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N39 Pagine Marxiste - Gennaio 2016
La tormentata maturazione capitalistica del Medio Oriente

La guerra senza fine in Medio Oriente ripropone l’esigenza di chiarire, oltre alle dinamiche politiche, anche quelle economiche e sociali dell’area. La guerra coi suoi massacri e distruzioni mentre colpisce pesantemente le condizioni di vita delle popolazioni accelera i processi di espropriazione e di proletarizzazione tipici del capitalismo. Nei sette decenni seguiti alla Seconda Guerra Mondiale imperialista il Medio Oriente si è trasformato da area con prevalenza di rapporti precapitalistici ad area a sviluppo capitalistico tra intermedio e avanzato, non solo per effetto della rendita petrolifera. Il proletariato, da sparuta minoranza è divenuto la grande maggioranza della popolazione. Ma ogni suo tentativo di organizzazione politica indipendente è stato stroncato sul nascere dalla dura repressione delle borghesie nazionali.

Occorre lavorare per un fronte comune tra le forze proletarie e internazionaliste delle metropoli europee e del Medio Oriente.

In questo articolo forniamo alcuni dati sulle dinamiche economico-sociali del Medio Oriente e Nord Africa.


Dal punto di vista della struttura economico-sociale, la regione del Medio Oriente è nettamente divisa in due settori: da un lato gli Stati del Golfo grandi esportatori di petrolio e gas, che stanno realizzando un’accumulazione accelerata con forti caratteri parassitari e massiccio utilizzo di manodopera immigrata, dall’altra gli altri paesi arabi che stanno attraversando un più lento processo di sviluppo capitalistico, con livelli molto inferiori, anche se differenziati, di prodotto e reddito pro capite, e frequenti ricadute indietro a causa delle guerre incessanti.

L’Iraq, che si poneva a cavallo tra i due settori (esportatore di petrolio con significativa popolazione), è stato scompaginato anche nell’economia dalla guerra scatenata dalla coalizione a guida statunitense e non ha ancora ritrovato compattezza politica e territoriale, né i livelli di export anteguerra. Per l’Iran, pur essendo anch’esso esportatore di petrolio e gas, dati i numeri della popolazione (intorno agli 80 milioni), l’aspetto della produzione interna e quindi dello sfruttamento del proletariato locale è comunque prevalente rispetto alla rendita da idrocarburi, compressa negli ultimi anni dalle sanzioni che hanno limitato investimenti, produzione ed export.

Nel presente articolo vogliamo concentrare l’attenzione sulla loro struttura sociale, nella prospettiva di un collegamento tra le forze proletarie a livello internazionale.

 

Guerra e accumulazione capitalistica 

Già a un primo sguardo è chiaro come per il Medio Oriente il fattore politico, nella forma della guerra dall’esterno e interna, prende spesso il sopravvento su quello meramente economico, anche se “in ultima istanza” riconducibile ad esso.

Praticamente il Medio Oriente è in continua guerra dagli anni ’60: oltre alle guerre arabo-israeliane e le ricorrenti aggressioni israeliane contro Gaza e nei territori occupati, guerra civile libanese (1975-90), guerra Iran-Iraq 1980-88 (oltre un milione di morti), l’invasione irachena del Kuwait e la Prima Guerra del Golfo a direzione USA (1991), seguita da un durissimo embargo contro l’Iraq di Saddam Hussein parallelo a quello contro l’Iran, la Seconda Guerra del Golfo con seguito della guerra civile in Iraq (2003-) cui ha fatto immediato seguito la guerra civile siriana (2011-) e l’intervento militare NATO (+Giordania, Qatar, EAU, Svezia) in Libia.

Queste guerre non solo hanno provocato la contrapposizione tra gruppi etnici, linguistici e religiosi che convivevano da decenni, e prodotto il massacro di milioni di uomini e donne, ma hanno provocato “pulizie etniche” e lo sradicamento di milioni di persone dalle loro case e dalla loro terra per sfuggire alla violenza dei vincitori sul terreno, con un inevitabile effetto dirompente oltre che sulle vite delle grandi masse, anche sull’attività economica.

La guerra è tuttavia proprio per questo un violento acceleratore dei processi di proletarizzazione tipici del capitalismo. Le masse sradicate degli sfollati diventano in grandissima parte proletari allo stato puro, braccia (e cervelli) costrette a offrirsi sul mercato per sopravvivere.

Che in una tale situazione l’area abbia potuto non solo sopravvivere ma crescere in termini economici, anche se con forti differenziazioni interne, può quindi sorprendere. (vedi tab 1).

Prendiamo in considerazione le stime a parità di potere d’acquisto, che permettono confronti più realistici rispetto ai cambi correnti, anche se sono disponibili solo a partire dal 1990. Come si può vedere dalla Tab. 1 nei 24 anni considerati il prodotto mondiale è più che raddoppiato (aumentando di 2,23 volte) e quello del M.O.-Nord Africa è aumentato di 2,57 volte. Il M.O.-N.A., come il resto dell’Africa, ha quindi tenuto il passo con la crescita mondiale, ma è stato distaccato dall’Asia Orientale emergente e in sviluppo (Cina ecc.), cresciuta di 6,5 volte, e dall’Asia Meridionale (4 volte). L’America Latina è cresciuta poco meno della media, mentre le metropoli europee e del Nord America (insieme al Giappone) hanno perso terreno. L’Italia appare il fanalino di coda anche all’interno della tartaruga Europa, con un incremento del solo 16% in 24 anni.

Tab. 1 - Prodotto Interno Lordo 1990-2014 a parità di potere d’acquisto, Medio Oriente e Nord Africa, e principali aree mondiali

 


Popolazione quadruplicata in cinquant’anni

Nel valutare questa crescita della regione occorre però tener conto di due aspetti: l’aumento della popolazione e la distribuzione fortemente ineguale del reddito.

La Tab. 2 mostra alcuni dati demografici per l’area.

Tab. 2 – Dinamica demografica di Medio Oriente e Nord Africa, 1960-2014

 

Tra il 1960 e oggi la popolazione dell’area considerata è quadruplicata da 105 a 416 milioni, e si è moltiplicata per 2,26 volte tra il 1980 e il 2014; paesi come l’Egitto e l’Iran sono divenuti potenze demografiche con 90 e 80 milioni rispettivamente. Nel giro di due generazioni l’Arabia è passata da 4 a 30 milioni di abitanti, gli Emirati da qualche villaggio con 93 mila abitanti a 9 milioni, lo stesso Iraq da 7,3 a quasi 35 milioni. Questa espansione demografica è stata spinta nel secolo scorso da un forte tasso di fertilità, che nel 1960 era pari a circa 7 figli per donna, e ancora 6,2 nel 1980. La generazione successiva ha visto un forte calo della natalità, a 3,2 figli per donna nel 2000 e 2,72 nel 2013: sia in Egitto che nelle petromonarchie, pur con livelli di reddito così differenti, l’abbandono delle campagne e inurbamento, con il passaggio dalla famiglia contadina a quella di lavoratori salariati porta alla riduzione della natalità, come avvenuto in tutti i paesi nel corso dello sviluppo capitalistico.

Ciò è avvenuto nonostante il basso tasso di attività delle donne nella regione, in buona parte dovuto a fattori culturali: il velo o il burka frenano ma non sopprimono il cambiamento dei costumi. Nella famiglia contadina i figli sono braccia in più e il sostentamento per la vecchiaia, in quella di lavoratori dipendenti i figli comportano un costo molto più elevato per la cura e l’istruzione. Il forte calo della mortalità nell’area (la probabilità di morire prima dei 60 anni per un adulto), ridottasi dal 30% nel 1960 al 10% nel 2013 per le donne, e dal 35% al 16% per gli uomini, mentre la mortalità infantile entro il primo anno è scesa dal 13,5% al 2% tra il 1970 e il 2013, ha contribuito all’aumento demografico degli scorsi decenni.

Aumento demografico significa forte aumento della forza lavoro disponibile e quindi del potenziale produttivo, del mercato e di profitti (e anche della carne da cannone) per il capitale, anche perché la forte offerta di forza lavoro, superiore in molti paesi alla capacità di accumulazione del capitale, contribuisce a tenere bassi i salari: si pensi all’Egitto.


Tab. 3 – PIL pro capite, a parità di potere d’acquisto

 

Tab. 4 – PIL Pro capite a parità di potere d’acquisto. Nord America = 100

 

 

Forti differenze sociali 

Dal punto di vista del proletariato, il forte aumento del numero è sì aumento della forza potenziale, se si organizza autonomamente, ma intanto significa che la crescita economica è andata solo a vantaggio del capitale, mentre le condizioni di vita di gran parte dei proletari rimangono di miseria. I dati del PIL pro capite mostrano che in una generazione c’è stato sì un incremento, ma limitato e differenziato.

Rispetto alla crescita del PIL totale, l’aumento del PIL pro capite si ridimensiona a un +57% medio nel corso di una generazione, con alcuni paesi sopra, altri sotto la media (da notare la caduta in Libia, causata dallo sconquasso politico provocato dall’intervento imperialista, e la ricaduta dell’Iraq nel 2007 al livello del 1990, a causa della guerra. Notare inoltre come sempre l’Italia fanalino di coda).

Per avere un’idea più concreta del tenore di vita medio in questi paesi poniamo = 100 il PIL pro capite del Nord America.

Dalla tabella risulta che il PIL pro capite dell’area M.O. –N. Africa è di poco risalito nel periodo, a un terzo di quello del Nord America e metà circa di quello europeo, un livello comunque superiore a quello dell’Asia Orientale e dell’America Latina, oltre che un multiplo di Asia Meridionale e resto dell’Africa. Si tratta però di una media tra situazioni del tutto differenti, sia perché alcune petromonarchie hanno un PIL procapite addirittura superiore a quello degli USA, mentre l’Egitto è al 20%. Da notare anche qui l’arretramento relativo dell’Italia, passata dall’84% al 65% del PIL procapite di USA e Canada, e da 16 punti più della media UE a 3 punti meno, nonostante l’allargamento UE ai paesi a reddito più basso. Si noti inoltre che l’Asia Orientale, nonostante la sua crescita strepitosa che ha portato il reddito medio pro capite dal 6% al 22% di quello del Nord America, si colloca ancora a un livello analogo all’Egitto. L’Asia Meridionale è a un livello pari alla metà di quello egiziano, e l’Africa nera a un terzo: questi bassi livelli riflettono il peso delle economie contadine basate sull’autoconsumo: nella misura in cui il loro circuito viene spezzato si tratta di riserve di milioni di uomini e donne che vivono al livello di sussistenza, pronti a emigrare in cerca di migliori condizioni.

Dato che circa metà del PIL dei paesi del Golfo è costituita da petrolio e gas, il raddoppio o dimezzamento del prezzo degli idrocarburi ha un impatto dell’ordine di un quarto del PIL, ma questo non significa che con l’aumento del prezzo del petrolio migliorino in proporzione le condizioni di vita dei lavoratori della regione. La rendita petrolifera è incamerata dagli Stati, che sono tutt’uno con le famiglie regnanti e i loro entourage, le quali investono sui mercati finanziari quello che non riescono a consumare (scialacquare) o investire in loco. La forza lavoro immigrata è impiegata con salari che, ad. esempio in Arabia, sono pari a un quarto dei salari dei lavoratori sauditi per i livelli bassi di istruzione.

Anche i dati dei singoli paesi vanno presi con le pinze, essendo la nota “media del pollo”: nelle petromonarchie tra lavoratori immigrati ai livelli bassi, lavoratori autoctoni che rappresentano una aristocrazia salariale (operai ben pochi), e l’aristo-borghesia di Stato che oltre a sfruttare la forza lavoro immigrata si accaparra gran parte della rendita petrolifera, che altro non è che plusvalore prodotto dai lavoratori in tutto il mondo e intercettato dai venditori di petrolio, oltre a una quantità crescente di profitti dagli investimenti finanziari all’estero. Nei paesi non petroliferi il PIL pro capite è la media tra una massa contadina e di proletari con salari infimi, inferiori a quelli degli immigrati nel Golfo (meno di 100 euro al mese in paesi come l’Egitto), una piccola borghesia a reddito medio-basso e una ricca borghesia privata e di Stato che opera anche sui mercati finanziari internazionali.

Un altro dato importante è la distribuzione settoriale della forza lavoro (Tab. 5).





Come mostra la tabella, l’agricoltura è scesa sotto un quarto dell’occupazione ovunque tranne in Marocco (39%, livello analogo all’Italia degli anni ’50) e in Egitto (29%, paragonabile all’Italia anni ’60). Nel 1960 i contadini erano ancora il 61% della forza lavoro dell’area,1 ora solo il 23,5%, ma producono solo il 6,4% del valore aggiunto complessivo. La questione contadina diviene ormai questione residuale man mano che le nuove generazioni abbandonano la terra. Da questo punto di vista il Medio Oriente-Nord Africa è più “avanti” nel processo di trasformazione capitalistica rispetto all’Asia Orientale, dove la quota in agricoltura risulta ancora pari al 36,7%, anche se il processo di meccanizzazione è ancora solo agli inizi: il numero di trattori nell’area era aumentato da 160 mila nel 1970 a 670 mila nel 2000, a fronte di oltre un milione 600 mila nella sola Italia. Nel M.O.-N.A. ci sono ancora circa 50 lavoratori agricoli per trattore, contro quasi due trattori per lavoratore in Italia. Il prodotto per lavoratore agricolo nel 2007 era pari a 3.300 dollari l’anno, circa un decimo rispetto all’Italia e un quindicesimo rispetto al Nord America, ma anche solo un quarto della produttività dei settori non-agricoli dell’area. Per questo i redditi agricoli sono più bassi, e l’esodo agricolo prosegue, frenato solo dalla mancanza di posti di lavoro nelle città. L’emigrazione verso il Golfo e l’Europa è lo sbocco alternativo.

La quota dell’industria varia tra un quinto e un terzo degli occupati, come nelle metropoli industrializzate, anche se andrebbe disaggregata tra artigianato tradizionale in calo e industria moderna in espansione. I servizi variano tra circa la metà e i tre quarti degli occupati (fa di nuovo eccezione il Marocco, intorno al 40%).

Nei paesi del Golfo è in corso un intenso processo di industrializzazione realizzato con l’investimento di parte della rendita petrolifera, con creazione di diverse nuove città industriali e grandi gruppi industriali, innanzitutto nella petrolchimica, ma anche nella meccanica, nell’auto, nell’elettronica e altri settori, spesso con tecnologie delle maggiori imprese multinazionali. Ad esempio tra il 2002 e il 2012 i lavoratori dell’industria manifatturiera dell’Arabia sono aumentati da 448 mila a 733 mila. Tuttavia la maggior crescita è stata finora nelle costruzioni (da 630 mila a 1 milione 587 mila) e nel commercio (raddoppiato a un milione 666 mila).

 

Salariati in maggioranza

Il dato per noi più importante è tuttavia quello dell’ultima colonna, relativo alla quota dei lavoratori salariati sul totale: ovunque (tranne che in Marocco) essi sono più della metà degli occupati, con circa il 60% in Egitto, Siria, Libano e Turchia, 70% in Algeria e Tunisia, 84% in Giordania e oltre il 90% nei paesi del Golfo. Ciò significa che il lavoro salariato, con oltre 76 milioni di lavoratori dipendenti, è ormai il rapporto sociale predominante fuori dell’agricoltura, anche se esistono ancora nei paesi non petroliferi ampie aree di lavoro autonomo a conduzione familiare nel commercio e artigianato, in gran parte destinate alla proletarizzazione. Diversamente che nel dibattito avvenuto nei primi anni ’20 del secolo scorso nell’Internazionale Comunista, come spieghiamo in un altro articolo, ora anche nel Medio Oriente e nei paesi arabi il proletariato costituisce la maggioranza della popolazione, e lo Stato è saldamente in mano alla classe borghese che si arricchisce sfruttando il lavoro salariato, e che nei suoi strati dominanti è strettamente interconnessa al capitale internazionale e, laica o islamica che fosse, ha spietatamente represso il movimento proletario ogni volta che si è organizzato politicamente in una prospettiva rivoluzionaria: in Egitto come in Iraq e Siria, in Turchia come in Iran.

Non si pone più quindi una questione di alleanza tra proletariato delle metropoli e “borghesie nazionali” in lotta contro l’oppressione coloniale dei paesi imperialisti.

Oggi si pone l’esigenza di un fronte comune tra lavoratori delle metropoli, specie d’Europa, e del Medio Oriente-Nord Africa contro le proprie borghesie e in particolare contro l’intervento delle potenze imperialiste, che fanno leva sulle rivalità tra le borghesie regionali per impedire l’unificazione dell’area e continuare ad esercitare la loro influenza.

Il problema vero oggi è tuttavia l’assenza nelle metropoli di forze comuniste con un’influenza reale nella classe, che possano portare avanti concretamente questa azione internazionalista. L’unità nella lotta contro il proprio imperialismo e nella creazione di un fronte proletario internazionale possono favorire il necessario processo di aggregazione dei dispersi raggruppamenti internazionalisti.

 

 







Pubblicato su: 2016-02-01 (125 letture)

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