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N39 Pagine Marxiste - Gennaio 2016
Il Califfato dei petrodollari

L’ISIS è una organizzazione politico militare che oggi controlla un’area grande all’incirca come la Giordania a cavallo fra Siria e Iraq, in cui vivono circa 10 milioni di persone e in cui sorgono almeno 9 pozzi di petrolio. La sua dirigenza nasce dalla convergenza dei vertici dell’esercito di Saddam e del partito Baath con i capi religiosi radicali. I primi forniscono l’esperienza militare, i legami politici, la capacità organizzativa, i jihadisti forniscono il collante ideologico, gli “ideali”. Fra questi la rinascita di una nazione panaraba sunnita che cancelli le artificiali frontiere tracciate dai colonialisti. Isis si forma nel contesto della guerra settaria in Iraq, nel 2006, recependo i rancori degli sconfitti, recluta nelle carceri americane in Iraq, trova consensi nella borghesia sunnita irachena emarginata dal governo sciita intorno a un programma di riscossa anti-americano e anti iraniano. Quando scoppia la guerra siriana, nel 2011, l’ISIS ha le carte in regola per presentarsi come una delle formazioni anti Assad e anti Iran. Per questo riceve quindi armi, finanziamenti, rifugi sicuri prima dalla Turchia, poi dalle petromonarchie del Golfo, ma anche da molti paesi occidentali, la Francia stessa, la Gran Bretagna, gli Usa. Oltre a questi introiti vende sottocosto il petrolio delle aree occupate, vende beni archeologici senza disdegnare rapine, rapimenti e traffici illeciti, dai falsi passaporti alla droga. L’ISIS o Isil o Daesh, a questo punto funziona come uno stato. L’ideologia dell’ISIS è reazionaria, ma l’uso mediatico della propaganda è moderno, l’armamento efficiente, il giro d’affari anche. Esattamente quello che si può dire della classe dirigente dell’Arabia Saudita. La demonizzazione dell’Isis da parte dei paesi occidentali nasconde la loro “coda di paglia” e fornisce all’Isis stessa la patente di movimento antimperialista, mentre si tratta del frutto avvelenato dei petrodollari e degli interventi imperialistici.


Gli antecedenti in Iraq

L’invasione e la conquista Usa del paese durano solo 21 giorni (19 marzo – 1 maggio 2003). Nel decennio precedente, a nord, ha prosperato, all’ombra della no fly zone attuata dagli Usa dopo il conflitto del 1991, un’entità curda indipendente che si trova rafforzata dalla caduta di Saddam. Gli Usa smantellano la struttura statale irachena, completamente dominata dal Partito Baath, che aveva la sua base sociale nella borghesia sunnita. Migliaia di impiegati statali e soldati vengono licenziati. Molti non accettano passivamente, si ribellano utilizzando anche il terrorismo. Una parte però collabora con l’occupante. La borghesia sciita, maggioritaria, si spacca in frazioni regionali per la suddivisione della rendita petrolifera. Nel Sud del paese c’è un movimento insurrezionale, sciita, che a Bagdad è guidato da Muktad al Sadr (cfr. Classi e frazioni in Irak, novembre 2004, PM n.5). Alle elezioni del gennaio 2005 gli sciiti conquistano il governo, mentre la borghesia sunnita prosegue nella lotta armata, appoggiata anche da buona parte del suo clero.1
In questo contesto la lotta armata sunnita riceve consistenti aiuti dall’Arabia Saudita, preoccupata per la crescente influenza iraniana; anche la Siria di Assad simpatizza con la resistenza sunnita dati gli antichi legami con gli ufficiali baathisti. Un giordano, Abu Musab al-Zarqawi fonda una branca di al Qaeda in Iraq, che si oppone sia all’occupazione Usa che all’influenza dell’Iran. La guerra settaria conosce un’impennata (attentati, rapimenti, decapitazione di ostaggi dall’una e dall’altra parte), producendo più di 100 mila morti. Ucciso Zarkawi, gli succede Abu Ayyub al-Masri che dà un nuovo nome all’organizzazione terroristica: ISI (Islamic State of Iraq) nell’ottobre 2006.

ISI prima fase
Dopo aver chiuso l’infame carcere di Abu Graib, gli Usa hanno aperto a Sud, vicino al confine col Kuwait e la Siria, il carcere di Camp Bucca. Fra il 2004-2009 ci passano quasi 100 mila prigionieri sunniti; i civili arrestati per reati comuni sono imprigionati con gli ex ufficiali Baath e con elementi radicali. Qui avviene la saldatura fra baathisti e mussulmani radicali, che uniscono le forze reclutando nel carcere i futuri jihadisti dello Stato Islamico. Nonostante dichiari una capitale, Baqubah, e costituisca nuclei stabili a Mosul, Dyala e Al Anbar, fra 2007 e 2010 l’ISI è sottoposta a un forte ridimensionamento.
Il nuovo comandante in capo Usa in Iraq, Petraeus può contare su un aumento significativo degli effettivi Usa (il “surge”) e si assicura la collaborazione di 20 tribù sunnite della regione di Anbar, stufe del prolungarsi dello stato di guerra. Questi sunniti, ben pagati e armati sgominano l’ISI nella loro area (controinsurrezione), tanto che nel 2009 Camp Bucca viene chiuso nel quadro della politica di disimpegno di Washington, ma anche perché i vertici militari valutano che la situazione si stia normalizzando. In quest’occasione viene rilasciato anche Abu Bakr al Bagdadi, all’epoca semplice imam. Nel 2010 i due capi dell’ISI, al-Masri e Abu Omar al-Baghdadi vengono uccisi da un raid mirato Usa. Nell’agosto dello stesso anno il contingente Usa si ritira lasciando solo 50 mila uomini e decine di migliaia di contractor mercenari.
L’Irak del 2010 è solo apparentemente pacificato, perché i nodi politici e sociali non sono cambiati.
La borghesia sunnita tenta di rientrare nel governo e di reinserirsi nell’esercito, ma il governo sciita di Al Maliki li discrimina a tutti. Nel campo sciita continua il braccio di ferro fra Bagdad, che vuole centralizzare e Bassora che vuole il federalismo per aver mano libera sulle risorse petrolifere del Sud. La dirigenza curda preme per avere l’autonomia politica completa.2 Il proletariato iracheno organizza scioperi di rilievo che sottolineano una situazione drammatica ma non riesce a esprimere una propria organizzazione abbastanza forte da superare le divisioni tribali e religiose. Viene quindi mobilitato su basi etnico confessionali come carne da cannone. Le organizzazioni minoritarie che portano avanti posizioni di classe vengono distrutte.
Molti paesi mediorientali sono ansiosi di riempire il vuoto lasciato dagli Usa. Ad esempio nella campagna elettorale di marzo scorrono fiumi di denaro straniero: dall’Iran all’Arabia saudita, dalla Turchia alla Siria, dall’Egitto alla Giordania tutti sostengono un proprio candidato, accampando motivazioni etniche, religiose, di affinità politica o culturale. Questi paesi a giovane capitalismo giocano in proprio, non sono coordinati con gli Usa o la Russia o i paesi europei. Il governo al Maliki d’altronde indice un’asta per 15 campi petroliferi e qui si scopre che paesi come l’Italia, la Gran Bretagna o gli Usa che hanno profuso impegno militare e risorse nel paese non sono premiati in proporzione nelle assegnazioni. In più chi si è imposto come primo partner commerciale è l’Iran.

La base economico sociale dell’opposizione irachena
In questo quadro la borghesia sunnita è stata esclusa dai redditizi affari del settore statale (petrolio, infrastrutture), ma anche dal commercio, si è gettata sulla economia sommersa, in particolare gestisce il contrabbando con la Turchia. Le grandi banche di proprietà dei sunniti si sono trasferite ad Amman, in Giordania. Gli ex funzionari, gli ufficiali ecc. si sono trasferiti in Arabia, presso i nuclei con cui hanno legami tribali. Dall’estero finanziano i gruppi di guerriglieri e raccolgono fondi presso imprenditori e finanzieri dei paesi arabi a prevalenza sunnita. Ma ben presto i guerriglieri si finanziano imponendo il pizzo ai commercianti e ai camionisti, in particolare quelli che trasportano petrolio (gli oleodotti sono spesso interrotti da attentati o episodi di guerriglia) o allestendo check point improvvisati sulle strade di grande traffico, che la corrotta polizia irachena lascia incustodite. La disoccupazione, al 34% fra gli uomini in età da lavoro, garantisce alle varie milizia grande facilità di reclutamento.
Il bilancio umano per gli iracheni del periodo 2003-2010 è di 2 milioni di emigrati, 3 milioni di profughi, 1 milione fra morti e mutilati gravi, 1 milione circa di persone che sono state imprigionate per periodi medio lunghi di tempo. Il paese è avvelenato dall’uranio arricchito e dal fosforo, l’elettricità e l’acqua sono forniti in modo irregolare, vi scorrazzano guerriglieri e contractor di ogni risma. Le pensioni sono anch’esse pagate saltuariamente, i servizi sociali non esistono più. La mancata manutenzione ha portato al quasi prosciugamento dello Shatt al Arab, il mare risale fino a Bassora e minaccia le riserve di acqua dolce.
Apparentemente sconfitto l’ISI prosegue in modo coperto la sua propaganda e il reclutamento, trovando appoggi per il suo progetto di riedizione dello Siraq, il Califfato, al di là dei confini artificiali tracciati dai paesi colonialisti dopo la Prima Guerra Mondiale.
Lo scoppio della guerra civile in Siria offre allo Stato Islamico una nuova opportunità.
La primavera araba in Siria nasce dal peggioramento delle condizioni economiche, è una protesta economica ma anche una richiesta di libertà politiche contro il soffocante regime degli Assad, che risponde con una feroce repressione.3
La borghesia sunnita siriana, che negli anni precedenti aveva accettato l’emarginazione politica da parte del regime alawita in cambio di prosperità e buoni affari, si schiera contro Assad ma non ha né la capacità di esprimere una opposizione organizzata né la tenacia necessaria, mentre la minoranza alawita che compone l’esercito e l’apparato dello Stato combatte all’ultimo sangue per un potere che è anche garanzia di sopravvivenza. Alla fine del 2011 Assad, consapevole di non riuscire a domare la rivolta, lascia libere le enclave curde in territorio siriano e permette al leader del PYD curdo di rientrare in Siria: lo scopo è creare una zona cuscinetto curda fra sé e la Turchia, paese che protegge e finanzia il primo gruppo di guerriglieri (il “Libero esercito siriano”- Free Syrian Army).
In questa partita si gettano gli imperialismi europei e quello Usa, ma soprattutto le potenze regionali (Turchia, Emirati, Sauditi, Qatar, Kuwait) ansiosi di abbattere Assad, da sempre alleato di Russia e Iran, ma anche fiduciosi di aggiudicarsi una fetta di Siria in caso di spartizione.
Ma naturalmente l’intervento sarà per procura attraverso gruppi di guerriglieri reclutati ad hoc, armati e finanziati. Il primo gruppo islamista a comparire ufficialmente in Siria, nel gennaio 2012, è stato al Nusra, formato dai reduci del gruppo al Zarkawi, che presto si è rivelato il più abile a reclutare e a raccogliere fondi all’estero, ridimensionando il peso dei ribelli finanziati dalla Turchia e il sogno neo-ottomano di Erdogan. Nel 2012 i guerriglieri dell’ISI si confondono fra quelli di al Nusra, da cui si separeranno ufficialmente nel gennaio 2013 (per poi gradualmente riassorbire al Nusra man mano che le loro conquiste si allargano).

Gli Usa si ritirano dall’Iraq
Agli inizi del 2012 vengono ritirati circa 40 mila soldati Usa dall’Iraq (ne rimangono solo 9800). Obama dichiara che il governo al Maliki e l’esercito iracheno sono in grado di garantire la sicurezza e la stabilità del paese. Obama è costretto a questa mossa da ragioni economiche, se vuole aumentare lo sforzo bellico in Afghanistan. Ma è anche convinto che il focolaio siriano impegni le medie potenze regionali e le usuri a suo vantaggio (l’obiettivo Usa è la bilancia di potenza: favorire l’equilibrio fra le potenze dell’area impedendo che una di loro prevalga sulle altre e inizi un processo di unificazione della regione); in quel momento gli Usa ritenevano consolidata l’entità curda in Iraq, dove c’erano sostanziosi investimenti della Exxon, e l’Egitto di Morsi d’altronde si presentava come un partner collaborativo per gli Usa. Appena partiti gli americani, al Maliki arresta i membri sunniti del suo governo accusandoli di terrorismo. La repressione ridà slancio alla guerriglia sunnita e quindi all’ISI, che ricomincia a raccogliere solidarietà e fondi in tutti i paesi sunniti, tanto da poter reclutare professionisti da Cecenia e Afghanistan e bassa manovalanza dal Centro Africa, grazie agli effetti collaterali della invasione della Libia (migliaia di lavoratori, ma anche ex mercenari di Gheddafi, rimandati dalla Libia nei loro paesi senza più prospettive,). Fonti israeliane rivelano la presenza fra loro di agenti dell’intelligence francese e inglese. I guerriglieri filtrano dall’Iraq in Siria grazie ai legami tribali fra sunniti, ma anche grazie al fatto che l’esercito di Assad non controlla più il confine, ma si è arroccato intorno ad Aleppo e Damasco e lungo la costa.

La crisi siriana passaporto per il ritorno della Russia nel Mediterraneo
Oltre che sulla fedeltà dell’esercito, Assad può contare sulle forniture e l’assistenza militare della Russia, sull’aiuto diretto delle milizie Hezbollah e di contingenti dall’Iran. Per la Russia si tratta di confermare una tradizionale alleanza, che le garantisce un porto sicuro nel Mediterraneo, cioè Tartus. Per una curiosa coincidenza, appena prima del ritiro americano dall’Iraq, nel dicembre 2011 i russi hanno posizionato a Latakia sulle coste siriane, presso la loro base navale di Tartus la loro unica portaerei, la Kuznetov.4
È l’inizio di un processo che avrà sviluppi significativi negli anni successivi. Approfittando della caduta del governo Morsi e dei cattivi rapporti Usa con il nuovo premier al Sissi, la Russia firma con l’Egitto un ricco contratto di fornitura di armi ottenendone in cambio una base navale ad Alessandria (che si aggiunge a quelle di Cipro e Tartus). Ancora più clamoroso il riavvicinamento di Israele alla Russia, che incrina un asse con gli Usa che risale al 1948. Persino i sauditi sollecitano collaborazioni da Putin. Viene accantonata invece una possibile installazione di navi russe nel porto greco del Pireo: un accordo privilegiato con Tsipras significherebbe inasprire i contrasti con la UE e né Mosca né Pechino fanno questa scelta. Simbolicamente, tuttavia, mentre Putin si posiziona nel Mediterraneo Orientale, in passato monopolio della Sesta Flotta, nel settembre 2015 nessuna portaerei Usa staziona nel Mediterraneo o nel Golfo Persico. L’Italia è lo sponsor più entusiasta del rientro russo, esiste una sua ambizione trasversale ai partiti (da Prodi a Berlusconi a Renzi) di giocare il ruolo di mediatore fra Usa e Russia. L’Italia ha agevolato i russi nella Libia anteguerra cedendo a Gazprom una quota del giacimento Elephant e utilizza il suoi legami economici in Siria per sostenere a Ginevra II la linea russa.5

ISI seconda fase
La spia del ruolo sempre maggiore dell’ISI in Siria si ha nell’aprile 2013 quando il gruppo cambia nome e diventa ISIL. (Stato Islamico di Iraq e Levante, al Sham in arabo) o ISIS (Stato Islamico di Iraq e Siria). A metà del 2013, l’ISIS controlla già almeno 4-5 pozzi nella Siria Orientale; solo dalla vendita a prezzi scontati del petrolio ricava 1,5-2 milioni di $ al giorno, di fatto funziona “come un’azienda petrolifera di Stato”, assume i migliori ingegneri e tecnici sul mercato, li paga bene. L’assoluta efficienza dell’operazione fa pensare ad una accurata preparazione precedente alle conquiste. Lo sfruttamento diretto del petrolio rende l’ISIS sempre meno dipendente dai donativi esterni (cfr. IS figlio legittimo degli scontri fra grandi e medie potenze PM n. 37, novembre 2014).
Nel corso del 2013 prosegue lo stallo siriano: il governo Hollande è il più accanito nel chiedere un intervento diretto in Siria contro Assad (e indirettamente contro l’Iran), ma resta solo; Obama pur dichiarando che Assad ha usato le armi chimiche poi fa retromarcia, Cameron vorrebbe intervenire ma viene sconfessato dal suo parlamento. Alla fine non se ne fa nulla. I rischi impliciti di un intervento diretto di terra non sembrano compensati dai prevedibili futuri vantaggi.
L’atteggiamento Usa non dipende da ignoranza della situazione o sottovalutazione dell’ISIS. David Cohen, sottosegretario di Stato per il terrorismo cita un Rapporto del 2013 del Dipartimento di Stato Usa che dimostra una perfetta conoscenza dei canali di finanziamento del gruppo. I finanziamenti vengono raccolti da Fondazioni che hanno sede in Kuwait, che ha una legislazione bancaria particolarmente poco trasparente, provengono da Arabia, Qatar, Giordania, Emirati e nelle operazioni sono coinvolti personaggi di spicco del Kuwait, compresi imprenditori edili, magnati del petrolio ecc. Per le petromonarchie del Golfo l’ISIS è positiva, perché logora gli Alawiti ma anche l’Iran ed Hezbollah. Anche la Turchia è complice, nonostante agisca in proprio con il Free Syrian Army: è sul suo territorio che avviene la consegna di denaro e armi provenienti da Doha e Riyad all’ISIS, ne ospita i feriti nei propri ospedali, garantisce santuari sicuri ai guerriglieri. Per gli Usa l’ISIS è un mezzo di pressione contro l’Iran e il governo iracheno. L’avanzata dei gruppi islamici preoccupa sia i curdi siriani che quelli iracheni e li spinge a coordinarsi e a metter fine alle discordie interne per organizzare militarmente la propria difesa.6

ISIS conquista “a sorpresa” il suo Stato e i curdi annettono Kirkuk
A gennaio 2014 l’ISIS sorprende anche gli esperti conquistando contempora-neamente Raqqa in Siria e Falluja in Iraq, mentre le truppe del governo iracheno, addestrate e armate dagli Usa a suon di dollari si squagliano lasciando all’ISIS montagne di armi, blindati e artiglieria pesante ultimo modello. Poi i jihadisti conquistano i giacimenti petroliferi di Ajil e Allas, nella provincia nordorientale di Kirkuk e infine prendono Mosul, la seconda città irachena per importanza, due milioni di abitanti (luglio 2014) e da ultimo Tikrit, città natale di Saddam Hussein. Solo quando l’ISIS minaccia Erbil e gli ingenti investimenti delle multinazionali occidentali nel Kurdistan iracheno gli Usa intervengono con bombardamenti aerei in Siria e in Iraq (dall’agosto 2014). Nell’ambito di questa operazione anche l’Italia invia circa 750 “istruttori” a Erbil e Bagdad (“Prima Parthica”). Il 70% dei raid non trovano neanche l’obiettivo. La teoria americana del doppio contenimento aveva bisogno dell’ISIS. Il quale tenta di sfondare verso Kobane attorno a cui si attesta la resistenza curda del YPG della Rojava siriana, mentre i turchi lungi dal bombardarlo, colpiscono il PKK curdo. L’avanzata dell’ISIS se chiede un pesante tributo di sangue ai curdi siriani, consente a quelli iracheni di occupare Kirkuk, loro aspirazione storica, resa possibile dal totale indebolimento del governo centrale iracheno. Oltre che dagli Usa i curdi sono aiutati in modo coperto dagli israeliani.7
Gli avvenimenti confermano che nessuna delle rivendicazioni nazionali di autonomia portate avanti dai vari gruppi etnico religiosi (curdi, sunniti, palestinesi) ha forza propria tanto da riuscire ad affermarsi, ma solo la capacità di guadagnare terreno all’ombra di un “protettore” esterno che abbia interesse a cavalcare il loro separatismo.

L’assertività saudita e il sistema di alleanze instabili in Medio Oriente
La situazione si trascina per tutto il 2014 e nel primo semestre 2015, quando il nuovo sovrano saudita interviene nel conflitto yemenita a bombardare gli houthi filosciiti, ponendosi a capo di una coalizione pan araba trasversale fra Africa e Medio Oriente. È l’approdo di una linea di tendenza che ha visto l’Arabia Saudita acquisire peso demografico, armarsi ed esplicitare ambizioni regionali crescenti anche in contrasto con la pax americana. Sono i sauditi a finanziare il colpo di Stato di Al-Sissi in Egitto. Sono loro a intervenire militarmente a schiacciare la rivolta del Bahrein, loro a bloccare l’avanzata degli Houthi in Yemen. In alleanza con gli Emirati e l’Egitto contendono al Qatar il controllo delle fazioni libiche in lotta.8 Questo processo è parallelo all’indebolimento Usa, cui resta comunque l’arma del ricatto militare (senza la loro assistenza tecnica l’Arabia non potrebbe attaccare lo Yemen) ma a cui i sauditi rifiutano di diminuire la loro produzione petrolifera per frenare il crollo del prezzo del greggio. La presidenza Obama ha del resto l’interesse strategico a spostare l’asse di intervento verso l’Asia; le necessità di risanamento del bilancio rendono sempre più onerosa la spesa militare dedicata al Medio Oriente. Per questo, per realizzare nella regione una bilancia di potenza in cui nessun attore regionale prevalga sugli altri, il segretario di stato statunitense Kerry porta avanti per conto di Obama le trattative sul nucleare con l’Iran, che si concludono nel luglio del 2015, grazie alla fattiva opera di mediazione svolta da Putin, nonostante tutti i tentativi delle cancellerie del Golfo e di Israele di farle fallire e nonostante l’accanita opposizione della Francia.

L’ISIS si espande nel Siraq e in Africa
Nel complesso fra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 l’ISIS non solo ha “tenuto”, ma ha aggiunto nuovi territori a quelli che già controlla in Iraq (dove conquista Ramadi, Nassiriya) e Siria (dove assedia Aleppo, conquista Palmira Homs e Hama). Espande la sua influenza sulle coste africane, in Libia, creando nel 2014 una testa di ponte a Derna in un’area che si sente estranea a entrambi i governi in concorrenza cioè quello di Tripoli e quello di Tobruk, poi insediandosi a Sirte nel febbraio 2015, dove facilmente recluta gli sbandati delle varie milizie islameggianti, cui offre stipendio fisso, ma può anche mettere le mani sui pozzi abbandonati. Inizia da un lato a intessere legami con i vari gruppi africani e contemporaneamente recluta futuri terroristi nelle periferie europee degradate, le stesse banlieue da cui è partita la rivolta del 2005 in Francia o il quartiere Molenbeek di Bruxelles.
Nel luglio 2015, firmato l’accordo con l’Iran, gli Usa convincono Erdogan a concedere la base di Incirlik come base di partenza per i raid contro l’ISIS. Il governo turco teme infatti l’isolamento e il collegamento anche territoriale che ormai si è stabilito fra enclave curde in Siria e curdi iracheni. In cambio Usa ed europei tacitamente lasciano mano libera a Erdogan contro i curdi .9

L’intervento russo, gli attentati e la reazione
Ma la partita militare riceve uno scossone solo con i bombardamenti russi in Siria in ottobre. Certamente Putin ha intravisto la possibilità di cavalcare un “vuoto di leadership” da parte Usa nell’area, ritenendo di aver intessuto sufficienti reti diplomatiche, ma la ragione prevalente è stato il recente significativo indebolimento di Assad, non più in grado di garantire il ricambio dei soldati e che rischiava di perdere l’area di Latakia e la zona di costa dove sorge Tartus.10 Tutti gli altri attori regionali hanno protestato, ma di fatto accettato. L’intervento russo ha in ogni caso permesso il contrattacco dell’esercito regolare siriano, che punta a liberare totalmente Aleppo e la provincia di Latakia. La Russia infatti più che bombardare l’ISIS ha attaccato la Free Syrian Army filoturca e i guerriglieri di Jaysh al-Fatah, foraggiati da Turchia e Arabia. Tuttavia l’attentato all’aereo russo sul Sinai viene rivendicato dall’ISIS e dà il via agli attentati che culminano con quelli di Parigi del 13 novembre, cui seguono quelli di Bamako, in Mali e in Tunisia.
Ma questo e gli altri attentati, più che un messaggio terroristico che mira a colpire il pubblico occidentale sono un messaggio propagandistico ai gruppi jihadisti africani (di qui l’attacco alla Francia che bombarda in Siria, ma ha condotto anche sanguinose guerre in Centro Africa a sostegno dei regimi filofrancesi). L’attentato a Bamako e a Tunisi sono anch’essi simboli di questa volontà di collegare i gruppi islamici africani al nucleo ISIS che si trova in Libia.
Gli attentati permettono ai governi, coinvolti e non, da un lato di bloccare l’opposizione interna in primis quella operaia, imponendo per ragioni di sicurezza stato d’assedio, proibizione di manifestazioni e scioperi, censura sulla stampa ecc.
Dall’altra sono il pretesto per giustificare nuove guerre, in Africa come in Medio Oriente, nuovi investimenti nella Difesa.
La necessità di coordinare gli interventi militari obbliga ancora una volta a rivoltare le alleanze.
Il maestro in quest’arte delle giravolte è proprio Hollande, che riallaccia ottimi rapporti con Putin.
La santa Alleanza Usa-Russia-Germania-Francia contro il “mostro islamico” sta stretta a molte potenze mediorientali, ma inferocisce la Turchia, dato che i russi bombardano aree turcofone ai propri confini. La Turchia denuncia più volte violazioni del proprio spazio aereo da parte dei russi (interessante accusa da parte di un governo che ogni giorno viola il confine iracheno e siriano per bombardare i curdi). Finché il 24 novembre abbattono il jet russo. Una aperta provocazione turca che ha lo scopo di rompere un’eventuale nuova Yalta in Medio Oriente; Obama approva, forse perché l’asse improvvisato con la Russia gli va stretto. La Turchia peraltro raccoglie più o meno la sola solidarietà Usa, mentre Israele chiede addirittura la sua espulsione dalla Nato. Secondo i politologi Erdogan medita di riutilizzare l’arma profughi contro Germania e Francia, come già nella scorsa estate.
In conclusione si viene preparando una stagione di nuove guerre e/o interventi militari. Tutti i governi giocano le loro carte, ognuno per proprio conto pur invocando la grande coalizione, e da alcuni segnali si preparano al riarmo che ha anche un risvolto economico (quando il 17 novembre Hollande ha fatto bombardare Raqqa, le borse europee hanno segnato un rialzo senza precedenti)
I governi cosiddetti “democratici “stanno restringendo gli spazi delle libertà civili, comprimendo le lotte sindacali e di protesta, secretando i loro piani militari e l’entità delle spese per la difesa.
Sono sempre gli stessi governi che stringono accordi economici e militari con le dittature che dominano il Medio Oriente, che forniscono loro armi, con cui condividono gli investimenti e lo sfruttamento dei lavoratori mediorientali. Per l’imperialismo italiano ne sono un esempio l’acquisto del 49% di Alitalia da parte di Etihad (compagnia di bandiera degli Emirati Arabi Uniti), l’acquisto di un nuovo quartiere milanese da parte del sovrano del Qatar, la visita a Riyad del premier Renzi, la vendita di armi a diversi governi della regione, incluse le bombe all’uranio impoverito da usare contro la popolazione Houthi in Yemen.11 Finché il mondo sarà fondato sul capitalismo, non vi saranno solo sfruttamento e oppressione politica magari mascherata da libertà democratica, ma anche guerre per spartirsi i proventi dello sfruttamento. Per porre fine a questi disastri umanitari è indispensabile l'abbattimento del sistema che li produce.




NOTE


1. . cfr. Costituzione, regioni e petrolio in Irak, «Pagine Marxiste» n. 9, ottobre 2005.


2. . cfr. Il ritiro americano nel vuoto di potere iracheno, «Pagine Marxiste» n. 25, settembre 2010.


3. . cfr. Siria, lo stallo della rivolta PM n. 28 ottobre 2011.


4. . cfr. L’area mediorientale gravida di crescenti conflitti PM n. 9 febbraio 2012.


5. . cfr. Combat - Siria: contro la nuova guerra imperialista “umanitaria” www.combat-coc.org/siria-contro-la-nuova-guerra-imperialista-umanitaria/


6. . cfr. www.combat-coc.org/il-risultato-non-voluto-della-crisi-irachena/.


7. . cfr. www.combat-coc.org/le-guerre-dimenticate-siria-e-libano.


8. .cfr. www.combat-coc.org/lybia-bombardata-campo-di-battaglia-per-gli-appetiti-delle-borghesie-arabe/.


9. . cfr. www.combat-coc.org/la-svolta-nella-politica-turca-scombina-le-alleanze-in-medio-oriente/.


10. . cfr. www.combat-coc.org/israele-strizza-locchio-allintervento-russo-in-siria/.


11. .cfr. www.combat-coc.org/armi-e-petrodollari-non-olent/.




Pubblicato su: 2016-02-01 (1183 letture)

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