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N°40 Pagine Marxiste - Agosto 2016
I comunisti e l’Unione Europea



 In tutti i paesi europei troviamo partiti e organizzazioni pro-EU e partiti e organizzazioni anti-UE, che fanno campagna per l’uscita dall’euro o dalla stessa UE. I primi hanno carattere chiaramente imperialista, anche se ammantato di termini come “unione tra i popoli”, “pace”, “promozione del benessere”, “tutela dei diritti”, ecc., mentre tra i secondi prevale l’aspetto della contrapposizione di un presunto interesse nazionale ai diktat dei burocrati di Bruxelles o della “Troika” (che comprende anche l’FMI), o dei paesi egemoni in Europa, in particolare della Germania. Tra questi sono in prevalenza partiti populisti, della destra xenofoba, ma anche organizzazioni di tradizione stalinista (che riprendono le posizioni anti-UE del PCI filorusso fino agli anni ’70). Riteniamo che sarebbe un errore per dei comunisti associarsi, anche se con distinguo, alle posizioni del primo come del secondo schieramento, che hanno in comune l’assunzione del punto di vista degli Stati nazionali esistenti (borghesi), pur avendo posizioni contrapposte in merito alle scelte che questi dovrebbero fare.

A nostro parere la posizione dei comunisti deve avere una solida base di classe, a partire da una comprensione del carattere di classe della UE, e il nostro riferimento non devono essere gli Stati, ma il proletariato europeo e internazionale.

L’Europa è quella parte del continente eurasiatico in cui per ragioni storiche e geografiche si è per primo sviluppato il capitalismo, e quindi per un paio di secoli ha esteso il proprio dominio, diviso tra i suoi Stati, su buona parte del globo. È per contendersi questo dominio che tra gli Stati dell’Europa sono esplose le due grandi guerre mondiali, che hanno massacrato esseri umani a milioni.

La costituzione dell’Unione Europea – risultato di un processo iniziato nel 1951 con la Comunità Europea del Carbone e Acciaio, cui seguì nel 1956 il Mercato Comune Europeo (poi Comunità Europea e infine UE), allargatosi dai 6 paesi fondatori fino ai 28 attuali – è anche il riconoscimento dell’impossibilità per ciascun singolo Stato europeo di continuare a competere per l’egemonia mondiale contro colossi come gli Stati Uniti e l’URSS nei primi decenni, poi il Giappone e ora la Cina. Per poter competere con questi colossi sul terreno economico occorreva innanzitutto dotarsi di un ampio mercato interno attraverso l’abbattimento delle barriere doganali. La moneta comune coinvolge per ora un numero minore di paesi, e rappresenta il tentativo di costituire un polo monetario e finanziario in grado di competere con quello americano; la sua efficacia è peraltro ancora dubbia.

Nella sua sostanza la UE è un’area di libero scambio e quasi libera circolazione della forza lavoro, con barriere comuni verso l’esterno, cui si aggiungono una serie di istituzioni comuni in particolare in campo agricolo. La spinta a costituire il mercato unico è stata la necessità delle imprese con base in Europa di disporre di un mercato interno abbastanza grande per poter competere con le multinazionali americane (in seguito anche giapponesi, coreane, e ora anche cinesi ecc.). D’altra parte anche gli USA hanno favorito prima la ricostruzione dell’Europa occidentale dalle distruzioni belliche, poi la formazione del Mercato Comune, che favorisce anche le imprese USA soprattutto se hanno filiali europee.

Tuttavia gli USA, che in entrambe le guerre mondiali sono intervenuti per impedire la formazione di un blocco continentale europeo (ad egemonia tedesca), hanno contrastato ogni tentativo di andare oltre l’unione commerciale in direzione dell’unione politica e militare, che creerebbe una potenza unitaria con forza economica circa pari agli USA, e superiore ad essi nel campo industriale e commerciale, quindi un temibile rivale su scala mondiale. L’ingresso della Gran Bretagna prima e l’allargamento ad Est poi sono stati favoriti anche dagli USA in funzione di allentamento dell’asse franco-tedesco e di annacquamento della possibilità di centralizzazione politica (lo stesso scopo ha avuto l’appoggio USA alla candidatura della Turchia).

La UE, pur essendo un’unione tra Stati imperialisti, non può quindi essere considerata né uno Stato sovranazionale, né una potenza a tutti gli effetti, essendo un’aggregazione a vari gradi tra gli Stati partecipanti. Questi tuttavia ne sono condizionati sul terreno commerciale, della finanza pubblica e (area euro) della politica monetaria. Riteniamo tuttavia che il principale criterio di analisi non debba essere quello dei rapporti interstatali, ma quello dei rapporti di classe.

Gran parte dei rapporti economici sono rapporti tra imprese e tra queste e la forza lavoro, e solo in seconda battuta sono rapporti tra gli Stati che tali imprese rappresentano. Da questo punto di vista l’Unione Europea è una unione tra gruppi economici in concorrenza tra loro, ma uniti nella condivisione del mercato continentale, mediata dai rispettivi Stati, per esercitare lo sfruttamento sulla forza lavoro europea, uno sfruttamento che sempre più attraversa i confini nazionali, sia con la migrazione dei capitali e delle imprese, che con quella delle forze lavoro. Le regioni a minore sviluppo economico e bassi salari fungono sia da fornitrici di manodopera, che da aree per nuovi insediamenti industriali per le imprese dei paesi con più alti salari (vedi Germania in Polonia, Cekia, Italia in Romania e Albania, ecc.). Ma per il proletariato di questi paesi la questione è diversa: si tratta di decidere se farsi sfruttare in loco con un basso salario, o approfittare della libertà di circolazione interna (limitata fuori dell’area Schengen) per cercare un lavoro (e farsi sfruttare) in un paese a più alti salari. I flussi migratori interni, riducendo l’offerta di forza lavoro nei paesi a basso salario e accrescendola in quelli a più alti salari, tendono a ridurre i differenziali salariali tra aree, anche se non li eliminano, come ben dimostra il permanere dei differenziali interregionali interni a diversi paesi, tra cui l’Italia.

Tutti gli Stati membri della UE sono paesi industrializzati a capitalismo maturo ed elevata finanziarizzazione dell’economia, anche se con diversificato grado di sviluppo industriale e prodotto pro capite. Come risulta evidente dalla mappa allegata, fornita da Eurostat, l’ineguale sviluppo passa anche all’interno dei maggiori paesi dell’area. Il Meridione italiano si colloca, insieme all’area balcanica e paesi baltici, il Sud-Ovest della Spagna e regioni della Germania Orientale, sotto i tre quarti del prodotto pro-capite medio europeo, mentre la Lombardia è al di sopra del 125% della media europea, insieme alle più ricche regioni di Germania, Francia e Gran Bretagna. Ciò non significa che l’alto reddito medio di queste regioni si riversi in maniera generalizzata sui salari dei lavoratori locali. In Germania i “minijob” a basso salario sono diffusi anche nelle regioni ricche, e anche in Lombardia ampie e crescenti fasce del proletariato (non solo immigrati) lavorano in pessime condizioni per salari infimi. Ma questi fatti di per sé dimostrano quanto sia fuorviante dal punto di vista comunista porsi dal punto di vista degli Stati e non del proletariato.

Da un punto di vista di classe la divisione fondamentale non è tra borghesie di paesi ricchi e borghesie dei paesi a più basso reddito pro capite. Entrambe sfruttano il proletariato continentale, anche se le borghesie più forti con maggiore capacità di esportazione di capitale sfruttano in misura maggiore il proletariato esterno (anche alla UE). Le stesse imprese italiane hanno 1,5 milioni di dipendenti nelle proprie filiali estere. Non vi è “sfruttamento” né sistematica sottrazione di plusvalore da parte delle borghesie dei paesi più ricchi nei confronti di quelle dei paesi meno ricchi. Se un gruppo tedesco esternalizza la produzione di componenti in Cekia, si appropria di parte del plusvalore prodotto del proletariato ceco, ma con ciò non ha sottratto nulla alla borghesia ceca, così come con lo stabilimento di Melfi la FIAT non ha sottratto nulla alla borghesia lucana – semmai le ha dato opportunità di partecipare allo sfruttamento dell’indotto, oltre a trasferire denaro alla piccola/grande borghesia fondiaria meridionale con l’acquisto dei terreni. Lo stesso dicasi per la migrazione della forza lavoro: i cinque milioni di lavoratori che migrarono dal Mezzogiorno verso il Nord negli anni ’60 sono il medesimo fenomeno delle migrazioni dall’Est Europa verso Ovest. La differenza è che il livellamento dei salari all’interno dello Stato italiano (determinato anche dalla centralizzazione contrattuale a livello nazionale) ha contribuito alla “desertificazione industriale” del Sud (insieme all’assenza di infrastrutture e ai fenomeni mafiosi). I differenziali salariali tra i paesi baltici e balcanici e l’Europa “occidentale” (+ Scandinavia) rimangono molto elevati. Da questo punto di vista la borghesia meridionale italiana è stata danneggiata dall’unificazione italiana, diversamente dalle borghesie dell’Est o del Sud Europa, che hanno volontariamente aderito alla UE per poter partecipare al Mercato Unico con il vantaggio dei bassi salari, quindi dei minori costi e potenzialmente maggiori profitti.

Da un punto di vista comunista occorre evitare di cadere nella contrapposizione tra paesi (ricchi/poveri, dominanti/dominati (addirittura “semicoloniali”), conservatori/progressisti) che, quando reale, riguarda esclusivamente gli interessi borghesi, mentre occorre far leva sull’interesse all’unità di classe e alla solidarietà dei lavoratori dei paesi a più alti salari con i lavoratori dei paesi a basso salario, per un salario minimo europeo e comuni condizioni normative. Ciò va accompagnato alla denuncia di UE e UEM come istituzioni di carattere imperialistico, per rafforzare con l’unione alcune borghesie nella lotta per la spartizione del mercato mondiale, della stessa natura imperialista degli Stati membri. I tentativi, ancora molto deboli e minoritari, di costituire una Rete Europea di sindacati alternativi su posizioni di classe rappresentano un primo passo nella direzione giusta, mentre il percorso verso la formazione di un partito rivoluzionario europeo, fattore decisivo, non esiste per ora purtroppo neppure in embrione.

Lo slogan dell’uscita dalla UE, che ha come referente il proprio Stato e non la classe, diviene oggettivamente uno slogan pro Stati nazionali, pro ri-nazionalizzazione, e di contrapposizione tra paesi (sono forti i sentimenti anti-tedeschi nel Sud Europa), e inevitabilmente anche tra lavoratori di diversi paesi; peggio ancora lo slogan, che ha trovato sostenitori anche nella “sinistra”, per la formazione di un blocco mediterraneo contro un blocco mitteleuropeo. La posizione pro uscita dalla UE sarebbe anche propedeutica al ritorno alle barriere doganali e alla fine della libera circolazione delle persone, che certo non rientrano nell’interesse del proletariato. La campagna per l’uscita dell’Italia dalla UE serve in realtà, a destra ma anche a sinistra, a deviare la protesta dei lavoratori dal proprio padronato e governo borghese, e dal capitalismo in generale come sistema sociale, verso i “burocrati di Bruxelles”, il “potere oligarchico europeo”, il “superstato imperiale europeo”, “le vessazioni neocoloniali del nucleo duro della Ue”, che avrebbe fatto dell’Italia, insieme agli altri paesi mediterranei “colonia del grande capitale tedesco”.1 Sembra di risentire lo stesso nazionalismo straccione della retorica mussoliniana della “Grande proletaria” contro le “plutocrazie”, anche se da sinistra questi discorsi sono conditi con la tesi che “le élites economiche, [le] classi più ricche e [le] caste politiche e burocratiche di tutti paesi del continente” (notare come si evita di parlare di padroni, capitalisti, borghesi) “… non avrebbero mai avuto la forza di imporre paese per paese, ognuna direttamente contro il proprio popolo, quella drammatica distruzione delle conquiste sociali e democratiche che oggi stiamo vivendo”. Come se Matteo Renzi avesse avuto bisogno della bacchetta della Commissione Europea per far passare il suo Jobs Act, come se CGIL-CISL-UIL(-UGL) avessero proclamato solo uno (uno!) sciopero generale contro quella legge infame per paura dei “diktat” dei “burocrati di Bruxelles”, come se questi diktat fossero la causa della divisione tra i sindacatini ex di base che ha impedito un tentativo di generalizzazione della lotta di tipo francese.

Queste tesi che attribuiscono al “potere oligarchico europeo” la responsabilità per l’offensiva padronale-governativa in Italia costituiscono di fatto la copertura per padroni e governo. Se ciò che affermano fosse vero, la logica conseguenza sarebbe l’organizzazione di una azione comune con i lavoratori francesi, belgi ecc. in lotta contro l’offensiva antioperaia su scala europea, ma il ritornello degli “eurostop” è che la campagna e “l’accumulo delle forze” non possono che aver luogo sul piano nazionale. D’altra parte la loro opposizione alla UE non parte dalla sua natura di unione tra borghesie (tra cui quella italiana) per la lotta di spartizione del mercato mondiale, ma contro “l’esproprio della sovranità nazionale [italiana] in favore del board finanziario continentale”. Il punto di vista di questa “sinistra” è quello “nazionale” e nazionalista della borghesia Italiana in concorrenza con le altre borghesie europee, e oggettivamente va a coprire la natura imperialista dello Stato italiano. Anche qui, per vestire con i colori della sinistra il loro nazionalismo, gli “euro stop” accusano i poteri finanziari europei e americani per la pressione a modificare la Costituzione italiana e quelle mediterranee, “quasi socialiste”, e a tagliare lo “stato sociale”, come se la stessa cosa non avvenisse in tutti gli altri paesi, europei e non, sull’onda della pressione del mercato mondiale. Come se la Costituzione italiana non avesse garantito il mantenimento al potere dei “padroni del vapore” che dismessa la camicia nera si erano messa quella bianca (o rossa), e i rapporti di produzione borghesi; come se il welfare non fosse nato e cresciuto per primo in Europa centrale e nordica, Gran Bretagna inclusa. Un provincialismo nazionalista da strapazzo.

 

 

La questione del debito pubblico

Un altro aspetto dei rapporti interstatali europei è quello relativo ai bilanci degli Stati e al debito pubblico. La UE non ha potere fiscale, e il bilancio UE, alimentato dai contributi versati dagli Stati membri, è inferiore all’1% del PIL europeo; la redistribuzione interna (verso le regioni a più basso reddito) è contenuta all’interno di questa quota (anche se si tratta di importi significativi per paesi come la Polonia). Il trattato di Maastricht, che preparò l’unione monetaria, impose limiti europei a debito e deficit degli Stati membri (il primo limite non è mai stato rispettato dall’Italia, che vede un debito/PIL cresciuto oltre il 130%) per evitare il finanziamento monetario della spesa pubblica, che con una moneta comune trasferirebbe risorse dai paesi “virtuosi” a quelli spendaccioni (con le monete nazionali si traduceva nelle svalutazioni inflazionistiche, ossia nel recupero di competitività da parte della borghesia italiana attraverso la svalutazione dei salari italiani).

Date le diverse condizioni congiunturali delle varie aree europee, vi sono esigenze diverse nelle politiche di bilancio, con la Germania che privilegia la stabilità finanziaria, e alcuni Stati del Sud Europa, in fase di depressione, dove i governi vorrebbero ricorrere a politiche di bilancio più espansive (aumento del deficit) per creare domanda aggiuntiva con emissione di moneta. È la ricetta keynesiana, che Stati Uniti e Gran Bretagna hanno adottato nei primi anni della crisi iniziata nel 2008, per poi rientrare negli anni successivi. L’unione monetaria, in assenza di una unione politica e centralizzazione della finanza pubblica, impedisce questa flessibilità di bilancio tra i vari Stati dell’area euro. Occorre tuttavia chiarezza sulla natura del deficit e debito pubblico. Come anche la crisi greca ha permesso di evidenziare, il debito pubblico è un debito di classe, come di classe è il bilancio pubblico. Il deficit greco è l’altra faccia dell’esenzione fiscale di armatori e agricoltori e degli incentivi dati alle imprese. Non sono i lavoratori dipendenti, che pagano contributi e tasse in abbondanza, ad essere beneficiati dal deficit pubblico e dalla spesa pubblica che finanzia grande e piccola borghesia.

Il proletariato non ha quindi uno specifico interesse a rovesciare il Patto di stabilità europeo per poter espandere il debito pubblico, con conseguente aumento delle rendite finanziarie se finanziato con emissione di titoli di Stato, o dell’inflazione, se finanziato con emissione di moneta. La questione riguarda essenzialmente i rapporti tra le classi dominanti dei paesi membri: che la borghesia italiana – come quella degli altri paesi – paghi per il proprio Stato e non utilizzi il deficit pubblico per appropriarsi di quote supplementari di plusvalore! Interesse del proletariato è invece quello di non pagare due volte il welfare, prima con contributi e tasse, e poi ancora con i ticket sanitari ecc., di non mantenere due volte la borghesia, con il proprio lavoro e poi con le tasse, affitti spropositati ecc. In quest’ottica la cancellazione del debito pubblico non risponde a uno specifico interesse di classe del proletariato. I principali detentori del debito pubblico italiano sono le banche italiane. La cancellazione del debito pubblico comporterebbe la cancellazione dei titoli del debito pubblico, quindi il fallimento e la ri-nazionalizzazione delle banche, quindi alla fine dei conti lo Stato, per evitare il tracollo delle imprese e della produzione di plusvalore, dovrebbe coprire il buco lasciato dai titoli pubblici con nuove tasse, pagate pro quota dal proletariato. Ovviamente diverso sarebbe nel caso di presa del potere statale da parte del proletariato e l’espropriazione della borghesia.

La pur giusta denuncia della “Troika” (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) e l’opposizione alle sue ricette anti-operaie, in bocca ai partiti populisti e della stessa sinistra intermedista, ha finito con lo spostare la linea del fronte dal fronte di classe a quello tra nazioni e istituzioni internazionali, tra un presunto interesse nazionale e finanza internazionale. Come dimostra l’esperienza greca, questa posizione, in una fase di crisi sociale e politica acuta, diventa l’ultima ancora di salvezza del capitalismo. Nel denunciare la “Troika” occorre spiegare con chiarezza ai proletari che essa codifica e contrattualizza i diktat del capitale internazionale e del mercato mondiale. La crisi finanziaria europea (o meglio, del Sud-Europa) del 2011 ha dimostrato che anche in assenza di diktat della Troika sono i movimenti internazionali dei capitali, in fuga dai paesi individuati come “a rischio”, è il capitalismo come sistema di classe mondiale, ad imporre comunque misure di risanamento dei bilanci pubblici.

La situazione italiana pre-unione monetaria illustra bene la questione: a una politica di alti deficit pubblici (di svalutazione inflazionistica) corrispondevano alti interessi sul debito pubblico, quindi un forte trasferimento di plusvalore alla rendita finanziaria. L’uscita dalla UE senza “uscire dal capitalismo”, senza rovesciamento del potere borghese ricreerebbe situazioni analoghe per il Sud Europa, in cui a pagare sarebbe sempre chiamato il proletariato.

 

L’Unione Monetaria Europea (voluta non solo per contrastare il predominio del dollaro sul mercato mondiale, ma anche per porre le briglie europee al predominio del marco tedesco) pone problemi analoghi. Essa ha introdotto una serie di vincoli aggiuntivi tra i paesi aderenti, sintetizzati nel “Patto di stabilità”. È dubbio che la moneta unica abbia avvantaggiato nel loro complesso le economie dei paesi aderenti. Nel caso dell’Italia, anche se l’euro ha evitato traumi monetari che in passato hanno provocato molteplici svalutazioni della lira (e dei salari), vi è coincidenza temporale tra l’inizio dell’adeguamento ai parametri di Maastricht nel 1993-94 e l’inizio della lunga stagnazione dell’economia italiana – anche se stabilire un rapporto causa-effetto sarebbe un azzardo, data la molteplicità di fattori in campo (tra cui la debolezza della struttura produttiva italiana sia nella sua composizione settoriale che per il prevalere della piccola dimensione, e il peso del parassitismo).

Mentre in Italia e nei paesi del Sud Europa gli attacchi alla UE vertono sull’eccesso di “austerità” che viene imposta a questi paesi (in realtà questa austerità viene imposta non ai “paesi”, ma ai proletari di questi paesi) dalla Germania partono attacchi alla BCE di Draghi per la sua politica di tassi di interesse a zero, che garantendo bassi tassi anche a paesi con alto debito pubblico come l’Italia provocherebbero un trasferimento di ricchezza dai risparmiatori tedeschi agli Stati del Sud Europa, che non pagano quasi interessi sul proprio ingente debito. L’insufficiente austerità del Sud Europa ne imporrebbe una maggiore ai paesi virtuosi del Nord. Mentre in Italia i populisti alla Salvini e alla Grillo (cui si accodano di fatto la Rete dei Comunisti e Rifondazione) fanno leva sulla pancia della piccola borghesia ma anche degli strati inferiori del proletariato denunciando l’euro e in particolare la “prepotente” Germania come la causa dei sacrifici, i populisti del Nord Europa istigano i proletari tedeschi contro gli spendaccioni del Sud. Il cristiano-democratico olandese P. Omtzigt attacca una “BCE mediterranea” che ridistribuisce ricchezza dai risparmiatori del Nord ai governi indebitati del Sud” e il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble accusa Draghi per l’ascesa dei partito anti-europeo AfD. L’economista Hans-Werner Sinn calcola che i bassi tassi di interesse costano alla Germania  327 miliardi di trasferimenti verso i paesi del Sud, e secondo la DZ Bank a fine 2016, dopo 6 annidi tassi bassi, il cittadino medio tedesco avrà perso per questo motivo  2.450. La tesi della “colonizzazione” è rovesciata dagli esponenti della borghesia tedesca e olandese: le istituzioni europee tolgono ricchezza ai paesi virtuosi per trasferirla a quelli scialacquatori (i tedeschi risparmiano il 17% del reddito disponibile, gli italiani l’11%).

Queste posizioni rovesciano la tesi della “colonizzazione”, anche se non tengono conto del fatto che, ad esempio, con il “salvataggio” della Grecia in realtà si sono salvate le banche tedesche e francesi. Ma dal punto di vista del proletariato questa è una diatriba tra sezioni della borghesia, il cui presupposto è lo sfruttamento di decine di milioni di salariati in tutti i paesi europei.

Se non si rompe lo schema degli “interessi nazionali” per adottare quello degli interessi di classe (internazionali e trasversali alle nazioni) si rimane sul terreno delle borghesie e delle loro frazioni. Basti un dato: il 40% più povero dei tedeschi possiede una ricchezza inferiore al 40% più povero di tutti gli altri paesi dell’area euro. La ricchezza mediana delle famiglie tedesche (quella posseduta dalle famiglie che stanno a metà tra il 50% più povero e il 50% più ricco delle famiglie) è la più bassa tra i paesi dell’area euro. La ricchezza media (il totale dei patrimoni diviso per il numero delle persone) è invece più alta perché i tedeschi più ricchi sono molto più ricchi dei ricchi degli altri paesi. Parlare di “tedeschi” in generale non ha più senso che parlare di “greci” o di “italiani” in generale. I lavoratori tedeschi stanno pagando i vari job act tedeschi che hanno “flessibilizzato” il mercato del lavoro creando milioni di minijob pagati anche solo 5 euro l’ora, mentre la borghesia tedesca realizza crescenti profitti. I lavoratori tedeschi sono gli alleati dei lavoratori francesi, italiani, greci ecc., la lotta è tra i lavoratori di tutti i paesi e i padroni e i governi di tutti i paesi.

Come comunisti siamo contro l’Europa degli Stati dei padroni quanto lo siamo contro i singoli Stati dei padroni (e briganti imperialisti), a partire da quello di casa nostra. Ma proprio per questo non illudiamo i proletari italiani che la separazione dello Stato italiano dall’Unione Europea porterebbe loro vantaggio, che essi sarebbero più forti in uno Stato borghese la cui “sovranità” subirebbe comunque tutti i vincoli del mercato capitalistico mondiale, le cui tempeste sarebbero scaricate come sulle spalle dei lavoratori, con o senza Troika, come avviene ovunque nel mondo. Questa illusione nazionalista è oggi funzionale a nascondere il carattere di classe dell’offensiva contro i lavoratori per farla apparire opera di entità esterne (Bruxelles, i tedeschi) e deviare la rabbia e la protesta dei lavoratori da padroni e governo verso i loro amministratori di Bruxelles, a trasformare la lotta di classe in battaglia nazionalista.

La posizione dei comunisti deve essere quella di promuovere un fronte comune dei lavoratori del Continente contro i rispettivi sfruttatori, a livello nazionale come a livello europeo, per la difesa degli interessi comuni, sul fronte del lavoro come su quello dello stato sociale. La lotta dei lavoratori francesi contro il loro jobs act, seguiti dai lavoratori belgi, è un’occasione che andava colta per tempo proprio per superare la debolezza e divisione del movimento operaio in Italia, e mentre scriviamo è stata in gran parte persa, anche se va nella giusta direzione l’iniziativa di una manifestazione unitaria a Milano per il 4 giugno.

In un’ottica comunista, anche di obiettivi intermedi, si tratta quindi di far leva sulla contrapposizione degli interessi di classe e sulle rivendicazioni delle tutele per il proletariato, senza entrare nelle questioni che riguardano i rapporti inter-borghesi, anche se netta deve essere la denuncia del ruolo di classe borghese degli Stati nazionali e delle istituzioni internazionali, europee e globali, e della necessità della lotta di classe (e del partito rivoluzionario) per rovesciarli.




 



1) Relazione di Giorgio Cremaschi e altri interventi al convegno “Ital/EXIT: una via per rompere la gabbia dell’Unione Europea”, Napoli, 21 maggio 2016.




Pubblicato su: 2016-08-23 (129 letture)

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