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N40 Pagine Marxiste - Agosto 2016
La FIOM getta la maschera



La notizia è nota da tempo: il comitato centrale della Fiom, a maggioranza, ha sanzionato 16 suoi iscritti del gruppo FCA (ex FIAT) facendoli decadere dai ruoli ricoperti, di rappresentanza (rsa o rls) o nei direttivi dell’organizzazione. La causa di un così grave provvedimento viene individuata nell’avere partecipato, i 16 sanzionati, a un coordinamento di lavoratori del gruppo FCA appartenenti a sigle sindacali diverse, la qual cosa viene ritenuta “incompatibile” con l’appartenenza alla Cgil. Il coordinamento incriminato in realtà si era riunito una sola volta e raggruppava lavoratori di Melfi, Cassino, Termoli e Atessa ed era stato creato per provare a dare una risposta di lotta unitaria contro lo strapotere padronale che vige nel gruppo FCA.

Cosa c’è dietro questa espulsione
Come mai Landini e i suoi luogotenenti si sono tanto agitati, al punto da esautorare dalle funzioni sindacali 16 militanti dell’organizzazione, per un coordinamento tra lavoratori? Non era stato Landini a lanciare, con enorme amplificazione mediatica una mai ben definita “coalizione sociale”? Un comportamento del genere potrebbe apparire schizofrenico: da un lato si dichiara di voler ampliare, mediante la “coalizione sociale” il fronte di opposizione alle politiche padronali e governative dall’altro si dichiarano incompatibili con la Cgil propri iscritti che volevano allargare il fronte a livello di gruppo FCA. In realtà la schizofrenia è solo apparente. A voler approfondire l’analisi di quello che sta dietro questa decisione del comitato centrale Fiom si scopre che in realtà Landini e soci sono molti più “coerenti“ di quanto i potrebbe sembrare a un osservatore superficiale. Va rilevato che la fantomatica “coalizione sociale” (nessuno ha ancora capito esattamente cosa sia) è aperta ad associazioni e gruppi interclassisti, del tutto in sintonia con il sistema di sfruttamento capitalistico (da Libera all’Arci) ma è chiusa, anzi chiusissima, nei confronti dei sindacati di base che, guarda caso, sono gli unici sindacati che in Italia non subordinano gli interessi dei lavoratori al profitto dei capitalisti e alle “compatibilità dell’economia nazionale”. Se a ciò aggiungiamo che negli ultimi mesi, dopo anni di polemiche, la Fiom si è riavvicinata ai sindacati gialli Fim e Uilm possiamo capire meglio con chi intendono “coalizzarsi” Landini e compari. E scavando bene a fondo, si capisce che per i dirigenti Fiom la colpa “effettiva” dei 16 militanti non è quella ufficiale, ridicola e pretestuosa, ma quella di avere organizzato lotte “vere” nelle fabbriche FCA per la tutela dei lavoratori. In sostanza i delegati sanzionati hanno semplicemente fatto il loro dovere di sindacalisti organizzando una serie di scioperi contro i sabati comandati e, dato che questi scioperi hanno avuto seguito tra i FCA lavoratori, esasperati da turni massacranti, ritmi insostenibili e ricatti della dirigenza (nello stabilimento di Termoli a febbraio c’è stato addirittura un corteo interno dei lavoratori), ciò ha suscitato preoccupazione di Landini, sempre pronto a tendere, lontano dai riflettori delle telecamere, la mano alle esigenze dei padroni. L’azione di questi coraggiosi delegati ha veramente rotto le uova nel paniere al gruppo dirigente Fiom decisamente orientato a garantirsi la propria sopravvivenza non grazie al consenso ottenuto tra i lavoratori ma attraverso un comportamento “responsabile” nei confronti del padronato e del governo, con tanti saluti a quei tanti lavoratori che riponevano fiducia nella “diversità” della Fiom.

L’espulsione come metodo per tacitare il dissenso
Ovviamente l’emarginazione dei sindacalisti che avevano condotto la lotta alla FCA non poteva passare inosservata: il dissenso contro questa porcata è molto diffuso, ci sono stati documenti e prese di posizione di lavoratori iscritti alla Cgil, di avvocati, di intellettuali (ha firmato in solidarietà anche il famosissimo intellettuale dissidente americano Noam Chomsky). Ma i boss della Fiom non si sono fatti impietosire dalle firme più o meno illustri. Del resto cosa altro ci si poteva aspettare? Solo poche settimane fa Landini ha cantato le lodi di Marchionne che avrebbe “salvato la FIAT dal fallimento” e per questo avrebbe dimostrato le sue capacità di manager. Naturalmente Landini ha accuratamente evitato di dire che Marchionne ha ottenuto questo risultato solo spremendo come limoni i suoi operai.
In realtà il gruppo dirigente Fiom non è che non abbia proprio preso in considerazione il dissenso che montava nonostante l’ovvio silenzio dei media compiacenti. Lo ha fatto ma nel senso esattamente opposto a quello che si aspettavano i delegati FCA, gli iscritti Cgil e gli intellettuali che firmavano appelli: ha “licenziato in tronco” Bellavita, il leader dell’opposizione interna della Cgil che lavorava appunto nella Fiom, rispedendolo a lavorare in fabbrica entro una manciata di giorni. Anche in questo caso motivazioni ufficiali ridicole per un provvedimento che suona come un sinistro avvertimento a tutti gli oppositori interni alla linea disfattista (nei confronti dei lavoratori) della Cgil.

Un bilancio è necessario
Indubbiamente la recente evoluzione della Fiom susciterà sconcerto tra quei lavoratori che vedevano in essa un baluardo rispetto alla politica degli altri sindacati di subordinazione totale agli interessi dei padroni. Tuttavia, anche per evitare che lo sconforto si tramuti in ulteriore disgregazione e demoralizzazione riteniamo necessario un bilancio critico del ruolo giocato in questi ultimi anni dalla Fiom. Per questo bilancio non bisogna far altro che analizzare il comportamento pratico della Fiom nei casi di vertenze conosciute anche ai non addetti ai lavori, a cominciare proprio dalla FCA. A guardare senza paraocchi ideologici e lasciando perdere la narrazione a uso e consumo dei mass media, il gruppo dirigente Fiom in concreto ben poco ha fatto per contrastare con una lotta determinata e coerente a Pomigliano il famigerato piano Marchionne che anche il più sprovveduto dei lavoratori sapeva essere un piano “apripista” per il peggioramento radicale delle condizioni di lavoro nel gruppo Fiat e da lì a cascata per tutti i metalmeccanici e poi per tutti i lavoratori in Italia. A Pomigliano Landini e i suoi hanno scelto la strada della “rappresentazione” dello scontro invece dello scontro reale. Facendosi scudo della oggettiva debolezza (e quindi scarsa disponibilità alla lotta dei lavoratori di Pomigliano, con migliaia di cassintegrati e quindi seriamente ricattabili di cancellazione dei posti di lavoro), la Fiom si è ben guardata dal chiamare alla lotta solidale tutti i lavoratori metalmeccanici (ma neanche solo quelli dell’allora Fiat). Ha cioè evitato di fare la sola cosa possibile in quel contesto, forzare la debolezza di partenza locale con una discesa in campo del corpo, per tradizione, più organizzato della classe lavoratrice italiana. La discesa in campo di tutti i metalmeccanici a fianco degli operai di Pomigliano avrebbe indebolito la posizione di Marchionne che allora era partito come “avanguardia” e dato una dimostrazione a tutto il padronato italiano che su certe garanzie non si tratta. Il gruppo dirigente Fiom ha preferito invece puntare sulla battaglia nelle aule dei tribunali che non può mai essere un sostituto della lotta ai cancelli e nelle piazze, al massimo può essere uno strumenti in aggiunta a quelle. Dopo che l’inevitabile sconfitta si è consumata a Pomigliano, con tempi supplementari e nuova sconfitta a Mirafiori, la Fiom ha giocato la partita di una nuova “rappresentazione dello scontro” chiamando delegati da tutta Italia per bloccare la Fiat di Pomigliano (sarebbe opportuno dire chiudere la stalla quando i buoi son scappati). Ma anche questa era una farsa. I blocchi della Fiom erano solo simbolici, buoni solo per stampa e tv: mentre Landini e i suoi recitavano la commedia del blocco che non bloccava nulla in alcuni cancelli di ingresso della fabbrica di Pomigliano (per poi sloggiare non appena la polizia ha stabilito che il tempo della rappresentazione teatrale era scaduto), i cassintegrati Fiat e i militanti solidali che bloccavano in contemporanea altri cancelli, sul serio e non per finta come stava facendo Landini, hanno preso le legnate “vere” della polizia. Certamente con la vittoria alla Fiat il padronato intero d’Italia si è ringalluzzito. E qui son nate le condizioni per l’assalto finale a ciò che ancora resisteva di garanzie per i lavoratori italiani.
Consumata questa ennesima sconfitta storica, come ha reagito il gruppo dirigente Fiom? Ha forse fatto autocritica sul modo fallimentare di gestire la vertenza Fiat, ponendo così i presupposti per un indispensabile cambio di rotta? Neanche per sogno! Landini, dopo un breve flirt con l’allora astro nascente della politica borghese italiana, Renzi, ha ripreso con maggiore enfasi, a uso e consumo dei talk show televisivi, a giocare il ruolo di capopolo, di integerrimo difensore dei lavoratori senza mai però uscire da un massimalismo parolaio accompagnato da ulteriori, puntuali come il susseguirsi delle stagioni, sbracamenti al momento del dunque nelle vertenze più significative, dalle Acciaierie di Terni alla Elettrolux alla Titan, e qui l’elenco delle vittorie padronali e delle disfatte operaie sarebbe davvero troppo lungo. Ma anche spostando l’angolo visuale dal ristretto perimetro dei metalmeccanici sul piano generale, in che modo si è distinta la Fiom dal resto della Cgil e dagli altri sindacati di regime? Contro il Jobs’ act varato dal governo Renzi la Fiom ha certo fornito la “truppa” più consistente nelle manifestazioni e negli scioperi territoriali della Cgil e poi nello sciopero fuori tempo massimo del 12 dicembre 2014. In che modo ha fatto valere il proprio peso per “imporre” alla Cgil una lotta ad oltranza fino all’eliminazione dell’infame legge del governo Renzi ed evitare così una nuova devastante sconfitta per la classe lavoratrice? Anche qui tante chiacchiere al vento a uso delle telecamere, come quelle relative a “occupazioni di fabbriche” (i cuori di tanti militanti di sinistra si sono riscaldati al solo nominare questa prospettiva ma, come al solito, di occupazioni di fabbriche non se ne sono viste) ma fatti concreti niente. La Fiom così come il resto della Cgil hanno vaneggiato di una presunta battaglia da condurre fabbrica per fabbrica per impedire l’applicazione della legge, qualcuno ha tirato fuori senza troppa convinzione l’ipotesi di un referendum abrogativo ma in sostanza non si è fatto niente di concreto, così come non si era fatto niente di concreto contro la riforma delle pensioni di Monti-Fornero e lo svuotamento dell’articolo 18 della diabolica coppia Monti-Fornero.

Una riflessione per ripartire
In sostanza, senza ombra di dubbio, si può dire che il bilancio dell’operato della Fiom è non semplicemente negativo ma addirittura disastroso. Possiamo sostenere con questo che la responsabilità intera dello stato disastroso in cui versa la classe lavoratrice italiana sia da ascrivere totalmente al gruppo dirigente della Fiom e in generale della Cgil? Noi, a differenza di molti gruppi della sinistra rivoluzionaria, non crediamo che questa sia la risposta, anche se riteniamo queste organizzazioni sindacali totalmente funzionali al sistema capitalistico (luogotenenti del capitale nella classe operaia diceva il grande marxista statunitense Daniel De Leon). La ragione principale della situazione disastrosa in cui versa la classe lavoratrice in Italia è principalmente causata dalla … classe lavoratrice stessa : è questa infatti che ha perso ogni spirito combattivo, è la classe lavoratrice stessa che, malgrado l’aumentare delle disuguaglianze, della povertà, assoluta e relativa, lo sfruttamento crescente in tutti i settori lavorativi, si illude ancora che le condizioni di benessere artificiale che il sistema capitalista era riuscito, per diversi decenni, a garantire in un pugno ristretto di paesi imperialisti possano durare in eterno o quantomeno essere ripristinate “quando passerà la crisi”. E’ la classe lavoratrice che non si sente “altro” da questo marcio sistema capitalistico ma se ne sente parte integrante ed è sempre la classe lavoratrice che ha smarrito il senso della solidarietà di classe per cui anche quando è costretta a lottare, per esempio per difendere i posti di lavoro a rischio di sparizione, non si appella ai propri fratelli di classe, agli altri operai, agli altri impiegati o tecnici, ma a vescovi, sindaci o governatori come purtroppo tutti i compagni hanno potuto constatare nel corso delle innumerevoli vertenze di questi ultimi anni. In altre parole possiamo dire che oggi la classe operaia ha totalmente smarrito la sua coscienza. Questo è il vero motivo per cui miserabili personaggi come Camusso possono comparire tra gli operai senza dover scappare sotto una pioggia di bulloni e sassi, ed è questo il motivo per cui un mediocre fanfarone come Landini può apparire un capopolo. Secondo noi se non si parte dal riconoscere questa situazione non si faranno mai passi in avanti e si continuerà ad abbaiare alla luna.
La coscienza di classe è ai minimi termini ma non sarà una “maledizione” eterna. Pensare che questa passività e, conseguentemente, la pace sociale possano essere il paesaggio permanente delle nostre città è assurdo. Le contraddizioni della società capitalistica sono sempre presenti e la condizione del lavoratore è destinata ad aggravarsi : già ora la precarietà e l’insicurezza sono regola comune, ma saranno destinate ad aggravarsi sotto il fardello delle leggi che già sono state approvate negli ultimi anni, dal Jobs’ act che impedirà per sempre ai giovani di avere un lavoro stabile, alle riforme delle pensioni che avranno come conseguenza assegni dall’importo assolutamente inadeguato a garantire un’esistenza dignitosa. A un certo punto, il tappo salta e le tensioni sotterranee, covate da anni e anni sotto la cenere, vengono a esplodere e in tempi più veloci di quanto ci si possa immaginare la classe lavoratrice o i giovani senza futuro ritrovano nella rivolta aperta la loro identità prima e, anche se non in termini immediati, la loro coscienza. Quel che sta succedendo in questi mesi in Francia sta lì, ancora una volta a dimostrarcelo. Nessuno però è in grado di sapere in anticipo quando la maturazione delle contraddizioni sarà in grado di fare esplodere la lotta attraverso la quale la classe lavoratrice ritroverà se stessa e, nella battaglia, il collegamento con il suo passato e il suo futuro. Nel frattempo noi, i militanti proletari cosa dobbiamo fare? Escludendo una attesa inerte di eventi futuri che non si sa quando si potranno realizzare, è necessario agire fin da ora in modo tale da poter gettare basi solide su cui le lotte di domani potranno avere appoggio, evitando così di dover sempre ricominciare da capo. Pertanto è necessario da subito sgomberare il campo da quelle pericolose illusioni che hanno come effetto quello di ritardare l’esplosione o di incanalarla su un binario morto non appena si manifesti. E qui diciamo, senza girare intorno alle cose, che gli attuali sindacati di regime sono irrecuperabili. Illudersi ancora oggi che in futuro un’organizzazione come la Cgil, marcia fino al midollo, possa essere recuperata a una linea di classe è evitare di fare i conti non solo con la storia, cosa che in teoria dovrebbe essere scontato per dei militanti proletari, soprattutto se di lungo corso, ma anche con le vicende quotidiane. E “il fattaccio” dei delegati Fca fa parte di questo quotidiano: se lotti per difenderti dal padrone, anche da un punto di vista esclusivamente rivendicativo, non puoi non constatare che troverai a sbarrarti la strada non solo il padrone, i suoi poliziotti e i suoi giudici ma anche i “suoi” sindacalisti. E questo se nelle situazioni dei diversi paesi può verificarsi in forme diverse al punto che in alcuni contesti può ancora essere efficace un uso “tattico” dei sindacati ufficiali, in nessun caso questo uso tattico dei sindacati di regime può essere applicabile in paesi come l’Italia (o la Cina o l’Egitto). E non ci si venga a raccontare la storiella che bisogna stare nei sindacati di regime perché questi raccolgono milioni di lavoratori: in Cina e in Egitto i lavoratori per poter lottare sono stati costretti a crearsi da soli i loro sindacati. L’esperienza del Brasile, con i milioni di lavoratori che seguono Conlutas, dimostra che i proletari combattivi, che vogliono difendersi e attaccare il sistema del profitto, possono darsi strumenti adeguati senza dover passare tre quarti del loro tempo a ingaggiare estenuanti mediazioni con quel particolare reparto di controrivoluzionari di professione che sono i burocrati sindacali.
Per restare al terreno italiano ci sembra evidente che fatti come questi dei provvedimenti disciplinari a carico dei delegati Fca e la radiazione di Bellavita devono essere materia di riflessione: è ora che qui in Italia si cominci a lavorare seriamente per la ricostruzione di un autentico sindacato di classe capace di superare la frammentazione degli attuali sindacati di base che, comunque, al di là di tutti i loro non pochi limiti, sono l’unico punto di appoggio, reale e non immaginario, di cui dispone la classe lavoratrice oggi in Italia.
Quali saranno le tappe e i tempi con cui si arriverà alla costituzione di questo necessario strumento della classe operaia in Italia non possiamo sapere. Ci piace però ricordare l’esempio del gennaio 1905 quando negli Stati Uniti, a Chicago, si incontrarono i dirigenti operai, di diverse tendenze politiche, che per vie diverse erano giunti alla conclusione della necessità di costruire un sindacato nuovo (One Big Union), totalmente alternativo al corrottissimo sindacato di regime AFL. Da quella riunione si avviò il processo che portò alla Convenzione di Chicago del giugno 1905 che determinò la nascita della più importante organizzazione di classe della storia degli Stati Uniti, gli Industrial Workers of the world.
Oggi come ieri risuoni il grido di battaglia del proletariato militante:

ONE BIG UNION!







Pubblicato su: 2016-08-23 (694 letture)

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