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N39 Pagine Marxiste - Gennaio 2016
I curdi nei conflitti del Medio Oriente

 




La questione curda è aperta nei suoi termini attuali da quasi un secolo, da quando alla popolazione curda venne impedito di costituirsi in Stato nazionale e venne divisa tra quattro Stati nati dalla fine dell’Impero Ottomano. Una frammentazione territoriale voluta dalle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale in accordo con la nuova repubblica di Atatürk era volta ad impedire la realizzazione di una nazione curda unitaria, su un territorio nel quale si concentrano enormi ricchezze naturali, dal petrolio,1 alle risorse idriche, ai numerosi minerali.La Turchia, che ha inglobato nel proprio territorio la maggioranza dei curdi (più di 20 milioni attualmente) ha per decenni negato l’esistenza stessa di una minoranza etnica e linguistica, reprimendo ogni manifestazione culturale e linguistica dei curdi, oltre che ogni rivendicazione di autonomia o indipendenza. La borghesia turca ha utilizzato il proletariato curdo emigrato a milioni verso le città industriali, come forza lavoro a buon mercato.

La borghesia curda, formatasi nel secolo scorso, non è mai riuscita a condurre una lotta nazionale unitaria, ma si è divisa in fazioni che si sono sempre appoggiate le une contro le altre a uno Stato della regione rivale del proprio oppressore (che opprimeva a sua volta la propria minoranza curda), e all’intervento di qualche potenza imperialista, venendone strumentalizzate. L’unificazione delle popolazioni curde potrà avvenire solo all’interno di una libera Federazione degli Stati del Medio Oriente a seguito di una rivoluzione proletaria.

 

Classi sociali e ideologie nazionaliste

Ma, al di là della sostanziale comunanza di lingua2 e di cultura, del fatto che hanno abitato per oltre 2 millenni in una stessa area, della comune storia di repressione3 da parte dei diversi Stati in cui sono frammentati, indipendentemente dalle differenze religiose4 non possiamo ovviamente parlare dei curdi come entità socialmente omogenea e quindi con uguali interessi.

Anche i curdi hanno vissuto le trasformazioni sociali fondamentali prodotte dallo sviluppo capitalistico subite dagli altri gruppi etnici della regione. Benché, ad esempio nel Kurdistan iracheno, permangano i legami della antica società tribale basata principalmente sull’agricoltura e solo in parte sull’allevamento, anche la società curda si è scissa nelle moderne classi sociali: proletariato e borghesia. In Turchia, ad esempio, circa metà dei curdi vive oggi in centri urbani e nelle aree rurali sono quasi scomparsi i rapporti di produzione feudali.

C’è quindi una borghesia curda, spesso ancora organizzata sulla base di clan famigliari e proveniente dalla classe dei proprietari terrieri che oggi si arricchisce grazie al contrabbando e alla rendita petrolifera, ma anche sfruttando proletari e sottoproletari, nell’agricoltura, nell’industria e nei servizi.

Il movimento nazionalista curdo non è riuscito a conquistare l’indipendenza da alcuno degli Stati in cui i curdi sono stati divisi, tantomeno a realizzare uno Stato pancurdo.

Infatti la borghesia curda, sostanzialmente formatasi solo dopo la sua divisione, non ha sviluppato legami economici su base etnica, ma con le borghesie degli Stati in cui è stata divisa. È questa la ragione principale per cui le borghesie curde, che continuano ad utilizzare in Iran, Turchia, e Irak l’ideologia nazionalista per indurre i proletari curdi a sostenere i propri interessi, si limitano ormai a rivendicare l’autonomia entro i diversi Stati che opprimono la minoranza curda, dal Kurdistan iracheno, a quello turco, alla Rojava siriana. E ottengono questa autonomia solo grazie a circostanze particolari, come nel 1991 il Kurdistan iracheno.

Altra cosa sono le lotte e le rivendicazioni dei salariati curdi che in quanto classe travalicano i confini etnici e geografici, come la richiesta di eguaglianza dei diritti, il no alla discriminazione, soprattutto per i posti di lavoro nel pubblico impiego, il no all’oppressione dell’identità culturale.

 

Interessi, lotte di frazione nel Kurdistan iracheno

Un esempio emblematico di quali siano gli interessi reali difesi dalla borghesia curda è quello del Kurdistan iracheno, un’area del Nord Irak dove si concentra buona parte delle risorse petrolifere del paese.

L’autonomia che il governo regionale del Kurdistan (KRG) ha raggiunto nel 1991 non è stata una conquista dal basso della popolazione curda, nonostante che i due raggruppamenti politici importanti, quello di Massoud Barzani e Jalal Talabani avessero organizzato rivolte nel Nord Irak contro il regime di Saddam. L’autonomia è stata il premio riconosciuto dalle potenze a questi due clan dominanti borghesi, in particolare quello al quale appartiene Massoud Barzani, il presidente del KRG e leader del KDP (Partito Democratico del Kurdistan), e quello di Jalal Talabani, nominato presidente dell’Irak dal 2005 al 2014, e leader del PUK (Unione Patriottica del Kurdistan). Con il riconoscimento di questa autonomia le potenze intervenute (americani, britannici e sauditi) si assicuravano l’indebolimento del regime sunnita di Saddam.

Raggiunta l’autonomia, inizia la lotta per il controllo della regione, con la guerra civile tra le due fazioni di Barzani e di Talabani iniziata nel 1994. Il conflitto armato terminerà solo nell’inverno 1996/97 dopo aver provocato circa 5000 vittime tra i combattenti e 8000 tra la popolazione civile e milioni di sfollati.

Negli scontri tra le due fazioni vennero coinvolte le fazioni curde di Iran e Turchia, come pure le forze militari iraniane, irachene e turche. Talabani strinse un’alleanza con Teheran, che lo sostenne lanciando un attacco contro il KDP di Barzani. Alleato del PUK di Talabani, il PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan – Partito turco dei Lavoratori del Kurdistan)5 sferrava invece attacchi contro la popolazione di origine assira e contro i sostenitori del KDP dai suoi santuari tra le montagne nel Nord Irak, dove si era ritirato.

Massoud Barzani, dimenticando le atrocità della “Operazione Anfal” del 1988, contro le comunità curde del Nord Irak lanciata dal regime baathista di Saddam - esecuzioni di massa, uso di armi chimiche contro interi villaggi (7000 le vittime), sparizioni, 100mila rifugiati in Iran e Turchia – chiese l’appoggio del dittatore, il quale accettò sperando di sfruttare l’occasione per riattestarsi nel Nord Irak. Così il 31 agosto del 1996, 30 000 soldati di Saddam e i guerriglieri del KDP attaccano e si riprendono Erbil e Sulaimanya; il KDP caccia il PUK dalle sue roccaforti. Il “marxista” PUK si rivolge agli Stati Uniti…

Nel 1997 è la volta dell’esercito turco, che interviene in Nord Irak contro il PKK e il PUK (Operation Hammer). Infine, nel settembre del 1998, con la mediazione americana, Barzani e Talabani siglano un accordo di pace, il Kurdistan viene diviso in due parti, Erbil sotto il KDP, e Sulaimaya sotto il PUK. Due amministrazioni separate, due forze armate distinte.

La storia anche solo del Kurdistan iracheno dimostra che le classi dirigenti curde non perseguono in modo coerente l’obiettivo nazionale, ma lo subordinano ai propri interessi di frazione, per spartirsi il bottino petrolifero, ma entrambi reprimono duramente le proteste dei lavoratori salariati.

Infatti, nel decennio successivo, i Barzani e i Talabani si sono spartiti i settori economici più redditizi del Kurdistan, la società di telefonia mobile, centri commerciali, affari petroliferi in nero.

A fronte di fasce di estrema povertà, forti carenze nei servizi ospedalieri e sanitari, nei maggiori centri del Kurdistan è in atto una edificazione selvaggia con vistosi monumenti, ricchi centri commerciali, edifici pubblici, e abitazioni di lusso recintate per le élite, mentre introiti petroliferi ufficiali e non ufficiali finiscono nei forzieri del governo e del partito.

Nel primo decennio del nuovo millennio, il Kurdistan iracheno è entrato in conflitto con il governo centrale di Baghdad sugli interessi legati alla rendita petrolifera. Ha cominciato a trattare direttamente l’assegnazione delle concessioni petrolifere ai grandi gruppi stranieri, è diventato il fornitore ufficioso della Turchia, in barba agli accordi siglati con il governo centrale e definiti nella Costituzione irachena.

Con la discesa in campo di Daesh, che con l’offensiva dell’estate 2014 nel Nord Irak conquista le città di Samarra, Mosul e Tikrit, il governo del Kurdistan iracheno, vedendo a rischio il controllo delle sue ricchezze petrolifere, mobilita i suoi peshmerga contro Daesh e ne approfitta per prendersi l’importante centro petrolifero di Kirkuk, a lungo disputato con il governo centrale di Baghdad.

Nelle operazioni militari sul terreno contro Daesh, in Irak sono i peshmerga curdi la forza più organizzata e in grado di lanciare offensive, sono loro che sono riusciti a riconquistare territori nel Nord, e che rischiano la vita, non le forze del governo iracheno allo sbando, e neppure i piloti dei caccia della Coalizione. Però, le forze curde addestrate dai militari delle varie potenze accusano la Coalizione di non armarle adeguatamente, chiedono missili a maggiore gittata per colpire i corazzati di Daesh a distanza più sicura, chiedono elicotteri e veicoli corazzati per spostarsi sui campi di battaglia.6

Il Pentagono risponde sostenendo che è Baghdad a decidere come distribuire le armi. Se in una prima fase, quella dell’avanzata di Daesh nel Nord Irak a cominciare dall’agosto 2014, la priorità della Coalizione era data ai peshmerga, dallo scorso aprile, una volta che questi sono riusciti a stabilire un fronte avanzato, la priorità è passata alle forze irachene, al servizio anti-terrorismo, ai guerriglieri sunniti tribali. Il timore, di Baghdad e di Washington, è quello di rafforzare eccessivamente le forze del Kurdistan e di dare loro le armi per giocare in proprio e conquistarsi la piena indipendenza, modificando a proprio vantaggio l’“equilibrio” del caos iracheno.

Così il governo del Kurdistan iracheno chiama in soccorso l’alleato turco. Lo scorso 4 dicembre Ankara ha siglato un accordo con il governo di Barzani per una base militare permanente nella regione petrolifera di Bashiqa dove si trova Mosul, seconda maggiore città irachena da anni disputata tra Baghdad e il KRG, e dall’estate scorsa controllata dallo Stato Islamico. Una mossa utile alla Turchia per assicurarsi gli affari petroliferi del Kurdistan. C’è competizione su questo, perché anche i tedeschi hanno armato e addestrato i peshmerga. Lo stesso giorno è arrivato nell’area un primo reggimento di 150 soldati turchi con 20-25 mezzi blindati e carri armati. Il 14 dicembre, però, dopo la protesta avanzata da Baghdad contro l’iniziativa di Ankara, l’Onu ha ordinato il ritiro dei soldati turchi, che hanno iniziato a spostarsi lentamente verso Nord, ma Erdogan ha dichiarato che non farà uscire le sue truppe dai confini iracheni.

 

Il proletariato curdo in Turchia

Si calcola che in Turchia ci siano attualmente tra i 14 e i 20 milioni di curdi, sui quasi 78 milioni della popolazione complessiva, una percentuale in crescita dato il più alto tasso di fertilità tra i curdi rispetto ai turchi. I curdi erano storicamente concentrati nell’Anatolia sudorientale, dove il reddito medio pro-capite è pari al 40% della media nazionale, i servizi di istruzione e sanità sono estremamente carenti. Fino al 1991 il governo di Ankara non ha riconosciuto l’esistenza della loro etnia. Evren, il capo della giunta militare del 1980, dichiarò: “non esiste una nazione curda, sono solo turchi delle montagne”. Fino al 2003 era illegale parlare il curdo e usare nomi curdi, e fino al 2013 era vietato l’uso delle lettere dell’alfabeto curdo.7

Non essendoci lo spazio politico per un’opposizione legale, i curdi risposero alla repressione creando un movimento di resistenza militare, composto da una serie di gruppi. Il principale di essi, il PKK fondato nel 1978, nel 1984 lanciò una lotta armata per l’indipendenza, nella quale ci furono 40000 i morti e centinaia di migliaia i profughi.8

Nel periodo seguente al colpo di Stato del 1980 l’economia della Turchia fu in parte liberalizzata, divenne più integrata nel mercato mondiale e più dipendente dall’export; con la liberalizzazione del mercato del lavoro si diffuse il lavoro a contratto e in subappalto, aumentò la competizione tra i lavoratori indebolendo la loro capacità contrattuale, si intensificò lo sfruttamento e la repressione di tutta la classe lavoratrice.

In questo quadro si assiste alla decadenza dell’economia delle regioni curde dell’Est, in cui viene distrutto il modello di vita basato su un’economia pastorale, con la distruzione dei pascoli sugli altopiani. Numerosi villaggi che si rifiutavano di creare gruppi paramilitari anti-PKK, furono incendiati per togliere al PKK, rifugio, cibo e basi di reclutamento. Questa feroce repressione dell’esercito turco creò un ampio numero di disoccupati e senza tetto. I curdi che emigrarono verso le città occidentali costituirono una forza lavoro numerosa, povera, a bassa qualifica. La loro entrata nel mercato del lavoro venne utilizzata per fare pressione al ribasso sui salari dei lavoratori turchi, mentre essi stessi erano costretti ad accettarne uno ancora inferiore nell’edilizia, nei laboratori del tessile e del cuoio. Ne derivarono divisioni all’interno della classe operaia, i turchi vedevano nei curdi la causa della pressione sui loro livelli salariali. Inoltre i curdi accettavano di lavorare nel manifatturiero in condizioni prive di sicurezza, e in settori ad alta intensità di mano d’opera. Ma hanno anche cominciato a lottare per migliorare le proprie condizioni. Il padronato rispondeva alle rivendicazioni e alle proteste etnicizzando il conflitto, sfruttando le differenze tra i salariati, e presentando le proteste operaie come estensione dell’attività del PKK.

La questione curda e degli immigrati curdi è diventata, come la questione irlandese nell’Inghilterra di Marx ed Engels (e gli immigrati dal Sud prima, dal mondo poi in Italia), una cartina al tornasole dello schieramento di classe all’interno della sinistra turca.

Il processo di distensione tra governo turco e PKK iniziato nel 2013, e che aveva portato quest’ultimo ad abbandonare i progetti indipendentisti a favore della semplice autonomia dei curdi in cambio del riconoscimento di alcuni diritti civili, è repentinamente cessato con l’estendersi della guerra civile siriana e lo spazio politico da essa creato per l’autonomia della regione storica dei curdi siriani, al confine con la Turchia. L’appoggio che il PKK ha continuato a dare al partito fratello siriano, PYD, ha scatenato una feroce repressione in Turchia da parte del governo di Ankara: bombardamenti sulle postazioni del PKK nel S-E del paese, irruzione di carri armati a Diyarbakir, la capitale di fatto del Kurdistan turco, massacro di giovani attivisti universitari, curdi e turchi, in procinto di portare la propria solidarietà a Kobane, costruzione di un muro sul confine siriano per non far transitare uomini e armi a difesa dei curdi siriani, etc. Erdogan teme che la fluidità dei rapporti di forza in Siria faciliti la saldatura tra il territorio autonomo del Nord siriano e l’area a maggioranza curda di Diyarbakir.

 

I curdi siriani e il loro ruolo

Nel 2011 il regime di Assad, attaccato da più parti, decide (sembra su consiglio russo) di ritirare le sue truppe, facilitando la rivendicazione di autonomia territoriale avanzata dalle tre storiche enclave curde (i cantoni di Jazira, Kobane e Afrin), in breve “Rojava”, che si trovano nel Nordest del paese al confine con la Turchia. Lo fa al fine di creare un contrappeso agli altri gruppi ribelli, ma anche in funzione di contenimento anti-turco.

Le tre amministrazioni della regione autonoma della "Rojava" proclamata infine nel 2013 dal partito curdo PYD (Partito di Unione Democratica), legato al PKK includono non solo curdi, ma anche arabi, cristiani e altre minoranze, che vivono in armonia tra loro.9

L’autonomia dei curdi siriani e la loro non belligeranza contro Assad ha trovato l’opposizione dei turchi che aspirano a inglobare come protettorato queste tre provincie, degli Usa, e anche di Barzani che non vuole rovinare le buonissime relazioni economiche con la Turchia, mentre è stata ben accolta dall’Iran.

Nel 2014 Daesh inizia ad espandersi in Siria minacciando direttamente i territori curdi.

Kobane diviene il simbolo dell’eroica resistenza di un pugno di combattenti curdi dell’YPG, costretti a contare essenzialmente sulle proprie forze e su armi leggere per difendersi dall’attacco di Daesh, perché per gli USA Kobane non era un obiettivo strategico.10 Ma ecco che a fine ottobre 2014, con l’approvazione di Ankara, sia le forze dei ribelli siriani “moderati” del Libero Esercito Siriano che i peshmerga del Kurdistan iracheno passano il confine tra Turchia e Nord Siria per “aiutare” i curdi della Rojava nella difesa contro Daesh. I primi peshmerga entrano in Kobane il 30 ottobre. Un intervento sponsorizzato dalla Turchia che, mentre punta a contenere l’eccessivo rafforzamento di Daesh, cerca di utilizzare e inasprire a proprio vantaggio i contrasti tra i gruppi curdi di Irak, Turchia e Siria, contrapponendo le forze del PKK a quelle di Barzani in una regione in cui sono presenti anche rilevanti risorse energetiche.

A questo punto gli Usa si sentono costretti ad intervenire e, avendo dovuto abbandonare il fallito programma di addestramento dei gruppi siriani di ribelli moderati, hanno di recente rafforzato gli aiuti militari ai curdi nord-siriani. Lo scorso 10 ottobre, anche in relazione all’intervento russo, su spinta americana il PYD ha formato ufficialmente contro Daesh una nuova coalizione militare con gruppi di ribelli arabi moderati, chiamata “Forze democratiche della Siria” per uno Stato Multietnico (SDF). Si tratta di un’alleanza militare, che si pone l’obiettivo di essere «una forza unita, nazional-militare e politica per tutti i siriani – curdi, arabi, aramaici11 e di altri gruppi».12

Questa coalizione ha inferto forti sconfitte a Daesh al quale ha ripreso gran parte del territorio sul confine turco-siriano, appoggiata dai caccia americani. Nelle aree strappate a Daesh sono stati creati consigli locali civili; ad esempio a Tel Abyad, provincia di Raqqa, è stato istituito un Consiglio degli anziani, composto da arabi, curdi, turkmeni e armeni; lo scopo è quello di convincere gli abitanti a preferire questo tipo di amministrazione a quella di Daesh. In una conferenza alla quale hanno partecipato fazioni politiche curde, arabe, turkmene e cristiane dell’8-9 dicembre, è stato formato il Consiglio Democratico di Siria, il fronte politico delle SDF.

Il flusso di armi americane e delle monarchie del Golfo, gestito dalla CIA con i servizi sauditi e del Qatar, si sarebbe intensificato dopo l’intervento russo al fianco di Assad.

Ma in un conflitto con tanti e tali interessi in gioco sono complesse e in continuo movimento anche le relazioni tra forze sociali e tra raggruppamenti politici.

Per cominciare, l’armonia tra curdi e le altre minoranze non è un dato di fatto, e il PYD (secondo Amnesty) avrebbe cacciato migliaia di civili di origine araba e turkmena e distrutto interi villaggi nelle province di Hasakah e Raqqa nel Nord Siria. Una campagna deliberata e coordinata di punizione collettiva di civili in villaggi precedentemente conquistati da Daesh, iniziata nel febbraio 2014 quando le formazioni YPG (ala armata del PYD) riconquistarono il villaggio di Husseiniyah cacciando gli abitanti, incendiando le loro case o radendole al suolo con i bulldozer. In altri casi YPG li minacciò di far bombardare il villaggio dai caccia americani, se si rifiutavano di andarsene.

Anche le relazioni tra i principali gruppi curdi siriani sono complesse, perché essi seguono alleanze contrapposte con obiettivi diversi, in particolare PYD di cui abbiamo già detto, e KNC.13

 

Lotta di classe contro il nazionalismo borghese

Ma ci sono lavoratori iracheni e curdi che non intendono mettersi al carro della propria borghesia e che hanno dimostrato di saper distinguere tra gli interessi degli sfruttatori e i legittimi interessi degli sfruttati. Hanno un’arma di lunga gittata, lo sciopero, che non sono costretti a chiedere all’alleato di turno. Ne possono disporre quando vogliono.

Un esempio di questa autonomia di classe è stato dato dallo sciopero dello scorso febbraio dei lavoratori dell’industria di Baghdad, Kut e Hilla e di diversi altri centri in difesa del potere d’acquisto del salario e dell’occupazione. Lottavano contro il loro governo e i partiti nazionalisti che utilizzano la crisi finanziaria e la guerra contro Daesh per far passare misure di austerità, licenziamenti, riduzioni dei salari, privatizzare i beni pubblici…14

Un altro esempio è lo sciopero di una settimana ad inizio ottobre dei dipendenti del pubblico impiego del Kurdistan iracheno: ospedali, scuole, università e amministrazioni pubbliche, che ha toccato diverse città, Erbil, Halabja, Sulaimania, Halabcheh, Raniyeh, e Koyeh, Kalar. Hanno protestato contro il mancato pagamento da tre mesi dei salari e contro la corruzione. Mentre il governo dice di non aver il denaro per i salari, gli introiti derivanti dalla vendita di 600mila barili di petrolio al giorno alla Turchia vengono intascati dal KPD – accusa il partito avversario Gorran. Nelle manifestazioni è intervenuta pesantemente la polizia, che ha ucciso quattro manifestanti.

Entrambe queste lotte non si sono lasciate fermare da motivazioni nazionalistiche, come la guerra che i guerriglieri peshmerga del KRG di Barzani e le forze irachene stanno conducendo contro lo Stato Islamico, su procura della Coalizione di potenze occidentali, nella speranza di ricavarne benefici futuri.



I curdi iraniani 

La maggior parte dei curdi iraniani, il 10% della popolazione, vive nel Nordovest, al confine con l’Irak, una delle regioni iraniane politicamente più attive.

Nel 1979, dopo il rovesciamento del regime dello scià, in esso il partito Komala promosse la costituzione di soviet, che assunsero il controllo del territorio in diverse città e resistettero a numerosi attacchi del neocostituito regime islamico, che lanciò la jihad contro i curdi insorti. Dopo aver subito pesanti colpi sul terreno militare, anche per l’intervento dei partiti curdi irakeni a fianco del regime iraniano, nel settembre 1983 il Komala si fuse con l’Unione dei Comunisti Militanti di Mansoor Hekmat nel Partito Comunista dell’Iran, su posizioni classiste e internazionaliste (le anime nazionale curda e internazionalista proletaria si scissero poi nel 1991, con la formazione del Partito Comunista Operaio d’Iran).

I lavoratori del Kurdistan iraniano hanno mantenuto una capacità di mobilitazione. Nei primi mesi del 2015 lavoratori e attivisti hanno organizzato una serie di manifestazioni e scioperi chiedendo uguali diritti. Nonostante la svolta “moderata” rappresentata dall’attuale presidente  Hassan Rouhani, sdoganato dalle potenze con l’accordo sul nucleare, la questione curda continua ad essere gestita dai falchi del sistema giudiziario e dei Guardiani della Rivoluzione. Le classi al potere a Teheran si preoccupano per le conquiste territoriali e politiche fatte dai curdi nella regione, e in particolare dei loro nuovi “amici” della Coalizione a guida americana; sono preoccupati anche dei movimenti dei guerriglieri PKK nei pressi del confine siriano con l’Irak. Così negli scorsi mesi è stata intensificata la campagna di repressione contro i curdi. In Iran, come in Turchia, l’accusa di terrorismo facilita arresti e detenzione di oppositori curdi e non, ed è noto che la detenzione significa molto spesso feroci torture.

Lo scorso agosto sono stati “giustiziati” in Iran due esponenti del PJAK, il partito curdo siriano fuorilegge, legato al turco PKK, che rivendica l’autonomia dei curdi iraniani. L’ala militare del Pjak ha risposto attaccando una base dei Guardiani della Rivoluzione, la più potente organizzazione militare e di sicurezza del regime, oltre che vera potenza economica, a 20 km dal confine iracheno.

 




NOTE

1. Il petrolio viene estratto in tutti e quattro i paesi «curdi»: in Turchia nella regione di Siirt, Raman, Garzan, Diyarbakir. Nel Kurdistan turco sono presenti anche numerosi minerali: fosfati, ferro, argento, lignite, uranio e soprattutto cromo, di cui la Turchia è uno dei maggiori produttori mondiali. In Siria si estrae petrolio nella regione di Jiazira, con i pozzi petroliferi di Kerashuk, Ramelan, Zarbe, Oda, Sayede e Lelak 3; in Iran nella provincia di Kermanshah. In Irak nelle province petrolifere di Kirkuk, Mosul e Arbil, dove si concentra il 75% dell’intera produzione irachena.

2. In realtà il curdo è costituito da tre gruppi dialettali, il curdo del Nord, del Centro e del Sud, più il gruppo di lingue Zaza-Gorani, parlato da diversi milioni di curdi.

3. Basta ricordare ad esempio che in Turchia tra il 2009 e il 2013 sono stati incarcerati 20 000 curdi con l’accusa di terrorismo, in base ad una legge del 1991; un esempio più recente, nell’ottobre 2014 40 curdi sono stati uccisi negli scontri con la polizia nel S-E della Turchia, mentre Daesh teneva sotto assedio i curdi di Kobane, Siria.

4. I curdi sono per la maggioranza di religione musulmana sunnita, una minoranza è sciita e vive in Iran e nel Centro e Sud-est dell’Irak; nell’Est Anatolia c’è una minoranza di curdi aleviti, branca dell’islamismo sciita.

5. Il PKK dispone di una ala militare, ed ha il suo maggior consenso tra le popolazioni prevalentemente agricole e curde del Sud-Est della Turchia, è attivo anche nel Kurdistan iracheno.

6. I peshmerga dispongono solo di missili anticarro a medio raggio, Milan, e di lanciarazzi anticarro leggeri portatili di fabbricazione svedese AT-4s e chiedono anti-carro americani TOW s Javelin contro i carri armati americani carichi di esplosivi di cui Daesh è venuto in possesso.

7. Questi diritti sono stati in seguito riconosciuti nel corso del processo di distensione avviato nel 2013 da Erdogan con il capo storico del PKK, Ocalan, processo sospeso nel giugno 2015 a seguito della guerra civile siriana e dell’avanzata di Daesh. Ma, nonostante maggiori “diritti civili”, le leggi anti-terrorismo per reprimere il dissenso politico e sociale continuano ad essere usate “contro i curdi in misura sproporzionata rispetto al resto della popolazione turca, in tutte le famiglie curde c’è una persona detenuta in base a questi provvedimenti”. (Emma Sinclair-Webb di Human Right Watch).

8. Questa prima insorgenza terminò nel 1999, con la dichiarazione unilaterale del cessate il fuoco da parte del PKK. Il conflitto armato riprese con forza dal 2004 e terminò formalmente nel 2013, con l’inizio del dialogo tra governo e PKK.

9. cfr.: http://www.combat-coc.org/la-battaglia-di-kobane-svela-gli-interessi-in-gioco-di-medie-e-grandi-potenze/ … …l’esperimento sociale della Rojava … pur non essendo una mobilitazione proletaria per una società senza classi, resta un esempio di collaborazione interetnica, di parità di genere, di autogoverno partecipativo e di mobilitazione popolare per l’autodifesa che le forze reazionarie dell’IS con la complicità delle potenze stanno ferocemente reprimendo. Riprendiamo un passo di un articolo, comparso sul Guardian dell’8 ottobre, di David Graeber, “Perché il mondo ignora i curdi rivoluzionari in Siria?”: «La regione autonoma di Rojava, come esiste oggi, è uno dei pochi punti luminosi – molto luminosi – che emergono dalla tragedia della rivoluzione siriana. Dopo aver cacciato gli agenti del regime di Assad nel 2011, e nonostante l’ostilità di quasi tutti i suoi vicini, la Rojava non solo ha mantenuto la propria indipendenza, ma è divenuta un notevole esperimento di democrazia. Sono state create assemblee popolari come organismi decisionali di ultima istanza, consigli scelti in base ad un attento equilibrio etnico (in ogni municipalità, ad esempio, i tre funzionari più alti devono essere un curdo, un arabo e un cristiano assiro o armeno, e almeno uno dei tre deve essere una donna); ci sono consigli di donne e di giovani, e – forte richiamo delle Mujeres Libres della Spagna (rivoluzionaria del 1937 – n.d.R) – un esercito di donne, la milizia “YJA Star” (la “Unione di Libere Donne”, dove il termine “star” si riferisce alla antica dea della Mesopotamia Ishtar), milizia che ha condotto una grande parte delle operazioni di combattimento contro le forze dello Stato Islamico. … Le proprietà del regime siriano sono state trasferite a cooperative gestite da lavoratori».

10. di religione cristiana

11. I tre principali componenti della coalizione: YPG, con almeno 20 000 combattenti nel Nord; Esercito dei Rivoluzionari, uno dei cosiddetti gruppi ribelli moderati del Nord Siria, che fanno parte del “Libero Esercito siriano”, l’associazione ombrello dei moderati; dispone di diverse migliaia di combattenti; Milizia Assira, diverse centinaia di cristiani siriani del Nord che si sono armati formando un loro gruppo, per difendere i loro villaggi contro i jihadisti.

12. Il Consiglio Nazionale Curdo - Kurdish National Council, KNC - alleato del Governo regionale del Kurdistan Iracheno (KRG), del presidente Massoud Barzani, ad inizio febbraio 2014 ha deciso di espellere i propri membri favorevoli al piano autonomista del PYD. Dall’accordo di Erbil del 2012, il KNC cooperava con il PYD per amministrare le aree curde. La loro successiva spaccatura è stata determinata dai piani delle potenze sulla Siria. Infatti, il cambiamento di linea del KNC è il risultato della sua adesione all’Opposizione Siriana (OS) chiesta dalle potenze, e della conseguente partecipazione alla Conferenza Ginevra II del dicembre 2013. Il PYD, che gli Usa non hanno voluto entrasse nella raggruppamento dell’OS, ha invece partecipato in proprio alla conferenza.

13. Cfr: Solidarité Ouvrière, 09.02.’15, Soutien à la lutte organisée des ouvriers de l’industrie en Irak!





Pubblicato su: 2016-02-01 (115 letture)

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