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N░39 Pagine Marxiste - Gennaio 2016
Il rientro della Russia nel Mediterraneo apre una fase di ulteriore instabilitÓ

Il rientro dell'imperialismo russo, da protagonista nella partita mediorientale, con l'intervento militare diretto in Siria, è il punto di arrivo di una strategia di Putin, ma è stato reso possibile da una presenza americana volutamente inefficace e dal caos indotto da interventi unilaterali delle potenze regionali. Esso costringe gli imperialismi a riposizionarsi e mette in luce importanti cambiamenti nelle alleanze, sempre più fluide, sempre più instabili. Aggiunge miccia all'incendio che sta distruggendo uomini e cose in una dimensione mai vista.


 La Russia è stata di fatto estromessa come grande potenza dal Medio Oriente nel 1991, all’epoca dell’intervento capeggiato dagli Usa contro Saddam Hussein, reo di aver invaso il Kuwait. Crollato il muro di Berlino, implosa l’economia, l’Urss era in piena fase di sfaldamento, alle prese con una serie di conflitti nel Caucaso. Non si oppose alla spedizione del 1991, come del resto ebbe scarsa incidenza sugli esiti dei conflitti nella ex Jugoslavia. Perso come alleato l’Iraq e anche lo Yemen del sud, in Medio Oriente l’influenza russa si ridusse alla sola alleanza con la Siria (che a sua volta è stata presente con reparti militari in Libano almeno fino al 2005) e a rapporti mediamente buoni con l’Iran.

Nel contempo l’espansione nell’Est Europa della Nato ha aumentato la pressione sulla Russia “accerchiata”. Fra il 1994 e il 2000 la lunga e sanguinosissima guerra in Cecenia logora pesantemente la tenuta dell’esercito russo, mentre anche l’apparato industrial- militare, rimasto sostanzialmente sotto il controllo dello stato, necessita di un intervento di svecchiamento, per contrastare il crollo dell’export di armi. Probabilmente per questo fra il 2000 e il 2008, pur utilizzando in sede Onu il suo diritto di veto, spesso in alleanza con la Cina, la Russia ha evitato ogni coinvolgimento militare diretto.

Intensa invece l’attività diplomatica ed economica per consolidare un’area di influenza sullo spazio ex sovietico; in particolare Putin ha mirato principalmente al consolidamento dei rapporti diplomatici e all’integrazione economica delle cinque repubbliche centro asiatiche ex Sovietiche e con Ucraina e Bielorussia.1

Le risorse energetiche sono centrali in questa strategia russa e quindi lo è anche la difesa di sfere di influenza che ne garantiscono l’export, come ad es. il Caucaso. Ecco perché a sorpresa la Russia ha reagito militarmente nel 2008 al tentativo del governo filo-Usa della Georgia di espellere dall’Ossezia del Sud e dall’Abkhazia le truppe russe, che vi stazionavano su mandato Onu. Gli Usa accettano il fatto compiuto, mentre alcuni paesi europei fra cui Francia, Germania e Italia si schierano per il rispetto dello status quo precedente il conflitto.

Nella stessa ottica la Russia influenza pesantemente la politica interna dell’Ucraina, sia per la presenza di una forte minoranza russa, sia perché da lì passano molti oleodotti diretti in Europa, sia per la forte dipendenza dell’apparato militar-industriale dall’export ucraino, sia per l’interesse militare della Russia per il Mar Nero e per la base di Sebastopoli, che consente alla sua flotta di accedere velocemente al Mar Mediterraneo, alla penisola balcanica e al Medio Oriente (in più la Crimea dista pochi chilometri dal Caucaso). Di qui la decisione, nel corso della crisi scoppiata nel 2014, di annettere la Crimea e di sostenere i ribelli del Donbass anche con truppe sul terreno (cfr. Ucraina: una storia di oppressione borghese e di competizione imperialista su PM n. 36, luglio 2014).

L’annessione della Crimea ha avuto costi collaterali pesanti, fra cui le sanzioni economiche che hanno contribuito al forte rallentamento dell’economia russa, la quale ora deve fare i conti anche con il crollo del prezzo del petrolio e con il deprezzamento del rublo; ma anche l’interruzione del progetto South Stream, sia per la forte pressione esercitata dagli Usa sulla Bulgaria perché facesse saltare l’esecuzione, sia perché alla fin fine il progetto giovava all’Italia, ma non alla Germania.2

La Russia ha comunque conservato la base di Sebastopoli e l’accesso al Mediterraneo.

L’interesse di Putin nel Mediterraneo non è solo “geopolitico”, cioè fronteggiare la VI flotta Usa. C’è anche volontà di entrare nella distribuzione del gas e del petrolio in Nord Europa e rafforzare la presenza nell’estrazione in Nord Africa (secondo ambienti governativi americani e francesi l’Italia è il suo cavallo di Troia).

La guerra di Libia nell’ottica franco-americana doveva ridimensionare la predominanza italiana ed espellere cinesi e russi. Obama era particolarmente irritato per l’accordo ENI-Gazprom (15 febbraio 2011) in base al quale l’ENI, che deteneva il 33% dei diritti di sfruttamento del pozzo Elefante (El Feel), ne cedeva la metà a Gazprom. Questo spiega perché Renzi, ma anche i ministri degli esteri egiziano, tunisino e algerino, continuano a parlare del ruolo che la Russia potrebbe giocare in un eventuale blocco navale sulle coste libiche. La Russia infatti ha ottenuto una base navale ad Alessandria, in Egitto, e a Cipro.

La primavera araba, quindi, ha rappresentato per la Russia anche una opportunità in Egitto, dove, dopo la caduta di Morsi, a torto o a ragione considerato il “cavallo” di Turchia-Usa-Qatar, Putin ha aperto una trattativa con al-Sissi per la fornitura di armi e la costruzione di una centrale nucleare, ottenendo in cambio la base di Alessandria.3

Il terzo porto su cui storicamente la Russia può contare (dal 1971) nel Mediterraneo è appunto quella di Tartus in Siria, che poi è il motivo primario dell’intervento russo nell’ottobre 2015. Putin si è trovato nella necessità di entrare direttamente in campo a fianco di Assad perché quest’ultimo rischiava di perdere ulteriori pezzi della sua area di controllo, già ridotta a circa il 20% del paese). In particolare i russi hanno bombardato non tanto le postazioni dell’ISIS, quanto i ribelli di Jaysh al-Fatah, un nuovo gruppo fondato in marzo e finanziato da Qatar, Turchia e Arabia Saudita. Il gruppo partendo da Nord-ovest minaccia l’area di Latakia, dove i russi controllano la base aerea di Hmeimim, e la zona di costa dove appunto sorge Tartus. Sono stati bombardati anche gruppi turkmeni, che abitano intorno a Jarablus, a nord di Aleppo, dove infuria la battaglia di tutti contro tutti. Una minoranza che è turcofona sopravvive grazie al contrabbando, e si trova fra le due enclave curde in Siria (Kobane e Afrin), quindi è d’ostacolo alla creazione di un corridoio curdo lungo tutto il confine turco. Questo oggettivamente escluderebbe l’ISIS dai rifornimenti che arrivano dalla Turchia, che ha già individuato l’area turkmena come quella adatta ai campi di concentramento per i profughi siriani, che costruirà con tre miliardi di graziosamente forniti dalla UE.

Putin ha intravisto la possibilità di cavalcare un “vuoto di leadership” da parte Usa nell’area, legato sia agli insuccessi militari che alla perdita di presa politica sui paesi arabi del Golfo in seguito all’accordo Usa-Iran e su Israele. A totale ribaltamento dei vecchi schemi di alleanze Putin si è mosso dopo essersi garantito l’appoggio di Israele (a cui di recente è stata offerta una compartecipazione con Gazprom per lo sfruttamento di Leviathan, il giacimento scoperto offshore sul confine Libano-Gaza).

Anche con i sauditi, nel luglio 2015, sono stati firmati vantaggiosi accordi per partnership tramite cui l’Arabia investirà 10 miliardi di $ in Russia. Si è aperto un canale diplomatico importante perché è l’Arabia che il 9 dicembre ha ospitato l’assemblea dei gruppi ribelli sunniti (sostituendo in questo ruolo la Turchia).

Oltre che difendere gli interessi di potenza della Russia e l’investimento su Assad, Putin spera, grazie a un proprio maggiore coinvolgimento militare nello scenario siriano, in una più favorevole rinegoziazione del conflitto in Donbass. Inoltre in un eventuale quadro di spartizione della Siria, Putin può pretendere una enclave alawita, magari a protettorato russo. Due ipotesi che implicano un accordo e un compromesso con gli Usa; compromesso che poteva sembrare impossibile guardando alle dichiarazioni ufficiali di Obama ma che è “ragionevole” se si considera l’interesse comune a Usa e Russia di tenere a bada le ambizioni regionali di Turchia, Arabia, Qatar, Emirati e dello stesso Israele. Non a caso Putin si è adoperato per una positiva conclusione delle trattative Usa-Iran dell’estate 2015: in questo modo l’Iran non è più isolato, ma spetta a Turchia e sauditi fronteggiarlo. Tutti si logoreranno in questa rivalità e con il minimo sforzo si otterrebbe una bilancia di potenza. Un negoziato Usa-Russia era fortemente ostacolato dalla Francia, ma dopo gli attentati di Parigi questa opposizione è caduta.

Chi non ha accettato questo evolversi della situazione mediorientale è stato Erdogan, che ha visto fallire il suo progetto “neo-ottomano” di leadership in Libia, in Egitto e ora anche in Siria. L’abbattimento del jet russo aveva il palese intento di rompere l’appeasement russo-statunitense e la grande coalizione anti ISIS. La tensione russo-turca ha raggiunto vette impreviste. Putin che ha denunciato la famiglia Erdogan per i suoi traffici con l’ISIS,4 ha varato pesanti sanzioni. Nei giorni successivi Erdogan ha inviato truppe a Mosul, nel Kurdistan iracheno, pare su richiesta del presidente curdo Barzani, suscitando le ire del governo di Bagdad.5

In ogni caso la Turchia ha mancato l’obiettivo di impedire le trattative Usa-Russia.

Putin e Obama hanno steso una bozza di accordo sulla Siria che è stata presentata dal segretario di stato Kerry all’Onu e che contiene di fatto una sconfessione della linea turca perché prevede la richiesta alla Turchia di chiudere il confine con la Siria, per impedirne l’utilizzo da parte dell’ISIS e ovviamente anche per impedire alla Turchia di espandersi in Siria. I negoziati per la pace sono stati fissati per il 25 gennaio ma rischiano di saltare dopo la dura rottura dei rapporti diplomatici fra Iran e Arabia Saudita.  (cfr. Combat: www.combat-coc.org/riesplodono-le-tensioni-arabia-saudita-iran).

Se la Russia di Putin troverà un limite alla sua iniziativa politica, dunque, esso non sarà rappresentato dalla Turchia, quanto dalla crisi economica, legata sia alle sanzioni che alla diminuzione del prezzo del petrolio. Essendo una potenza nucleare e avendo comunque una tradizione militare di tutto rispetto la Russia può giocare un ruolo di grande potenza, in certi contesti, ma è condizionata dalla debolezza finanziaria e da un export ancora legato massicciamente ad armi e materie prime.6 La sua forza comunque sta nel fatto di essere intervenuta finora in aree relativamente vicine ai propri confini.

Della vicenda ci interessa sottolineare la buona stampa che il ruolo di Putin ha avuto da parte di certa sinistra, ancora legata al retaggio vetero-stalinista che individua negli Usa l’unico “cattivo”, ma anche da parte del governo Renzi, di Confindustria e dei vertici dell’Esercito italiano e anche da parte della destra (Salvini e Meloni) senza dimenticare “l’amico” Berlusconi, tutti ansiosi di vedere la fine delle sanzioni e la collaborazione russo-italiana in Libia.7

Va chiarito che l’intervento russo è un classico intervento di difesa delle proprie sfere di influenza imperialista, non è un intervento pacificatore né introduce più sicurezza o più giustizia sociale. Putin è un autocrate. È riuscito a costruire un sistema di potere basato sui grandi gruppi privati (controllati dagli “oligarchi”, edizione russa dei “robber barons” americani di un secolo prima) e statali, parzialmente ristrutturati anche se competitivi solo nel campo delle materie prime e degli armamenti e aerospazio – nonostante forza lavoro ad alta qualificazione e con bassi salari. Favorito da anni di alti prezzi degli idrocarburi, ha conservato l’appoggio della sua borghesia e avendo garantito il ripristino di una certa sicurezza e “legalità” interne, che significano spietata repressione di ogni opposizione e di ogni lotta del proletariato.

Per questo non siamo tra coloro che tifano per Putin e caldeggiano più stretti rapporti Italia-Russia, così come non siamo tifosi della NATO o della EU. Le alleanze che noi ricerchiamo non sono quelle tra Stati imperialisti, ma tra i proletari italiani e quelli russi contro i rispettivi padroni e governi.

 



NOTE


1. Bielorussia Russia Kazakhistan Armenia e Kirghizistan hanno dato vita fra il 2014-15 a uno spazio economico integrato, l’Unione Economica Euroasiatica, su modello della UE. A livello politico la Russia ha incassato la solidarietà di questi paesi durante la crisi ucraina del 2014.


2. Il South Stream era un progetto volto alla costruzione di un nuovo gasdotto che avrebbe dovuto connettere direttamente Russia ed Unione europea, eliminando ogni Paese extra-comunitario dal transito. Era un progetto sviluppato congiuntamente da ENI, Gazprom, EDF e Wintershall. L'accordo si inseriva in una più ampia intesa strategica ENI/Gazprom che avrebbe permesso a Gazprom di entrare nel mercato della distribuzione e vendita del gas naturale in Italia e a ENI di sviluppare progetti di ricerca ed estrazione di idrocarburi in Siberia. Erdogan, e Putin, presenti Berlusconi e Scaroni (per l’ENI) avevano previsto l’attraversamento del tratto turco del Mar Nero. È stata la Bulgaria a mettersi di traverso, su pressione americana, ma probabilmente anche per l’ostilità del governo tedesco. La guerra in Ucraina ha fatto il resto. Putin nel dicembre 2014 ha annunciato la sospensione a tempo indeterminato del progetto; Gazprom ha acquistato le quote appartenenti ad altre compagnie, tra cui ENI, spendendo fra i 12 e i 14 miliardi di $.


3. L’accordo russo egiziano, siglato nel settembre 2014 prevede la fornitura di armi russe del valore di 3,5 miliardi dollari (missili, caccia ed elicotteri d’assalto), grazie a un prestito all’Egitto da parte dei sauditi. La Russia si è inoltre impegnata a fornire all’Egitto almeno 5 milioni di tonnellate di grano all’anno; è stata creata una zona di libero scambio con l’Unione doganale eurasiatica (Bielorussia, Kazakistan e Russia). I russi inoltre forniranno assistenza per la costruzione del reattore nucleare di al-Dabaa, mentre l’Egitto garantirà una zona economica speciale nei pressi del canale di Suez per investimenti di ditte russe. Sarà avviata una collaborazione nel turismo.


4. Che la Turchia fosse il principale acquirente del petrolio dell’ISIS è il segreto di Pulcinella, descritto da tutta la stampa dal New York Times ad Al Jazeera, come del resto è noto che l’ISIS lo vende anche ad Assad e ai gruppi di ribelli, attraverso intermediari, a prezzi davvero competitivi. I russi hanno fornito ora delle prove fotografiche del coinvolgimento dei turchi nell’acquisto di contrabbando del petrolio dell’ISIS e hanno accusato la famiglia di Erdogan di essere direttamente implicata (il figlio del presidente turco è a capo di una delle principali compagnie energetiche, e il genero è ministro dell’Energia). L’accusa quindi è anche di nepotismo.


5. La Turchia si era abilmente inserita sul mercato russo per compensare il mancato export europeo, seguito alle sanzioni tanto che la Russia era diventato il secondo partner commerciale di Ankara. Per ora i tagli più pesanti previsti riguardano il turismo (basta vacanze dei russi in Turchia) l’agricoltura e il settore tessile (che da solo vale 1 miliardo di $). Ma Ankara è anche uno dei più importanti mercati per il grano russo e compra da Mosca il 60% del proprio fabbisogno di gas. In tutto l’interscambio di beni e servizi fra i due paesi vale nel 2014 44 miliardi di $. Nel 2013 inoltre la Turchia ha commissionato alla russa Rosatom la sua prima centrale, quattro reattori e un progetto da 20 miliardi ad Akkuyu (provincia di Mersin). Le sanzioni quindi potrebbero essere un autogol pesante per l’economia russa oltre che un danno per quella turca. La decisione di sospendere il progetto Turkish Stream, un oleodotto che doveva essere una variante di South Stream, sembra fosse già stata presa (sempre causa il calo degli introiti da petrolio) e la crisi con la Turchia ha fornito un utile pretesto.


6. Di fatto la Turchia abbatte il jet russo perché “sconfina” e poi tranquillamente manda soldati in territorio iracheno! In realtà la Turchia, con o senza l’accordo del governo di Bagdad, da decenni sconfina in territorio iracheno per inseguire i curdi. In particolare questi sconfinamenti di aerei e di tank sono stati molto frequenti dall’agosto 2015 quando è ripreso il conflitto aperto fra governo turco e PKK. Nel posizionamento a Mosul dobbiamo in realtà leggere la volontà di garantirsi il rifornimento di petrolio dal Kurdistan iracheno, rifornimento anch’esso in teoria “illegale” perché frutto di un accordo diretto coi curdi, ma tanto più importante se verranno meno i rifornimenti a buon mercato da parte dell’ISIS.


7. Nel solo 2014 il totale di capitali in fuga dalla Russia è stato di 152 miliardi di $, mentre a fine anno il debito delle imprese russe sommava a 376 miliardi; il debito con l’estero è stato quantificato in 176 miliardi (dati della Banca Centrale russa).


8. A titolo puramente esemplificativo vedi il titolo del Giornale del 7 dicembre “Le sanzioni alla Russia fanno fallire 2 mila imprese emiliane”.


 




Pubblicato su: 2016-02-01 (115 letture)

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