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N°40 Pagine Marxiste - Agosto 2016
Sì all’indipendenza di classe, no alla “sovranità nazionale”!
Brexit

 


L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ancora tutta da contrattare, è il primo ridimensionamento di una “Comunità” che per 60 anni aveva continuato ad espandersi. Sull’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Europea aveva posto per anni un veto la Francia, che non voleva vedere il proprio peso ridimensionato dall’alleata-rivale.

L’Unione Europea, nata da esigenze economiche e geopolitiche, ha avuto un percorso storico lento e punteggiato da insuccessi e battute d’arresto, di cui il Brexit è un episodio, certamente importante ma non inatteso, già prefigurabile dopo le elezioni politiche del maggio 2015. La Gran Bretagna è fin dalla sua entrata nella UE un paese a forte componente euroscettica, che entra in Europa più per condizionarla che per farla velocemente progredire, tanto da essere individuata dagli euro-entusiasti come il cavallo di Troia degli Usa: a favore del Mercato Unico, ma contro ogni forma di centralizzazione politica. Un paese che conservava comunque una accentuata autonomia in politica estera, e si era integrato economicamente col continente, ma non nell’Euro e non in Schengen.

Quali saranno le conseguenze, sia per la UE che per la Gran Bretagna, che torna battitrice libera sul mercato mondiale ma è poco più d’un’ombra di quella che era stata la massima potenza imperiale, è ancora tutto da vedere. La City di Londra, che intermediando flussi finanziari riesce ad appropriarsi di circa 300 miliardi di euro di ricchezza prodotta altrove nel mondo (il 12% del PIL britannico) riuscirà a conservare la sua quota del parassitismo finanziario? Problema loro.

Una cosa è certa: i lavoratori britannici come quelli del Continente sono soggetti a una crescente pressione del padronato e solo lottando potranno evitare un peggioramento delle loro condizioni. Lasciando isolata la lotta contro la loi travail in Francia, i lavoratori inglesi, come tutti i lavoratori europei, hanno perso l’occasione per una risposta comune. Il fronte Brexit, in particolare, ha invece agitato i temi degli egoismi nazionali non solo contro gli altri Stati europei, ma anche contro gli altri lavoratori europei, specie contro quelli dei paesi dell’Est. Da questo appuntamento referendario quindi l’indipendenza di classe esce più debole che mai. Dai suoi brandelli i comunisti devono ripartire per ricostruire la tela dell’internazionalismo.

Per David Cameron il referendum, che era stato un impegno tattico per vincere le elezioni 2015 sull’onda del mugugno anti-europeo, si è trasformato in un boomerang che l’ha travolto. Pensava che, dopo l’accordo stipulato con la UE che lasciava un maggior spazio di manovra alla Gran Bretagna su immigrazione e finanza, il referendum sarebbe stato una passeggiata, ma non ha fatto bene i conti della forza dello schieramento Brexit, forza economica e influenza sociale. Nonostante i gruppi prevalenti dell’industria e della finanza si fossero espressi per il Remain, settori significativi dell’economia hanno sostenuto la Brexit e sono riusciti a utilizzare il malumore degli strati inferiori del proletariato, oltre che della piccola borghesia, verso lo “straniero”, tanto i burocrati che stanno a Bruxelles e che vogliono dettar legge che, soprattutto, gli immigrati che arrivano a “rubare il lavoro” ai britannici, accontentandosi di meno sterline.

La Brexit è stata perseguita con coerenza e determinazione da gruppi economici che vi hanno profuso risorse umane e finanziarie, trovando sul campo le persone giuste per propagandare i loro obiettivi, trasformando un espediente elettorale di Cameron in “scelta storica”. La Commissione elettorale del Regno Unito registra le donazioni superiori a 7.500 sterline: i dati finali pubblicati sul suo sito attribuiscono al remain £14 276 376 e al leave £17 558 509. Queste risorse ufficiali sono state utilizzate per volantini, manifesti, ma soprattutto per comprarsi spazi su televisioni e tabloid popolari.1

IN e OUT
Le organizzazioni padronali britanniche dell’industria e del Commercio si sono divise e così la Finanza. Il 50% dell’export inglese si rivolge all’Europa (e pesa per il 12,6% del PIL), le industrie collegate (veicoli a motore, componentistica meccanica ed elettronica, derivati del petrolio, farmaceutici, liquori) erano per il remain, e dopo il voto premono sul governo per evitare decisioni affrettate, perché si rimanga nel mercato unico, e chiedono misure di sostegno economico per affrontare la contingenza. Secondo i sondaggi della CBI, la Confindustria inglese, erano per il remain circa l’80% delle imprese, preoccupate per le conseguenze non solo sull’export in Europa ma anche sull’export legato ad accordi firmati come UE, che dovranno necessariamente essere rinegoziati. Ma l’intera Confindustria delle Midlands (Inghilterra centro-settentrionale, dove l’OUT ha vinto col 59%) ha finanziato il leave. Le ragioni dei gruppi industriali pro leave non sono omogenee, si va da PMI che valutano di poter pesare di più come azione di lobby su governo e parlamento inglese di quanto possano pesare a Bruxelles a PMI che vogliono misure protezionistiche. Ma ci sono anche settori che vogliono liberarsi dell’Europa perché la considerano un ostacolo per una maggiore proiezione internazionale, in particolare in Asia e Medio Oriente.
La Finanza si è divisa, favorevoli alla Brexit gli Hedge Fund, che ritengono di poter trarre dei vantaggi dal disordine monetario da essa indotto e comunque trovare giovamento dal sottrarsi alla legislazione comunitaria. Contraria in generale alla Brexit invece la City perché essa oggi funziona per investitori asiatici e mediorientali come base logistica per la penetrazione in Europa; banche e imprese estere sono presenti con le loro filiali, uffici legali e di rappresentanza ecc. Il rischio per la City è di perdere questa funzione a vantaggio di altre piazze come Parigi o Francoforte o comunque di vederla ridimensionata nel tempo. Il nuovo sindaco milanese Giuseppe Sala ha già parlato di un possibile ruolo persino per Milano. Le banche inglesi, a loro volta, perdono i “diritti di passaporto”, che permettono ad una banca o società di investimento britannica di commerciare liberamente in Europa.
A favore della Brexit in maggioranza gli agricoltori, ma anche l’edilizia.
Il mondo della ricerca teme per un eventuale venir meno dei fondi del Consiglio europeo che coprono al netto un quinto dei finanziamenti.

Le conseguenze del referendum nel Regno Unito ...
Gli esiti pratici non sono scontati né nei tempi né nei contenuti.
Nell’immediato c’è solo una formale comunicazione degli esiti del referendum alle istituzioni UE e la sospensione immediata dei 73 europarlamentari inglesi e del commissario alle Finanze Jonathan Hill.
Realizzata rapidamente la sostituzione di Cameron, è in atto un forte rimescolamento nei tre partiti principali per selezionare nuovo personale politico più adatto a gestire il dopo, attraverso una dura resa dei conti sia nel partito Tory che nel Labour, perché i due partiti erano entrambi spaccati, ma anche nell’UKIP apparentemente uscito vincitore dal referendum.2 Sia da parte europea che da parte britannica il referendum è considerato un punto di non ritorno.
Il nuovo governo dovrà valutare il concretizzarsi o meno delle spinte centrifughe e il rischio di distacco di Scozia e Irlanda del Nord dal Regno Unito, a quel punto “disunito”.3 Ma a qualche settimana dal referendum si è già fatta strada l’ipotesi che una parte dei fondi ora versati dalla Gran Bretagna all’Europa potrebbe essere sacrificata a Irlanda e Scozia per comprarne la permanenza entro i confini nazionali.
Sulle conseguenze economiche dell’uscita dalla UE per la Gran Bretagna i pareri sono controversi. C’è chi sottolinea che il non essere entrata nell’Euro ha giovato alla Gran Bretagna, in particolare ha retto meglio alla crisi del 2008.
Probabilmente si ridurranno quegli investimenti diretti dall’estero, ad esempio asiatici, che miravano a sfruttare la City come porta dell’Europa.4
Diplomatici e uomini d’affari cinesi, giapponesi, indiani prima del referendum hanno espresso il loro disappunto per la Brexit e il periodo di instabilità che inaugura.
Molti commentatori europei hanno insistito sul fatto che finora la GB ha avuto nelle missioni europee in termini di leadership un ruolo sproporzionato al suo peso economico e demografico; questo grazie all’appoggio Usa, alla tradizione imperiale che le permette di forgiare personale ben preparato (il suo contributo economico all’European Development Fund era pari al 14% mentre capeggiava un terzo delle missioni). D’ora in poi perderà questo vantaggio.
Disappunto ancora più forte per la vittoria del leave è stato espresso dal governo Usa. La permanenza del Regno Unito nell'Unione rispondeva a molteplici interessi USA: preservare la principale piattaforma finanziaria delle proprie multinazionali e banche sul mercato europeo; avere un proprio agente fidato e condizionante all'interno della UE. Era una presenza importante anche per far passare gli accordi TTIP, per controbilanciare l’Asia e la Cina in particolare. Una Gran Bretagna fuori dall’Europa è meno importante per gli Usa. Un veterano come Richard Haass ha commentato che il Regno Unito non è in grado di essere un partner reale per gli Usa, sarà distratto dal rischio secessione di Scozia e Irlanda, potrà dedicare meno risorse agli armamenti, sarà più povero. In quanto membro Nato continuerà a essere un partner militare, dato che anche da membro UE spesso si è smarcata dagli europei (vedi guerra in Iraq). Il punto di domanda è se reggerà lo stesso livello di spesa militare. Gli Usa devono cercarsi un altro alleato fidato, un altro “cavallo di Troia”.
Ma il malcontento Usa ha anche altre ragioni ed è legato a un elemento di cui si è parlato poco ma che indubbiamente ha pesato sul prevalere della Brexit: le recenti relazioni privilegiate della Gran Bretagna con la Cina, divenute palesi dopo il viaggio di Xi Jin Ping del 2015. Nell’ultimo anno a livello europeo si era delineato un contrasto fra una linea inglese più “aperturista” verso la Cina che, secondo accordi presi al momento di entrare nel WTO, nel 2017 dovrebbe vedersi riconosciuto lo status di “economia di mercato” con conseguente caduta dei dazi che oggi colpiscono i suoi prodotti, e una linea franco-ispanico-polacco-italiana, determinata a “contenere” l’offensiva dell’export cinese, in particolare nella siderurgia, nella componentistica auto, nei semiconduttori, vetro, ceramica e pannelli solari; con la Germania a metà perché comunque in grado di controbilanciare i danni della concorrenza cinese in patria con la maggiore penetrazione tedesca nel mercato cinese grazie a prodotti industriali altamente tecnologici, ad es. chimica e industria dei trasporti. Gli accordi anglo-cinesi conclusi nel 2015 sono stati di portata strategica. Fra 2005 e 2014 i cinesi avevano investito in tutto 29 miliardi di $ nel settore immobiliare e in prodotti finanziari. Nel 2015 BP e China National Petroleum Corporation siglano un’alleanza per sfruttare insieme il giacimento iracheno di Rumaila, oltre a joint venture per operare in Africa Occidentale e Mare del Nord. I cinesi si impegnano a investire 46 miliardi di $ nel programma nucleare britannico: l’EDF Energy inglese si è accordata con la China General Nuclear Power Corporation per costruire una centrale nucleare a Hinkley Point, il cui reattore sarà cinese. Altri investimenti riguarderanno innovazione e trasferimento di tecnologia, commercio, trasporti, salute e benessere, istruzione di alto livello, industrie creative, servizi all’industria. Dal 2015 al 2025 la Cina investirà 150 miliardi di $. La Gran Bretagna ha aderito alla Asian Investment Infrastructure Bank a guida cinese e ha ottenuto che uno dei cinque vicepresidenti sia inglese. Londra consente ora l’acquisto di bond in renminbi. Un altro accordo riguarda l’oro: il London Metal Exchange è il più importante luogo di compravendita di metalli, e potrà giovarsi di un accordo di collaborazione con la piazza di Shanghai, che può funzionare quando Londra è ancora chiusa. Il London Bullion Market, che stabilisce il prezzo dell’oro a livello mondiale, avrà un grosso vantaggio nel collaborare con l’analoga piazza di Shanghai, dal momento che la Cina è la prima produttrice e la prima consumatrice di oro e commercia una quota del 26% sul totale mondiale.
Tutto questo irrita profondamente gli Usa, ma giustifica le speranze di una parte del mondo economico inglese su un futuro luminoso per i profitti fuori dalla UE.

… e in Europa
Ma qualsiasi disegno inglese dovrà fare i conti anche con gli interessi dei partner europei e con i rapporti di forza interni ai “restanti” 27 paesi dell’Unione, nonché con le pressioni esercitate dall’esterno, dagli Usa in primis, ma anche dagli altri partner internazionali.

Quanto viene ridimensionata l’Europa a 27 rispetto a quella a 28?
Uno studio della European House Ambrosetti calcola che l’Europa subirà queste perdite:
meno 17,6% di PIL (pari a circa 2600 miliardi di €)
meno 8,5% di export (pari a 414 miliardi di €)
meno 12,8 % di abitanti (circa 63,8 milioni)
meno 14,2% di giovani (circa 12,5 milioni)
meno 13,8% di occupati (pari a circa 48 milioni)
meno 29,7% di spesa militare (pari a 56,5 miliardi di €)
Dopo le prime reazioni stizzite (vedi dichiarazioni di Juncker e di Schulz), i leader europei hanno di fatto accettato la pausa forzata fino ad ottobre e oltre. Questo comporta per i 27 un rischio instabilità a breve, con svalutazione dell’euro sul dollaro e rivalutazione sulla sterlina, oscillazioni di Borsa, stallo negli accordi economici internazionali ecc. Questo svantaggio, che consiglierebbe di affrettare i tempi, è compensato dalla speranza che gli effetti negativi immediati in Gran Bretagna influenzino l’elettorato potenzialmente euroscettico degli altri paesi. L’americano Pew Research Center ha svolto in sondaggio da cui emerge che se il 23 giugno si fosse votato in Grecia solo il 27% avrebbe scelto il remain, contro un 38% in Francia, un 47% in Spagna.
Ma la pausa consentirà di regolare i conti all’interno dei 27, fra chi cercherà di utilizzare la brexit per ottenere concessioni minacciando una uscita a breve (di qui il duro richiamo di Merkel al fatto che nessun altro paese godrà mai più in Europa dello status privilegiato di cui ha goduto la Gran Bretagna. Infatti per accedere al mercato comune europeo Islanda, Norvegia e Svizzera contribuiscono al bilancio e aderiscono a Schengen) e chi invece vuole utilizzare la crisi attuale per consolidare, a livello solo continentale, un imperialismo europeo più integrato nel fisco, nel bilancio, nell’esercito, la brexit quindi come opportunità di liberarsi della “zavorra” inglese. Questa seconda ipotesi implicherebbe un rafforzamento dell’asse franco-tedesco, attualmente un po’ allentato, con l’Italia nella stanza dei bottoni, sia pure in posizione di socio di minoranza. (Riquadro 1 – L’Italia, la Brexit e l’Italexit). La linea di puntare al rafforzamento di un nucleo duro europeo è per ora decisamente minoritaria, non si può tuttavia escluderla a priori e andrà monitorata nei prossimi mesi. Già alcune confindustrie europee insistono che la Gran Bretagna sia considerata da subito un paese terzo.

Il referendum come sondaggio sociale
Fin qui il rapporto fra paesi e fra blocchi imperialisti. Ma dal punto di vista delle classi sociali? Anche il referendum, come le elezioni, è un sondaggio sociale di grande interesse.
La partecipazione al voto è alta rispetto agli standard inglesi: il 72,2% degli elettori (in tutto 46,5 milioni) contro il 69,1% delle ultime elezioni politiche. L’OUT vince con il 51,9% e un vantaggio di 1 269 501 voti.
Il paese è spaccato geograficamente, ma soprattutto, come sempre, per età, livello di istruzione e di reddito.
Sinteticamente l’OUT vince in Galles e in Inghilterra (salvo Londra) con punte del 59% nelle Midlands, l’IN vince in Irlanda del Nord (56%) Scozia e Londra (60%).5 Gli elettori giovani, soprattutto universitari, hanno votato in maggioranza per restare in Europa, il contrario gli anziani.6 I giovani temono che la loro libertà di movimento sia limitata e la loro propensione a rimanere aumenta in relazione al grado di istruzione più elevato. Tuttavia, solo la metà degli under 34 ha votato, mentre hanno votato in massa gli anziani, mobilitati più efficacemente dal fronte Brexit. The Guardian sostiene che altri sondaggi dimostrano che non hanno votato soprattutto i giovani delle minoranze etniche, intimiditi dai fautori della Brexit (tutti bianchi) o assolutamente sfiduciati nei confronti delle istituzioni, spesso esclusi dalla istruzione universitaria e discriminati nella ricerca del lavoro. In generale sono i meno istruiti a premiare l’OUT.
Ma è una discriminante anche il reddito: la propensione al leave diminuisce con l’aumento del reddito. Il sito WSWS.org osserva che l’OUT è particolarmente alto fra chi guadagna meno di 15 mila £ l’anno, uno strato sociale che nelle elezioni del 2015 ha lasciato il Labour per rivolgersi all’UKIP di Farage.
Infine le grandi città dell’Inghilterra e del Galles hanno votato remain (Londra, ma anche Manchester, Cardiff, Bristol, Liverpool col 58%, Reading, York) tranne Birmingham. A far prevalere il leave sono state le aree rurali. Il grosso dei voti al leave è venuto dall’Inghilterra del Nord e dal Galles, zone depresse, deindustrializzate, un tempo roccaforte del Labour, votato da minatori e operai siderurgici, ma dove nel 2015 l’Ukip di Farage ha raccolto un sacco di voti, foraggiato alla grande dagli industriali locali. Il leave vince anche nei sobborghi a maggioranza operaia di Havering, Barking e Dagenham a Londra, e nei quartieri “poveri” di Liverpool e Newcastle.

Gli elettori e le ideologie
I leavers hanno puntato su due principali temi di propaganda: l’orgoglio nazionalista da un lato, dall’altro le paure legate all’ondata migratoria. I remain hanno giocato anch’essi sul tema della paura (il salto nel buio) che può trovare rassicurazione nella continuità (l’Europa).
Non c’è dubbio che la propaganda pro Brexit ha trovato terreno fertile nel disagio economico, cresciuto assieme alla crisi, disagio che coinvolge i lavoratori manuali ma anche fette di piccola borghesia urbana e rurale. Le ideologie scelte dai campi avversi erano quelle adatte a muovere l’elettorato, quindi il richiamo nazionalista al “British first” da un lato e la preoccupazione suscitata dall’immigrazione.
L’immigrazione che preoccupa è soprattutto quella comunitaria. Gli immigrati comunitari oggi in Gran Bretagna sono 2,1 milioni; l’85% lavora. Rappresentano ora il 6,8% della forza lavoro di 31,5 milioni di persone. Dieci anni fa la percentuale era del 2,6%, tre anni fa del 4,8 per cento. Il gruppo più numeroso sono i polacchi (883 mila), 411 mila sono irlandesi, 297 mila tedeschi, 229 mila rumeni, 204 mila italiani). Non portano via il lavoro a nessuno dal momento che il tasso di occupazione degli inglesi è ai massimi storici (74,2%). Se mai accettano salari più bassi e sono sindacalmente meno protetti e quindi “fanno concorrenza sleale” ai lavoratori inglesi. Se scattassero gli effetti della Brexit, tre quarti degli immigrati comunitari non avrebbero i requisiti per il visto. Gli effetti sull’economia inglese di un loro ritiro non è ancora stato valutato. Ma è comunque interessante che il leave ha prevalso nelle aree inglesi dove gli immigrati sono pochi (dati del National Office of Statistics), mentre dove la presenza immigrata è tangibile prevale il remain.7 Ha molta presa il tema che gli immigrati sfruttano un welfare pagato coi contributi dei lavoratori inglesi. Per questo Cameron aveva inserito nel suo programma elettorale la proposta di impedire agli immigrati comunitari l’accesso a scuola e sanità per i primi sette anni, durante i quali pagherebbero però regolarmente i contributi, e anche la proposta di tagliare gli assegni familiari a coloro che lasciano i figli e il coniuge nel paese d’origine. Mitigate dalla contrattazione con la UE, queste proposte torneranno in auge.
Su questa tematica è stato reclutato anche un 35% delle minoranze etniche, immigrati di seconda e terza generazione, in particolare indiani, pakistani e giamaicani, naturalizzati britannici che si sono schierati con il leave, perché temono l’invasione di altri immigrati che possano minacciare il benessere acquisito, in particolare temono l’immigrato est-europeo. La loro interprete è stata la deputata conservatrice di origine indiana, Priti Patel, che non a caso ha fatto anche campagna per una maggiore flessibilità del lavoro, per la demolizione delle residue garanzie per i lavoratori in nome di una “coraggiosa battaglia per la competitività sul mercato mondiale” .

La Brexit è un voto operaio? È un voto di sinistra?
Eppure ci sono gruppi di sinistra, anche italiani, che hanno definito la Brexit una vittoria operaia, il risultato delle campagne contro l’austerity imposta da Bruxelles alla classe operaia europea. Come se indebolire l’imperialismo europeo per aggiogare i lavoratori all’imperialismo inglese su posizioni xenofobe e nazionaliste fosse una conquista per la classe!   Certo, realizzata l’uscita dalla UE la borghesia inglese non potrà più dare la colpa ai burocrati di Bruxelles per le sue misure antioperaie, ma il fronte dei lavoratori esce indebolito dall’essere stato fatto schierare su due fronti entrambi borghesi.
Se un commento da sinistra si doveva fare, andava ribadito che la libertà di movimento delle persone, dei lavoratori in particolare è uno dei diritti fondamentali da difendere. Andava denunciato che i governi inglesi hanno usato il cosiddetto opting-out, cioè il diritto di non applicare le decisioni dell'Unione, in particolare contro le norme sociali che fissano degli standard minimi europei («protocollo sociale»). Certo i lavoratori non si possono affidare a queste “leggi europee”, in parte aggirate dalle legislazioni “applicative” nazionali (ad esempio il riposo giornaliero minimo di 11 ore in Italia non vale per i lavoratori impiegati su turni spezzati…), e la lotta è spesso l’unico modo per imporne l’applicazione, ma la propagazione degli “zero hour jobs”, praticamente il lavoro a chiamata, totalmente liberalizzati in Gran Bretagna è un esempio dell’applicazione della “sovranità” del padronato britannico senza vincoli europei (e senza resistenza operaia).

Conclusioni
La Brexit potrebbe innescare processi di disgregazione di un’Unione Europea già minata da spinte centrifughe. La cosa non ci spaventa, siamo contro il capitalismo e lo sfruttamento e oppressione dei lavoratori, e contro le politiche imperialiste che sono l’inevitabile proiezione esterna delle concentrazioni capitalistiche, sia direttamente da parte degli Stati nazionali che tramite alleanze tra Stati nazionali, quali la UE o la NATO.
Ma la disgregazione di queste alleanze è un fatto positivo dal punto di vista di classe solo nella misura in cui il proletariato, oltre a liberarsi delle ideologie dell’Europa “sociale”, dei “popoli”, si oppone anche al proprio governo, sia nella politica interna che nella sua proiezione all’estero. Le varie campagne per l’uscita dalla UE o dall’Euro sono invece tutte volte, anche sul lato “sinistro”, a fomentare sentimenti nazionali e l’avversione verso altri paesi (in Italia soprattutto contro la Germania). In queste campagne i soggetti sono gli Stati, le nazioni, mentre scompaiono le classi e quindi ogni accenno a un fronte comune tra proletari di diversi paesi – tra quelli europei in particolare, che hanno nella UE un avversario comune e politiche antioperaie simili dei rispettivi governi.
Nel quadro post-Brexit comunque, come comunisti dobbiamo fare leva sull’aumento delle contraddizioni inter-europee per impedire che i lavoratori vengano spinti a scontrarsi fra loro nel nome dell’europeismo o dell’autonomia nazionale o a sostegno della borghesia di casa propria contro le altre, e per fare sì che si uniscano per rovesciare le istituzioni che tutelano lo sfruttamento, nazionali o continentali o mondiali che siano.





1) Grandi gruppi come Murdoch hanno adottato una “doppia linea” sui propri giornali: il Times appoggiava il remain, il Sun nettamente i leavers; anche altri tabloid come il Daily Express, il Daily Mail erano per il leave.  

2) I tempi di questa resa dei conti travalica quelli di questo articolo.

Nel Partito Conservatore oltre a Cameron, sono via via saltati Ben Boris Johnson, che però nel nuovo gabinetto di Theresa May ha conquistato la prestigiosa carica di ministro degli Esteri, il conservatore ex sindaco di Londra considerato uno degli artefici della Brexit, il ministro della Giustizia britannico, Michael Gove, l'ex ministro della Difesa Liam Fox e la sottosegretaria al Tesoro, Andrea Leadsom, tutti e tre leavers. Si è imposta come capo dei Tory e Premier Theresa May, europeista tiepida, ex ministro che ha promesso di trasformare la Brexit “in un successo”.

Farange, a sorpresa ha lasciato l’UKIP; le sue dimissioni sono state decise dal principale finanziatore del suo Partito Aaron Banks, che desidera attirare al partito i delusi dei due partiti principali, con una linea più moderata.

Sul fronte opposto, Corbyn è stato sfiduciato dai suoi deputati (172 contro 40); tuttavia continua a rifiutare di dimettersi e si prepara dunque a ricandidarsi, contando sul sostegno della base del partito. Almeno un terzo degli elettori Labour hanno votato per il leave. I più anziani ricordano che fino al 1988 la linea Labour era fortemente antieuropea, ma poi per trent’anni è stata coerentemente filoeuropea. Tuttavia un certo numero di parlamentari ed esponenti Labour hanno fatto campagna per il Leave, ad esempio la scrittrice di colore impegnata nel sociale Dreda Say Mitchell, Gisela Stuart, deputata di origine tedesca, euroscettica da sempre sostenitrice della linea di interventismo militare di Tony Blair. I parlamentari vorrebbero imporre Angela Eagle al posto di Corbyn, perché avrebbe un forte appoggio tra gli iscritti, grazie a un profilo politico che la colloca nella sinistra del partito, sebbene su posizioni più morbide di quelle di Corbyn. Il quale è stato eletto con una robusta maggioranza (59,5%); inoltre ha dato un indubbio impulso al partito soprattutto fra i giovani: gli iscritti sono passati da 201 mila a 388 mila in 8 mesi (da maggio 2015 a gennaio 2016)

Indubbiamente Corbyn e il suo vice sono euroscettici da sinistra, cioè contro la politica antioperaia dell’Europa; hanno fatto una campagna per il remain senza nerbo, considerandola non importante, come del resto gli altri esponenti del Labour, che non ha mobilitato i propri attivisti, in particolare nei quartieri operai, mandandoli se mai nelle Università. 

3) In Scozia il remain ha vinto in tutte le circoscrizioni; dopo il voto il Parlamento scozzese ha dichiarato che chiederà un nuovo referendum per l’indipendenza per restare in Europa. In Irlanda il remain ha vinto, con punte molto alte dove il Sinn Fein è forte, ad es. 74% a Belfast West e 60% nel Mid Ulster; il Sinn Fein ha annunciato che chiederà un referendum per la riunificazione all’Irlanda, implicitamente rientrando in Europa. Dublino aspira anzi a recuperare una parte dell’attività di hub per l’Europa che oggi compete alla City.

4) Oggi il Regno Unito è la destinazione numero due dopo gli Usa per gli investimenti provenienti dai cosiddetti Paesi Emergenti, fra cui ci sono Cina e India. Nel 2015 il Regno Unito ha ricevuto 7,9 miliardi di $. Se si considera il periodo 2003-2015 i paesi emergenti hanno investito 149 miliardi di $ negli Usa, 83,2 miliardi nel regno Unito, 32,2 in Germania, 16,9 in Spagna, 9,2 in Olanda e 8,1 in Italia (dati del Financial Times).



7) Un dato poco noto e non utilizzato in campagna elettorale è che attualmente ci sono anche molti inglesi che vivono nello spazio UE. A parte gli 11 mila studenti inglesi che studiano in Spagna, Germania e Francia per usufruire delle tasse meno costose, gli espatriati stabili inglesi nei paesi comunitari sono 5 milioni, molti sono pensionati, anch’essi alla ricerca di un welfare più generoso e in generale per sfruttare i vantaggi di una moneta più forte (381 mila in Spagna, 353 mila in Irlanda, 172 mila in Francia, 97 mila in Germania, 72 mila in Italia ecc.).




Pubblicato su: 2016-08-23 (534 letture)

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