Moduli
· Home
· Abbonati al giornale
· Archivio
· insiemecontroilrazzismo
· Volantini

Chi è Online
In questo momento ci sono, 0 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Languages


English French Italian

N°40 Pagine Marxiste - Agosto 2016
Il governo Renzi tra “assertività” finanziaria europea e “gioco in proprio”



 Nella pubblicistica contraria al governo Renzi si usa spesso definire l'attuale esecutivo come “il governo dei poteri forti” (perché gli altri lo erano di quelli “deboli”?); oppure “il governo dei banchieri” (come se anche qui gli altri governi, a modo loro, non lo siano stati).

Si tralascia così di mettere bene in evidenza che ogni governo borghese è comunque una “mediazione”  (più o meno riuscita) fra tutte le frazioni del capitale, e non l'espressione diretta di una sola parte di esso.

Il capitale finanziario assume certamente un peso per certi aspetti determinante nella definizione di una linea politica governativa, ma deve fare i conti con i centri economico-finanziari mondiali e di Area, con le altre branche dell'economia capitalistica, con i diversi livelli di concentrazione, di redditività e di radicamento sociale all'interno del suo stesso settore.

Ne deriva allora una risultante che non è “diretta espressione” di questo o quel Gruppo, di questa o quella Banca, né tanto meno di questo o quel banchiere; ma la mediana temporale ed instabile di un equilibrio di potere tra le varie correnti di affari. In cui quelle più internazionalizzate e “produttive” cercano di sconfiggere o comunque condizionare quelle rimaste attardate, all'interno di un ring pieno di scontri senza esclusione di colpi.

Ciò non significa che, nella situazione concreta in cui si trova ad operare, il governo Renzi non sia suo malgrado costretto ad un “interventismo supplementare” proprio sul terreno scivoloso del sistema bancario e del capitale finanziario. E questo compito esso lo sta assolvendo con tanta solerzia da “meritarsi” l'appoggio – pur sempre condizionato – dei “grand commis” della Finanza, oltre a quelli più noti dell'industria.

Molto scalpore mediatico ha fatto la vicenda delle quattro banche “rosse” (Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio, Banca delle Marche, Carichieti, Cassa di Risparmio di Ferrara), esposte per 8,5 miliardi di euro di “sofferenze”, e “salvate” con un apposito Decreto dal governo Renzi nel novembre scorso.

Tali ingenti perdite, in ottemperanza alle direttive U.E. in materia, sono state in parte “scaricate” sugli azionisti e gli obbligazionisti di tali istituti (con metodi sicuramente malavitosi ma ininfluenti sul senso del discorso che andremo a sviluppare), scatenando la reazione dei clienti “truffati” e la puntuale polemica politica sulle “ruberie”, sui “conflitti di interesse”, sulle “intercettazioni” ecc... Polemica caratterizzata anche dal fatto che il vice-presidente di una di queste banche (la Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio) fosse il padre dell'attuale ministra delle Riforme Costituzionali Maria Elena Boschi. 

 

INTERVIENE L'U.E.

Diversamente da qualche anno fa, quando in casi del genere le Banche Nazionali in prima persona intervenivano per “ricapitalizzare” con denaro pubblico la banca in sofferenza ed impedirne il tracollo (dalla Lehmann Brothers del 2007, all'ultima vicenda clamorosa dell’MPS di fine 2012-inizio 2013, salvata coi Monti-Bond), oggi l'incrudimento della concorrenza finanziaria ha fatto sì che anche l'U.E. deliberasse tutta una serie di provvedimenti finalizzati ad una selezione spietata nel settore, avente come fine supremo la redditività e la razionalizzazione dei costi.

Infatti, dal 1° luglio del 2014 la Commissione Europea tratta le iniziative “Salva-Banche” del tipo MPS come se fossero “aiuti di Stato”, non ritenendoli legittimi: e cioè incompatibili con i Trattati Europei in materia di Bilancio e di Stabilità economica.

Così come, proprio dall'inizio di quest'anno, in casi tipo quelli delle quattro banche su nominate, è prevista l'applicazione del cosiddetto “BAIL-IN” (“salvataggio interno”): con il ricorso alla raccolta di fondi “prelevandoli” direttamente da azionisti, obbligazionisti ed infine correntisti delle banche in questione (eccetto i depositi di PMI e di privati con meno di 100.000 euro sul conto corrente); facendo inoltre ricorso ad un FONDO DI RISOLUZIONE della Banca d'Italia (finanziato dal sistema bancario), avente come terminale di garanzia la CASSA DEPOSITI E PRESTITI.  

Una “catena di S. Antonio” finanziaria, atta a far galleggiare il sistema di alimentazione e speculazione monetaria del capitalismo, la quale alla fine non indugia per nulla nello scaricare comunque sulla “collettività” (cioè sui proletari iper-tassati) i costi finali del tragitto. Non per niente ad esempio - stando sempre al caso delle quattro banche - il gettito fiscale di oltre un miliardo dovuto per simili travasi di denaro TRA istituti a seguito del Decreto “Salva-Banche” (novembre 2015) sarà deducibile.

Praticamente col BAIL-IN l'assorbimento delle perdite, e quindi la ricapitalizzazione delle banche, avviene potendo disporre della riduzione del valore delle azioni e di alcuni crediti; o anche della loro conversione in azioni. Ovvero: svalutare azioni e crediti e riconvertirli in nuove azioni, in modo da assorbire le perdite e di conseguenza ricapitalizzare la banca. O creare una nuova entità che ne continui le funzioni essenziali.

E' stata questa - condita con salsa nostrana tramite il “Decreto Salva Banche” - la ricetta che Renzi ha dovuto applicare alle quattro banche in questione, dividendole in una parte “buona” e in una “cattiva” ed impedendo così l'applicazione conseguente del BAIL-IN.

In sostanza il Fondo di Risoluzione ha messo i soldi (3,6 miliardi di euro) in una “BAD BANK” (letteralmente “banca cattiva”) atta al recupero dei prestiti in sofferenza. Il tutto per ricapitalizzare la parte “buona” di questi istituti, assorbire le perdite di quella “cattiva”, e dotare quest'ultima di un capitale minimo atto alla sopravvivenza.

L'intervento del Fondo di Risoluzione è in sintonia col BAIL-IN; il salvataggio a tutti i costi dei “rami secchi” di queste banche è invece frutto di una interpretazione “in proprio” delle direttive U.E. da parte del governo Renzi.

Non è solo questione di salvaguardare il bacino di voti del partito di maggioranza (tra l'altro seriamente intaccato dalla vicenda dei “risparmiatori truffati”), ma anche di non inimicarsi la galassia italiana delle Banche Popolari e del Credito Cooperativo; galassia che, essendo composta da tanti piccoli istituti, contribuisce ad abbassare la produttività media delle aziende dell'imperialismo italiano.

Un “piccolo” mondo [?] finanziario, assai diffuso e radicato sul territorio italiano, legato a doppio filo con l'economia locale e con i suoi squilibri, che costituisce comunque una base di massa di risparmio e di investimento ad oggi ancora importante per gli equilibri politici e socio-economici del paese.

E che, detto en passant, spiega MOLTO l'attuale situazione di ristagno e passività sociale. Infatti, vasti strati della piccola borghesia e settori medio-alti del proletariato, per ora, nonostante le ventilate minacce di “esproprio” (che vedremo), non si sono trovati nella necessità di dare un sostegno attivo di massa alla pur significativa ondata populista, xenofoba ed “anti-Euro” che sta ancora attraversando il continente. In tutte le sue sfaccettature. 

 

“QUANTITATIVE EASING”

La BCE, nel gennaio del 2015, con il “QUANTITATIVE EASING” (Q.E.), cercava di tirare fuori l'U.E. dalla stagnazione immettendo sul mercato 60 miliardi di euro al mese sotto la forma di acquisto di Titoli di Stato (e altri Titoli), per un totale di 1.140 miliardi fino al settembre 2016, o comunque fino a che l'inflazione risalga al 2%.

Tale decisione veniva dopo precedenti tentativi di immissione di oltre 4.000 miliardi. Il provvedimento era passato tra i contrasti dei paesi dell'Europa Centrale e Baltica (Germania, Olanda, Estonia) ed i paesi del Sud Europa (Italia in testa). I primi contrari, i secondi favorevoli.

La Germania ad esempio non voleva vedersi costretta a comprare i Titoli di Stato italiani gravati dall'enorme Debito di questo paese (il 132% del PIL, diventato ora il 132, 7%), e che quindi potevano non essere restituiti alla scadenza.

L'Italia, a sua volta, vedeva nello “sdoganamento” dei suoi Titoli di Stato la possibilità di dilazionare i vincoli di Bilancio e riuscire lo stesso a “concorrere” nel quadro della sua bassa produttività complessiva.

Il compromesso raggiunto stabiliva che le Banche Centrali si sarebbero accollate l'80% dei rispettivi Titoli, lasciando alla BCE la copertura del solo 20% di essi; oltre al fatto che la quantità dei Titoli acquistati da quest'ultima non sarebbe stata in proporzione al Debito dei singoli paesi, ma alla quota di capitale detenuta da essi nella stessa BCE (25,6% della Germania; 17,5% dell'Italia, tanto per avere un metro di paragone).

In questa maniera però, la Germania si vedeva suo malgrado “contagiata” dalla stagnazione europea. E la BCE si confermava dal canto suo un organismo “spurio”; in cui i singoli Stati sono disposti a delegare SOLO UNA PARTE del potere monetario a livello “federale” ...

Praticamente Bruxelles puntava a favorire l'espansione della domanda (non più possibile con le keynesiane politiche sulla Spesa Pubblica) distribuendo una massa di liquidità monetaria a banche e privati che fino allora tenevano “al caldo” i Titoli. Una volta che questi sarebbero stati rimessi in circolo, avrebbero aumentato il loro valore: creando plusvalenze a chi li cede, più utili alle banche ed il calo dei tassi di interesse.

 Tutta questa “circolarità” ha dovuto però fare i conti con la dura realtà del capitale internazionale: squilibrato e non pianificabile.

Infatti, il calo dei tassi di interesse, che pur è avvenuto, non ha permesso una “ripresa” tale da almeno ridurre i “gap” di Area, dal momento che non è scritto da nessuna parte che i “nuovi investimenti” debbano, ad esempio, essere fatti in Italia piuttosto che in qualsiasi altro mercato. O che essi non finiscano nella speculazione. Fermo restando quella compressione salariale e quei tassi di disoccupazione che se da un lato “tengono bassi i costi” della forza-lavoro a vantaggio dei profitti, dall'altro impediscono il decollo della domanda interna.

Meglio allora la ripresa dell'inflazione? Se ciò avvenisse significherebbe a sua volta la riduzione del potere d'acquisto dei salari...

Non ci sono soluzioni economiche ai problemi economici del capitalismo. La soluzione è nel ribaltamento politico di questo sistema di sfruttamento e nella socializzazione dei mezzi di produzione. Fatto salvo il principio che la lotta rivendicativa sarà sempre fondamentale per accorpare ed addestrare la massa proletaria atta a compiere tale trapasso storico.

In poco più di un anno il Q.E. ha dovuto operare in un contesto mondiale di tassi d'interesse delle principali monete vicini allo zero, e quindi con pochi margini di manovra. Ha “tenuto in piedi” il sistema bancario europeo senza però poter invertire la rotta della stagnazione continentale.

Anzi: proprio tali margini ristretti hanno fatto sì che si riaccendesse lo scontro tra i vari Stati della U.E., tra i vari sistemi bancari e all'interno degli stessi. Con il coinvolgimento inevitabile dei singoli governi nazionali e dei singoli ministeri economici.

 

LOTTA MAI SOPITA TRA IMPERIALISMI

E' dell'aprile scorso l'esplosione di una nuova contesa partita da Berlino (e che ha visto diviso lo stesso governo tedesco) in merito alla questione dei Titoli di Stato già definiti con il Q.E. La Germania e la cordata “centro-nord europea” chiedono infatti di porre dei limiti all'ammontare di debito pubblico nei portafogli delle banche, sostenendo che questa è una condizione necessaria prima di adottare una Assicurazione Unica sui Depositi o di dotare il Fondo di Risoluzione di un paracadute finanziario (il già citato BAIL-IN).

E' un nuovo attacco sferrato all'area “sud europea”, prendendo come spunto il ruolo “troppo squilibrato” a favore dell'Italia & Company tenuto dalla BCE di Mario Draghi.

Ad esporsi in prima persona è il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, il quale denuncia il fatto che le banche europee detengano troppi Titoli di Stato nei loro portafogli, e che questo possa diventare un rischio qualora i loro conti pubblici andassero in crisi. Dunque: che le banche detentrici mettano a bilancio l'adeguata copertura finanziaria su di essi.

E' la rimessa in discussione del compromesso raggiunto con il Q.E. del gennaio 2015. E' la rimessa in discussione, tra l'altro, di un sistema bancario italiano pieno zeppo di Titoli di Stato. 

Infatti, a fronte di una quota di Titoli Pubblici U.E. dell'8,4% detenuti dalla Germania, del 2,8% dalla Francia, e del 2,9% dal Regno Unito, l'Italia ne ha il 13,1%, prima in Europa (dati Bankitalia, giugno 2013). Non solo: il rapporto percentuale tra Titoli Nazionali e Capitale in dotazione da parte delle banche vede l'Italia ancora in prima posizione, con un rapporto del 193%, seguita dalla stessa Germania con un 181%, poi dalla Spagna col 148%, ed infine dal Portogallo col 106% ... Per l'esattezza, essa conta un totale di 270 miliardi di euro di Titoli Pubblici, in BOT e BTP. Il doppio della media europea.

Dunque un sistema bancario inflazionato di Titoli Pubblici e Nazionali, che fa da attrito alla fluidità dei mercati monetari, ostruendo le arterie dalle quali banche ed imprese contano di realizzare profitti immediati ed elevati.

Su questo Renzi già in febbraio, nelle sedi europee, aveva espresso un veto su qualsiasi tentativo di mettere un tetto ai Titoli di Stato accatastati nel portafoglio delle banche. Era la risposta all'affondo olandese (ispirato da Schäuble) secondo cui nell'U.E. bisognava marciare verso una Assicurazione Unica sui Depositi e mettere un tetto ai Titoli a rischio, accantonando nel bilancio delle banche i fondi necessari a sostenere un probabile crollo del loro valore, proprio come si fa di norma coi prestiti delle imprese.

In pratica: un chiaro invito a razionalizzare e rafforzare il patrimonio delle banche italiane. Le quali si stanno pascendo su un andazzo che ancora considera i Titoli di Stato a rischio zero ...

Proprio su questi temi ad Amsterdam (22-23/4) si è tenuto un interlocutorio vertice ECOFIN dei ministri finanziari, in cui la “riduzione dei rischi” tedesco-olandese (coi distinguo della stessa Angela Merkel, e l'allineamento della Bundesbank con Draghi) non ha prevalso sulla “condivisione dei rischi”, essendo quest'ultima ancora troppo poco definita, secondo i paesi del Sud Europa, per poter “mettere mano” nell'immediato ai “privilegi” dei Titoli di Stato.

La linea dei “tassi più alti” invocata da Schäuble non è passata. Anzi, Draghi ha riaffermato l'attuale politica della BCE dei bassi tassi, rimandando ad ulteriori “riforme strutturali” (SIC) ed alla piena applicazione del Q.E. la possibilità di un rialzo inflazionistico interno al 2% che “ridia fiato” all'asfittico ciclo europeo.

Questo parziale sospiro di sollievo da parte del governo Renzi in sede europea, dove Draghi tra l'altro ha elogiato “la costituzione di un Fondo italiano per le banche in difficoltà”, magari permetterà questa estate a Renzi, in Commissione Europea, di rinviare nel DEF (Documento di Economia e Finanza) il pareggio di bilancio al 2019, ed auto-concedersi 14 e passa miliardi di flessibilità sul deficit di bilancio per l'anno prossimo... Anche se le “sorprese” potrebbero essere numerose. 

 

LA GUERRA FINANZIARIA IN ITALIA

Il contenzioso bancario nostrano si sta infatti spostando su territori non propriamente familiari per il “Giglio Magico” (la finanza lombardo-veneta ad esempio), a fronte di una BCE ed una Commissione Europea che mirano direttamente alla scarsa redditività del sistema bancario italiano.

La trasformazione delle Banche Popolari in SPA da parte del governo Renzi (giugno 2015) è stato un colpo di “allineamento” europeo e di razionalizzazione; ma i tempi e le modalità attraverso i quali queste ultime procedono nella loro concentrazione e razionalizzazione (vedi la guerra interna all'UBI, in cui si è attestata una corazzata bergamasco-bresciana per resistere alle scalate estere) non collimano con quelli di Bruxelles.

Inoltre dopo la vicenda delle “banche rosse”, si è aperto il capitolo di problematiche “fusioni” (vedi quella tra Banco Popolare e BPM, con 10 miliardi di “sofferenze” in due), fatte più per tappare i buchi (o le voragini) di qualche istituto finanziario che per rilanciarsi sul mercato. La Popolare di Vicenza, tanto per fare un nome, viene quotata in Borsa e le viene “forzatamente” aumentato il capitale a 1,75 miliardi, probabilmente con raggiri contabili e con un uso “allegro” di BOT, BTP, e “titoli tossici” ...

Le “coperture” più sostanziose a questa politica finanziaria Renzi se le è prese – come abbiamo già rilevato – proprio col Decreto sul Credito Cooperativo (6/04/ '16): smantellamento dell'indipendenza delle Banche di Credito Cooperativo (BCC), poste sotto il controllo di una Holding SPA, garanzia statale a copertura delle “sofferenze” bancarie ... E poi: pagamento degli “interessi sugli interessi” di un prestito; possibilità per le banche di togliere per via diretta la casa ai debitori che non riescono a pagare qualche rata (anche non consecutiva) di un mutuo.

E successivamente: intervento sulle imprese (Decreto Legge sulle banche del 4 maggio) per ridurre i crediti inesigibili netti, ammontanti a 83.079 euro nel febbraio scorso (dati ABI). Si tratterebbe della possibilità per una banca creditrice verso un'impresa, di potersi prendere l'immobile della stessa (forse anche beni immobiliari dell'imprenditore che non siano l'abitazione principale), nonché i macchinari, in caso di mancato pagamento di 7 rate di finanziamento (poi diventate 18), anche non consecutive. Si conta di risolvere i contenziosi in 7-8 mesi, e non più nei 40 attualmente stimati... Inoltre nasce il Registro dei Pegni presso l'Agenzia delle Entrate, ed il Registro dei Crediti a Rischio.

Non solo: con la creazione del “Fondo Salva-Banche ATLANTE” (iniziativa “privata” da 5 e passa miliardi di euro condotta dalla SGR QUAESTIO di Alessandro Penati, dalla CARIPLO, ed alla quale hanno contribuito 67 investitori) si intende “ricapitalizzare” le banche e liberarle dalle “sofferenze”, assicurando anche qui gli aumenti di capitale richiesti dall'Autorità di Vigilanza, senza incorrere nel BAIL-IN.

Ciò che non si riesce a fare adeguatamente in termini di efficienza (sia delle banche, sia della P.A.) lo si accorpa nel quasi dimenticato ruolo dello “Stato borghese espropriatore”. Vengono infatti in questa maniera toccati settori anche consistenti di piccola borghesia imprenditoriale sul versante di pesanti penalizzazioni, e di espropri – appunto - neppure troppo velati.

A tutto vantaggio del capitale finanziario. Anche se è unilaterale vedere solo tale aspetto del problema, trascurando il forte ruolo di consenso di massa e di ammortizzatore sociale svolto dal risparmio privato e dalla patrimonializzazione delle famiglie, che sono tra i primi al mondo.

E' una “via italiana” anche questa, condita col solito surplus di corruttela e malaffare.




Pubblicato su: 2016-08-23 (115 letture)

[ Indietro ]

 


You can syndicate our news using the file backend.php

   Get Firefox!