis era in galera od a domicilio coatto”. Può bastare un Serrati a qualificare il combattente della causa proletaria Vittorio Buttis? No. Come detto, Serrati ne dà un’immagine alquanto riduttiva etichettandolo come un “riformista” che discute “contro gli intemperanti, sulla necessità delle lotte serene e dei pacifici accordi, che possono condurre anche alla collaborazione”.2 Buttis in realtà in più occasioni si troverà in contiguità con gli IWW, ed in almeno due comizi sarà al fianco della “Madre dei Minatori”, Mother Jones, che “non fu socialista, ma per le battaglie degli sfruttati contro gli sfruttatori fu una leonessa”. Negli anni della guerra, ad esempio, si reca a Barre (Vermont) nonostante il veto del partito, dov’è in corso una disputa tra immigrati italiani e prende le difese dello scalpellino Natale Cardini3 (i due si erano già conosciuti al Sempione), avvicinatosi agli IWW, che ha accusato la sezione socialista di “crumiraggio”. A Barre, come è noto, il rapporto tra gli scalpellini italiani socialisti e gli anarchici rimarranno sempre tesissimi, soprattutto dopo l’omicidio dello scalpellino anarchico varesino Elia Corti ad opera del guardaspalle di Serrati (1903); dell’episodio non v’è però traccia nelle memorie di Buttis, che a quell’epoca si trova ancora al Sempione; anche ai feroci dissidi tra anarchici (in gran parte galleanisti antioganizzatori) e socialisti Buttis dedica solo fugaci passaggi.

Nel corso degli anni ’20 Buttis rimane attivo nella Federazione Socialista, che sta subendo in tutto il Paese un lento declino. Agli inizi degli anni ‘30 succede a Camboni nella direzione di Chicago della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, cui imprime un’impronta fortemente antifascista.

Vittorio Buttis muore a Chicago nel 1950. Per sua espressa volontà viene cremato e le sue ceneri vengono disperse per metà nel lago Michigan. Ma solo per metà. L’altra metà attraversa l’oceano e dopo un viaggio avventuroso raggiunge il Sempione. A fianco della grande lapide con incisi i nomi dei 58 caduti per la costruzione della galleria vengono depositate le ceneri di un uomo coraggioso, indomito, che ha difeso con tutte le sue forze gli uomini che bucavano la montagna. 

ALESSANDRO PELLEGATTA

 



1 Vittorio Buttis, Memorie di vita e di tempeste sociali, a cura di C. Bermani, Ediesse 2006. L’edizione originale venne pubblicata nel 1940 a Chicago con presentazione di Angelica Balabanoff e testimonianze di compagni di lotta, tra cui Giuseppe Emanuele Modigliani e Oddino Morgari, per onorare il 50° anno al “servizio fedele alla causa operaia e socialista” di Vittorio Buttis


2 Giacinto Menotti Serrati, Il buon vagabondo, «Almanacco Socialista», 1922.


3  Natale Cardini (Baveno, 1881 – Barre, 1936), scalpellino, militante socialista, attivo nei comitati pro Sacco e Vanzetti. Morì di TBC.




Pubblicato su: 2016-08-23 (151 letture)

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